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Clistere per due - Parte terza
Ne osservo il corpo nuovamente. Mi eccita moltissimo sentirne la intima
assenza di difesa. Ha un neo sotto la scapola sinistra. Lo bacio e la
canzono. Lei mormora qualcosa d'indefinito.
“Ti piaceva, prima, mentre ti sculacciavo?”
“Sì.”
Pongo nuovamente le mani sulle sue natiche, ancora arrossate e calde, e
le dilato scoprendo il piccolo fiorellino dell'ano. È appena un
punto vuoto nella sua carne, ornato da una rosetta di peletti neri. Vi
ci appoggio l'indice e lo sento umido. Luisa geme. Allora vi ci
appoggio anche il pollice e lo dilato più che posso. Ciò
nonostante, il foro è ancora stretto. È palese che, da
quella parte, Luisa è ancora vergine. Comunque vi ci spingo di
colpo l'indice destro, fino alla seconda nocca. Il canale è
stretto e bollente, ingombro alla fine.
“Ahi... Ohhhhh!” Risponde lei.
“Ti piace?”
“Ohhh... Sì, ma fa anche male.”
Estraggo di colpo l'indice e provo ad unirlo al medio. Spingo le due
dita per metà, le ruoto. Luisa protesta che le faccio male.
Ciò nonostante, insisto fino a sprofondarle in lei. Mi risponde
un soffocato gorgoglio di piacere.
“Sei molto stretta. Troppo, ho paura. Non so se potrò prenderti
già oggi.”
Giro a destra e sinistra le dita. Luisa geme cercando, per quanto le
è possibile, di accompagnare il movimento con il corpo.
“Fallo! Te ne prego! E’ troppo bello! Fallo subito!”
“Adesso ti dimostro che non è possibile.”
Mi libero dell'accappatoio e mi sdraio su di lei. Quindi sfilo le dita
e tengo la fessura anale dischiusa, appoggiandoci la punta del pene.
“Sì... sì... sì... sì...” Geme Luisa al
contatto del muscolo contro le sue natiche. Spingo di colpo e si sente
quasi il rumore. Il canale è strettissimo. Nonostante abbia
messo tutta la mia forza, sarò penetrato in lei di appena un
centimetro.
“Ahhhh!” L'urlo è quello di una tigre ferita. Le tappo la bocca
con la mano e mi ritraggo. Luisa ha le lacrime agli occhi e si è
inarcata.
“Dio che male! Mamma! Non credevo che...” “Perché è la
prima volta.” Dico per consolarla, e subito mi chino fra le sue
natiche. Comincio a leccarne l'orifizio spudoratamente, senza timore
d'infilarci la lingua per tutta la sua lunghezza. Luisa si sprofonda in
ringraziamenti e in suppliche di continuare così, pregandomi.
Smetto solo quando la lingua comincia a farmi male.
Luisa seguita a gemere più sommessamente, ed io la osservo
sdraiato accanto a lei. Gocce di sudore le scendono lungo i fianchi
dalle ascelle, i lunghi capelli bruni sono scompigliati sul guanciale,
dal coccice al ciuffo di peli che intravedo fra le cosce scorre il
ruscello in miniatura della mia saliva e dei suoi succhi. Eppure non mi
sembra che abbia già avuto un vero orgasmo.
Da parte mia cerco di contenere l'eccitazione. Alla mia età non
più verde, occorre sapere dosare le forze e rispettare giuste
pause. Inoltre voglio evitare che il sesso convenzionalmente inteso
trascenda lo scopo stesso del rituale. Accendo due sigarette e ne
infilo una fra le labbra di Luisa.
“Oh no! Io voglio continuare!” Protesta lei.
Allungo distrattamente una mano e raggiungo la sua vulva. È
calda, pulsante: al primo contatto pare già dischiudersi come
un'ostrica. Allora la penetro dolcemente con l'indice ed il medio ed
incornicio a masturbarla.
“Più tardi ti prenderò.” Le dico.
Mi risponde un guaito di sì.
“Prima che tu te ne vada di qui, ti avrò presa nella fica, in
gola e nel sedere. Voglio possederti in ogni modo.”
Altro suono gutturale di consenso. Spingo di più le dita e lei
sospira.
“Ma non ora. Ricordi lo scopo per cui sei qui? Piacere e dolore. Credo
proprio che sia giunto il momento del secondo.”
Senza scendere dal letto, afferro con la mano libera il battipanni. Lo
passo dolcemente sulle sue natiche. Lei rabbrividisce mentre accelero
il ritmo.
“Ti farò male.” Dico: “molto più male di quanto non
immagini.”
Luisa ora ha gli occhi chiusi. Estraggo lentamente la mano ignorando la
sua protesta. Quindi mi metto in ginocchio accanto a lei, impugnando il
battipanni a due mani. Assaporo la pausa: il magico momento che precede
la punizione di una donna è per me come una iniezione di
anfetamina. Sento le tempie che pulsano.
“Vuoi essere imbavagliata?” Domando ancora.
Luisa non risponde.
“Come vuoi. Se griderai troppo forte però dovrò farlo.
Non posso correre il rischio che ci sentano in tutto l'albergo.”
“Piano... ti prego.” Sussurra lei.
SCIAC! Ho battuto il battipanni con tutte le mie forze, tenendolo con
due mani, sulla natica sinistra di Luisa. La pelle si è subito
arrossata secondo il disegno della plastica. Lei ha tuffato la faccia
nel guanciale soffocando il grido.
SCIAC! Ripeto l'operazione sull'altra natica. Poi di nuovo sulla
sinistra: SCIAC. Quindi vibro due colpi in rapida successione
impugnando il battipanni con la sola destra, ma avendo modo di farlo
strisciare il più possibile sulla pelle. Luisa suda e s'inarca,
stringe le dita, guaisce a lungo nel guanciale.
La pelle delle due natiche è già bella rossa, ma ancora
lungi dal sanguinare. Prendo la mira e vibro altri tre colpi come
prima: SCIAC! SCIAC! SCIAC! Luisa sussulta sbattendo il pube contro le
lenzuola; poi al terzo colpo, alza di scatto la testa:
“Basta! Ti prego: basta!”
“Zitta o ti imbavaglio.”
“Ti prego, brucia troppo. Ho il sedere in fiamme.”
SCIAC! SCIAC! SCIAC! SCIAC! SCIAC! I cinque colpi le giungono a due
mani, molto violenti e forse un po' imprecisi. Lei si affretta a
ributtare la testa nel guanciale e a soffocare un prolungato grido
isterico. Poi, mentre sto alzando il battipanni, scoppia a piangere
come una bambina. Decido di sospendere per un attimo la punizione e mi
chino sul suo capo. Con delicatezza, ne sollevo il mento. Ha le labbra
che tremano e le guance sporche di rimmel. La bacio e lei ricambia.
Nonostante il dolore ed il fatto che stia piangendo, la sua tenera
pelle è sempre calda di eccitazione.
“In fondo ti piace.” Dico staccandomi.
“Ma fa male, troppo! Ogni volta che mi picchi, mi sembra di essere
costretta a sedere sui carboni ardenti.”
“II peggio deve ancora venire.” Trangugia saliva:
“Come? Non è finito?”
Le asciugo il muco con un lembo del lenzuolo.
“Affatto. Sei appena rossa. Io voglio farti il culetto viola fino a
farlo sanguinare.”
“No. Ti prego.”
Le do’ un bacio veloce su una guancia e ritorno dietro di lei. Quando
capisce che ho nuovamente impugnato il battipanni, Luisa mi chiama per
nome:
“Ti supplico, » dice, « non picchiarmi più.”
SCIAC! Colpisco un punto dove la pelle è già tumefatta.
“Ahi! No...”
SCIAC! SCIAC! SCIAC! SCIAC! SCIAC! SCIAC! La sfilza di colpi è
crudele: colpisco a due mani, sempre al centro, sempre in modo che
entrambi i glutei vengano toccati dalla plastica durissima negli stessi
punti di prima. Luisa getta la faccia nel guanciale e ad ogni colpo
smette di singhiozzare per urlarci dentro con tutte le sue forze. Ora
la pelle ha iniziato ad essere punteggiata da tante bollicine bianche.
So, per esperienza, che quando queste si apriranno, comincerà a
spruzzare il sangue ed il dolore crescerà d'intensità.
Riprendo allora a picchiare con precisione alternata su una natica e
l'altra: SCIAC! SCIAC! SCIAC! SCIAC! SCIAC! SCIAC!
Mi fermo. Al centro delle due natiche, la pelle è punteggiata di
sangue. Luisa non piange più quasi inerte, ha rinunciato ad
irrigidirsi ed emette un fioco, cantilenante, lamento. Poi, di colpo,
riprende a singhiozzare sussultando sul materasso.
SCIAC! Dalla violenza del colpo, quasi mi sfugge il battipanni di mano.
“Noooo! ! ! ! !” Urla Luisa con tutto il fiato che ha.
Lascio il battipanni e mi precipito a tapparle la bocca. Ha gli occhi
sbarrati, le labbra sanguinanti per essersele morsicate. La bacio senza
mollare la presa più volte sulle guance.
“Basta ora: è finito, rilassati.” Le dico.
Lei fa cenno d'aver capito. Tolgo la mano. Per circa tre minuti, Luisa
continua a piangere sommessamente nel cuscino. Allora mi chino sulla
sua pelle martoriata e comincio a coprirla di saliva.
“Oh, oh che male che mi hai fatto! Indescrivibile! Io non...”
“Rilassati. Non pensare a niente.”
“Io... io non credevo che una semplice sculacciata potesse fare tanto
male... Io... ahi, non lì, fa troppo male... ecco: lecca
adagio... oh sì, così, grazie...”
“Scommetto che adesso che è finito ne sei fiera.” Dico smettendo
di leccare.
“No, sì, non so.” S'interrompe per tirare su con il naso: “nella
mia borsetta, cerca i fazzoletti.”
Faccio come ha detto. Le soffio il naso e lei mi sorride a stento.
“Sai, credevo di morire.”
Incomincio a slegare le braccia. Luisa si massaggia i polsi. Quindi
porta le mani sulla pelle gonfia delle natiche.
“Mi fa ancora male adesso. Ora mi resteranno i lividi. Che dirò
al mio ragazzo?”
“Vuoi che ti medichi?”
“No, no. L'alcool brucia.”
“Vuoi fare un bidet di acqua fredda?” Domando ancora.
“Ecco, magari è meglio.”
Vado ad accendere la luce centrale e finisco di slegare le gambe. Eh,
sì: l'ho proprio conciata bene! Nella semi oscurità, non
mi ero reso conto pienamente delle intensità delle tumefazioni.
Luisa ha entrambe le natiche colorate di viola. I punti da cui è
uscito il sangue sono sette o otto, fra i quali la parte bassa delle
cosce. Quando si alza, emette un gemito e cammina a passi stretti. Non
stacca mai le mani dalla parte colpita.
Luisa ha timidamente tirato la tenda di plastica che divide il bagno
dal resto della camera, e mi giunge l'allegro sciacquio con il quale
sta ristorandosi le piaghe. Fra un piccolo ahi, un oh di sollievo, un
uhm di soddisfazione, impiantiamo un piccolo dialogo.
(Luisa) “Non potrò più sedermi per una settimana!”
(Io) “Prego”
“Ho detto che non potrò più sedermi!”
“Ti aspettavi qualcosa di diverso?”
“E’ stato troppo violento. E doloroso!”
“Diverso dalle tue fantasie?”
“Sì.”
“Forse perché in quelle c'era soltanto il piacere! Oggi, invece,
hai provato la realtà. E nella realtà c'è anche il
dolore.”
“Avrei voluto vedere te, al mio posto!”
“Non avrei pianto di certo.”
“Questo è ancora da vedere.”
“No. Te lo posso assicurare. Anche dimostrare se vuoi.”
“Adesso?”
“No. Un’altra volta.”
“Mi pareva bene!”
“Te lo prometto: se vuoi, ti darò questa controprova.”
Pausa. S'ode solo lo sciacquio e la filodiffusione, molto piano, in
sottofondo. Poi Luisa riprende, quasi parlando a se stessa:
“Ho creduto di morire, dal bruciore. Dio, che male! Sei sempre
così crudele?”
“Intendi con le altre donne che fanno questi giochi?”
“Sì”
“Anche di più, se necessario. Loro non fanno come te: sono
più esperte. Prima di vederle piangere, bisogna che non ne
possano proprio più.”
“Dovrei offendermi?”
“Come credi.”
“Picchi anche loro con il battipanni?”
“Sì. A qualcuna piace anche essere frustata.”
“Fa male? Più del battipanni?”
“Se vuoi provare...”
“No, per oggi ne ho avuto abbastanza. Ti dispiace?”
“Come vuoi...”
“Per quell'altra cosa ci voglio ancora pensare su. È proprio
necessario farlo alle tue condizioni?”
“Sì, Luisa. Lo hai detto tu stessa: se si accetta un certo
gioco, bisogna andare fino in fondo.”
“Posso fare anche la doccia?”
“Prego.”
Mi piace come stanno andando le cose. Luisa è effettivamente
masochista: nonostante la punizione sia stata indubbiamente dolorosa,
l'ha subita fino alla fine ed ora - sebbene non lo dia a vedere -
è fiera di sé stessa per averla subita. Questa fierezza
che prova il masochista dopo la vessazione, è comune più
di quanto non si possa pensare. Oh, certo: quando ritornerà a
casa, Luisa proverà sicuramente vergogna di ciò che
è accaduto! È naturale. Eppure scommetterei la testa che
sarà nuovamente tentata di incontrarmi. Molte donne come lei, al
contrario di ciò che le ho detto, donne che durante il
precontatto epistolare si dichiaravano pronte a qualsiasi punizione -
magari vantando immaginarie esperienze - alla prova dei fatti si
comportano come delle scolarette, mostrando inibizioni ancestrali (che
sono poi il vero sottofondo del loro presunto masochismo) e costringono
il partner a sospendere la seduta.
In ciò, Luisa si è mostrata onesta: ha pianto quando
aveva ragione di piangere - oh dolci lacrime di Lolita! - non mi ha mai
veramente chiesto di sospendere la punizione; nemmeno quando, e ne
avrebbe avuto ragione, il dolore superava di gran lunga il piacere.
Sì: a volere sottilizzare, durante una punizione abbastanza
cruenta quale quella subita da Luisa, io ero certamente più
eccitato di quanto non lo potesse essere lei nella sua ambivalenza di
sensazioni. Con tutto ciò è innegabile che Luisa abbia
goduto nel fatto d'essere umiliata, legata a un letto, picchiata a
sangue eccetera, ma suppongo che il disagio fisico abbia sovente
superato il compenso erotico. Tale sua condiscendenza al soffrire, in
un certo senso al soffrire per me, è quanto più mi
è piaciuto in Luisa.
“Non vieni ad insaponarmi la schiena?” chiede dal bagno.
Rispondo che preferisco tirare il fiato. Ora, nella camera, aleggia la
complice atmosfera che si crea fra due amanti dopo un incontro
clandestino. Il senso del peccato non è tanto riportato al fatto
sessuale in sé, quanto alla sua componente S/M. Naturale.
Viviamo in un’ epoca che ci priva del gusto della trasgressione morale.
Siccome non amo la droga, né ho bisogno di criminalizzarmi per
vizio, il sodomasochismo rappresenta la mia panacea alla noia del
quotidiano. Chissà che anche per Luisa non sia così.
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