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Le piace dominare parte 2
Per Camilla ebbe dunque inizio una nuova vita, sessuale per lo meno, che presto però l'avrebbe condizionata anche nella vita di tutti i giorni. Con Marco riuscì a continuare il rapporto SM, lo migliorò e lo condusse ad un livello tale che ormai l'uomo non riusciva a sottrarsi a nessun gioco che gli veniva imposto dalla sua Padrona. Lui le confessò che non l'aveva mai amata come da quando lei lo trattava a quel modo e confessò la sua natura masochista in tutta serenità. Camilla lo usò fino in fondo, come zerbino, schiavo tuttofare, oggetto, e persino come water. Un giorno convocò sia Marco che Ezio ad una seduta "a tre",senza dire nulla a nessuno dei due. Disse a Marco di aspettarlo a casa sua per le sette di sera e gli impose di aspettarla inginocchiato nel salotto indossando una maschera di cuoio che gli impediva di vedere. A Ezio disse che voleva dominarlo nella casa del suo compagno, mentre Marco era fuori città per lavoro. Così, si recarono Camilla e Ezio a casa di Marco e lei condusse il ragazzo nella camera da letto, minacciandolo di non aprir bocca fino a che lei non gli avrebbe chiesto qualcosa. Mise a Ezio un guinzaglio al collo ed anche per lui comparì una maschera di cuoio (ormai Camilla si era fatta comprare vari strumenti e abbigliamento SM dai suoi schiavi). Condusse Ezio a quattro zampe nel salotto e lo fece avvicinare a Marco, sempre inginocchiato. Camilla fece alzare in piedi Ezio, gli attaccò un collare borchiato con anelli e ad esso attaccò il guinzaglio di Ezio, facendo passare la catena dal collo di Marco, passando per il petto, l'inguine e raggiungendo il collo di Ezio. In pratica, quest'ultimo si trovò con il naso tra le natiche dell'amico schiavo e fu costretto a tirare fuori la lingua ed a leccare il solco. Ezio capì che non era il sedere di Camilla, ma non osò non proseguire nell'operazione. Anche Marco intuì la presenza di una terza persona: mai Camilla si sarebbe permessa di leccare il suo culo! La frusta fece la sua comparsa tra le mani di Camilla e si abbatté sui corpi dei due schiavi. Qualche minuto più tardi, la posizione fu invertita: Ezio in piedi e Marco in ginocchio, ma questa volta, al secondo toccò prendere in bocca il sesso del primo. Marco rimase un po' schifato dalla cosa, ma Camilla lo convinse a suon di colpi con un frustino rigido. In più, si aggiunsero per entrambi delle mollette ai capezzoli. Camilla, presa dall'eccitazione, indossò un fallo artificiale sostenuto da cinture di cuoio e con quello prese a sodomizzare il povero Marco. Come se non bastasse, il sadismo e la dominazione della donna si spinsero oltre: il frustino tornò nelle sue mani per continuare ad arrossare la schiena di Marco ed il petto ed i fianchi di Ezio. Camilla separò poi i due uomini e legò strettamente i testicoli di entrambi con delle corde sottili, mentre la tortura veniva aumentata da alcune mollette con pesi attaccate sempre ai testicoli degli schiavi. Per godere, Camilla si sdraiò comodamente sul divano e si fece leccare da Ezio, mentre a Marco fu imposto di inculare l'amico schiavo. Durante l'operazione, la donna aumentò la sofferenza dei due uomini attaccando loro altre mollette ai capezzoli. Le mollette erano di quelle dure, con le punte in acciaio e seghettate, che penetrano la carne. Con tutto questo sadismo e consapevolezza di dominazione, Camilla godette sulla sofferenza e sull'inferiorità dei suoi due vermiciattoli. A lungo andare Camilla si stancò dei suoi due schiavi, anche se per Ezio sentiva un legame particolare: in fondo era stato lui che le aveva fatto scoprire le delizie della dominazione e a lui doveva qualcosa. Ma lei sentiva il bisogno di andare sempre oltre, di sperimentare nuovi schiavi, o perché no? nuove schiave, per accentuare il suo dominio sulle persone. E inoltre avrebbe voluto godere anche dell'abbandono di due vermi da parte di un essere superiore quale era lei. Voleva godere del suo sadismo fino in fondo, voleva vedere le reazioni dei suoi due schiavi allorquando lei gli avrebbe detto che non li voleva più, che si era stufata di loro. A casa di Marco, in una festa con amici, conobbe il conte Antonio, gran bell'uomo nonché personaggio di spicco della società e ricchissimo. Per Camilla era una preda da non lasciar scappare e per lei fu naturale avvicinarlo. Lui era sposato con una bella donna, ma il fascino di Camilla non lo lasciò indifferente. "Caro conte, come sta?" "Molto bene mia cara. E lei? Sbaglio, o ci siamo già visti?" "Sì, siamo andati a cena insieme una volta. C'era parecchia gente..." "Già, ma ora ricordo. E d'altronde non potrei dimenticare una bellezza come la sua..". "Ne ero certa. Ed ora la pensa ancora allo stesso modo?" "Certo, la trovo semplicemente fantastica". "E sua moglie non è gelosa?" "Molto. Ma stiamo solo parlando..." "Perché, non le piacerebbe fare dell'altro con me?" "Beh, sa, devo mantenere una certa riservatezza visto il mio prestigio nella società. Di solito, appena faccio qualcosa al di fuori delle righe, lo vengono a sapere tutti". "Ma visto il suo ruolo di prestigio potrebbe anche fare ciò che le aggrada senza preoccuparsi troppo..." "Lo so, ma mi viene difficile. Lei sa quanto sia importante l'immagine pubblica al giorno d'oggi". "E lei rinuncerebbe ad alcune delizie per questo?" "Che tipo di delizie?" "Chi lo sa, potrebbe scoprirlo da solo..." Con un sorrisino ed un’occhiata che non lasciavano dubbi e perplessità sul futuro, Camilla si allontanò da lui, consapevole di aver fatto colpo sul bel conte. La conferma arrivò qualche giorno dopo, quando arrivò una telefonata dal conte Antonio, che invitava Camilla per una serata intima. Il conte trovò una scusa per la moglie, uscì di casa senza autista e portò Camilla in giro in macchina, l'unico modo per non farsi beccare da qualche paparazzo o occhio indiscreto nei ristoranti o locali. Il conte era già in suo possesso. "Senta, Camilla, glielo confesso, lei mi fa impazzire, mi eccita da morire. Non vorrei sembrarle sfacciato, ma ho un gran desiderio di possederla". "Come è materiale, conte. Non pensa piuttosto a qualcosa di più poetico?" "Farò tutto quello che vuole, ma è solo che per lei sento un'emozione che non ho mai provato per altre donne, compresa mia moglie. Sento un feeling particolare nei suoi confronti e non riesco a nasconderglielo". "Lei conte, non sa che ho certe esigenze..." "Sono qui per soddisfargliele, lo prometto. Le chiedo solo il rispetto verso la mia dignità di uomo". "Lo sa che invece io sono un'esperta nell' annullare questa dignità?" "E come?" "Umiliando l'uomo, ridicolizzandolo, annullandolo nella sua virilità per trame godimento da me" "Lei è un po' sadica..." Camilla allungò una mano sulla coscia del conte, le dita alla ricerca del sesso dell’uomo. "Caro conte, tolga pure quell' "un po'"..." "Le piace dunque sottomettere gli uomini?" "Adoro sottomettere gli uomini, prego". "E lo fa per soldi?" "Ehi, non sono una meretrice! Provo piacere nel farlo ed ora trovo che per me possa essere stimolante avere un bel conte come lei sotto i miei piedi". "Ma io la desidero ardentemente". "E vedrà che in qualità di mio schiavo questo suo desiderio aumenterà come non le è mai capitato". "Come fa ad esserne così sicura?" "Perché sento dalla sua eccitazione che l'argomento non la sta disgustando, anzi". La sensualità di Camilla venne fuori all'istante: mentre la mano proseguì nella titillazione del sesso del conte, l'altra si occupò dei capezzoli, con delle piccole strizzatine. "Le prometto, conte, che non si pentirà di questo". "Oh, Dio, lei è diabolica..." "Lei non sa quanto. Ma deve concedersi a me. Le assicuro il massimo rispetto per la sua vita nella società e le dico che lei deve fidarsi ciecamente di me. Accetta?" "Come faccio a rifiutarmi in queste condizioni?" "Semplice, non lo faccia". Invitò il conte nell'appartamento che Camilla teneva a disposizione per i suoi giochetti particolari. La donna era ormai nelle condizioni di poter aver a disposizione delle attrezzature o degli indumenti adatti ad azioni S/M in ogni luogo strategico: in questo appartamento aveva allestito una vera e propria stanza delle torture, nella villa di Marco aveva a disposizione un armadio degno del migliore feticista e nell'appartamento di Ezio teneva qualche scorta per le voglie improvvise. Camilla portò il conte nell'appartamento, ma senza farlo accedere subito nella stanza delle torture: doveva condurlo per gradi verso il più basso livello di schiavitù e non aveva alcuna intenzione di traumatizzarlo. Era una preda troppo preziosa per rischiare mosse azzardate! Si fece togliere il cappotto dal conte e mostrò verso di lui la massima gentilezza, dedicandogli tenere effusioni che lo portarono ad un alto grado di eccitazione: "Oh, Camilla, la prego, non resisto più. Si faccia possedere". "Quanta fretta ha questo conte. Piuttosto, non le andrebbe qualche giochino come introduzione?" "Faccia di me ciò che vuole". "È pericoloso donarsi in questo modo ad una donna come me, non lo sa?" "Le giuro che in questo momento potrei soddisfare ogni suo capriccio". "Meglio così. Un capriccio ce l'avrei già pronto: che ne dice di spogliarsi e di farsi legare i polsi dietro la schiena, tanto per cominciare?" "Per lei questo ed altro..." Camilla attese che il conte si fosse spogliato completamente, prese un paio di manette e con quelle gli serrò i polsi dietro la schiena, facendolo inginocchiare. Gli si pose davanti, sedendosi sul divano. Incrociò le gambe e lo fissò con fare sensuale. Lui crepava dalla voglia di possederla o almeno di farsi toccare, ma lei proseguì nel suo atteggiamento indifferente. Con la punta di una scarpa accarezzò i testicoli del conte, poi percorse la lunghezza del membro eretto e paonazzo. Fu quindi il turno del tacco, che graffiò la pelle del sesso dell'uomo. Il conte non si ritrasse affatto ed anzi, cercò lui stesso il contatto con quel piede divino. Lei proseguì con quelle titillazioni, dando una serie di calcetti sugli ammennicoli del conte, tanto per tenerlo nella giusta tensione tra piacere e dolore. La scarpa si mosse con raffinatezza verso l'inguine, poi raggiunse l'addome e salì verso il petto, soffermando la pressione del tacco a spillo sui capezzoli. Appoggiò entrambi i piedi sulle spalle del conte ed iniziò una lenta masturbazione al suo clitoride già turgido ed umido. Camilla fissò lo sguardo dritto negli occhi del conte, che ricambiò con espressione voluttuosa ed allo stesso tempo servizievole: l'uomo era ormai nelle sue mani, consapevole o meno del suo masochismo. Si fece legare al letto con gli arti a croce, acconsentendo ad un altro capriccio di Camilla. Questa gli mise un preservativo e si fece penetrare: non è che lo desiderasse molto, ma per introdurre nel miglior modo il conte verso la strada che lo avrebbe condotto alla sottomissione nei suoi confronti, trovò che eccitarlo sessualmente le avrebbe facilitato il compito. Camilla diede inizio alla galoppata e pensò che questa avrebbe aiutato il conte a sopportare il dolore che di lì a poco gli avrebbe provocato, ma soprattutto per trasformare questo dolore in piacere. Gli attaccò due mollette ai capezzoli, del tipo più morbido: il conte reagì bene, nonostante fosse la prima volta che provava una tale sensazione. Le sue smorfie lasciavano intendere il dolore, ma era pur chiaro che non fece né disse nulla per porre fine a quel dolore. Il desiderio era troppo forte per il conte che ormai era vicino a godere. Camilla rallentò il ritmo, fino a fermarlo. "Che fa, Camilla?! La prego, continui, sto per godere!" Camilla non disse nulla. Rimase immobile, dando qualche colpetto, continuando il gioco crudele. Il conte cominciò a piangere: era troppo il suo bisogno di eiaculare che i nervi gli cedettero. Con tutta la forza che riuscì a trovare, mosse le anche e ricreò il ritmo del coito, trovando finalmente l'orgasmo così a lungo represso. Camilla si alzò e andò nel bagno per lavarsi e rimettersi in sesto, lasciando il conte nella posizione scomoda e non preoccupandosi affatto di lui. Fece tranquillamente i suoi comodi e poi tornò nella stanza da letto. "Oh, Camilla, finalmente. La prego, mi sleghi, devo lavarmi". La donna si sedette al suo fianco, allungò una mano verso il suo petto e staccò piano le mollette ancora attaccate ai capezzoli dell'uomo. Questi lanciò un urlo per l'improvviso ricircolo del sangue, ma Camilla non ebbe alcuna pietà, rispose con un sorriso sarcastico. Impugnò il membro dell'uomo e riprese a masturbarlo lentamente. "Dimmi, caro, ti eccito molto, vero?" "Oh, sì, da morire". "E cosa saresti disposto a fare per me?" "Tutto quello che vuoi". Il conte tornò ad eccitarsi sotto i trattamenti esperti di Camilla. "Diventeresti persino il mio schiavo?" "Dipende da cosa intendi". "Uno schiavo è uno schiavo, che va trattato come tale. Uno schiavo corre quando la Padrona chiama, obbedisce ad ogni ordine, è felice quando lei lo usa come zerbino o lo punisce per i suoi errori...Insomma si deve mettere completamente nelle mani della sua Padrona..". "Ma lo sai che ho una posizione da tenere...". "Innanzitutto non ti ho dato il permesso di darmi del 'tu'. Quindi continua pure a darmi del 'lei'. Uno schiavo deve rispettare la sua Padrona come essere superiore. Io posso permettermi di darti del 'tu' perché tu sei inferiore e non devo mostrare alcun rispetto verso di te. Al contrario uno schiavo come te deve rivolgersi a me come un suddito verso la sua regina, come un devoto verso il suo Dio. Intesi?" "Sì, Camilla, come vuole lei". "Allora, vuoi avere l'onore di diventare mio schiavo?" "Cosa dovrei fare?" "Diciamo che ti lascio vivere la tua vita da conte in tutta libertà, ma quando ci troviamo io e te da soli allora dimenticherai il tuo nobile titolo e lo concederai a me. Tu diventerai un plebeo, un servo e ti tratterò come mi pare. Ti aggrada l'idea?" "Non so, posso pensarci?" "D'accordo. Peccato, però, avevo in mente di regalarti un altro orgasmo se mi avessi risposto subito, ma visto che preferisci aspettare, aspetterò anch'io a farti godere di nuovo..." Ciò detto, Camilla liberò il conte, gli permise di andarsi a lavare e lo congedò: "Appena hai deciso sul da farsi, chiamami al cellulare e potremo rivederci. In caso contrario, diciamoci pure addio". Passarono soltanto due giorni ed il conte si rifece vivo con Camilla: "Ho preso la mia decisione. Voglio diventare suo schiavo, non ce la faccio senza di lei... è semplicemente fantastica". "Ero sicura della tua decisione". "Lei è diabolica, spero di non dovermi pentire..." "Perché dovrebbe? Non mi pare che ciò che abbiamo fatto la volta scorsa le sia dispiaciuto". "Solo le raccomando la privacy". "Contaci, stupido". "Possiamo vederci? Non resisto più". "Chiariamoci subito: questa è la prima e l'ultima volta che mi chiedi qualcosa. D'ora in avanti sarò io a fare le domande e a prendere l'iniziativa. Siamo intesi, schiavo?" "Sì, Camilla, mi scusi". "Chiamami pure 'Padrona'. Devi prendere confidenza con questo appellativo quando ti rivolgi a me". "Sì... Padrona". "Bravo. Vieni nell'appartamento dell'altro giorno domani alle nove di sera. Fino ad allora ti proibisco di masturbarti o di godere. Ciao". Puntualissimo, il conte arrivò da Camilla l'indomani sera. Lei lo denudò e lo condusse a quattro zampe e per mezzo di un guinzaglio, nella famosa stanza delle torture. Ormai lui aveva accettato di essere suo schiavo ed era pronto ad esserlo in toto. Seduta comodamente sulla poltrona, Camilla impose al conte Antonio di baciarle gli stivali lucidi che la donna indossò per il suo completo da Padrona: oltre alle calzature, aveva un body di vinile lucido, guanti dello stesso materiale e cappello di cuoio stile poliziotto. L'uomo non rifiutò l'invito e prese a baciare gli stivali, anche se in maniera buffa e goffa. La prima staffilata si abbatté sulla schiena del conte: "Cosa stai facendo? Ti sembra questo il modo di rendere omaggio alla tua Padrona? Devi metterci più devozione e più amore nel farlo e vedi di usare anche la lingua, se non vuoi che ti frusti fino a domani mattina!" Il conte leccò avidamente la tomaia degli stivali e percorse tutta la lunghezza delle calzature. Camilla gli porse il tacco, avvicinandoglielo alle labbra. Il conte la guardò temendo che quella donna terribile potesse chiedergli di prendere in bocca anche il tacco. Per lui appariva un gesto un po' senza senso e troppo umiliante. Ma Camilla non rinunciò a questa piacevole sensazione per pietà verso l'uomo. "Beh? Che aspetti? Succhiami il tacco, subito! Ti ho già detto che devi soddisfare ogni mio capriccio e lo devi fare con il massimo della devozione! Che schiavo sei, se non riesci ad accontentare la tua Padrona?" Il conte si buttò sul tacco e lo succhiò come un piccolo cazzo. La donna glielo spinse fino in gola, muovendoglielo simulando una penetrazione sessuale. Poi si alzò e lo condusse al centro della stanza, dove lo attendevano dei legacci pendenti dal soffitto. A quelli furono legati i suoi polsi, mentre le gambe furono divaricate da una barra le cui estremità vennero attaccate alle sue caviglie. In completa balìa della donna, questa volta il conte provò una vera paura. Ora quella donna stupenda avrebbe potuto fargli ciò che voleva e lui non avrebbe potuto proteggersi o rifiutarsi. Con un gatto a nove code, Camilla lo percosse in tutto il corpo, arrossandoglielo, come se si fosse messo nudo sotto il sole per qualche ora. Lui si lamentò e alla fine si abbandonò al pianto, chiedendo pietà. "Come osi chiedere pietà! Mi hai fatto arrabbiare più di una volta ed ora meriti la giusta punizione! Le frustate non te le do' soltanto perché mi procurano piacere, ma anche per punirti. Hai osato darmi del tu, non hai accettato subito di essere mio schiavo e hai temporeggiato quando ti ho dato il mio tacco da succhiare. Queste le ritengo delle gravi mancanze ed è solo perché sei inesperto che non ho usato il frustino rigido! A quest'ora urleresti come una bestia. Invece di chiedere pietà, dovresti chiedermi scusa per i tuoi errori. Avanti, chiedimi scusa..." "Chiedo scusa, Padrona, mi perdoni". . "Ancora". "Scusi Padrona, scusi..." "Ti pare che tu possa essere scusato dopo quello che hai fatto?" "Non so, signora..." "Sì che lo sai, dillo". "No, non posso essere scusato." "E allora cosa facciamo per porre rimedio?" "Non lo so, le chiedo perdono..." "Non basta mica. Potresti invece provare ringraziandomi dell'educazione che sto cercando di insegnarti". "La ringrazio, Padrona". "..E magari chiedermi di punirti ancora per redimerti dai tuoi peccati..". "La prego, pietà, non resisto". "Di nuovo con questa pietà.Ti sembra dì essere nelle condizioni per chiederla ed ottenerla?" "No signora..." "E allora cosa posso fare per educarti come si deve?" Il conte scoppiò in lacrime: "Mi punisca, Padrona, mi punisca! Sono un incapace e merito soltanto la sua frusta!" "Oh, bravo, finalmente! Allora vuoi che ti frusti ancora un po'" "Sì, Padrona, lo faccia. Mi permetta di farmi perdonare in questo modo". "Beh, allora, se lo vuoi tu con c'è più gusto per me". Camilla slegò il conte, che cadde letteralmente a terra, distrutto nel fisico, ma soprattutto a livello psicologico. Piangendo come un bambino leccò gli stivali di Camilla e continuò a chiedere perdono. Fu il segnale per la Padrona: il conte era suo e non l'avrebbe più lasciata. Anzi, avrebbe fatto di tutto per stare con lei. Camilla rise, soddisfatta della sua superiorità e della sua capacità dì aver ridotto in quelle condizioni il conte Antonio. Sarebbe diventato suo, e tutto ciò che era del conte, sarebbe diventato anche SUO. Si rividero ancora, e poi ancora, sempre nelle vesti di schiavo e Padrona, in un rapporto, questo, che si rinsaldava sempre di più. Per Camilla c'era comunque un conto in sospeso: cosa farsene degli altri due schiavi, Ezio e Marco? Prese una decisione: far fuori dalla sua vita Marco e tenere Ezio, sia perché il ragazzo le piaceva parecchio, sia perché era in debito con lui, dopo le scoperte che avevano fatto insieme. Decise, dunque, di vedere Marco per dirgli addio alla sua maniera. Glielo disse senza tergiversare e gli impose di donare a lei l’appartamento con la stanza delle torture (e dove viveva attualmente Camilla). Marco si disperò e le tentò tutte pur di non perderla. Ma ormai Camilla era decisa: "Sono proprio stufa di te, anche se non ti nascondo che mi sono divertita parecchio con te come schiavetto. Però, da vera Padrona, ho bisogno di cambiare e non saranno certo le tue lacrimucce a farmi cambiare idea. Tu per me sei diventato un oggetto del quale ho deciso di disfarmi. Fai come ti ho detto per il resto, credo proprio che tu me lo debba, dopo quello che ho fatto per te". "E se mi rifiutassi di farlo?" "Ti ricordi che abbiamo fatto delle foto insieme e addirittura una ripresa con la telecamera? Beh, se continui a ricordare saprai bene che ho tenuto tutto io e che al-l'occorrenza il materiale potrebbe essere reso pubblico..." "L'hai pensata bene..." "Ovviamente. E non cercare azioni manesche o violente dopo che ti ho abbandonato: sono gesti abbietti e meschini che non cambierebbero la tua situazione. Per farti un ultimo regalo, ti concederò comunque di leccarmi per l'ultima volta i piedi. Ti va l'idea? Lo vuoi dare l'ultimo saluto alla tua splendida Padrona?" Triste, ma ormai ben addestrato: "Sì, Padrona, grazie di tutto..." Per mettere la ciliegina sulla torta, ecco che mancava per Camilla l'ultima e definitiva mossa: sposare il conte. Durante una seduta di torture, abbigliata a dovere ed autoritaria al punto giusto, glielo impose. "Caro schiavetto, ti manca un'ultima cosa per dimostrare la tua grande devozione nei miei confronti: voglio che mi sposi". "Oh, no, Padrona, non mi costringa a fare questo..." "Come no? In fondo con tua moglie conduci una vita molto piatta e priva di emozioni. Pensa invece a quanto possa essere bello per te tornare a casa e trovarmi abbigliata così, pronta a schiavizzarti un po'. Diventeresti il mio domestico ed il mìo schiavo per tutta la vita". "La prego..." "Va bene, ti lascio pensare. Ma dovrai farlo mentre ti frusto sulle chiappe. Ti aiuterà nella scelta. Ti ricordo che io, a seconda della tua risposta, mi comporterò di conseguenza..." "La prego, mi dia qualche giorno..." Camilla non rispose e prese a fustigarlo con forza brutale sulle chiappe. "La prego, Padrona, non mi costringa a fare questo". "Invece di parlare per dire cazzate, dammi una risposta. Io contìnuo fino a che non mi dai una risposta positiva o negativa, ma la risposta la voglio adesso. Sappi che quello che dici diventa irrevocabile". Dopo due minuti di ininterrotti colpi, il conte cedette: "Va bene, le rispondo. Chiederò il divorzio da mia moglie!" "Così va meglio. Ma lo devi fare subito, domani mattina, intesi?" "Sì Padrona". "Bravo e ringraziami della possibilità che ti do". "Grazie Padrona". Il conte chiese subito il divorzio, tra la disperazione della moglie o lo stupore dell'opinione pubblica. Lui rispose che si era follemente innamorato di una ragazza e che l'avrebbe sposata non appena il divorzio fosse stato regolarizzato dai tempi burocratici. Qualche anno dopo, sposò Camilla... Ora Camilla è diventata una contessa, anzi, La Contessa, che tutto può sul marito e sugli schiavi di passaggio che capitano sotto le sue grinfie. Ha ridotto il marito ad uno straccio di uomo, rispettato e temuto sul lavoro, ridicolizzato ed umiliato nell'intimità. In casa non c'è più la servitù a pagamento: bastano il conte ed un'altra ragazza-schiava che La Contessa ha voluto per sé. I due sono pronti a correre ad ogni Suo gesto e a soddisfare anche il più piccolo capriccio. Lei, l'unica e affascinante Contessa.


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