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LE MUTAZIONI DI OLIMPIA (1)
di Cecco

Piedi, piedi femminili: nudi, odorosi, laccati,  curati, calzati, arrampicati su tacchi sottili, carezzati da esili stringhe, avvolti nel cuoio profumato e crocchiante. Questa parte del corpo femminile è diventata, nel tempo, lo strumento più efficace della mia eccitazione. Quando è iniziato tutto ciò? Non so, forse addirittura alla scuola elementare, di cui, sono passati più di trent'anni, ricordo ancora una ragazzina, Marta, bruttina, spilungona, sorriso cavallino, occhiali da miope, che però aveva dei lucenti stivaletti di pelle blu. Un giorno mi accorsi che Marta mi piaceva.
"Com'è possibile? - mi chiedevo - È brutta!"
Poi compresi che mi piaceva davvero solo quando veniva a scuola con gli stivaletti, chissà perché. Giunsi a desiderare le giornate di pioggia, solo perché Marta li calzasse. Quando li aveva m'illanguidivo, sbirciandoglieli, con la dovuta discrezione, perché ero anche timidissimo. Forse proprio la timidezza mi ha costretto per tanto tempo a nascondere questa passione, a me stesso ed agli altri, compresa mia moglie, che sostanzialmente la ignora. E proprio questo è il mio principale cruccio: non essere riuscito a farle comprendere questo mio desiderio, nonostante la nostra intesa sessuale sia, in generale, buona.
Ho avuto sempre difficoltà a farle capire quanto mi intrighino i piedi di una donna, ma anche lei non si è mai sforzata di compiacere ed incoraggiare i miei timidi tentativi. Così coltivo soprattutto fuori casa la mia passione. Chissà, forse questa è anche una scusa per avere la giustificazione di cercare fuori ciò che credo di non trovare in casa, un trucco per tacitare la mia cattiva coscienza e variare più spesso la minestra in tavola; in fondo, mi dico, non c'è nulla di male in quello che faccio, non sono veri tradimenti. Ne volete degli esempi?
Bene, vi racconto una mia giornata. Mattinata in ufficio, che non è il luogo più adatto come territorio di caccia, non perché manchino le occasioni, anzi, ma perché è sempre meglio evitare di mischiare lavoro e piacere. Però di recente si è creata una situazione intrigante.
Da un paio di mesi sono in stanza con la collega che ha più anzianità di servizio. E un tipo dall'aria austera, sui 45 (qualcuno più di me) ben portati, non è sposata  e, per quanto si sa, non ha storie in corso. E magra, occhi chiari, nascosti da occhiali démodé, capelli biondi, di solito raccolti in uno chignon; secondo i miei colleghi - in specie le donne - è brutta e antipatica.
Secondo me il loro giudizio è ingeneroso: anche se non bella Olimpia (sì, ha anche la sfortuna di portare questo nome da vecchia zia), appare più brutta di ciò che non sia, perché lo vuole, come se avesse bisogno di sgombrare il campo da tutto ciò che non sia professionale. Ha anche una vena leggermente autoritaria e questa è l'altra cosa che manda in bestia i colleghi, poiché nessuno ama riconoscerle autorità.
Io ho sempre mantenuto con lei rapporti sfumati, non coinvolgenti, ma cordiali. Da quando siamo in stanza insieme poi, mi sono accorto che possiede un paio di particolari di un certo pregio: le gambe, affusolate e nervose e, neanche a dirlo, i piedi. Forse vi chiederete come ho fatto a vederli. È semplice: Olimpia ha l'abitudine di togliersi le scarpe quando è seduta alla scrivania. Presumo che non sappia che me ne sono accorto, anche perché ho in genere l'aria, e la conseguente fama, di persona distratta, senza esserlo davvero.
L'ho beccata fin dai primi giorni e, con discrezione, mi sono goduto molte evoluzioni dei suoi piedi, liberati dall'onere delle scarpe, che purtroppo Olimpia trascura un po', nel senso che le porta col tacco basso e di foggia molto semplice.
I suoi piedi sono magri, di forma arcuata, con dita regolari. L'alluce, carnoso e ben modellato, da un'idea di elasticità. Ha le unghie ben curate e laccate. Lo smalto rosso in verità stona con la sua immagine austera e proprio questo ha acceso una lampadina nella mia testa: forse Olimpia non è poi, nel privato, seriosa come la conosciamo in ufficio. Da questo a fantasticare situazioni pruriginose il passo è stato breve. Le ho attribuito, nella mia fantasia morbosa, amanti segreti che lei costringe, in ginocchio, a lucidarle le scarpe, smaltarle le unghie, succhiarle le dita dei piedi, prima di sedersi sul loro volto e farsi leccare la fica fino all'orgasmo.
Ma la fantasia più stimolante è quella in cui immagino una sua promozione a capoufficio. In tale veste Olimpia si vendica di tutti gli sgarbi subiti, tiranneggiando gli ex colleghi, ora sottoposti. Nel sogno, ovviamente, mi sono riservato un ruolo particolare: Olimpia, memore del fatto che io con lei non sono mai stato ostile come i miei colleghi, mi tiene in maggiore considerazione, ma, per non farmi apparire privilegiato, in realtà mi tormenta più degli altri, sottoponendomi a continui rimproveri e dandomi gli incarichi di minor prestigio.
Nel sogno ad occhi aperti ho immaginato anche che una sera Olimpia mi trattiene in ufficio per lo straordinario e, una volta soli, da libero sfogo alla sua voglia di dominazione nei miei confronti. Con la scusa di una lettera urgente mi manda al computer e me la detta. Io resto indietro e faccio molti errori, lei allora si spazientisce, prende il righello e ad ogni errore mi da una bacchettata sulle mani, fin quando la pagina si riempie di sgorbi ortografici e le mie mani di segni rossi.
Allora Olimpia mi prende per un orecchio e mi porta nello sgabuzzino delle scope: per punizione dovrò tirare a lucido il pavimento della sua stanza. Mi fa indossare i guanti di gomma nera, il grembiule e mi mette in ginocchio a strofinare con lo straccio le mattonelle (per sfregio non posso usare neppure lo spazzolone).
Se non eseguo a pennello mi richiama a suon di bacchettate sul culo; quando le lucido a dovere si siede e, con la scusa che ho alzato troppa polvere, si fa leccare le scarpe. Devo lucidarle tomaia e tacco, senza permettermi di sfiorare neppure le bellissime calze scure che le fasciano il piede. Mentre lecco, intravedo la sua mano destra scivolare sotto la gonna e carezzare la fica. Apre appositamente le gambe per farmi vedere, ma, appena alzo lo sguardo mi apostrofa:
"Cosa guardi, verme?" E giù una bacchettata sul culo. Quando è stanca di toccarsi da sola, apre il cassetto ed  estrae un altro paio di guanti di gomma, più sottili.
"Visto che non sai neppure scrivere una lettera, vediamo se sai almeno fare qualche carezza, ma per non sporcarmi indossa questi guanti, verme."
Io mi tolgo i guanti per le pulizie e indosso quelli riservati alla divina fica di Olimpia, quindi inizio a masturbarla con delicatezza. Generosamente mi concede di passare la mia lingua indegna sulle calze setose, risalendo fino alle cosce, ma specificando con grinta che non devo azzardarmi a sfiorare la pelle nuda oltre il bordo.
Io eseguo con grande scrupolo e dopo qualche minuto Olimpia inizia a muoversi lubricamente, ormai prossima all'orgasmo; quando viene, non solo le lecco l'interno delle cosce oltre il bordo delle calze, ma mi spingo fino ad immergere la punta della lingua nella sua odorosa fica. So che le piace, ma, conclusi gli ultimi fremiti dell'orgasmo, lei fa la faccia feroce perché ho disobbedito.
Mi trascina fino al cesso, mi stende a terra e mi fa poggiare il collo sul bordo del bidet, il viso verso l'alto, e mi viene sopra.
"Visto che hai voluto lordare la mia divina fica con la tua lingua schifosa, devi sciacquarti la bocca, a modo mio." Dopo qualche istante inizia ad orinare.
Le prime gocce sono dense, intrise dei suoi umori, poi il getto si fa meravigliosamente cristallino. Io bevo per quanto posso, a tratti mi sento soffocare, molta orina cola di fuori, ma si raccoglie nel bidet, a formare un laghetto giallastro. Mi  fa inginocchiare davanti mentre, con movimenti che mi fanno impazzire, si sfila una scarpa e la calza.
"Ora ti faccio leccare io qualcosa." Immerge il piede nel bidet e me lo porge, gocciolante; devo ripulirlo, leccandolo, da ogni traccia di orina. Ripete alcune volte, poi, stanca, mi appoggia il piede sulla nuca e mi spinge giù.
"Bevi, verme, bevi come un cane." Io inizio a lappare, ma ad un tratto il mio collo ruota e mi ritrovo con la guancia e un orecchio semi immersi nell'orina. Con la punta della lingua continuo a lappare, mentre con la coda dell'occhio vedo che lei ha ripreso a toccarsi. Non mi guarda neppure più, tutta presa dal ditalino.
Poco dopo viene di nuovo, continuando a premermi la testa nell'orina. Quando si è calmata mi parla con voce affettuosa, quasi materna:
"Bravo verme, a parte quello schifo di lettera che domani farò ribattere ad un altro schiavetto, non sei stato male. Ora che mi sono scaldata vado a farmi sbattere da qualche bel maschio. Tu rimetti tutto a posto e chiudi. Se prima di andare vuoi farti una sega ne hai il permesso, ma aspetta che sia uscita io, non voglio che inquini l'aria col tuo respiro affannoso."
Un sogno... è solo un sogno... Se mi sono dilungato a descriverlo nei dettagli è solo per dare un'idea del grado di coinvolgimento emotivo che Olimpia, a dispetto del suo aspetto fisico, mi ha suscitato da quando ho iniziato a pensare a lei ed ai suoi piedi. La realtà purtroppo è ancora tanto lontana, ma, come diceva James Bond, mai dire mai.
E infatti proprio sabato scorso è accaduto qualcosa di piccolo, di infinitamente distante dal mio sogno, ma che potrebbe essere l'inizio di qualcosa di più coinvolgente. Ora vi racconto, stavolta e tutto vero. Per una serie di circostanze, l'altro ieri eravamo soltanto Olimpia ed io. Sono arrivato per primo, sotto uno scroscio d'acqua improvviso, il classico temporale primaverile. Dopo qualche minuto è arrivata Olimpia. Venendo a piedi e senza ombrello, era fradicia: la giacca, i capelli, le scarpe gocciolavano letteralmente. Sembrava un pulcino bagnato e mi ispirava un misto di comicità e tenerezza, anche perché sotto quello sfacelo la sua abituale tempra austera aveva virato verso la fragilità. Mi è venuto spontaneo dirle
"Devi asciugarti, non puoi tenerti addosso i panni bagnati." Mi ha guardato come per dire
"Già, ma cosa mi metto?" Allora mi si è accesa una lampadina in testa, il mio cervello macinava pensieri alla velocità della luce.
"Devo fare qualcosa" mi dicevo e subito dopo mi rispondevo
"Non ne avrò mai il coraggio." Poi ancora
"Ora o mai più". Senza una parola sono andato al bagno e ho preso due asciugamani puliti dallo stipo; mi sono ripresentato con gli asciugamani ed un cappuccino fumante preso alla macchinetta in corridoio. Col sorriso più accattivante possibile le ho porto il bicchiere
"Ti scalderà." Poi ho aggiunto, porgendole un asciugamano:
"Togli almeno la giacca e asciugati i capelli". Lei era ancora riluttante, ha mormorato un
"Non ti devi disturbare", ma poi ha preso il bicchiere e ne ha bevuto un sorso, quindi si è sfilata con due dita la giacca fradicia, poggiandola sulla sedia.  Sotto aveva
una camicetta bianca che, raggiunta dall'umidità, in qualche punto le si attaccava alla pelle e mostrava in trasparenza il reggiseno nero.
"Se vuoi esco" dissi con premura.
"No, semmai vado in bagno io" rispose.
"No, non uscire" pensai e cercai un modo che non fosse goffo o troppo scoperto per dirle di restare.
"Se vai in bagno così sgocciolerai tutto il corridoio!" ho detto ridendo. Era una stronzata, ma non mi è venuto niente di meglio. Olimpia però ha sorriso e, senza aggiungere altro, si è sciolta i capelli e ha iniziato a frizionarli. Quasi non ci credevo, Olimpia, i capelli sciolti, era quasi bella.
"Ma perché mai li tiene sempre raccolti" pensavo ed intanto cercavo disperatamente un appiglio per osare qualcosa in più. E' stato un attimo, ho preso l'altro asciugamano e mi sono chinato. Simulando una premura quasi patema ho esclamato:
"Olimpia, ma guarda le tue scarpe, devi toglierle o ti verrà un raffreddore. Dai, siediti che ti aiuto." Ci ho messo tanta convinzione che, anche se un po' titubante, si è seduta. Senza esitazione, ma con tutta la delicatezza possibile le ho preso un piede e le ho sfilato la scarpa. Con l'asciugamano sulla testa lei mi ha guardato, un po' stupita ed un po' divertita, mi ha preso le braccia per fermarmi
"Ma no cosa fai, mi dispiace" ha detto, ma non c'era tanta convinzione nella sua voce. "Figurati," ho replicato "l'ho fatto tante volte con mia figlia!" Una frase buttata là, ma sufficiente a vincere la sua resistenza. Fotografando la situazione non potevo credere ai miei occhi: ero in ginocchio davanti ad Olimpia, avevo un asciugamano sulle gambe e sopra l'asciugamano c'era un suo piede nudo (nonostante la stagione ancora incerta Olimpia già non portava più le calze).
Ho posato la scarpa bagnata, un banale mocassino senza tacco, sul pavimento. Il piede invece era splendido: liscio e affusolato, la pelle candida era inumidita dalla pioggia, lo smalto scarlatto ammiccava sulle unghie solide e curate. Come avrei volentieri posato la mia lingua su quel piede per leccarne le dita una ad una, ma non osavo, pensavo che rischiavo di rovinare tutto quanto stavo costruendo. Allora l'ho chiuso nell'abbraccio dell'asciugamano ed ho iniziato a frizionarlo. Passavo la spugna morbida sulla pelle ed intanto ne approfittavo per esplorarne gli anfratti: il plantare arcuato, il tallone arrotondato, la caviglia sottile e su fin quasi al polpaccio, infine le dita, minuscole e delicate. Le ho passate una ad una, con la scusa di asciugarne gli spazi interdigitali, lasciando per ultimo l'alluce. Mi sforzavo di dare al mio viso un'espressione neutra, come se ciò che stavo facendo fosse la cosa più naturale del mondo e ciò contrastava immensamente col mio reale stato d'animo, dominato da un'emozione incredibile.
Mi chiedevo se Olimpia poteva avvertire il mio batticuore - da un lato lo speravo, dall'altro lo temevo - ma lei non sembrava palesare altro che un leggero imbarazzo o almeno a questo attribuivo la sensazione di rigidezza che ancora sentivo nel suo piede. Rigidezza che stava sorgendo anche in me, ma di altro tipo, in un punto preciso tra le gambe. Quando ho avvolto nell'asciugamano l'altro piede ho avvertito che Olimpia si era rilassata, finalmente; in quel momento si è completata la mia erezione e sono entrato in una situazione da paradiso terrestre. Al tempo stesso sapevo che ero giunto ad un bivio, o osavo di più o mi fermavo.
Avrei voluto infilarmi in bocca quell'alluce elastico e bello, ma non osavo, una lampadina di allarme continuava a dirmi che ero in ufficio, con una collega, che poteva succedere un casino etc. etc. Codardamente mi sono detto che non potevo spingermi oltre, almeno senza un segnale più esplicito da parte di Olimpia ed ho iniziato a sperare che anche lei facesse qualcosa, che mi spingesse la testa sul suo piede, che mi dicesse
"Leccami le dita, schiavo", ma i secondi passavano senza che succedesse alcunché. Imprevisto, è arrivato un segnale esterno a dannarmi (o a salvarmi, chissà): il suo telefono ha squillato. Olimpia si è istintivamente rassettata, ha sfilato il piede dall'asciugamano e mi ha fatto cenno di scansarmi, in un istante era tornata la collega di sempre, austera ed un po' scostante. Mentre rispondeva ho allora steso l'asciugamano sotto i suoi piedi e le ho foderato le scarpe con della carta di giornale perché si asciugassero prima.
La giornata ha preso la solita piega lavorativa, ancora più intensa, perché eravamo solo in due e c'era tanto da fare. Poco più tardi Olimpia si è rimessa scarpe, giacca e fermaglio, a formare il suo solito chignon. L'idillio tra me e i suoi piedi sembrava già preistoria e quasi dubitavo che un'ora prima glieli avessi presi in mano, inginocchiato davanti a lei. Ho aspettato tutta la mattina che lei tornasse in qualche modo sull'argomento, ma senza successo. Ne ho concluso che la cosa l'aveva lasciata indifferente. A fine mattinata però, al momento dei saluti, a sorpresa Olimpia mi ha detto:
"Grazie per stamattina, sei stato molto gentile... Mi hai anche asciugato i piedi... Sai, ero un po' imbarazzata..." Ho pensato disperatamente ad una battuta di risposta, non mi è venuto di meglio che dire
"Per me è stato un piacere, hai dei piedi molto belli." Lei ha sorriso imbarazzata, allora ho aggiunto "Sai, credo che ti donerebbero delle scarpe con un po' di tacco."
"Trovi?" e si è messa a ridere.
Mi sono congedato con la sensazione di aver perduto una grande occasione, per non aver saputo dire qualcosa di più intelligente. Pazienza, del resto sul lavoro è meglio non creare problemi. Epilogo, o forse inizio di qualcosa, stamattina, quando Olimpia si è presentata in ufficio con delle eleganti décolleté nere con cinque o sei centimetri di tacco ed una gonna due dita sopra il ginocchio: stava benissimo ed a me è venuto un tuffo al cuore.

(continua)


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