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L'OSPEDALE
di Tom tom7520@hotmail.com
Federica si svegliò on un sapore di cuoio e polvere in bocca. Il
letto era duro, la stanza in penombra.
-“Sei sveglia, ora, oppure no?”- chiese una voce forte con un tono
d’arroganza e noia. La voce proveniva dalla sinistra della ragazza.
Federica si voltò con la testa e la vide. Era l’infermiera.
L’aveva conosciuta la sera prima, quando l’ambulanza l’aveva portata
all’ospedale subito dopo l’incidente.
-“S…si, sono sveglia”- disse Federica.
-“Ah, bene. Perché me ne stavo giusto andando. Non ho tempo da
perdere qua!-
Federica non aveva ossa rotte, ferite gravi o altro d’importante. Si
era distorta un polso ed aveva riportato qualche contusione leggera al
volto ed alle gambe. Tutto sommato stava bene. Era ragionevole che le
infermiere ed i dottori (non c’erano dottori ma solo dottoresse, quello
era il reparto femminile di chirurgia dell’ospedale) non si occupassero
troppo per lei, tuttavia non si era mai sentito di un’infermiera che
trattasse così sgarbatamente le proprie pazienti. Federica si
tirò a sedere sul letto e fece per cantargliene quattro quando
l’infermiera si voltò verso di lei.
-“Vestiti. Fra cinque minuti torno e ti voglio vedere pronta”-
-“Come?”-
-“Sei sorda? O hai un trauma cranico? Ho detto vestiti! La roba
è lì sulla sedia accanto al letto”-
Federica nemmeno la guardò la sedia. Fu colpita soprattutto dal
piglio dell’infermiera, una donna sui trentacinque anni con un camice
bianco che le arrivava al ginocchio. Le gambe erano velate da calze
bianche ed ai piedi portava zoccoli col tacco alto di legno. Si era mai
vista un’infermiera così, si domandò la ragazza. Federica
aveva un po’ meno di trent’anni, era bionda con i capelli abbastanza
lunghi, gli occhi azzurri ed un fisico piuttosto esile. L’infermiera
era sicuramente più alta e robusta di lei anche senza bisogno
dei tacchi alti, pareva una culturista.
-“Sbrigati”- disse con espressione di disprezzo verso Federica.
-“Pensavo che sarei rimasta ancora qualche giorno per accertamenti”-
disse Federica.
L’infermiera sorrise –“Non ti mandiamo mica via dall’ospedale, cara!”-
Il sorriso della donna fece rabbrividire Federica.
-“Tu passerai in questo ospedale parecchio tempo a cominciare da ora.
Ma sai, in questo reparto la terapia che adottiamo per le pazienti come
te è un po’ atipica”- spiegò la donna.
La ragazza si voltò verso la sedia dov’erano i vestiti. Ma
quelli non erano gli abiti con i quali era giunta al pronto soccorso la
sera precedente. Vide una camicetta bianca di cotone e una gonna corta,
a quadri rossi e verdi.
-“E quelli?”- chiese Federica.
-“I tuoi abiti, no?”-
-“I miei abiti? I miei abiti sono…”-
Non terminò la frase che l’infermiera le si avvicinò, la
prese per i capelli e la tirò verso di se. Il mento di Federica
era ora premuto contro i seni duri come il marmo della donna.
-“Quelli sono i tuoi abiti…da lavoro. Non hai ancora capito cosa sta
succedendo attorno a te?”- L’infermiera tirò con forza verso di
se, trascinando Federica giù dal letto. La paziente, ancora in
parte dolorante dalle abrasioni riportate nell’incidente e stupita del
comportamento assurdo tenuto dall’infermiera, non tentò neppure
di reagire. Crollò sul pavimento ai piedi dell’aguzzina. Nel
cercare di rallentare la caduta mise le mani avanti ed il polso destro,
contuso la sera precedente, le strappò una fitta di dolore che
come una freccia attraversò tutto il braccio fino alla nuca.
Rantolò sul freddo pavimento tenendosi il polso dolorante con la
mano sinistra. L’infermiera le forzò il capo per alzarla, in
modo rude, come si maneggia una scatola di cartone priva d’importanza.
Federica si mise in ginocchio. Era nuda a parte gli slip ed il
reggiseno.
-“Ora vieni con me”- disse la donna.
-“La prego, mi fa male…”-
-“Zitta, stupida”-
Federica fu portata gemente e a quattro zampe nel corridoio. Davanti
alla porta della sua camera era posta la sala della TV della corsia. La
parete della sala che guardava al corridoio era di vetro e tutta la
stanza era insonorizzata, in questo modo la ragazza non sentiva i
commenti delle donne che erano dentro ma vedeva quel che stava
succedendo.
Vi erano tre infermiere nella sala, sedute comodamente su poltroncine
collocate in fila accanto ad una parete. Guardavano un programma alla
TV. Davanti a loro, accovacciate nella posizione dello sgabello, erano
poste due persone. Una era una ragazza sicuramente più giovane
di Federica, avrà dimostrato si e no vent’anni, l’altra era una
donna della stessa età dell’infermiera che in quel momento,
trattenendola con un piede sulla nuca, la stava facendo strisciare
guancia a terra per il corridoio. Le infermiere tenevano le loro belle
gambe distese appoggiate sulle schiene delle pazienti. Una di loro si
era tolta gli zoccoli per dare un poco di sollievo ai piedi, le altre
si divertivano a punzecchiare i capelli e le teste delle schiave con le
punte dei tacchi.
La suola dello zoccolo forzava il viso di Federica contro le mattonelle
gelate, la ragazza non aveva mai sperimentato una forza simile
applicata su di lei. La sua sovrana pareva d’acciaio se confrontata
alle sue deboli ossa ancora doloranti dopo l’incidente.
-“Vedi, cagnetta? Così funziona il nostro ospedale”- disse
l’infermiera. In quel momento, dal fondo del corridoio, Federica vide
arrivare un singolare terzetto. Una donna bionda sulla quarantina che
indossava un camice da inserviente verde, e con ai piedi degli zoccoli
dal tacco basso e largo anch’essi verdi, era seduta su di una sedia a
rotelle trainata da due giovani donne dai capelli bruni che procedevano
a quattro zampe come cani. Il portamento della donna vestita da
inserviente era quasi comico, gambe accavallate, il generoso petto
fieramente in fuori, un frustino nella mano destra che schioccava
minacciosamente sul palmo della mano sinistra, lo sguardo freddo e
severo. Le due cavalline procedevano a rilento perché non solo
dovevano trasportare la loro domina, ma contemporaneamente era loro
compito pulire il pavimento. Solo quando il curioso duo di schiave e
l’inserviente le passò davanti Federica notò che le
ragazze avevano sotto alle mani un largo cencio di spugna e che nel
loro pesante incedere ripulivano da ogni granello di polvere il
pavimento.
-“Ora ti spiego come funziona”- disse l’infermiera –“Qui le pazienti
sono di due tipi, i pesi morti e quelle come te. I pesi morti hanno
bisogno di cure, quelle come te al contrario non ne hanno. Siccome noi
non abbiamo alcuna intenzione di pulire padelle piene di escrementi e
raccattare secchi di vomito da terra allora ci siamo organizzate
così; le pazienti sane si prendono cura delle malate vere, fanno
il nostro lavoro. E’ un’idea che ci è venuta in mente qualche
anno fa”- proseguì la donna riprendendo la schiava per i capelli
e trascinandola di nuovo nella sua stanza –“ed il metodo ha funzionato
alla grande fin da subito, ti assicuro. Anzi, considerato il tempo che
richiedono le degenti vere, rimangono schiave in numero sufficiente a
prendersi cura anche di noi infermiere e dottoresse in tutte le nostre
piccole necessità”-
E mentre diceva questo salutò con una mano due delle colleghe in
sala video.
Rientrò nella camera di Federica e chiuse la porta alle sue
spalle. La schiava era già dentro, piegata sul pavimento accanto
al letto. Guardava la donna con un misto di terrore e stupore.
-“Ah, tu sei una del mio gruppo, una schiava del gruppo di Marisa.
Ricordati il mio nome. Con te ho un’altra schiava, te la
presenterò appena sarai vestita, e quattro pesi morti quindi vi
toccano due pazienti a testa. Stamani faremo un giro della corsia, ti
farò vedere cosa dovrai fare per le tue due pazienti, le
medicine di cui hanno bisogno e quant’altro riterrò necessario.
Ti farò conoscere le altre infermiere e l’inserviente, quella
donna vestita di verde che hai vista pochi istanti fa nel corridoio.
Anche lei sarà tua padrona. Tutte qui, sono tue padrone, meno
che le altre schiave ed i pesi morti”-
Federica tirò un poco su il capo e guardò padron Marisa
dalle punte dei piedi alla testa. Era una figura imponente. Marisa
sollevò una gamba e andò ad appoggiare la suola dello
zoccolo sul polso dolorante di Federica. Subito un dolore lancinante
esplose nella mano e nell’avambraccio della ragazza.
-“Ti faccio male? Ricorda il mio nome”-
-“Marisa”-
-“Come?”- la donna intensificò la pressione.
-“Ma…padron Marisa”-
-“Bene, impari in fretta”- disse l’infermiera allentando la pressione.
Sollevò il piede e lo depose di fronte alla faccia sudata di
Federica.
-“Questa è stata la tua prima lezione. Qui io comando e tu
obbedisci, chiaro?”-
-“Chiaro”-
Di nuovo il piede dell’infermiera andò a calpestare il polso di
Federica.
-“Chiaro?”-
-“Si…padron Marisa…aaah…”- gemette la schiava.
-“Chiaro quanto?”- chiese di nuovo la donna.
Federica esitò solo un istante poi, con l’espressione sconfitta
di chi ormai s’affida al proprio carnefice si chinò di
più e andò a baciare gli zoccoli bianchi dell’infermiera.
Questi lasciavano scoperte le punte dei piedi della donna e dalle calze
velate s’intravedeva lo smalto rosso che impreziosiva le unghie.
Federica baciò anche quelle, come ulteriore gesto di
sottomissione, sperando che ciò fosse sufficiente a convincere
la padrona a lasciarle il polso.
Marisa si lasciò adorare per qualche minuto ancora, prima allo
zoccolo destro e poi al sinistro, poi al primo piede ed al secondo.
Infine lasciò andare Federica, la ragazza ritrasse il braccio
infortunato e si allontanò di qualche centimetro dalla padrona.
Marisa, senza fretta, le girò attorno e si andò a sedere
sul letto della paziente.
-“Uffa, com’è scomodo questo materasso!”- esclamò.
Sollevò le gambe, restando con entrambi i piedi sospesi a
mezz’aria. Con pochi sensuali movimenti liberò le sue perfette
estremità dalla custodia degli zoccoli, che lasciò cadere
per terra.
-“Raccoglili”- disse a Federica.
-“Si, padron Marisa”-
La serva prese gli zoccoli come se fossero stati fragili cristalli e li
depose l’uno accanto all’altro ai piedi del letto.
Marisa, in silenzio, indicò con un dito un punto di fronte a lei
–“Lì!”- disse soltanto.
Federica obbedì e si andò ad inginocchiare davanti
all’infermiera. Se ne rimase li per qualche istante, la faccia a pochi
centimetri dai piedi forti ma ben modellati della padrona che
dondolavano lentamente sotto al suo naso.
-“Come li trovi?”-
-“Eh?”-
Un calcio in faccia. Federica fu spinta indietro e cadde con la schiena
a terra.
-“Questi! Cos’altro, secondo te? I miei piedi. Come li trovi? Sono
belli?”-
La schiava si rialzò traballante e si rimise in ginocchio nella
stessa posizione di prima.
-“Si, padrona”-
-“Certo che si, stupida. Ho dei piedi perfetti e ci tengo che siano ben
curati e adorati, sempre. Ora ti accucci, li accarezzi, li baci e li
lecchi”-
Senza attendere Federica si prostrò ancor più in basso di
quanto non fosse stata prima, accostò le labbra al piede di
Marisa e cinse il tallone con le mani. La destra pulsava ancora del
dolore infertole poco prima dal calpestamento. Lo ignorò.
Sfiorò con le labbra l’alluce del piede di Marisa, ormai sua
signora e padrona da ogni punto di vista, baciò con immensa
devozione l’unghia ed il dorso del piede. Da prima il suo tocco fu
delicato, sensibile, come se volesse solo accarezzare quelle magnifiche
estremità. Le sue narici furono colpite dall’odore di cuoio. I
piedi di Marisa erano un poco sudati, in alcuni punti le calze erano
appiccicate alla pelle. Povera padrona, pensò Federica. Deve
aver camminato molto. Ma adesso ci avrebbe pensato lei a dar sollievo
ai piedi dell’infermiera, della sovrana. Li leccò
appassionatamente e con massima attenzione. Non un angolo delle piante
di entrambe le estremità sfuggì alla sua carezza.
Passò e ripassò sul dorso, le dispiacque solamente di non
poter infilare agevolmente la lingua fra le dita perché le calze
lo impedivano. Provò allora a prendere in bocca tutta la punta
del piede di Marisa per succhiarla. L’infermiera non se lo fece
ripetere due volte, quando intuì le intenzioni della serva
spinse in avanti il piede per infilarlo in profondità nella sua
bocca. Solo che l’operazione era difficile, il piede di Marisa era
grande, un quaranta o forse più, per la piccola bocca di
Federica. La giovane non riusciva ad ingoiare tutte le dita della
padrona contemporaneamente. Ciò nonostante l’infermiera si era
intestardita a voler infilare i piedi nella bocca della nuova serva e
non c’era modo per farla desistere, mentre con un piede forzava le
labbra di Federica con l’altro le teneva la nuca in modo da impedirle
di andare all’indietro e contemporaneamente le tirava i capelli con le
mani per spronarla a venire in avanti. Quando il primo piede fu
penetrato sufficientemente in profondità Marisa prese a muovere
le dita all’interno della bocca di Federica, le grattò il palato
con l’unghia dell’alluce, le schiacciò la lingua senza alcuna
pietà. Da fuori l’infermiera poteva vedere le labbra e le guance
della schiava comicamente deformate dal suo piede, simili ad un pallone
in procinto di scoppiare. Quando si fu annoiata, senza troppa premura,
sfilò di colpo il piede dalla bocca della serva e vi
infilò l’altro. Stessa procedura di prima, stesse torture quando
la punta del piede fu giunta abbastanza in profondità. Questa
volta però Marisa abbassò il piede fino al pavimento e
con esso la bocca e la testa di Federica che vi era avvinghiata
attorno, le fece strisciare il mento sulle mattonelle e si
divertì, tenendole sempre il piede in bocca, a farla rimanere
prostrata davanti a se. Tolse anche il secondo piede dalla sua bocca ma
quando la serva fece per alzarsi un poco i suoi piedi si andarono a
posare sopra la bionda testa di Federica e la schiacciarono ancora una
volta sul freddo pavimento.
Strofinò le piante dei piedi sui suoi capelli come si strofinano
le suole fangose di un paio di stivali su di uno zerbino. Federica
rimase immobile in quella posizione per diversi minuti. Marisa si era
sdraiata completamente sul letto e si stava riposando nella penombra
della stanza, indifferente al fatto che per terra vi fosse freddo e che
la schiava fosse praticamente nuda.
Tutto d’un tratto qualcuno bussò alla porta.
-“Signorina Marisa, è qui?”- chiese timidamente una voce
femminile.
Marisa si rizzò a sedere sul letto senza troppa fretta, premendo
contemporaneamente e con più vigore i piedi sulla testa della
schiava.
-“Sono qui, che cosa vuoi?”-
-“La volevo solo informare che ho terminato il giro delle visite e ho
cambiato le lenzuola alla signora Nanni. Ho già dato le medicine
a tutte e quattro le pazienti”-
-“Si, si. Ho capito. Vai in sala video e aspettami lì. Sei a
disposizione, se una delle mie colleghe vorrà usarti tu
obbediscile”-
-“Si, signorina Marisa, come ordina”-
Se ne andò. Era la voce di una ragazza molto giovane,
sicuramente più giovane di Federica.
-“Quella è l’altra schiava di cui dispongo. Dopo te la faccio
conoscere. Ora ti vesti così possiamo andare. Fino ad oggi ha
dovuto provvedere da sola a tutte e quattro le mie pazienti, da oggi ne
avrà solo due e tu ti occuperai delle altre. Passami gli
zoccoli”-
-“Si, signorina Marisa”- disse piano la schiava, riprendendo
l’appellativo con cui l’altra schiava aveva chiamata l’infermiera.
Raccolse delicatamente gli zoccoli e li pose ai piedi della sovrana.
Marisa si alzò in piedi e uscì.
-“Vestiti e vieni in sala video. Un minuto”- disse.
Federica si vestì in un lampo. La camicetta era molto corta e le
lasciava scoperto il ventre, la gonna le arrivava a mezza coscia. Nel
complesso si sarebbe definita piuttosto sexy.
Uscì e andò in sala video. Nella stanza le tre infermiere
di prima non c’erano più ed il corridoio era deserto.
Aprì la porta a vetri ed entrò nella sala. Su una
poltrona Marisa attendeva impaziente, a gambe accavallate e braccia
incrociate sul seno abbondanti che il camice da infermiera riusciva a
stento a contenere.
-“Ce ne hai messo di tempo”- disse con espressione severa.
“Mi scusi, signorina”- rispose, nuovamente inginocchiata, la schiava.
Si avvicinò alla padrona procedendo a quattro zampe come un
animale. A fianco della sedia su cui era seduta la sovrana se ne stava
in ginocchio una ragazza. Se Federica era vistosamente più
piccola ed esile di Marisa, le proporzioni fra la infermiera e l’altra
giovane serva avevano addirittura del ridicolo. La ragazza che adesso
Federica vedeva accovacciata sotto alle gambe della dominatrice aveva
si e no vent’anni ed era molto piccola come statura e molto, molto
gracile di corporatura. Difficile giudicarne l’altezza dalla sua
posizione ma, giudicò Federica, in piedi non avrebbe dovuto
misurare più di un metro e cinquantacinque centimetri, che
contro il metro e settantacinque abbondante di Marisa la facevano
sembrare più che altro una nanetta. Ciò nonostante quando
Marisa schioccò le dita l’altra si mosse di scatto,
fulmineamente. La padrona sollevò le gambe all’altezza delle
facce delle schiave e la piccola figura accanto alla sedia si dispose
in un momento sotto alle caviglie dell’infermiera, divenendo un comodo
poggiapiedi ad altezza regolabile che è ottimo per far riposare
le gambe stanche.
Marisa dondolò i piedi e fece cadere gli zoccoli per terra.
Subito Federica, nel frattempo sopragiunta davanti alla padrona,
raccolse le calzature e le dispose accanto alla sedia.
Guardò l’altra schiava. Era davvero sottile, quasi anoressica.
Il diametro dei fianchi doveva essere di poco superiore a quello di una
delle cosce dell’infermiera. Sosteneva tremante il peso delle gambe di
Marisa e Federica pensò che se la sovrana non avesse ritirato il
peso dalle gambe dalla sua schiena, la giovane si sarebbe spezzata
lì, davanti a lei.
-“Ti presento Sandra. Voi due lavorerete assieme. Sandra, questa
è Federica”-
-“Si, signorina Marisa”- disse con voce leggera la ragazza.
-“Si, signorina Marisa”- ripeté d’istinto Federica.
-“Bene, stamani Sandra spiegherai a Federica in che cosa consiste il
vostro lavoro in corsia, le farai conoscere le pazienti e le altre
infermiere. Va bene?”-
-“Si, signorina Marisa”- disse Sandra, visibilmente sotto sforzo.
Marisa se ne accorse, sapeva che il semplice star ferma tenendo le sue
gambe sulla schiena di Sandra metteva a dura prova la resistenza della
schiava ma invece di essere mossa a compassione pose una gamba sopra
l’altra, le incrociò all’altezza delle caviglie per concentrare
il peso sul solo tallone.
-“Ti faccio male?”- chiese sarcasticamente.
-“N…no, signorina”-
-“Ah, bene. E tu lecca, leccami i piedi, bestia. Ho visto che ci sai
fare. Prima, in stanza, la carezza della tua lingua mi ha quasi fatta
assopire”-
Federica obbedì. Quel trattamento le piaceva, in fondo. I piedi
di Marisa erano davvero belli, perfetti. Se non fosse stato così
facile farla arrabbiare l’infermiera sarebbe stata una padrona davvero
deliziosa. Forse. Si, forse. Perché c’era la possibilità,
anche se Federica non lo voleva ammettere neppure a se stessa, che
fosse proprio quel carattere severo e arrogante ad averla conquistata.
Ad averla vinta. Di sicuro questo doveva essere vero per Sandra; mentre
la padrona rideva dei suoi sforzi, riverita nel frattempo dalla lingua
di Federica, la ragazzina pareva trovare le forze di sostenere le belle
gambe a discapito delle braccia filiformi che chiedevano in ogni modo
di cedere. Più Marisa la umiliava, più Sandra si faceva
forza. Dove la trovasse, quella forza, Federica non lo sapeva.
All’improvviso la porta della sala video s’aprì ed una bella
donna di quarant’anni, con una gran criniera rossa e due gambe
mozzafiato entrò. Il suono dei lunghi tacchi appuntiti che
ticchettavano sulle mattonelle scandì il suo incedere regale
mentre s’avvicinava all’infermiera Marisa e alle due schiave.
-“Buongiorno dottoressa”- disse Marisa.
L’altra rispose con un sorriso –“E quella?”-
-“Si. Si chiama Federica”-
-“Vedo che non ha perso tempo”-
-“Se ne stupisce? Di solito occorrono un paio di giorni a convincere
queste bestie a entrare a far parte della fattoria. Questa qui,
già ieri sotto l’effetto degli anestetici si è messa a
leccarle le scarpe come se fosse stata l’unica cosa che avesse fatta
dal giorno della sua nascita. Dico bene, cagnetta?”- chiese Marisa,
strofinando la punta del piede sul naso e sugli occhi della schiava
leccante. Federica capì cos’era quel sapore misto di cuoio e
polvere con il quale si era svegliata. Le scarpe della dottoressa
dietro di lei. D’altronde l’infermiera, la dottoressa e le altre
schiave e padrone dell’ospedale non potevano sapere che Federica aveva
sempre goduto nel sentirsi sottomessa ad un’altra donna o uomo.
-“Per qual motivo l’abbiamo ricoverata questa leccapiedi?”- chiese la
dottoressa.
Marisa puntò il dito verso il polso di Federica, poi verso la
faccia della schiava.
-“Un polso lussato, poi escoriazioni ed ematomi sulle gambe, sulle
braccia e sul viso”-
-“Ma ce la fa a stare in piedi?”-
-“Scherzi? E’ sempre meglio lei di questo ossicino qui sotto”- disse
l’infermiera, andando a percuotere leggermente la schiena di Sandra col
tallone. La magra schiava tremò tutta per sostenere la
pressione, ansimò e gemette. Tuttavia le sue braccia ressero e
le sue spalle continuarono ad essere un solido sostegno per le amate
gambe di padron Marisa.
-“E’ già stata visitata?”- chiese la dottoressa indicando
Federica, la quale, incurante del colloquio fra le due regine,
continuava alacremente ad adorare i piedi dell’infermiera.
-“No, non ancora. Ma non ce n’è bisogno. Sta bene. Per questo ho
cominciato la terapia di rieducazione fin da stamani”-
La dottoressa annuì.
-“Ma una schiava che non sia in grado di usare la mano destra è
poco utile. Diamo un’occhiata, tanto per sicurezza. Tu, schiava, vieni
qui”-
Marisa diede un calcetto in faccia a Federica.
-“Obbedisci alla dottoressa”-
Federica obbedì. Staccò le labbra dal gustoso boccone che
erano i piedi di Marisa e si avvicinò, sempre in ginocchio, alla
dottoressa. Questa era una bella donna, un po’ più longilinea
dell’infermiera ma altrettanto alta. Quando le fu di fronte la
dottoressa sollevò un piede e lo appoggiò sul polso di
Federica.
-“Non muoverti”- ordinò. Federica non si mosse ma mentre la
pressione della scarpa della dottoressa si faceva più intensa il
dolore si faceva sempre maggiormente acuto, fino a divenire
insopportabile. Che diamine, e poi già la signorina Marisa
l’aveva “visitata” a quel modo per quella mattina.
-“Si, il polso ve bene. Se fosse lussato sverrebbe dal dolore”-
sollevò il piede portandolo sotto al mento della schiava –“Tira
su la testa”-
Federica obbedì. La dottoressa le osservò le ferite sul
volto.
-“Non sei messa così male. Marisa, tesoro, dopo mandamela per
un’oretta. Nel mio studio. Ho da lavorare al computer e nel frattempo
mi occorre un massaggino alle parti basse. Ha delle belle labbra questa
qui”-
-“E le sa anche usare bene”-
-“Allora a più tardi”-
-“A più tardi, dottoressa. E buon lavoro”-
La donna uscì. Marisa ritirò le gambe e si fece calzare
di nuovo gli zoccoli da Sandra.
-“Sandra, occupati di Federica, e in mattinata portala dalla
dottoressa. Quando hai finito raggiungimi in sala infermieri”-
-“Si, signorina”-
Marisa passò accanto a Federica. Istantaneo il gesto di
sottomissione ai piedi dell’infermiera sovrana che non passò
inosservato agli occhi della padrona (e che anzi si fermò un
attimo per meglio ricevere l’adorazione della schiava) da parte della
nuova sottomessa. Infine la dominatrice uscì.
Federica fece per alzarsi in piedi ma Sandra la fermò.
-“Fermati!”-
-“Che c’è?”-
-“Non devi mai alzarti in piedi. A noi non è concesso camminare
a due gambe come gli esseri umani, noi siamo solo bestie.”-
-“A no?”-
-“No. Solo quando accudiamo le pazienti delle infermiere, se occorre,
possiamo alzarci in piedi. Ma solo per il tempo strettamente necessario
a svolgere le nostre mansioni”-
-“Capisco. Tu da quando sei qui?”-
-“Da sempre”-
-“Da sempre?”-
-“Si, e ci resterò. Per sempre”-
-“Come sarebbe?”-
-“Lo scoprirai. Una volta che sei diventata la schiava della signorina
Marisa o di un’altra infermiera qualunque dell’ospedale non ritorni ad
essere mai più la persona libera che eri.”-
-“Sarebbe a dire che non ci lasciano più andare?”-
-“Al contrario. Vuol dire che sarai tu a non volertene più
andare”-
Federica ricordò le fatiche di Sandra nel sostenere le gambe di
una donna che senza pietà la stava portando a spingersi oltre la
sua soglia di resistenza. La ragazza che aveva davanti era stata quasi
spezzata in due dalle belle gambe di una padrona che rideva sadicamente
dei suoi sforzi. Com’era possibile che non la odiasse? Che non volesse
andarsene?
Forse Sandra era molto più assoggettata di lei?
Federica non capiva.
Come se fosse in grado di leggerle nella mente la ragazza le sorrise.
-“Capirai”- le disse e precedette Federica alla porta –“Ah, un’ultima
raccomandazione. Parlare fra noi schiave. Non dovremmo farlo mai. Se
devi farlo, che sia per qualcosa di essenziale”-
-“Si”-
-“Te l’ ho detto, siamo come animali. Questo ospedale è la
clinica delle padrone”-
-“C’ero arrivata”- rispose Federica. In quel momento lungo il corridoio
passò una infermiera. Era alta e bionda, vestita come Marisa.
Dietro di lei, a quattro zampe, procedeva una schiava. Tutte le volte
che l’infermiera si fermava quella la raggiungeva, si abbassava col
viso fino al pavimento e le leccava i tacchi.
-“Si, c’ero arrivata”- ripeté silenziosamente Federica. Spinse
la porta con la testa, come gli animali, e a fianco di Sandra
uscì nel corridoio.
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