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MASSIMO, UNA LUNGA STORIA (6)
di Massimo

Sesta Parte
Sentivo le donne mugolare di piacere ed anch'io mi lasciai trasportare.
"Sì, mio piccolo schiavo... godi... ti avevo promesso che saresti stato mio..." mi disse Francesca senza interrompere la propria azione.
"Ohhhh... sìììììììììì... è bello... adesso vengo..." mormorai estasiato. All'istante la bocca dell'infermiera mollò la presa attorno al mio pene lasciandolo librarsi, teso, nel vuoto. Un acuto dolore si diffuse dai capezzoli.
Marina  stava  torcendoli  brutalmente con l'ausilio delle pinzette.
"Non provare a godere perché ti spacco in due, ti tolgo la pelle a frustate, se osi fare tanto..."
Il tono dell'infermiera era veramente perentorio. Francesca e Paola si staccarono dal lungo bacio. "Franci, Marina ha ragione. Le abbiamo promesso un regalo..." disse Paola.
"OK! Ma voglio partecipare anch'io".
"Se proprio ti può far piacere..."
"Sì, lo voglio proprio". Francesca estrasse brutalmente il pene artificiale dal mio retto, procuranomi una forte dolore. Marina, dal canto suo, lasciò le pinzette e, scivolando fra le mie gambe, uscì ponendosi alle mie spalle.
All'improvviso mi sentii come uno stupido. Ero in ginocchio sul divano con le mani legate, le natiche spalancate ed il culo appena rotto, mentre tre donne abbigliate in modo strano stavano decidendo per quello che mi sarebbe accaduto.
Il mio pene non era più eretto e penzolava floscio. Venni slegato e fatto sdraiare sul tappeto. Le mani ammanettate e tese sopra la testa.Marina riprese in bocca il mio pene ed in pochissimi istanti ripresi l'erezione. Contemporaneamente Francesca prese a titillare dolcemente i capezzoli: mi sentivo in Paradiso.
"Non   provare   a   venire"  mi disse Marina, lasciando per un momento il proprio lavoro di bocca. Ero teso al massimo nel tentativo di assaporare ogni attimo. La giovane infermiera lasciò il mio pene. Con il volto che palesava una straordinaria eccitazione, Marina si pose sopra di me. Eretta, mi sembrava irraggiungibile. Potevo vedere la rosea fessura fare capolino fra i biondi peli.
Marina si abbassò venendo a sedersi sul mio ventre. La sua mano prese il mio pene, sempre più turgido, e lo guidò con sapienza verso la propria vulva, facendolo poi scivolare dolcemente all'interno. La stupenda sensazione data dalla mia prima penetrazione mi mandò in visibilio.
"Ohhhhh... è stupendo... siìììììì... che bello... oohhhhhh... è... è..."
"Stai tranquillo caro, risparmia il fiato. Adesso dovrai usare la bocca in ben altro modo..." disse Francesca facendo poi seguire alle parole l'azione.
Alzatasi, s'inginocchiò sopra il mio volto portando la propria figa all'altezza della mia bocca. "Leccami mio piccolo schiavo. Fai godere la tua Padrona, fammi sentire la tua dolce lingua: voglio farti bere tutti i miei umori".
Preso dalla sconvolgente situazione incominciai a leccare la stupenda fessura di Francesca mentre Marina continuava imperterrita a scoparmi.
Le due donne si baciarono. Riuscii ad intuire questo atto sentendo i rantoli di piacere spegnersi nelle reciproche bocche.
Rialzando gli occhi oltre lo stupendo culo che mi sovrastava vidi Paola calzare dei guanti come quelli che aveva usato per torturarmi. Lentamente la dottoressa unse la mani ricoperte di lucida gomma scura con dell'olio. Paola andò poi a sistemarsi alle spalle di Marina. Sentii le abili mani della donna accarezzarmi, prima l'interno delle cosce, poi lo scroto, con incredibile delicatezza. Le sensazioni erano incredibili. Attaccato da più parti, facevo sforzi incredibili per trattenermi. Per fortuna ero venuto poco prima. Sentendo aumentare il ritmo con cui Marina mi cavalcava, aumentai la frequenza e l'intensità dei miei passaggi di lingua, alternando lenti passaggi delicati a rapidi colpetti, quasi piccole frustate al clitoride.
All'improvviso un foltissimo bruciore si fece sentire all'interno della coscia, bloccando parzialmente la mia eccitazione.
"Ahiiiii"  urlai  interrompendo  il  mio lavoro di lingua e contorcendomi, facendo sobbalzare Marina sopra di me.
"Porco schifoso, stai fermo e continua a leccare" urlò Francesca piantando le unghie nei mie capezzoli.
"Ma... mi hai fatto male... ahiiaa..."
"Non me ne frega niente. Continua!!" urlò ancor più indispettita. Ripresi a leccare, timoroso di quanto accadeva tra le mie gambe.
"Che piattola sei, per così poco! In fin dei conti la sigaretta ti ha solo sfiorato, e ti sfiorerà ancora ogni volta che sarai prossimo a venire" disse la dottoressa.
"Se poi, per caso, dovessi venire senza il permesso, allora sì che te la spegnerei sulle palle". Ero certo che lo avrebbe fatto. Ero terrorizzato e faticavo a mantenere l'erezione. Marina stimolò i miei capezzoli ed anche Paola riprese il dolce massaggio allo scroto. Sospiri e mugolii ripresero e ben presto l'intensità di questi rumori cominciò a salire. Ad un tratto il corpo di Marina si irrigidì. Un urlo che immagino spaventoso si spense nella gola di Francesca. Le unghie di Marina penetrarono nella pelle del mio petto. Il corpo della donna era percorso da un fremito che potevo percepire distintamente. Aumentai il ritmo della lingua. Ancora una volta il bacio della sigaretta sulla mia pelle mi bloccò parzialmente.
Francesca si sedette sul mio volto quasi soffocandomi. Sfregava la  propria intimità sul mio volto, incurante della mia condizione.Tentai in qualche modo di farle sentire la lingua. Finalmente anche lei ebbe l'orgasmo. I rantoli di piacere sembravano singhiozzi. Gli umori  scendevano nella mia bocca.
"Ora godi anche tu, piccolo vizioso. Sììì, voglio  sentire  la  tua sborra calda riempirmi" mormorò ansimante la giovane infermiera. In un crescendo di sensazioni meravigliose sentii l'orgasmo arrivare esplodendo nel mio cervello. Il mio corpo pervaso da brividi di piacere vibrava nell'estasi del godimento.
Tutti e tre restammo ansimanti per diversi minuti, fino a quando la voce di Paola ci riportò alla realtà.
"Bello spettacolo, molto eccitante" disse la dottoressa.
Ancora sconvolti dal recente accaduto, ci rialzammo. Francesca si tolse l'abito in gomma ed incominciò ad indossare i propri indumenti.
"Muoviti, vestiti. La doccia la faremo a casa. Accidenti, si è fatto tardi". In pochi minuti fummo pronti. Paola ci osservava distesa sul divano fumando stancamente una sigaretta.
"Dobbiamo andare Paola, è tardi" disse Francesca.
"Sì cara" rispose la dottoressa. Francesca salutò entrambe le amiche baciandole sulla  bocca.  Anch'io mi diressi a salutare Marina. Non sapevo come comportarmi, ma l'infermiera mi tolse dall'imbarazzo baciandomi appassionatamente. Mi diressi a salutare Paola ed istintivamente mi misi in ginocchio e baciai i suoi piedi.
"Arrivederci Padrona" dissi molto devotamente.
Stavo per alzarmi quando la dottoressa, con un gesto da tutti inatteso, mi afferrò i capelli e, attiratomi a sé, pose le sue labbra sulle mie. Sentii la lingua della donna penetrare nella mia bocca: emozionato, ricambiai il bacio. La donna si allontanò dolcemente.
"Vai, adesso, vai, mio piccolo schiavo. A presto".
Francesca ed io, fatto un ultimo saluto, ci allontanammo velocemente. Giunti a casa frettolosamente ci preparammo al ritorno di mia madre. Durante la cena mia madre volle sapere delle cure, di quanto accaduto in clinica, se mi ero trovato a mio agio, se avevo provato dolore ecc.
Ogni volta che veniva citato un particolare,  sentivo vampate di calore al volto e brividi lungo la schiena, pensando a quanto in realtà era accaduto. Venne il momento di andare a letto. Nel ripiegare i pantaloni un foglio di carta ripiegato cadde dalla tasca. Lo raccolsi e lo lessi trepidante: "TI      ASPETTO  ALLE 15.00. C.SO ROMA 22 - INTERNO 16. LA TUA PADRONA MARINA" Faticai non poco ad addormentarmi ripensando e rivivendo quella giornata memorabile, ma alla fine caddi fra le braccia di Morfeo. La mattina seguente risultò tragica. Ero veramente elettrizzato ed incapace di concentrarmi. Rimediai un quattro in storia scatenando la perplessità del professore e l'incredulità dei compagni di classe. Più volte venni richiamato dalla professoressa di matematica in quanto completamente assente. Alla fine delle lezioni volai a casa. Messomi nudo, come sempre, apparecchiai la tavola. Preparatomi mentalmente a non lasciar trasparire le mie emozioni, attesi l'arrivo di Francesca che arrivò poco dopo. Cercando di non commettere errori e di servirla al meglio eseguii tutti gli ordini in modo perfetto, anzi troppo perfetto tanto da insospettire mia cugina.
"Come mai sei così attento oggi? C'è qualcosa di strano. Tu mi nascondi qualcosa..."
"Ma no, Padrona, questo è il mio modo di ringraziarti per ieri..." cercai di giustificarmi, tradendo però un tremore nella voce. Sparecchiai la tavola e dopo aver servito il caffè ed accesa la sigaretta alla Padrona, incominciai a lavare i piatti. Francesca si avvicinò e sentii il suo sguardo indagatore su di me. Accarezzandomi le natiche la Padrona mi disse:
"Non mi nascondi proprio niente? Sai che devi essere sincero verso la tua Padrona..."
"Certo Padrona, non mentirei mai". "Bene". Pensai di averla fatta franca. Francesca scomparve canticchiando un motivetto molto in voga.
"Sei grande Max" pensai dentro di me e ripresi di lena le faccende. Ero presuntuosamente convinto di aver fatto una gran cosa.
"Maaaxxx... quando hai finito portami gli stivali che poi devo uscire".
"Ho già finito Padrona, li porto subito".
Raggiunsi la stanza di Francesca e, prelevati gli stivali, raggiunsi mia cugina in salotto. Così come mi era stato insegnato mi misi in ginocchio e dopo essermi avvicinato e aver leccato i piedi di Francesca incominciai ad infilare gli stivali, ma la Padrona mi bloccò.
"Fammi vedere se sono puliti bene". Sforzandomi di non dare a vedere la mia insofferenza porsi le calzature a Francesca che le esaminò attentamente. La mia mente era rivolta ai minuti che stavo perdendo.
Una terribile sberla mi colpì, facendomi lacrimare gli occhi.
"Ehi stronzetto, è così che pulisci i miei stivali?" urlò con voce molto cattiva mia cugina indicando con la punta dell'indice una minuscola macchia.
"Perdono Padrona, non capisco come sia successo, rimedio subito".
"Sarà meglio per te" rispose porgendomi lo stivale.
Preso l'oggetto lo leccai con passione ripulendolo perfettamente. Feci veramente del mio meglio per non indispettire ulteriormente la Padrona, ma non tanto per il timore della punizione quanto per il timore di ulteriori contrattempi che mi mettessero nelle condizioni di arrivare tardi da Marina. "Ecco Padrona" dissi restituendo lo stivale ripulito.
"Non crederai mica di cavartela così, vero?"
"No Padrona" risposi cercando di essere il più umile possibile.
"Bene. Cosa ne pensi di 36 frustate?" Erano molte, specialmente conoscendo la mano di Francesca. Ebbi un attimo di tentennamento. Temevo  la punizione, ma non volevo sfigurare con Padrona Marina al primo incontro. L'attrazione per quella che era stata la mia prima donna vinse.
"La punizione è più che giusta e magnanima, Padrona". Cercai di usare il tono più mieloso e sottomesso, sperando che un simile atteggiamento potesse alleggerire la mano di Francesca.
"Bene, allora preparati, vieni in ginocchio sulla poltrona". Eseguii prontamente l'ordine. Messomi in ginocchio lasciai che Francesca mi legasse mani e piedi. Vedendola prendere il bavaglio espressi la mia perplessità. Non era usuale l'uso del bavaglio.
"Come mai Padrona?" chiesi.
"Non fare domande e apri la bocca". Mi lasciai imbavagliare. Francesca andò a prendere  il frustino e lo fece sibilare nell'aria più volte, facendomi venire i brividi.
Una sferzata terribile, cattiva mi colpì all'altezza dei reni. L'urlo da animale ferito si spense nel bavaglio. Non avevo mai ricevuto un colpo simile. Il bruciore era insopportabile e tentai di divincolarmi, con il solo risultato di procurarmi abrasioni. Francesca venne a porsi davanti a me:
"E così non mi hai nascosto   niente,   vero?   Piccolo   stupido.
Marina ha chiesto il permesso a me e a Paola e lo abbiamo concesso, ma anche per poter verificare la tua sincerità. Adesso t'insegnerò a non mentire mai più ad una Padrona. Sarai lo schiavo personale di Marina, ma ricordati che sia io che Paola avremo sempre ogni diritto su di te".
Il tono di Francesca era stato durissimo. Spostatasi nuovamente dietro di me cominciò a colpire con calma, precisione e forza tremende. Urlavo a me stesso la mia disperazione.
"T'insegno io a mentirmi, stronzo. Fino ad ora abbiamo giocato, ma io ti scortico vivo. Non avresti dovuto fare una cosa del genere".
Piangevo per il dolore e per l'umiliazione. La carne sembrava spaccarsi ad ogni colpo. Il sudore scendeva andando a mescolarsi alle lacrime che rigavano le mie guance.
Al trentaseiesimo colpo Francesca, senza dire una parola, mi slegò. Non riuscivo a muovermi. Con enorme sforzo riuscii a compiere una rotazione e, spossato, mi lasciai andare sulla poltrona, ma il contatto con il tessuto risultò insopportabile, facendomi saltare in piedi.
"Ora vattene, verme, non voglio più vederti per un pezzo". Provato nel fisico e nel morale, a quelle parole mi gettai letteralmente ai piedi di Francesca e li baciai come mai avevo fatto.
"Perdono Padrona, perdono".
"Vattene, sparisci!" mi ordinò Francesca con tono dispregiativo, rifilandomi un calcio.
Incominciai a piangere disperatamente: non era un pianto di dolore, ma di disperazione sincera. Singhiozzante implorai ancora:
"La prego Padrona, non mi mandi via, non posso stare senza di Lei".
"Davvero? Ma puoi mentirmi spudoratamente offendendomi in modo così vile! Di schiavi come te posso trovarne quanti ne voglio".
"Noooo!!" urlai disperato mentre lacrime copiose scendevano sul mio volto. "Noooooo!!!" ripetei "Padrona Franci, nooooo, ti prego!!"
Vedendo la mia reale disperazione Francesca si avvicinò e, sorvolando magnanimamente anche sul fatto che l'avessi chiamata con il suo nomignolo famigliare, mi prese per i capelli e mi avvicinò al suo seno. Con voce dolce mi disse:
"Hai fatto una cosa orribile nei confronti di una Padrona che ti vuole bene. Meriteresti veramente di essere lasciato per sempre, ma visto che mi sei parso sincero, voglio perdonarti. Spero che la lezione ti sia servita. Non fare mai più una cosa simile perché sarebbe la tua fine e non solo nei mie confronti. Adesso vai, rivestiti, Marina ti aspetta".
"Grazie Padrona" dissi baciando devotamente la mano di Francesca. Vedendo che mi dilungavo mi cugina mi allontanò.
"Adesso vattene, è un ordine. Non farla aspettare".
Mi alzai e mi rivestii con molta difficoltà. Il bruciore era tremendo. Prima di uscire guardai Francesca che, seduta in poltrona, fumava tranquillamente osservandomi e Lei, con un gesto, quasi mi volesse dare la sua benedizione, mi diede il permesso di andarmene. Uscii di casa e, camminando lentamente, mi diressi verso casa di Marina. Nonostante i dolori lancinanti camminai di buona lena.
Giunto all'indirizzo indicatomi suonai all'interfono. "Siìii, chi è?"
"Marina, sono Massimo".
"Marina? Caso mai Padrona Marina e tu sei lo schiavo Massimo. Cerchiamo di capirci subito, chiaro??"
"Sì Padrona".
"Ok, così va meglio. Sali!" Salii la scala e, giunto davanti alla porta, la trovai socchiusa. Bussai un paio di volte e la voce della Padrona mi raggiunse ordinandomi di entrare. Richiusi la porta.
"Spogliati e mettiti in ginocchio" mi ordinò la voce lontana di Marina. In pochi secondi rimasi nudo e mi misi in ginocchio. Poco dopo udii i passi di Marina e, quando alzai lo sguardo dietro suo ordine, rimasi esterrefatto: lei indossava la tipica divisa da infermiera, ma in gomma, con l'aggiunta di calze in gomma nera e lunghi guanti trasparenti che arrivavano alle ascelle. La donna si avvicinò e protese la gamba, io le resi immediatamente omaggio baciandola con devozione.
"Vedo che le hai prese" commentò riferendosi ai segni marcati sulla mia schiena e sulle natiche. Marina porse l'atra gamba ed io baciai anche questa con la stessa passione.
"Niente male. Sei stato stupido. Comunque Francesca è stata buona con te. Se mai proverai a mentirmi, la punizione sarà ben più terribile di quella che hai appena ricevuto " e così dicendo mi allungò un calcio.
"Ora devi sapere che Francesca e Paola mi hanno concesso di averti come schiavo ed anche come mio fidanzato. Sarai il mio uomo ed io sarò la tua Regina. Per sempre. Se accetti puoi rimanere, altrimenti vattene subito e non farti mai più vedere da me. Pensaci bene, ti concedo di pensarci con calma".
Per qualche secondo rimasi indeciso. Poi, preso il coraggio a due mani, mi lasciai trascinare dall'istinto e mi gettai con la fronte a terra. Non furono necessarie altre parole. Avevo compiuto un atto che avrebbe lasciato un segno profondissimo nella mia vita per molti anni successivi. Ma questa è un'altra storia...

Fine
                                                                                                                                      Massimo


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