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CONFESSIONS ET RéCITS

Il libro  "Confessions et récits" è un piacevole, frizzante ed intrigante romanzo erotico, uscito dalla prolifica penna di Rene-Michel Desergy (lo stesso autore di Trente Ans e di Sevère Education, ).
Superfluo è informarvi che, anche questo splendido volume, appartiene alla mitica ed ormai rarissima collezione delle Orties Blanches e che lo stesso venne edito nella capitale francese nel mese di marzo dell'anno 1930 per i tipi di J. Dardaillon. Il libro è illustrato e corredato da sedici incisioni effettuate con tecnica eliografica, monocromatiche in colore grigio ardesia, di gran pregio, gusto e raffinatezza.
Tutte le tavole contenute sono fuori testo. 
In trecentodiciannove pagine, scritte fittamente, l'Autore, dopo una sua brevissima prefazione, suddivide il testo in dieci racconti, o capitoli, che hanno i seguenti titoli:
I - Jeunesse;
lI - La douloureuse Marna;
lll - Dolorès, la dresseuse;
IV - Georges, dactylo;
V - Pour terminer;
Vl - Contrecoup de téléphone;
Vll - Le Bibliothécaire;
VIII - E/ne conquète;
IX - Mes aventures algériennes;
X - Deux Claudinettes.
Le ultime quaranta pagine, invece, sono dedicate alla "corrispondence". L'Autore c'informa di aver ricevuto molta posta e di aver dovuto eliminare un sacco di lettere. Egli ci rende però  partecipi e ci coinvolge pubblicandone una campionatura di sette ricevute fra le tante: molto intriganti e piacevoli e da lui scelte per il nostro maggiore sollazzo.
Buona lettura.
Paul Stoves

Io mi difendevo disperatamente, giurando  che  la colpa non era mia e che non ero stata io.  Ma   non c'era nulla da fare. La signora Buche diventava  rabbiosa... in uno stato che è impossibile descrivere.
sculacciata- Vuoi dire allora che sono una bugiarda? Mio povero tesoro, ora t'insegno io a mentire! Vergognati, bugiarda! Ah, ci mancava solo questo! Portami Gustavo, piccola! Ora la punirò davanti a te, mio caro, garantito! Gustavo era il "martinet". Giovanni si precipitò in cucina dove lo strumento era appeso ad un pomello della porta.
Naturalmente, prima di portarlo, aveva ben cura di rinfrescarlo mettendolo a bagno nel lavello.
Ero già stata giudicata e non potevo fare altro che preparare le mie natiche o lasciarle preparare alla signora Buche che non perdeva mai l'occasione per iniziare con una sonora sculacciata manuale.
Il mio culetto si serrava allo spasmo, principalmente per non lasciar sbirciare a Giovanni quelle cose che tanto anelava di vedere. Quando il culetto era bello rosso, la signora impugnava il "martinet". Questo era uno strumento dalle lacinie molto flessibili ed era una vera bastonata quando ti colpiva !
Dal quinto colpo cominciavo ad urlare senza alcun ritegno. Credo anche che, nel dibattermi, mostravo anche quello che non avrei voluto.
A diciotto anni quello che mi faceva vergognare maggiormente era di dover ricevere ancora le sculacciate dalla mano della signora Buche e che tutto il quartiere era a conoscenza di questa mia situazione incresciosa. Del resto, una volta la signora Buche era scesa a cercarmi dal pizzicagnolo impugnando "Gustavo" ! Nel negozio, mi aveva sollevato la gonna per darmi una sculacciata coi  fiocchi.  Solo
una, è vero, ma tutti avevano avuto il tempo per vedere, nonostante la rapidità dell'esecuzione, che non indossavo le mutandine. Tutti i commessi si erano messi a ridere.
Da allora, quando mi vedevano, mimavano di prendere qualcuno sotto il loro braccio ed agitavano la mano destra con un tipico movimento che era, per me, denso di significati!
Una volta cercai di ribellarmi. No, non contro la signora Buche, non avrei mai osato. Contro suo figlio che cominciava a prendersi delle confidenze nei miei confronti.
Un giovedì, rimasti soli in casa come d'abitudine, aveva impugnato il "martinet" minacciandomi di sculacciarmi lui stesso. Fu la goccia d'acqua che fece traboccare il vaso.
Mi venne la mosca al naso. Gli strappai lo strumento punitivo dalle mani e siccome ero più forte e più alta di lui riuscii [forse era lui che decise di lasciar fare... N.d.T.] a farlo inginocchiare a terra e, in qualche modo, a slacciargli i pantaloni; poi gli abbassai le mutandine e tenendo serrata fra i denti, alta, la camicia, cominciai a sculacciarlo davanti allo specchio dell'armadio che rifletteva fotograficamente questa vivace scenetta.
In questa posizione gli impartii una di quelle sculacciate per le quali, ero certa, non si sarebbe certamente vantato. sculacciataEvidentemente conoscevo molto male il mio soggetto ed i tortuosi ragionamenti che il crapulone riusciva a formulare! La signora Buche non fece in tempo a rientrare in casa che egli, abbassando i propri indumenti intimi ed alzando la camicia, mostrò come lo avevo sculacciato a nudo.
La Buche non realizzò immediatamente quanto era successo. Giovanni spiegò allora che io lo avevo denudato e battuto senza che egli sapesse il perché. Per un attimo pensai che la signora fosse presa da un attacco apoplettico.
- Ah, peste! Approfitti della mia assenza per martirizzare un povero innocente? Ma stai tranquilla, non la passerai liscia! Non so cosa mi trattenga dallo sculacciarti tutta nuda in mezzo alla strada! Giovanni, tesoro mio, vai a cercare il "martinet" e portamelo, corri!
Inutile  assicurarvi che Giovanni eseguì l'ordine in un battibaleno. Quando fu di ritorno, avevo la testa imprigionata fra le cosce di sua madre. La gonna e la camicia erano state entrambe sollevate sopra le mie spalle ed io tendevo, ancora una volta,
il culetto in modo vergognoso.
Bene, ci credereste che quella donna, invece di impugnare lo strumento che le porgeva sadicamente Giovanni, con atteggiamento feroce non trovò di meglio che farmi sculacciare dal suo protetto? Sì, con la testa fra le sue cosce dovetti subire la sferza dalle mani di Giovanni. Me ne diede tante e talmente secche che avevo il sedere in fiamme e pieno di rigonfiamenti. Questa volta era troppo. Troppo davvero.
Nella notte giunsi alla risoluzione di andarmene.
La cosa non era semplice da momento che io dormivo nello stesso letto della signora Buche. Ella trovava questo sistema più pratico e comodo per svegliarmi e farmi alzare di mattino. Per suonarmi la sveglia sul culo, come lei amava dire, senza neppure dovere uscire da sotto le coperte. Sovente, mentre affaticata dormivo profondamente, mi piantava le unghie nelle natiche o mi dava dei pizzicotti così forti che mi producevano delle chiazze bluastre che rimanevano sino all'indomani. Vero è che, livido più o livido meno...!
Giovanni me ne faceva sulle braccia o sui polpacci riversandomi qualche colpo coi piedi. Ma i lividi sulle natiche, quelli viola sul culetto, erano dovuti solo alla signora Buche: da pizzicotti, da secche sculacciate impartitemi con la mano oppure quelli lasciati dalle lacinie dell'inseparabile "Gustavo", il terzo "martinet" da quando ero presso di loro, ma sempre dal cuoio spesso e col manico robusto.
Giovanni, fra l'altro, si divertiva a farvi dei nodi: sua madre, sembrava non accorgersene; così, quelle volte, il mio povero sederino era gonfio, per così dire, come il tacchino per il pranzo di Natale.
Dunque ero giunta alla conclusione di abbandonare quella casa, ed è inutile che mi perda nel raccontarvi insignificanti ed inutili dettagli.
sculacciataSenza fare rumore riuscii a scivolare fuori dal letto, indossare la gonna, le calze ed il vestito; poi, con le scarpe in mano, attraversai silenziosamente la sala da pranzo dove, in un divano letto, riposava beatamente Giovanni. Dormiva sul ventre, la camicia leggermente rimboccata e le lenzuola tirate da parte per il caldo. Avrei avuto una gran voglia di investirlo con una copiosa gragnuola di colpi di martinet, prima di partire! Ma non c'era tempo da perdere e dovevo andarmene il prima possibile. Il buffo era che non sapevo per nulla dove sarei andata: stavo semplicemente fuggeudo.
Presi il portamonete che la signora Buche aveva lasciato sulla mensola di marmo del caminetto e... pfui... l'uccellino prese il volo. Fu un vicino che mi riprese alle tre del mattino. Era il nostro dirimpettaio che si era insospettito di quella mia uscita in piena notte e si era messo a seguirmi a debita distanza.
Camminavo dritta quando, stanca, mi lasciai sedere su di una panchina per riposarmi un poco. Allora, senza proferire una sola parola, mi prese sotto braccio e mi spinse verso casa. Ogni tanto, le sue robuste mani mi davano qualche colpetto sulla gonna. Ritorno pietoso! La signora Buche, svegliata di soprassalto, mi lasciò andare immediatamente un paio di schiaffi. Ovviamente era troppo poco per "correggermi" come meritavo così, mentre il nostro zelante vicino sorseggiava un bicchiere di vino bianco versatogli con tanta riconoscenza, la donna mi avvertì, in sua presenza, che sarei stata punita rigorosamente.
Per dimostrarmi che non stava scherzando per nulla, estrasse Gustavo da un pacchetto fatto con giornali arrotolati e lo depose sul tavolo...
Dopo la mia fuga ed il tentativo di furto del portamonete, la signora Buche mi teneva in pugno minacciando continuamente di inviarmi in una Casa di correzione. Ella avrebbe dovuto solamente dire a mio padre quanto era successo e la cosa era fatta. Mi sono sempre domandata se in una casa di correzione avrei ricevuto le stesse "correzioni", per quantità e qualità, come quelle impartitemi dalla signora Buche. Ero quotidianamente sculacciata...


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