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Clistere per due, parte seconda.
Trangugia saliva. Le offro una sigaretta. Lei rifiuta. Quindi attacca:
“Senti, io sono soltanto venuta per dirti che...”
“Ti tiri indietro?” Dico brusco. “Bene, liberissima di farlo.”
Lei si alza. Misura a piccoli passi nervosi la stanza. Quindi si volta e mi sorride.
“Hai il... il necessario?”
“Naturalmente. Ti offrirei da bere, ma prima del clistere non conviene. A proposito: hai fatto ciò che ti ho scritto?”
Alla parola "clistere", Luisa è sobbalzata. Ora manda di nuovo giù la saliva. Si passa le mani sul viso.
Infine mi domanda:
“Quante altre volte ti sei già trovato in una situazione simile?” “La prima volta è sempre la più difficile. E proprio perciò la più bella. Amo il tuo imbarazzo, Luisa.”
Lei sorride e torna a sedersi sul letto, guardandosi le unghie.
“Era così facile, per lettera! Anche parlare dei particolari. Come è diversa la fantasia. Eppure...”
“Eppure?”
“Eppure sono qui. Davvero non hai un whisky, un cognac... Ne avrei bisogno.”
Estrae dalla sua borsetta le sigarette e se ne accende una. Ora fingerà di essere disinvolta. Chiedo per telefono al cameriere di portare una bottiglia di bourbon.
“Sai...” continua lei, “ieri sera ho riletto le nostre lettere. Mi eccitava tremendamente pensare a ciò che... a ciò che sarebbe accaduto qui. Credo che sia la cosa più intima che possa accadere fra un uomo e una donna. Eppure non ti ho mai visto. Gli altri, penso, ti giudicherebbero un malato...”
S'interrompe perché è arrivato il cameriere. Le verso un dito di liquore che trangugia. Scuoto la testa sorridendo quando mi ripresenta il bicchiere.
“Dopo...“ sussurro.
“Che dicevo? Ah, sì, che ti giudicherebbero un malato. Invece, credo che tu in fondo mi rispetti. Mi dai ciò che chiedo. Ed io chiedo ciò che non ho mai osato chiedere. Davvero non posso più bere?”
“No.”
“Merda. È lo stesso, vero, se parlo male?”
“Non è detto che ciò che faremo non si possa fare con eleganza.”
“Sono troppo nervosa. Troppo. Il fatto è che ho una paura folle del dolore fisico. Le altre come si comportano?”
“Dipende. Hai fatto ciò che dovevi?”
“Prego?”
“II clistere preliminare.”
Luisa sbotta:
“Non ho fatto nessun maledetto clistere! Né preliminare né erotico né come accidenti lo chiami. Anzi, io...”
Rapidamente, mi avvicino a lei e la colpisco con violenza sulla guancia. Lo schiocco del manrovescio sembra esplodere nel silenzio. Lei avvampa. Zittisce. Si porta una mano sulla pelle e mi squadra stupita.
“Ma... come ti permetti?”
“Ne vuoi un altro?”
“Ti credevo diverso, tutto qui.”
“Se stare qui non ti piace, perché non te ne vai?”
Lei non risponde. Spegne la sigaretta caduta a terra e ne cerca un’altra.
“Quando cominciamo?” Domanda.
“Quando vuoi, anche subito.”
“E con che cosa?” La voce si affievolisce: “senti, è la prima volta. Vacci piano, almeno all'inizio.”
“Levati la maglietta.”
Senza una parola, Luisa esegue. Si sfila l'indumento dalla testa e lo getta via con noncuranza. Ha i seni lucidi di sudore. I capezzoli sono ancora più gonfi che nella fotografia. Allungo una mano e glieli accarezzo fino a che lei sospira lievemente e li sento inturgiditi.
“Allora?”
“Aspetta.”
Levo la borsa da sotto il letto e ne cavo, sotto il suo sguardo curioso, la scatola delle mollette da biancheria. Strappo il cellophane.
“Che cosa fai?” Mi domanda.
“Adesso lo vedi.”
Mi siedo accanto a lei con in mano il cartoncino con ancora attaccate le mollette. Sono di una qualità molto grossa, costruite apposta per gli indumenti più pesanti. Dopo circa tre minuti che pinzano un lembo della pelle, su questo rimane un livido.
“Però dovrò legarti...” dico.
“No. Niente corde.”
“Non resisterai per il tempo che intendo fartele tenere.” Dico alludendo alle mollette. “Lascia che ti leghi le braccia con un pezzo di stoffa. Nel caso che il gioco andasse troppo in là, potrai sempre lacerarlo con la forza della disperazione.”
“Fanno molto male?” Domanda lei.
“No. All'inizio è sopportabile. Poi sì.”
Mi sfilo il cordone dell'accappatoio e questo si apre sul mio cazzo in erezione. Ne sento sopra lo sguardo di Luisa. Il suo respiro è ora più forte, mi porge le mani incrociate.
“Non così. Dietro la schiena.”
Rapidamente faccio il giro del letto e le lego i polsi all'altezza dei fianchi. Quindi ne afferro i gomiti premendoli l'uno all'altro. Luisa ha un sussulto. Li lego strettamente, in modo che lei debba tenere il petto in fuori.
“Ahia, che male boia!” Dice.
“Non essere volgare.”
“Ma fa male!” Ribatte lei: “è scomodo e doloroso.”
Le ripasso davanti ed afferro le mollette. Pinzo la prima sull'ombelico. Poi il fianco destro e sinistro. Quindi i capezzoli. Infine, afferro un lembo di carne e peli sotto l'ascella destra. Lascio delicatamente la mollette, badando che non prenda troppa carne, ma neppure possa scivolare. Ripeto l'operazione con l'ascella sinistra.
“Fa male?” Chiedo ironicamente.
Luisa ha gli occhi chiusi. Si dimena e suda. L'odore del suo sudore ha riempito la camera.
“Puzzi.” Le dico.
“To... toglimi questi cosi!”
( Come tutta risposta, mi chino a baciarla. Lei ricambia infervorata. Si struscia a me nel tentativo di togliersi le mollette. La allontano.
“Ti prego... almeno quelle al seno e sotto le braccia... fanno male sai?”
“No! È niente.”
Raccolgo la sigaretta che si sta consumando e ne tiro una sola boccata. Quindi torno a deporla.
“Quando si sarà consumata.” Dico.
La bacio nuovamente. Ora lei ricambia con minor foga.
“Levamele, su... mi fanno male. Lo vuoi capire?”
Mi piace vederla agitarsi per il dolore. Godo del suo sudore e delle sue smorfie. Sta soffrendo per me. Impagabile. Glielo dico.
“Tante grazie, ti prego: levamele.”
“La sigaretta non è che a metà.”
Avvicino il pene, sempre in erezione, alle sue labbra. Lei tutto subito pare non capire, presa com'è dal fastidioso dolore. Quindi apre la bocca e si lascia penetrare. Spingo fino ad avere i testicoli contro le sue labbra. Ne percepisco un lungo, eterno, bollente fremito. Mi ritraggo.
“Ti piace?” Domando.
“Nessuno mi aveva mai preso così, fino in gola.”
Ripeto l'operazione ritraendomi più volte. Quando sento che sto per avere l'orgasmo, però smetto. Sarebbe troppo presto. Ad una ad una le tolgo le mollette, cavandone ogni volta un gemito. Senza una parola, Luisa mi porge la schiena perché la slacci. Cosa che faccio. Poi si getta sul letto e fissa il soffitto con il viso trasfigurato.
Luisa mi chiama per nome, dolcemente. Dove prima c'erano le mollette, ora vi sono piccoli segni viola, ma troppo tenui ancora per trasformarsi in lividi. Massaggio dolcemente quello sull'ombelico. Luisa ne approfitta per infilare una mano sotto il mio accappatoio e carezzare il pene. Inizia a masturbarmi sorridendo e mi strappa un gemito.
“Smetti.” Le dico.
“Perché?”
“Troppo presto.”
“Sei sempre così freddo?”
“È necessario. Questo è un rituale, non una scopata.”
Luisa ritrae la mano. A sua volta, carezza i segni che ha nei fianchi. Poi i capezzoli. Tiene gli occhi socchiusi e la lingua appena fuori delle labbra.
“È così che ti masturbi la sera?” Domando.
“Porco! Sai benissimo come mi masturbo la sera. Te l'ho scritto in ogni dettaglio.”
“Già. E suppongo che ti piacerebbe farlo ora, ripensando a quando avevi le mollette.”
“Ora sei tu che sei volgare.”
“Rispondi: ti piacerebbe?”
“Sembra che non sia io a condurre la danza.”
Esita un attimo. Quindi, mi domanda a bruciapelo:
“Che cosa vuoi, esattamente, da me?”
“Spogliati.” Rispondo.
“Non è difficile. Già lo sono per metà.”
“Non nel senso che intendi. O meglio: non solo in quello. Amo il tuo imbarazzo, la tua vergogna. Sinceramente, ti preferivo prima. Percepivo quasi il tuo odio. La maschera era evidente. Adesso è più difficile individuarla.”
“Boh, non capisco. Né ti facevo filosofo.”
“Né io così stupida!”
Alla prima reazione indignata, Luisa sostituisce prontamente un risolino. Riprende ad accarezzarsi i seni.
“Non m'incanti. Gli insulti fanno parte del gioco.”
Estraggo dalla tasca dell'accappatoio la fotografia di Assunta mentre prende il clistere. L'avevo scattata un anno fa, in questo stesso albergo: la donna, una giunonica bruna meridionale di trentacinque anni, è a carponi sul pavimento, nuda, con tre mollette su ciascuna delle lattiginose mammelle. Nonostante la sfuocatezza della foto, il suo volto è contratto in una smorfia di dolore. Dietro di lei, appeso ad un attaccapanni, un enteroclisma è pieno d'acqua per un quarto. La cannula di gomma scende e scompare dietro le natiche della donna. Mostro la foto a Luisa senza una parola. Lei volta il viso dell'altra parte.
“Allora?” Metto via la foto, “che ne pensi?”
“È vecchia e brutta.”
“Pensavo che ti saresti preoccupata, invece.”
“Perché?”
“Fra poco sarai tu in quella posizione.”
Capisco d'aver ottenuto qualche effetto. Luisa ha appena innalzato un sopracciglio, ma dentro è scossa. Bene: il bastone e la carota. Odio e amore. In questo bizzarro rituale, nulla mi piace di più della danza degli eterni contrapposti. Ora però è il momento di blandire:
“Naturalmente,” dico, “con te sarà diverso. La donna di cui hai veduto la fotografia era effettivamente brutta e vecchia. Scusami: non c'è confronto.”
“Non importa. Mi sto innervosendo, però. Avanti: facciamola finita.”
“Bene, come vuoi. Passiamo pure alla seconda ripresa.”
Estraggo, sempre dalla borsa, il battipanni di plastica. Lo mostro a Luisa che ci passa sopra l'indice. Quindi mi rivolge uno sguardo interrogativo da cerbiatta:
“Intendi picchiarmi con quello?”
“Indovinato.”
“Sul sedere?”
“Esatto.”
Torna a ripassare il dito sull'oggetto. Quasi lo saggia. Si picchia appena il palmo della mano.
“Credi di farmi paura? Ti piace l'idea che io abbia paura, vero? Ti eccita!”
“Esatto alla decima potenza.”
Luisa si rilassa. Ride:
“Ed io ce l'ho proprio!” Confessa. Poi, seria, aggiunge: “quanto male fa?”
Le riprendo lo strumento dalle mani. Delicatamente, la faccio voltare sul ventre, alzo il battipanni, lo abbatto con tutta la mia forza contro il tessuto della gonna. Dalla violenza dell'impatto, lo strumento mi sfugge di mano.
“Ahi!” Luisa ha immediatamente portato le mani sulla parte colpita, compiendo mezzo giro a destra ed a sinistra per il bruciante dolore.
“Soddisfatta? Tieni naturalmente presente che la vera punizione avverrà sulla pelle nuda, e che non smetterò fino a quando non comincerai a sanguinare.”
Luisa si rimette a sedere, quasi che avesse il terrore d'iniziare subito. È interdetta. Chiaramente, non s'aspettava un dolore così forte, certamente superiore, seppure diverso, da quello delle mollette.
“Fa male?” Chiedo ironicamente.
“Pazzesco. Non credevo che quel coso fosse così doloroso.”
Lo spiego che dentro alla plastica c'è del filo di ferro. Dopo la punizione, sempre che si senta in animo di sostenerla, la medicherò con alcool ed una pomata per i lividi.
“Comunque, per qualche giorno dovrai fare attenzione quando ti siedi.”
Luisa non dice nulla. Ne deduco che sia in fondo d'accordo. Con calma, spengo la luce centrale ed accendo le due abat-jours sui comodini. Quindi torno da lei e ne afferro a piene mani il seno. La sento fremere. Stringo di più e la accarezzo fino a farla gemere. Poi la bacio.
“Io... io...” Mormora lei.
“Ssst!“ Le mordo l'orecchio immergendone subito la lingua. Scendo sulla nuca. Sento la sua manina nuovamente sul mio sesso e questa volta la lascio fare. Anzi: infilo la mia mano destra fra le sue cosce. Ma la carne è calda sotto il nylon del collant. Ne raggiungo il pube e premo. Ancora lascio scivolare la mano contro il ventre e ne pizzico la carne. Lei geme offrendomi la bocca. La bacio furiosamente. Impianto le unghie in un suo fianco, proprio dove la carne è già segnata. Luisa si divincola come un cobra. Accenna ad una protesta...
“Zitta! Dolore e piacere si equivalgono, vedrai!”
“Ummm... Sì... prendimi... ti prego!”
“Dopo, come e quando vorrò io.”
II movimento sul mio sesso è frenetico e devo staccarle la mano.
“Ti prego... prendimi!” Geme lei.
“Accetti la punizione?”
“Ho... ho paura!”
La volto bruscamente sul ventre. Quindi le sfilo la gonna. È lei stessa ad aiutarmi a liberarla del collant. Sotto indossa ancora delle mutandine a fiori. Ne passo più volte la mano sulla fettuccia, non più di un filo bagnato, che s'amalgama fra le gambe agli umori ed ai peli della vagina, lei scalcia offrendosi.
“Aspetta.” Dico.
Poi la lascio un attimo e recupero la cintura già usata per le mollette. Faccio , rapidamente un nodo alla spalliera del letto, 1' afferro per i polsi, glieli lego l'uno all'altro molto saldamente, senza curarmi di farle male. Lei questa volta non protesta, seguitando a guaire e strusciando il pube contro il lenzuolo. Quindi mi sporgo e recupero due cinghie di cuoio dalla borsa. Afferro la sua caviglia sinistra.
“Che fai?” Mi domanda all'improvviso preoccupata.
“Dovrò legarti anche le gambe. Lasciami fare.”
Spingo l'arto a destra, fino ad avere il piede contro la parte inferiore del letto, a cui lo fisso saldamente. Finita l'operazione riprendo ad accarezzarla, questa volta scostando il tessuto e tirando i peli fin quasi a strapparli. Luisa grida di piacere. È lei stessa a porgermi l'altra caviglia, ma prima le sfilo le mutandine. Ne afferro a piene mani i glutei muscolosi, abbronzati, piantando le dita nella carne fino a lasciarle i segni. Quindi la sculaccio non troppo forte, ma ripetutamente, sino a che la pelle comincia a arrossarsi. Luisa geme ad ogni colpo.
“Vedi che ti piace!” Constato seguitando a batterla.
“Così mi piace. Ecco, picchiami con le mani e lascia stare il battipanni.”
“Stai appena imparando ora.” Smetto di batterla, ed inizio a parlarle con calma, mentre provvedo a fissarle anche l'altra gamba al letto.
“Vedi, piccola Luisa: il segreto sta nel godere ogni sensazione. Se sei d'accordo, t'insegnerò a provare piacere della tua stessa paura. Lasciami fare!”
Bene. La prima fase è terminata. Osservo il risultato del mio lavoro Luisa è legata mani e piedi al letto, con le cosce divaricate. Ha ogni muscolo teso. La sua pelle riluce di sudore alla fioca luce delle lampade da camera. Respiro a fondo e mi chino a baciarla. Lei, per quanto impedita, risponde con foga.



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