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LE MUTAZIONI DI OLIMPIA (2)
Seconda parte
Ciò che avevo seminato con Olimpia, la mia collega d'ufficio,
quella mattina di primavera, maturò prima ancora del previsto,
anche se gli sviluppi furono un po' tortuosi. Ma andiamo con ordine.
Dunque, dopo averle asciugato i piedi, con la scusa dell'acquazzone, mi
ero chiesto se avesse potuto intuire i miei reconditi desideri e ne
avevo avuto conferma il lunedì successivo, quando Olimpia si
presentò in ufficio non più con i soliti mocassini da
collegiale, ma con décolleté nere da cinque o sei
centi-metri di tacco e una gonna sopra il ginocchio.
Un segnale indiretto, ma a suo modo vistosissimo, tanto che la mattina
stessa, in un momento in cui Olimpia era assente, due colleghi
iniziarono a spettegolare, avendo notato il suo look nuovo e insolito.
"Ha trovato da scopare" sentenziò Luciano. Sorrisi imbarazzato,
dicendo che in fondo, con qualche accorgimento, poteva diventare
carina, ma i colleghi dissentirono con decisione e Giulia, in
particolare, concluse maliziosamente avanzando il sospetto che fossi
proprio io il destinatario di quelle 'attenzioni'.
Oddio, pensai, era peggio di quanto temevo e rafforzai l'idea che era
il caso di andarci con i piedi di piombo. Quella stessa mattina ci fu
un altro segnale: Olimpia, durante una telefonata, si tolse, come sua
abitudine, le scarpe sotto la scrivania, rinnovandomi l'occasione di
ammirare la bella curva del suo plantare, le dita minuscole, le unghie
curate e smaltate. Quel piacere ormai consueto, era reso più
intrigante dal fresco ricordo di quei piedi tra le mie mani. E successe
qualcosa: diversamente dal solito la fine della telefonata mi sorpre-
se con lo sguardo ancora fisso sui suoi piedi; se ne accorse,
poiché rinfilò le scarpe e si giustificò dicendo
che, essendo nuove, le facevano un po' male; aggiunse che i vecchi
mocassini, con tutta quell'acqua presa, erano ormai da buttare e mi
chiese se mi piacevano le nuove scarpe. Le dissi di si, nel modo
più innocente possibile e iniziai a tormentarmi, cercando di
capire se le sue fossero allusioni. In altra situazione sarebbe bastato
molto meno per scoprirmi e provarci, ma con lei avevo di fronte un
doppio ostacolo: farle capire i miei desideri speciali e non lasciar
trapelare nulla alla curiosità dei colleghi. Mi lasciai guidare
dalla mia stessa natura e da quel giorno iniziai ad accentuare i miei
atteggiamenti servizievoli nei suoi confronti, facilitato in questo dal
fatto che Olimpia tendeva ad esercitare naturalmente una certa
autorità. Così, con discrezione, le rendevo dei piccoli
servizi e usavo con lei un tono rispettoso e subordinato.
Paradossalmente peraltro, quanto più cercavo di stimolare il suo
piglio autoritario, tanto più si mostrava a sua volta affabile e
gentile. Trascorse un po' di tempo, senza che accadesse altro di
particolare, fino al giorno in cui Olimpia mi propose di pranzare
insieme per discutere di un vecchio progetto di lavoro. Aveva l'aria di
un pretesto e ne ebbi conferma quando, con grande abilita, si sgancio
dai colleghi senza che nessuno ci facesse troppo caso. A pranzo
ovviamente non si parlò di lavoro. Il colpo definitivo alla mia
titubanza venne quando Olimpia, fingendo di accorgersi solo allora di
essere vicini a casa sua, mi invitò per il caffè. Salimmo
da lei e anziché il caffè presi un whisky per farmi
coraggio, ma poi fu ancora Olimpia, la timida Olimpia, a
venirmi in soccorso. "Devo confessarti una cosa, quel giorno
dell'acquazzone, mentre mi asciugavi i piedi, ho sentito un certo
turbamento." "Oh Olimpia, davvero? Anch'io ne ho un ricordo che mi
scombussola" dissi subito. "Lo so" replicò sorridendo "da quel
giorno sei diventato uno zuccherino... Perché non ricominciamo
da li?" Era molto più di quanto sperassi, anche perché
Olimpia mostrava di aver percepito le mie attenzioni volte a farle
intuire la mia natura sottomessa; così mi inginocchiai davanti
al divano su cui era seduta e le presi in mano un piede. Carezzai la
scarpa e la caviglia, poi scesi senza esitazione con le labbra e lo
baciai. Le tolsi la scarpa e baciai le singole dita. Sbirciandole il
viso vidi che aveva gli occhi chiusi, ne conclusi che gradiva le mie
attenzioni e raddoppiai la foga feticistica leccandole le dita e gli
spazi tra di esse. Percepii una lieve rigidezza nella sua gamba, quasi
che accennasse a ritrarla e, in modo forse un po' bizzarro, pensai che
avesse un rigurgito di imbarazzo, forse dovuto al dubbio che gli spazi
interdigitali non fossero perfettamente puliti. Sorrisi tra me,
pensando che Olimpia non poteva immaginare quanto quella
eventualità mi sarebbe piaciuta quanto volentieri le avrei
pulito con la lingua ogni piccolo segno di sporcizia. Ma invero i suoi
piedi erano lindi, odorosi di sapone, appena impastati dal pungente e
per me stupendo odore della concia che avevano le scarpe nuove. Passai
al piede sinistro e notai un piccolo schizzo di fango sulla tomaia, lo
inumidii con la saliva e lo leccai con tutta la devozione di cui ero
capace, poi applicai la lingua al resto della elegante scarpetta e fui
nella nebbia di stupende sensazioni che stavo provando che udii
Olimpia mentre diceva: "Ehi, d'accordo ricominciare da dove eravamo
rimasti, ma non la prendi troppo alla lontana? Tra mezz'ora dobbiamo
essere in ufficio e..." Si interruppe quando i nostri occhi si
incrociarono, io avevo la punta della sua scarpa tutta infilata in
bocca e quando percepii la strana sfumatura nel suo sguardo mi sembro
che tutto il whisky bevuto mi si fosse ingorgato nel cervello.
In un attimo intuii che qualcosa non andava, Olimpia abbozzò
un'espressione divertita: "Ma tu, tu non sarai... si, insomma, uno di
quelli che sospirano dietro alle scarpe!" "Si, sono un fetici-
sta" dissi con quanta più dignità possibile.
Olimpia rise nervosamente: "E io che credevo..." Poi passò alla
collera: "Non mi sono mai sentita cosi umiliata." "Ma perché,"
replicai "io invece voglio adorarti, voglio farti sentire una regina,
non hai mai provato ad avere un uomo ai tuoi piedi?" "Io voglio avere
un uomo, un maschio normale che mi da piacere e non un verme che mi si
aggroviglia sulle scarpe. E adesso è ora di tornare in ufficio."
Fu cosi perentoria che non ebbi forza di replicare, ci riassettammo in
silenzio e uscimmo. Il tragitto fino all'ufficio fu quanto di
più imbarazzante
avessi mai provato. Il bilancio era quasi catastrofico: avventura
bruciata nel momento rivelatore, sputtanata terribile, almeno nei
confronti di Olimpia, fallimento clamoroso del mio sesto senso, che mi
aveva illuso che Olimpia fosse una partner promettente. L'unica
consolazione era che difficilmente avrebbe confidato l'accaduto ad
alcuno e forse mi sarei risparmiato l'ancor più grave
sputtanamento in ufficio. Il pomeriggio e i giorni seguenti furono
terribilmente imbarazzanti, io cercavo di limitare i danni, cercando di
mantenere un atteggiamento neutro, volto solo alle cose d'ufficio,
Olimpia era diventa-
ta gelida, il che non era poi insolito in lei e aveva persino
rispolverato il suo tradizionale look. Stando nella stessa stanza il
tutto era assai penoso, anche perché entrambi, tacitamente,
volevamo evitare che alcunché trapelasse all'esterno.
Passato però il momento terribile, cominciai a riflettere
sull'accaduto e mi dissi che la sua reazione era forse stata esagerata,
dettata magari da un qualche pregiudizio e che era necessario un
chiarimento. Scelsi una strada discreta, quella di riprendere il mio
atteggiamento servizievole degli ultimi tempi e anzi moltiplicai le
attenzioni in modo discreto, ma ben percepibile da lei. Si ammorbidi e
decisi che dovevo affrontare la cosa senza altri indugi. Un giorno che
ci ritrovammo da soli per la pausa pranzo presi il toro per le corna e
le chiesi scusa per l'accaduto. Percepii che il problema era dato dal
fatto che il mio desiderio feticistico l'aveva offesa, come se io
preferissi le sue scarpe a lei: "Se vuoi farlo con le mie scarpe, te le
regalo, cosi ci vai a letto e siamo tutti
contenti" disse ad un certo punto. Ne approfittai per dirle che si
sbagliava, che se anche le sue scarpe mi potevano eccitare, ciò
avveniva solo perché dentro c'era il suo piede, che io
desideravo curare e adorare, come tutto il resto del suo corpo.
Puntai soprattutto sul tentativo di farle percepire l'eccitazione che
può dare avere un uomo al proprio servizio. Rimase in silenzio,
forse l'avevo stuzzicata.
Nei giorni successivi tornai discretamente sul tema e notai che lei
rispondeva positivamente, non solo ma aveva accentuato il suo modo di
fare legger-mente autoritario, cosa che mi pareva di ottimo auspicio.
Senza avvisarmi Olimpia prese tre giorni di ferie, il terzo giorno
trovai un messaggio sul cellulare che mi convocava a casa sua per la
pausa pranzo. Mi ci recai col cuore in gola. Quando venne ad aprire per
poco non mi prese un colpo: era un concentrato di malizia come
difficilmente avrei potuto immaginare: aveva il suo look solito,
capelli tirati,
occhiali, camicetta bianca e gonnellina a pieghe, ma in ogni
particolare traspariva qualcosa di nuovo ed eccitante. La montatura
degli occhiali era cambiata, alla moda, di forma allungata e con una
leggera colorazione azzurra, i capelli lasciavano scivolare sulle gote
qualche elegante boccolo biondo, esaltato da lunghi orecchini
d'argento, che non le avevo mai visto e che le stavano benissimo, aveva
un trucco accentuato, la camicetta era generosamente aperta su un
wonderbra nero che mostrava una scollatura che non avrei sospettato e
la gonna era sì molto semplice, ma anche corta e mostrava
ciò che non avevo mai visto, cioè almeno metà
delle sue cosce, piene e tornite, fasciate in calze fumé molto
seducenti. Ai piedi, infine, scarpe di vernice rossa con un tacco di
almeno otto centimetri. Non c'erano dubbi, avevo fatto centro. "Allora,
come sto?" Deglutii e pensai bene di chiudere la porta, poi mi lasciai
cadere in ginocchio e riuscii solo a mormorare "Sei magnifica." Si
girò disinvolta e si avvio in sala, invitandomi a
seguirla in ginocchio,
come il cagnolino che ero, sottolineò, e
10 pensai di essere finito in paradiso. Quando la raggiunsi si
lasciò cadere sul divano e mi accorsi che le calze erano
sorrette da eccitanti giarrettiere, non stavo più nella pelle.
"Hai una prova d'appello" mi disse
"io cerco un maschio che mi faccia godere, come
sai, ma voglio verificare se le storie che racconti funzionano. Resta
inteso che devi farmi sentire una regina." "Farò del mio meglio"
risposi.
Mi fece spogliare. "Si anche quelle, stu-pidino" mi apostrofò
vedendo che esitavo di fronte alle mutande, anche perché,
strano, ma vero, l'erezione che già avevo mi metteva in un certo
imbarazzo. Quando l'uccello svettò libero in aria, notai un
lampo nello sguardo di Olimpia; modestia a parte, ho una dotazione di
tutto rispetto e credo che Olimpia rimase impressionata. Ne ebbi
conferma dalle sue parole: "Però, ho fatto bene a darti una
prova d'appello." Mi volle in ginocchio a leccarle le scarpe "Non il
piede" specificò "non ne sei ancora degno".
Stava entrando nella parte, eccome ci stava entrando, superava ogni
possibile aspettativa.
Poco dopo si alzò e poggiò una scarpa sul mio torace,
spinse e capii che mi voleva steso, cosi ruotai il corpo fino a
trovarmi con la schiena sul tappeto. Mi stesi supino e mi venne sopra.
Sia per la posizione, sia per i tacchi, era imponente e io, eccitato
come una scimmia, sbirciavo il punto in cui il bordo delle sue calze
rivelava le sue cosce candide e cercavo di intuire, poco oltre,
11 fiore scuro celato dagli
slip neri. "Cosa guardi, verme?" esclamò e mi mise la
suola della scarpa sopra gli occhi. Poi la spostò sulla bocca.
"Lecca" intimò e la mia lingua percorse la suola, peraltro
liscia e pulita. Sorrisi al pensiero che le scarpe erano nuovissime e
divagai un istante cercando di immaginare Olimpia che le comprava,
forse il giorno prima, in qualche negozio del centro. "Però, la
timida Olimpia!" pensai. Fui riportato bruscamente all'attualità
dalla sua scarpa che era scesa fino al mio inguine per posarsi sul pene
eretto e schiacciarlo contro il ventre. "Ti piace verme?" mi
apostrofò Olimpia.
"Sì, mia regina." "Bravo, regina è il nome giusto e lo
userai ogni volta che ti rivolgerai a me." Quindi scese col ventre
verso il mio viso, scostò con un dito le mutandine e mi
ordinò: "Ora leccami." Una delle cose più eccitanti era
per me la naturalezza con cui Olimpia mi dava gli ordini, cosa che
compensava ampiamente il residuo di imbarazzo che ancora aveva nei
confronti di quella esperienza evidentemente ancora da assimilare.
Obbedii, leccandole avidamente la fica e quasi d'improvviso mi ritrovai
la bocca piena dei suoi umori.
Confermò il suo gradimento con dei gemiti inequivocabili e
portò una mano sul mio pene per massaggiarlo con una certa
decisione. Io non sono abituato a ricevere attenzioni di quel tipo
dalle Padrone, ma devo ammettere che era bello.
Si fece leccare per diversi minuti; a tratti la mia lingua o il naso si
ritrovavano a contatto con le sue dita che erano scese a rafforzare la
carezza della mia lingua sul suo clitoride, mentre le mie mani, trovato
il contatto con le sue scarpe, poste a fianco del mio busto, le
carezzavano dolcemente. Poi Olimpia si rialzo, armeggiò
brevemente sul tavolino li accanto e mi accorsi che stava scartando un
preservativo. "Ha proprio pensato a tutto." mi ritrovai a pensare. Me
lo mise lei e la cosa mi piacque, quindi si sedette sul mio pube e si
lascio penetrare dal mio cazzo, a quel punto durissimo, che le
scivolò dentro senza alcuna difficoltà, visti i suoi
copiosi umori. Fui sorpreso dall'agilità con cui mi cavalcava,
che sembrava denotare una consuetudine insospettata. La guardavo dal
basso e scoprii con libidine una smorfia sul suo viso che sembrava a
metà tra il piacere e il dolore, cercavo di spingere il bacino
verso l'alto per penetrarla più a fondo e lei rispondeva
prendendomi la testa tra le mani e tirandola a se.
La sua fica era praticamente allagata e il mio cazzo scivolava in lei
senza la minima resistenza. "Devi far godere la tua regina" mi
sibilò, voleva essere un ordine, ma di fatto assomigliava
più ad uno struggente desiderio. Mi disposi a resistere
all'orgasmo e ad un tratto lei venne, serrandomi le cosce sui fianchi e
tremando, poi si accascio sul mio busto e mi baciò furiosamente
la bocca. Ero quasi imbarazzato, essendo abituato a ricevere insulti e
umiliazioni dalle mie Padrone e non certo baci. Riaprendo gli occhi
Olimpia dovette rendersi conto dei miei pensieri, poiché
mutò bruscamente atteggiamento, passando dal coinvolgimento
passionale ad una certa freddezza. Si rialzò e si lasciò
andare a sedere sul divano con un sospiro che tradiva però la
sua rilassata soddisfazione, quindi mi ordinò di prepararle da
bere. Mi rialzai con sollecitudine e le versai una bibita rinfrescante,
mentre beveva mi disposi inginocchiato davanti a lei in posizione di
attesa e mi ordinò di leccarle le scarpe.
Quando tutta la lucida pelle fu bagnata della mia saliva, se le
sfilò, sfilò anche le calze e mi mise in bocca uno dei
suoi curatissimi alluci. Leccai con devozione tutto il suo piede, per
poi passare all'altro e farle un vero e proprio pediluvio di saliva.
Al termine dell'accurata lavanda Olimpia si alzò in piedi e si
tolse gli slip, poi con mossa rapida li appallottolò e me li
mise in bocca.
In quei minuti si erano impregnati dei suoi umori. "Uscirai di qui con
le mie mutande in bocca," mi disse "poi potrai anche metterle in tasca,
ma una volta rientrato in ufficio, ti recherai in bagno, le prenderai
ancora in bocca e ti farai una sega pensando a me. Lunedì me le
riporterai lavate. Hai capito bene?" Feci si con la testa. "Bravo
schiavetto, ora rivestiti e vattene." Raccolsi i miei abiti, quindi mi
disposi a sfilare il preservativo che ancora penzolava dal mio uccello
semi eretto e che non avevo di fatto utilizzato, non avendomi Olimpia
concesso di godere, ma lei fermò l'operazione e, guardandomi
negli occhi, scosse lentamente la testa: "No schiavetto, questo te lo
tieni addosso fino all'ufficio. Devi godere proprio qui dentro. Poi non
lo buttare, lo chiuderai nel cassetto e domani mattina
controllerò che tu abbia eseguito bene gli ordini, e chiaro?"
Feci ancora cenno di sì, poi mi rivestii e salutai con un cenno
ad occhi bassi, lei aprì la porta di casa e mi sospinse fuori.
Nel pianerottolo mi assicurai che non ci fosse nessuno, quindi con
mossa rapida mi tolsi di bocca le sue mutandine e le misi in tasca, non
senza aver aspirato con libidine gli aromi che esse conservavano.
Durante il tragitto del rientro in ufficio mi dissi che Olimpia aveva
superato ogni più rosea aspettativa e mi sorpresi a pensare che
faccia avrebbero fatto i colleghi se l'avessero vista in azione, la
timida Olimpia. Eseguii a puntino i suoi ordini e quando venni nel
preservativo fui diviso tra un senso di squallore che mi trasmetteva il
godere nel cesso dell'ufficio e la libidine di avere in bocca gli slip
ancora umidi di Olimpia.
Feci bene a sfilare il preservativo, chiuderlo con un nodo e riporto
ben riparato nel cassetto, perché l'indomani la prima cosa che
Olimpia fece fu proprio quella verifica: accertatasi che nessuno ci
vedesse, mi fece aprire il cassetto e prese il condom sulla punta di
una matita, poi mi sibilò di aprire la bocca e ce lo posò
dentro. "Ora vai in bagno e brinda alla mia salute." Non
controllò se io avessi eseguito l'ulteriore umiliazione, ma non
mi sognai di trasgredire all'ordine.
Ero felice di quanto avevo goduto e di quanto la cosa ancora
promettesse ed ero anche felice che il mio istinto non avesse fallito:
in poco tempo Olimpia, la timida Olimpia, era diventata una splendida
realtà, tutta da coltivare. Ora non restava che gestire bene la
cosa senza farsi scoprire. In seguito Olimpia si rivelò davvero
brava; inaugurò uno stile per me nuovo: mi umiliava e mi usava,
ma per ottenere regolarmente da me anche piacere sessuale. Riservava
ancora molte sorprese, ma di queste ve ne parlerò un'altra volta.
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