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LA GIORNATA DI UN FETICISTA  Seconda parte
di Cecco

Confesso che, le prime volte in cui Luisa si lasciava andare a comportamenti di questo genere, speravo che mi coinvolgesse, magari anche soltanto facendosi leccare la fica, ma questo non è mai avvenuto. Tuttora stento a capire se lo faccia apposta, per provocarmi ed eccitarmi, senza concedere nulla di più o se le venga naturale, se davvero non mi crede meritevole di altro che lavarle il  pavimento e lucidarle le  scarpe, lasciandomi solo il piacere, ma non sempre, di  leccare i  suoi  bellissimi piedi.
Chiuso il telefono ha controllato il mio lavoro. Avevo finito di lucidare l'ultimo stivale qualche minuto prima ed avevo assistito in silenzio alle ultime fasi della sua telefonata oscena; mi ero eccitato come un mandrillo, ma non ho facoltà di fare nulla senza un suo ordine, per cui non avevo osato neppure sfiorarmi il pene ormai marmoreo. Soddisfatta, ha detto che avrebbe fatto volentieri un pediluvio rinfrescante.
Ho preparato un catino con l'acqua e le ho chiesto se, prima di procedere, potevo leccare gli stivaletti e, magari, i piedi. Lei ha acconsentito, dunque mi sono chinato e per qualche minuto ho letteralmente adorato la tomaia delle sue calzature. Mi beavo del profumo del cuoio e della sensazione tattile che mi trasmetteva carezzandolo, poi ho succhiato il tacco come se fosse un cazzo. Quando stavo per sfilarli mi ha fermato e, con una piega cattiva sulle labbra, mi ha detto: "Visto che li hai voluti leccare, maiale, devi completare il servizio". So che questo significa l'ordine di leccarne anche la suola. È dura, poiché, diversamente dagli stivaloni coreografici che indossa per l'amante, con quelle scarpe Luisa ci esce e non di rado la mia lingua trova sotto le suole tracce di materie innominabili. Allora chiudo gli occhi e lecco, provando uno schifo terribile, ma, inevitabilmente, godendo proprio per questo.
Quando è stata soddisfatta li ho sfilati, quindi mi sono dedicato ai suoi piedi. Sui gambaletti di cotone che indossava c'era il caratteristico, piacevole odore di piedi sudati: probabilmente Luisa aveva camminato a lungo quella mattina. Ho sfilato i gambaletti con la bocca e ce li ho tenuti per un po', mentre le mie mani massaggiavano nel modo più delicato possibile i bei piedi nudi. Poi ho avvicinato le labbra al magnifico alluce destro di Luisa e l'ho succhiato con convinzione. Nei successivi minuti la mia lingua ha esplorato ogni centimetro quadrato di quella pelle odorosa, pulendo con attenzione ogni anfratto, soprattutto tra le dita, da qualsiasi traccia di sudore e di sporcizia, peraltro assai modesta.
La mia erezione persisteva, ma non mi sognavo di sfiorare il mio membro, ben sapendo che mi è proibito; del resto in quei momenti il mio piacere è tutto cerebrale e non ho certo bisogno di masturbarmi per provare un godimento psicologico straordinario. Dopo alcuni minuti Luisa ha interrotto la mia azione (avrei continuato per ore), si è alzata, si è sfilata i pantaloni di pelle e mi ha di nuovo porto i piedi. Li ho delicatamente deposti nell'acqua e vi ho sciolto i sali rinfrescanti. Per alcuni minuti Luisa ama restare così, inerte, e ne ha approfittato per concludere il racconto della sborrata sullo stivale interrotto dalla telefonata. Come d'abitudine
lo  ha condito di particolari osceni.
A volte mi chiedo cos'è che la spinge ad essere tanto volgare, anche perché so, per averla vista, che in pubblico sa comportarsi più che adeguatamente e chi non ne conosce i trascorsi non ha difficoltà a definirla una signora. Non gliel'ho mai chiesto, ma mi sono fatto l'idea che è un altro modo per umiliarmi, come per dire:
"Mi sei tanto indifferente che di fronte a te non vale neppure la pena di comportarsi da persona educata".
Al termine del racconto ero così infoiato che il cazzo eretto, non trattenuto da biancheria di alcun tipo, sollevava comicamente il grembiulino bianco. Luisa mi ha ordinato di asciugarle i piedi, cosa che ho fatto con grande piacere, anche se in quella fase non posso carezzarli come vorrei, perché so che lei non lo gradisce. È un peccato, visto che il bagno  nell'acqua  salata  li  rende straordinariamente lisci e morbidi. Così mi sono limitato ad una delicata frizione. Poi Luisa mi ha ordinato di andarle a prendere gli abiti che aveva preparato sul letto per cambiarsi. Erano delle calze fumé, con relativo reggicalze, un miniabito di velluto nero e delle scarpe décolleté dal tacco a spillo. Ha indossato il tutto con movimenti sinuosi e senza consentirmi di aiutarla, una specie di seducente spogliarello al contrario.
Al termine dell'eccitante operazione mi ha guardato. Ero rimasto in piedi davanti a lei e solo in quel momento è sembrata accorgersi della mia erezione fattasi quasi grottesca. Ha sorriso, si è accesa una sigaretta, quindi mi ha detto che potevo togliermi le scarpe. E un segnale convenzionale, che da inizio alla cerimonia finale. Ho eseguito e sono sceso dagli aguzzi tacchi a spillo delle mie scarpe da travestito, ne ho presa una e me ne sono messo la punta in bocca, reggendola poi con i denti, mentre l'altra l'ho fatta passare sotto l'orlo del mio abitino nero, stando bene attento a non farne uscire il mio pene eretto, che Luisa non vuole vedere.
Quindi l'ho infilato nella scarpa ed ho iniziato un movimento di va e vieni dentro di essa, come a scoparla. Immaginando una fotografia della scena credo che ne sarebbe uscito un quadro a dir poco grottesco: un uomo in piedi, goffamente travestito da cameriera, con la punta di una scarpa femminile in bocca, il bacino che oscilla lentamente avanti e indietro ed una mano nascosta sotto l'abito; davanti a lui una donna bella e seducente, che lo guarda con estrema indifferenza.
Per tutto il tempo della mia masturbazione nella scarpa Luisa ha continuato a fissarmi negli occhi, ma senza palesare la minima partecipazione emotiva al mio atto. Poche cose sono altrettanto umilianti come trovarmi in quel contesto: il contrasto tra la mia eccitazione e il distacco di Luisa crea in me un disagio psicologico enorme, tale che a volte faccio fatica a mantenere l'erezione.
La prima volta che Luisa mi concesse di masturbarmi, standosene vestita di fronte a me, mi accadde, dopo l'euforia iniziale, che non riuscii a proseguire. Luisa mi punì con 2 mesi di appuntamenti negati.
Per cui mi sforzo, mi concentro, fin quando sento il flusso di sperma che risale il mio pene e fuoriesce, allagando la scarpa. È un orgasmo doloroso, umiliante, quasi disperato, che avviene nel silenzio più completo, appena rotto dal fruscio del tessuto sintetico del mio abito durante i goffi singulti del mio bacino, le gambe nude e pelose leggermente flesse. In quella posizione Luisa, saldamente piantata sui suoi tacchi a spillo, è più alta di me, quasi a sottolineare anche fisicamente la mia inferiorità.
Un ulteriore motivo di umiliazione sta nel fatto che l'atteggiamento di Luisa, sospeso tra l'indifferenza ed una appena percettibile impazienza, sembra dare alla sua presenza di fronte a me, mentre mi masturbo e godo, il senso di un atto di pagamento, come se davvero con quel piacere concessomi volesse pagare la mia prestazione di domestico lustrascarpe, riscattando forse, più o meno consciamente, tutte le volte in cui i maschi hanno comprato il suo corpo. Così è stato anche sabato scorso. Dopo l'ultimo brivido del mio povero orgasmo, Luisa ha spento tranquillamente la sigaretta. A piedi nudi, con le scarpe in mano, sono tornato all'armadietto, dove ho lasciato gli abiti del mio grottesco travestimento per tornare a vestire quelli più tranquillizzanti del padre di famiglia. Prima di andare ho, doverosamente, leccato il mio sperma nella scarpa, asciugandone poi le tracce residue.
Ripreso Bobo - che solitamente trascorre il suo tempo a rincorrere la barboncina di Luisa, che però non gliela fa mai assaggiare, quasi una metafora del mio rapporto con la sua proprietaria - me ne sono tornato a casa.


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