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Le piace dominare parte 2
Per Camilla ebbe dunque inizio una nuova vita, sessuale per lo meno,
che presto però l'avrebbe condizionata anche nella vita di tutti
i giorni. Con Marco riuscì a continuare il rapporto SM, lo
migliorò e lo condusse ad un livello tale che ormai l'uomo non
riusciva a sottrarsi a nessun gioco che gli veniva imposto dalla sua
Padrona. Lui le confessò che non l'aveva mai amata come da
quando lei lo trattava a quel modo e confessò la sua natura
masochista in tutta serenità. Camilla lo usò fino in
fondo, come zerbino, schiavo tuttofare, oggetto, e persino come water.
Un giorno convocò sia Marco che Ezio ad una seduta "a tre",senza
dire nulla a nessuno dei due. Disse a Marco di aspettarlo a casa sua
per le sette di sera e gli impose di aspettarla inginocchiato nel
salotto indossando una maschera di cuoio che gli impediva di vedere. A
Ezio disse che voleva dominarlo nella casa del suo compagno, mentre
Marco era fuori città per lavoro. Così, si recarono
Camilla e Ezio a casa di Marco e lei condusse il ragazzo nella camera
da letto, minacciandolo di non aprir bocca fino a che lei non gli
avrebbe chiesto qualcosa. Mise a Ezio un guinzaglio al collo ed anche
per lui comparì una maschera di cuoio (ormai Camilla si era
fatta comprare vari strumenti e abbigliamento SM dai suoi schiavi).
Condusse Ezio a quattro zampe nel salotto e lo fece avvicinare a Marco,
sempre inginocchiato. Camilla fece alzare in piedi Ezio, gli
attaccò un collare borchiato con anelli e ad esso attaccò
il guinzaglio di Ezio, facendo passare la catena dal collo di Marco,
passando per il petto, l'inguine e raggiungendo il collo di Ezio. In
pratica, quest'ultimo si trovò con il naso tra le natiche
dell'amico schiavo e fu costretto a tirare fuori la lingua ed a leccare
il solco. Ezio capì che non era il sedere di Camilla, ma non
osò non proseguire nell'operazione. Anche Marco intuì la
presenza di una terza persona: mai Camilla si sarebbe permessa di
leccare il suo culo! La frusta fece la sua comparsa tra le mani di
Camilla e si abbatté sui corpi dei due schiavi. Qualche minuto
più tardi, la posizione fu invertita: Ezio in piedi e Marco in
ginocchio, ma questa volta, al secondo toccò prendere in bocca
il sesso del primo. Marco rimase un po' schifato dalla cosa, ma Camilla
lo convinse a suon di colpi con un frustino rigido. In più, si
aggiunsero per entrambi delle mollette ai capezzoli. Camilla, presa
dall'eccitazione, indossò un fallo artificiale sostenuto da
cinture di cuoio e con quello prese a sodomizzare il povero Marco. Come
se non bastasse, il sadismo e la dominazione della donna si spinsero
oltre: il frustino tornò nelle sue mani per continuare ad
arrossare la schiena di Marco ed il petto ed i fianchi di Ezio. Camilla
separò poi i due uomini e legò strettamente i testicoli
di entrambi con delle corde sottili, mentre la tortura veniva aumentata
da alcune mollette con pesi attaccate sempre ai testicoli degli
schiavi. Per godere, Camilla si sdraiò comodamente sul divano e
si fece leccare da Ezio, mentre a Marco fu imposto di inculare l'amico
schiavo. Durante l'operazione, la donna aumentò la sofferenza
dei due uomini attaccando loro altre mollette ai capezzoli. Le mollette
erano di quelle dure, con le punte in acciaio e seghettate, che
penetrano la carne. Con tutto questo sadismo e consapevolezza di
dominazione, Camilla godette sulla sofferenza e sull'inferiorità
dei suoi due vermiciattoli. A lungo andare Camilla si stancò dei
suoi due schiavi, anche se per Ezio sentiva un legame particolare: in
fondo era stato lui che le aveva fatto scoprire le delizie della
dominazione e a lui doveva qualcosa. Ma lei sentiva il bisogno di
andare sempre oltre, di sperimentare nuovi schiavi, o perché no?
nuove schiave, per accentuare il suo dominio sulle persone. E inoltre
avrebbe voluto godere anche dell'abbandono di due vermi da parte di un
essere superiore quale era lei. Voleva godere del suo sadismo fino in
fondo, voleva vedere le reazioni dei suoi due schiavi allorquando lei
gli avrebbe detto che non li voleva più, che si era stufata di
loro. A casa di Marco, in una festa con amici, conobbe il conte
Antonio, gran bell'uomo nonché personaggio di spicco della
società e ricchissimo. Per Camilla era una preda da non lasciar
scappare e per lei fu naturale avvicinarlo. Lui era sposato con una
bella donna, ma il fascino di Camilla non lo lasciò
indifferente. "Caro conte, come sta?"
"Molto bene mia cara. E lei? Sbaglio, o ci siamo già visti?"
"Sì, siamo andati a cena insieme una volta. C'era parecchia
gente..." "Già, ma ora ricordo. E d'altronde non potrei
dimenticare una bellezza come la sua..".
"Ne ero certa. Ed ora la pensa ancora allo stesso modo?"
"Certo, la trovo semplicemente fantastica".
"E sua moglie non è gelosa?" "Molto. Ma stiamo solo parlando..."
"Perché, non le piacerebbe fare dell'altro con me?"
"Beh, sa, devo mantenere una certa riservatezza visto il mio prestigio
nella società. Di solito, appena faccio qualcosa al di fuori
delle righe, lo vengono a sapere tutti".
"Ma visto il suo ruolo di prestigio potrebbe anche fare ciò che
le aggrada senza preoccuparsi troppo..." "Lo so, ma mi viene difficile.
Lei sa quanto sia importante l'immagine pubblica al giorno d'oggi".
"E lei rinuncerebbe ad alcune delizie per questo?"
"Che tipo di delizie?" "Chi lo sa, potrebbe scoprirlo da solo..."
Con un sorrisino ed un’occhiata che non lasciavano dubbi e
perplessità sul futuro, Camilla si allontanò da lui,
consapevole di aver fatto colpo sul bel conte. La conferma
arrivò qualche giorno dopo, quando arrivò una telefonata
dal conte Antonio, che invitava Camilla per una serata intima. Il conte
trovò una scusa per la moglie, uscì di casa senza autista
e portò Camilla in giro in macchina, l'unico modo per non farsi
beccare da qualche paparazzo o occhio indiscreto nei ristoranti o
locali. Il conte era già in suo possesso.
"Senta, Camilla, glielo confesso, lei mi fa impazzire, mi eccita da
morire. Non vorrei sembrarle sfacciato, ma ho un gran desiderio di
possederla".
"Come è materiale, conte. Non pensa piuttosto a qualcosa di
più poetico?" "Farò tutto quello che vuole, ma è
solo che per lei sento un'emozione che non ho mai provato per altre
donne, compresa mia moglie. Sento un feeling particolare nei suoi
confronti e non riesco a nasconderglielo".
"Lei conte, non sa che ho certe esigenze..."
"Sono qui per soddisfargliele, lo prometto. Le chiedo solo il rispetto
verso la mia dignità di uomo". "Lo sa che invece io sono
un'esperta nell' annullare questa dignità?" "E come?"
"Umiliando l'uomo, ridicolizzandolo, annullandolo nella sua
virilità per trame godimento da me"
"Lei è un po' sadica..." Camilla allungò una mano sulla
coscia del conte, le dita alla ricerca del sesso dell’uomo.
"Caro conte, tolga pure quell' "un po'"..." "Le piace dunque
sottomettere gli uomini?"
"Adoro sottomettere gli uomini, prego". "E lo fa per soldi?"
"Ehi, non sono una meretrice! Provo piacere nel farlo ed ora trovo che
per me possa essere stimolante avere un bel conte come lei sotto i miei
piedi".
"Ma io la desidero ardentemente". "E vedrà che in qualità
di mio schiavo questo suo desiderio aumenterà come non le
è mai capitato". "Come fa ad esserne così sicura?"
"Perché sento dalla sua eccitazione che l'argomento non la sta
disgustando, anzi". La sensualità di Camilla venne fuori
all'istante: mentre la mano proseguì nella titillazione del
sesso del conte, l'altra si occupò dei capezzoli, con delle
piccole strizzatine. "Le prometto, conte, che non si pentirà di
questo". "Oh, Dio, lei è diabolica..." "Lei non sa quanto. Ma
deve concedersi a me. Le assicuro il massimo rispetto per la sua vita
nella società e le dico che lei deve fidarsi ciecamente di me.
Accetta?" "Come faccio a rifiutarmi in queste condizioni?" "Semplice,
non lo faccia".
Invitò il conte nell'appartamento che Camilla teneva a
disposizione per i suoi giochetti particolari. La donna era ormai nelle
condizioni di poter aver a disposizione delle attrezzature o degli
indumenti adatti ad azioni S/M in ogni luogo strategico: in questo
appartamento aveva allestito una vera e propria stanza delle torture,
nella villa di Marco aveva a disposizione un armadio degno del migliore
feticista e nell'appartamento di Ezio teneva qualche scorta per le
voglie improvvise.
Camilla portò il conte nell'appartamento, ma senza farlo
accedere subito nella stanza delle torture: doveva condurlo per gradi
verso il più basso livello di schiavitù e non aveva
alcuna intenzione di traumatizzarlo. Era una preda troppo preziosa per
rischiare mosse azzardate! Si fece togliere il cappotto dal conte e
mostrò verso di lui la massima gentilezza, dedicandogli tenere
effusioni che lo portarono ad un alto grado di eccitazione: "Oh,
Camilla, la prego, non resisto più. Si faccia possedere".
"Quanta fretta ha questo conte. Piuttosto, non le andrebbe qualche
giochino come introduzione?" "Faccia di me ciò che vuole".
"È pericoloso donarsi in questo modo ad una donna come me, non
lo sa?" "Le giuro che in questo momento potrei soddisfare ogni suo
capriccio". "Meglio così. Un capriccio ce l'avrei già
pronto: che ne dice di spogliarsi e di farsi legare i polsi dietro la
schiena, tanto per cominciare?" "Per lei questo ed altro..." Camilla
attese che il conte si fosse spogliato completamente, prese un paio di
manette e con quelle gli serrò i polsi dietro la schiena,
facendolo inginocchiare. Gli si pose davanti, sedendosi sul divano.
Incrociò le gambe e lo fissò con fare sensuale. Lui
crepava dalla voglia di possederla o almeno di farsi toccare, ma lei
proseguì nel suo atteggiamento indifferente. Con la punta di una
scarpa accarezzò i testicoli del conte, poi percorse la
lunghezza del membro eretto e paonazzo. Fu quindi il turno del tacco,
che graffiò la pelle del sesso dell'uomo. Il conte non si
ritrasse affatto ed anzi, cercò lui stesso il contatto con quel
piede divino. Lei proseguì con quelle titillazioni, dando una
serie di calcetti sugli ammennicoli del conte, tanto per tenerlo nella
giusta tensione tra piacere e dolore. La scarpa si mosse con
raffinatezza verso l'inguine, poi raggiunse l'addome e salì
verso il petto, soffermando la pressione del tacco a spillo sui
capezzoli. Appoggiò entrambi i piedi sulle spalle del conte ed
iniziò una lenta masturbazione al suo clitoride già
turgido ed umido. Camilla fissò lo sguardo dritto negli occhi
del conte, che ricambiò con espressione voluttuosa ed allo
stesso tempo servizievole: l'uomo era ormai nelle sue mani, consapevole
o meno del suo masochismo. Si fece legare al letto con gli arti a
croce, acconsentendo ad un altro capriccio di Camilla. Questa gli mise
un preservativo e si fece penetrare: non è che lo desiderasse
molto, ma per introdurre nel miglior modo il conte verso la strada che
lo avrebbe condotto alla sottomissione nei suoi confronti, trovò
che eccitarlo sessualmente le avrebbe facilitato il compito. Camilla
diede inizio alla galoppata e pensò che questa avrebbe aiutato
il conte a sopportare il dolore che di lì a poco gli avrebbe
provocato, ma soprattutto per trasformare questo dolore in piacere. Gli
attaccò due mollette ai capezzoli, del tipo più morbido:
il conte reagì bene, nonostante fosse la prima volta che provava
una tale sensazione. Le sue smorfie lasciavano intendere il dolore, ma
era pur chiaro che non fece né disse nulla per porre fine a quel
dolore. Il desiderio era troppo forte per il conte che ormai era vicino
a godere. Camilla rallentò il ritmo, fino a fermarlo. "Che fa,
Camilla?! La prego, continui, sto per godere!"
Camilla non disse nulla. Rimase immobile, dando qualche colpetto,
continuando il gioco crudele. Il conte cominciò a piangere: era
troppo il suo bisogno di eiaculare che i nervi gli cedettero. Con tutta
la forza che riuscì a trovare, mosse le anche e ricreò il
ritmo del coito, trovando finalmente l'orgasmo così a lungo
represso.
Camilla si alzò e andò nel bagno per lavarsi e rimettersi
in sesto, lasciando il conte nella posizione scomoda e non
preoccupandosi affatto di lui. Fece tranquillamente i suoi comodi e poi
tornò nella stanza da letto.
"Oh, Camilla, finalmente. La prego, mi sleghi, devo lavarmi".
La donna si sedette al suo fianco, allungò una mano verso il suo
petto e staccò piano le mollette ancora attaccate ai capezzoli
dell'uomo. Questi lanciò un urlo per l'improvviso ricircolo del
sangue, ma Camilla non ebbe alcuna pietà, rispose con un sorriso
sarcastico. Impugnò il membro dell'uomo e riprese a masturbarlo
lentamente.
"Dimmi, caro, ti eccito molto, vero?" "Oh, sì, da morire".
"E cosa saresti disposto a fare per me?" "Tutto quello che vuoi". Il
conte tornò ad eccitarsi sotto i trattamenti esperti di Camilla.
"Diventeresti persino il mio schiavo?" "Dipende da cosa intendi". "Uno
schiavo è uno schiavo, che va trattato come tale. Uno schiavo
corre quando la Padrona chiama, obbedisce ad ogni ordine, è
felice quando lei lo usa come zerbino o lo punisce per i suoi
errori...Insomma si deve mettere completamente nelle mani della sua
Padrona..". "Ma lo sai che ho una posizione da tenere...".
"Innanzitutto non ti ho dato il permesso di darmi del 'tu'. Quindi
continua pure a darmi del 'lei'. Uno schiavo deve rispettare la sua
Padrona come essere superiore. Io posso permettermi di darti del 'tu'
perché tu sei inferiore e non devo mostrare alcun rispetto verso
di te. Al contrario uno schiavo come te deve rivolgersi a me come un
suddito verso la sua regina, come un devoto verso il suo Dio. Intesi?"
"Sì, Camilla, come vuole lei". "Allora, vuoi avere l'onore di
diventare
mio schiavo?" "Cosa dovrei fare?"
"Diciamo che ti lascio vivere la tua vita da conte in tutta
libertà, ma quando ci troviamo io e te da soli allora
dimenticherai il tuo nobile titolo e lo concederai a me. Tu diventerai
un plebeo, un servo e ti tratterò come mi pare. Ti aggrada
l'idea?" "Non so, posso pensarci?" "D'accordo. Peccato, però,
avevo in mente di regalarti un altro orgasmo se mi avessi risposto
subito, ma visto che preferisci aspettare, aspetterò anch'io a
farti godere di nuovo..."
Ciò detto, Camilla liberò il conte, gli permise di
andarsi a lavare e lo congedò: "Appena hai deciso sul da farsi,
chiamami al cellulare e potremo rivederci. In caso contrario, diciamoci
pure addio". Passarono soltanto due giorni ed il conte si rifece vivo
con Camilla: "Ho preso la mia decisione. Voglio diventare suo schiavo,
non ce la faccio senza di lei... è semplicemente fantastica".
"Ero sicura della tua decisione". "Lei è diabolica, spero di non
dovermi pentire..."
"Perché dovrebbe? Non mi pare che ciò che abbiamo fatto
la volta scorsa le sia dispiaciuto".
"Solo le raccomando la privacy". "Contaci, stupido".
"Possiamo vederci? Non resisto più". "Chiariamoci subito: questa
è la prima e l'ultima volta che mi chiedi qualcosa. D'ora in
avanti sarò io a fare le domande e a prendere l'iniziativa.
Siamo intesi, schiavo?"
"Sì, Camilla, mi scusi".
"Chiamami pure 'Padrona'. Devi prendere confidenza con questo
appellativo quando ti rivolgi a me". "Sì... Padrona".
"Bravo. Vieni nell'appartamento dell'altro giorno domani alle nove di
sera. Fino ad allora ti proibisco di masturbarti o di godere. Ciao".
Puntualissimo, il conte arrivò da Camilla l'indomani sera. Lei
lo denudò e lo condusse a quattro zampe e per mezzo di un
guinzaglio, nella famosa stanza delle torture. Ormai lui aveva
accettato di essere suo schiavo ed era pronto ad esserlo in toto.
Seduta comodamente sulla poltrona, Camilla impose al conte Antonio di
baciarle gli stivali lucidi che la donna indossò per il suo
completo da Padrona: oltre alle calzature, aveva un body di vinile
lucido, guanti dello stesso materiale e cappello di cuoio stile
poliziotto. L'uomo non rifiutò l'invito e prese a baciare gli
stivali, anche se in maniera buffa e goffa. La prima staffilata si
abbatté sulla schiena del conte: "Cosa stai facendo? Ti sembra
questo il modo di rendere omaggio alla tua Padrona? Devi metterci
più devozione e più amore nel farlo e vedi di usare anche
la lingua, se non vuoi che ti frusti fino a domani mattina!"
Il conte leccò avidamente la tomaia degli stivali e percorse
tutta la lunghezza delle calzature. Camilla gli porse il tacco,
avvicinandoglielo alle labbra. Il conte la guardò temendo che
quella donna terribile potesse chiedergli di prendere in bocca anche il
tacco. Per lui appariva un gesto un po' senza senso e troppo umiliante.
Ma Camilla non rinunciò a questa piacevole sensazione per
pietà verso l'uomo.
"Beh? Che aspetti? Succhiami il tacco, subito! Ti ho già detto
che devi soddisfare ogni mio capriccio e lo devi fare con il massimo
della devozione! Che schiavo sei, se non riesci ad accontentare la tua
Padrona?"
Il conte si buttò sul tacco e lo succhiò come un piccolo
cazzo. La donna glielo spinse fino in gola, muovendoglielo simulando
una penetrazione sessuale. Poi si alzò e lo condusse al centro
della stanza, dove lo attendevano dei legacci pendenti dal soffitto. A
quelli furono legati i suoi polsi, mentre le gambe furono divaricate da
una barra le cui estremità vennero attaccate alle sue caviglie.
In completa balìa della donna, questa volta il conte
provò una vera paura. Ora quella donna stupenda avrebbe potuto
fargli ciò che voleva e lui non avrebbe potuto proteggersi o
rifiutarsi. Con un gatto a nove code, Camilla lo percosse in tutto il
corpo, arrossandoglielo, come se si fosse messo nudo sotto il sole per
qualche ora. Lui si lamentò e alla fine si abbandonò al
pianto, chiedendo pietà. "Come osi chiedere pietà! Mi hai
fatto arrabbiare più di una volta ed ora meriti la giusta
punizione! Le frustate non te le do' soltanto perché mi
procurano piacere, ma anche per punirti. Hai osato darmi del tu, non
hai accettato subito di essere mio schiavo e hai temporeggiato quando
ti ho dato il mio tacco da succhiare. Queste le ritengo delle gravi
mancanze ed è solo perché sei inesperto che non ho usato
il frustino rigido! A quest'ora urleresti come una bestia. Invece di
chiedere pietà, dovresti chiedermi scusa per i tuoi errori.
Avanti, chiedimi scusa..." "Chiedo scusa, Padrona, mi perdoni". .
"Ancora".
"Scusi Padrona, scusi..." "Ti pare che tu possa essere scusato dopo
quello che hai fatto?" "Non so, signora..." "Sì che lo sai,
dillo". "No, non posso essere scusato." "E allora cosa facciamo per
porre rimedio?"
"Non lo so, le chiedo perdono..." "Non basta mica. Potresti invece
provare ringraziandomi dell'educazione che sto cercando di insegnarti".
"La ringrazio, Padrona". "..E magari chiedermi di punirti ancora per
redimerti dai tuoi peccati..".
"La prego, pietà, non resisto". "Di nuovo con questa
pietà.Ti sembra dì essere nelle condizioni per chiederla
ed ottenerla?" "No signora..."
"E allora cosa posso fare per educarti come si deve?"
Il conte scoppiò in lacrime: "Mi punisca, Padrona, mi punisca!
Sono un incapace e merito soltanto la sua frusta!" "Oh, bravo,
finalmente! Allora vuoi che ti frusti ancora un po'" "Sì,
Padrona, lo faccia. Mi permetta di farmi perdonare in questo modo".
"Beh, allora, se lo vuoi tu con c'è più gusto per me".
Camilla slegò il conte, che cadde letteralmente a terra,
distrutto nel fisico, ma soprattutto a livello psicologico. Piangendo
come un bambino leccò gli stivali di Camilla e continuò a
chiedere perdono. Fu il segnale per la Padrona: il conte era suo e non
l'avrebbe più lasciata. Anzi, avrebbe fatto di tutto per stare
con lei. Camilla rise, soddisfatta della sua superiorità e della
sua capacità dì aver ridotto in quelle condizioni il
conte Antonio. Sarebbe diventato suo, e tutto ciò che era del
conte, sarebbe diventato anche SUO. Si rividero ancora, e poi ancora,
sempre nelle vesti di schiavo e Padrona, in un rapporto, questo, che si
rinsaldava sempre di più. Per Camilla c'era comunque un conto in
sospeso: cosa farsene degli altri due schiavi, Ezio e Marco? Prese una
decisione: far fuori dalla sua vita Marco e tenere Ezio, sia
perché il ragazzo le piaceva parecchio, sia perché era in
debito con lui, dopo le scoperte che avevano fatto insieme. Decise,
dunque, di vedere Marco per dirgli addio alla sua maniera. Glielo disse
senza tergiversare e gli impose di donare a lei l’appartamento con la
stanza delle torture (e dove viveva attualmente Camilla).
Marco si disperò e le tentò tutte pur di non perderla. Ma
ormai Camilla era decisa: "Sono proprio stufa di te, anche se non ti
nascondo che mi sono divertita parecchio con te come schiavetto.
Però, da vera Padrona, ho bisogno di cambiare e non saranno
certo le tue lacrimucce a farmi cambiare idea. Tu per me sei diventato
un oggetto del quale ho deciso di disfarmi. Fai come ti ho detto per il
resto, credo proprio che tu me lo debba, dopo quello che ho fatto per
te".
"E se mi rifiutassi di farlo?" "Ti ricordi che abbiamo fatto delle foto
insieme e addirittura una ripresa con la telecamera? Beh, se continui a
ricordare saprai bene che ho tenuto tutto io e che al-l'occorrenza il
materiale potrebbe essere reso pubblico..." "L'hai pensata bene..."
"Ovviamente. E non cercare azioni manesche o violente dopo che ti ho
abbandonato: sono gesti abbietti e meschini che non cambierebbero la
tua situazione. Per farti un ultimo regalo, ti concederò
comunque di leccarmi per l'ultima volta i piedi. Ti va l'idea? Lo vuoi
dare l'ultimo saluto alla tua splendida Padrona?" Triste, ma ormai ben
addestrato: "Sì, Padrona, grazie di tutto..." Per mettere la
ciliegina sulla torta, ecco che mancava per Camilla l'ultima e
definitiva mossa: sposare il conte. Durante una seduta di torture,
abbigliata a dovere ed autoritaria al punto giusto, glielo impose.
"Caro schiavetto, ti manca un'ultima cosa per dimostrare la tua grande
devozione nei miei confronti: voglio che mi sposi". "Oh, no, Padrona,
non mi costringa a fare questo..."
"Come no? In fondo con tua moglie conduci una vita molto piatta e priva
di emozioni. Pensa invece a quanto possa essere bello per te tornare a
casa e trovarmi abbigliata così, pronta a schiavizzarti un po'.
Diventeresti il mio domestico ed il mìo schiavo per tutta la
vita". "La prego..."
"Va bene, ti lascio pensare. Ma dovrai farlo mentre ti frusto sulle
chiappe. Ti aiuterà nella scelta. Ti ricordo che io, a seconda
della tua risposta, mi comporterò di conseguenza..."
"La prego, mi dia qualche giorno..." Camilla non rispose e prese a
fustigarlo con forza brutale sulle chiappe. "La prego, Padrona, non mi
costringa a fare questo".
"Invece di parlare per dire cazzate, dammi una risposta. Io
contìnuo fino a che non mi dai una risposta positiva o negativa,
ma la risposta la voglio adesso. Sappi che quello che dici diventa
irrevocabile". Dopo due minuti di ininterrotti colpi, il conte cedette:
"Va bene, le rispondo. Chiederò il divorzio da mia moglie!"
"Così va meglio. Ma lo devi fare subito, domani mattina,
intesi?" "Sì Padrona".
"Bravo e ringraziami della possibilità che ti do".
"Grazie Padrona".
Il conte chiese subito il divorzio, tra la disperazione della moglie o
lo stupore dell'opinione pubblica. Lui rispose che si era follemente
innamorato di una ragazza e che l'avrebbe sposata non appena il
divorzio fosse stato regolarizzato dai tempi burocratici. Qualche anno
dopo, sposò Camilla...
Ora Camilla è diventata una contessa, anzi, La Contessa, che
tutto può sul marito e sugli schiavi di passaggio che capitano
sotto le sue grinfie. Ha ridotto il marito ad uno straccio di uomo,
rispettato e temuto sul lavoro, ridicolizzato ed umiliato
nell'intimità. In casa non c'è più la
servitù a pagamento: bastano il conte ed un'altra
ragazza-schiava che La Contessa ha voluto per sé. I due sono
pronti a correre ad ogni Suo gesto e a soddisfare anche il più
piccolo capriccio. Lei, l'unica e affascinante Contessa.
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