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MASSIMO, UNA LUNGA STORIA (4)
di Massimo

Quarta parte

Rimasi in quella scomoda posizione per circa venti minuti. Marina ricomparve spingendo un carrello che andò a sistemare alle mie spalle.
"Per favore, puoi liberarmi?"
"Tu sei tutto scemo. Le ho appena prese, perché la dottoressa non ti ha trovato legato al suo arrivo" mi rispose indispettita l'infermiera. "Adesso, però, tocca a te. Sei stato proprio uno stupido. Ahhiii come brucia... la dottoressa e tua cugina ci hanno proprio dato dentro con la frusta...    spero proprio che ti lascino nelle mie mani almeno per mezz'ora..." proseguì Marina strofinandosi le natiche.
"Ma io... , cosa vogliono fare?"
"Senti, non ho intenzione di prenderle ancora. Stai zitto e buono, risparmia il fiato perché fra poco ne avrai bisogno".
"Cosa vuoi dire? Paola mi ha detto che sarebbe stata buona con me.. "
"Paola? Se ti sentisse che la chiami così, povero te. Sì, mi ha obbligato di soddisfarti... ma non sei ancora stato punito per la tua ritrosia iniziale".
"Ma cosa volete fare? Ho paura... voglio andarmene".
"Troppo tardi, mio caro. Spero proprio che mi permettano di lavorare un po' su di te, così imparerai a fare quello che ti dico. Devi imparare cosa vuol dire essere uno schiavo della dottoressa". L'infermiera riapparve ai miei occhi: i capelli erano raccolti in una cuffia di colore verde e portava una mascherina sul volto.
Con abilità, Marina indossò un camice dello stesso colore della cuffia e, dopo averlo allacciato, indossò un paio di guanti, in lattice scuro. Guardavo impietrito quella scena, cercando di capire cosa mi attendesse.
"Ma cosa fai?" trovai la forza di chiedere.
"Mi preparo, non vedi?"
"Ti prepari a fare cosa?"
"Ma  ad  assistere  la  dottoressa e Francesca... "
"Assisterle per cosa?"
"Non sono certa di quello che vogliono fare, ma mi hanno detto di preparare alcune cose... per cui penso di sapere quello che ti attende... "
"Accidenti, anch'io vorrei sapere... "
"No, tu non devi sapere proprio niente". Sentii il sangue gelarsi nelle vene. La voce di Francesca   era cattiva. Accompagnata dall'amica, mia cugina fece ingresso nello studio. Entrambe indossavano cuffie e mascherine allo stesso modo dell'infermiera. Aiutate da Marina indossarono prima i camici e poi i guanti.
"Pronte?" chiese Paola, terminando di accomodare la liscia gomma sulle mani.
"Pronte" confermarono all'unisono mia cugina e l'infermiera.
"Pronte a fare che?" urlai "ma voi siete tutte matte; lasciatemi!" Paola venne a porsi davanti a me. Riuscii ad intuire che stesse sorridendo.
"È meglio che tu stia buono. Adesso t'insegneremo cosa vuoi dire "dolore", ma sarà solo l'inizio. Anche se Marina è la mia schiava personale, per te sarà sempre un superiore e quando ti darà un ordine, ubbidirai come se quell'ordine fosse stato impartito da Francesca o da me".
Francesca si porse di fianco all'amica ed annuì con il capo.
"Adesso ti faremo male, molto male. Mi piace far urlare gli stupidi presuntuosi come te. Vedremo se, quando avremo finito, avrai ancora tutta quella boria.
Urla pure, nessuno può sentirti, qui; sono certa che tra poco implorerai pietà e sarai pronto a fare tutto quello che voglio. Preparati Francesca".
Mia cugina si accomodò alla mia sinistra, Paola alla mia destra, mentre Marina si trovava dietro la mia testa. "Pinze!" ordinò la dottoressa, porgendo la mano verso l'infermiera e mia cugina l'imitò. Marina pose nelle mani guantate due pinze metalliche molto lunghe e sottili, la cui estremità era piatta. Paola, sorridendo, saggiò la funzionalità. "Aghi" ordinò ancora una volta la dottoressa, porgendo la mano libera verso Marina. Anche questa volta Paola venne imitata da Francesca e, subito, l'infermiera depose nelle loro mani degli aghi lunghissimi, che vedevo per la prima volta.
Quasi simultaneamente, le due donne, strinsero i capezzoli nella propria pinza e tirarono verso l'alto.
"Aahahahaaaa...!!" urlai con quanto fiato avevo in gola "no... vi prego no... ahaha... no... fa troppo male!!!!..."
Incuranti delle mie urla e delle mie suppliche, Paola e Francesca avvicinarono i lunghi aghi ai capezzoli.
"No... ferme... siete matte... no... ahahaggg !!!..."
I terribili strumenti stavano penetrando nella mia carne.
"Bel lavoro, mettiamone ancora" disse Paola tendendo la mano verso l'infermiera.
"No, basta..." urlai con tutto il fiato che avevo.
Nel momento in cui riceveva il lungo ago, la dottoressa si fermò per un attimo, pensierosa.
"Povera Marina, mi stavo dimenticando di te. Visto che le hai prese per colpa di questo, forse è giusto che tu abbia la possibilità di rifarti su di lui".
"Grazie dottoressa" esclamò con entusiasmo l'infermiera
"Francesca, lascia che dei capezzoli si occupi Marina. Vediamo un po' cosa puoi fare tu... "
Paola rimase pensierosa per alcuni secondi mentre l'infermiera prendeva posizione nel posto che era stato della dottoressa.
"Francesca, come te la cavi a suture?"
"Solo teoria" rispose mia cugina facendo spallucce.
"Allora è ora che incominci a fare pratica. Marina, prepara ago e filo e passami una pinza emostatica!" ordinò Paola. Ricevuto lo strumento, la dottoressa spinse il mio glande quanto più poteva indietro e tese la pelle del pene al massimo, applicando poi la pinza quanto più in basso possibile al fine di mantenere il pene arretrato dentro la pelle. Aveva creato, così, una specie di sacchetto formato dalla pelle del pene.
"Forza Franci, vediamo cosa sai fare". Con qualche titubanza Francesca prese la pinza porta-aghi che le veniva porta e poi una seconda pinza.
"No... non voglio... Franci... non farlo... no...    sei matta??!!" urlavo disperato e mia cugina sembrava alquanto indecisa, con le due pinze nelle mani.
"Coraggio cara: prima o poi dovrai pure iniziare. Non avere paura, ci sono qui io" l'incoraggiò Paola. Le   parole dell'amica indussero Francesca ad avere un atteggiamento più deciso.
A nulla valsero le mia urla, le mie minacce, le mie suppliche. Riprendendo padronanza di sé, Francesca afferrò con la pinza la pelle del mio pene. Con mano un po' incerta avvicinò l'ago da
sutura. Incoraggiata e guidata dall'amica, mia cugina vinse ogni indugio e fece penetrare
lo  strumento nella mia pelle. Quasi contemporaneamente Marina procedette infilando il primo ago nel mio capezzolo.
Il dolore era terribile ed avevo paura: urlavo, ma mi pareva di non sentire la mia voce. Stavo sudando abbondantemente e, per la paura, dal mio ano uscirono un po' di feci. Allucinato guardavo quelle sadiche scatenate che, alquanto compiaciute, mi stavano torturando come se fosse la cosa più normale di questo mondo.
Rotto il ghiaccio, Francesca procedeva con sicurezza ed ora l'espressione dei suoi occhi non era più preoccupata, ma divertita.
"Bravissima Franci, hai visto che non era poi così difficile?!"
"Beh, sai... la prima volta..."
"Certo cara, capisco benissimo. Comunque hai fatto un ottimo lavoro".
"Grazie".
"Brava anche tu Marina, continua pure se vuoi".
"Grazie, dottoressa". L'infermiera, che non attendeva altro, riprese il proprio lavoro e, con compiaciuto sadismo, infilò un altro ago nel capezzolo.
"Accidenti, come mi diverto, stronzo. Così imparerai ad ubbidire. È proprio uno spasso torturare uno come te" mi sussurrò con voce cattiva e crudele l'infermiera.
Nel frattempo Paola e Francesca, che avevano finito di rimirare l'opera di mia cugina, osservavano Marina mentre devastava le mie tenere carni. Francesca abbassò la propria mascherina e poi, quasi affettuosamente, fece la stessa cosa a Paola. Con tenerezza, la dottoressa cinse i fianchi di Francesca e le loro bocche si avvicinarono per unirsi in un sensualissimo bacio.
Era la prima volta che vedevo due donne baciarsi. Nonostante Marina continuasse ad infierire su di me, mi eccitai nuovamente. Le mani di Paola percorsero il corpo di Francesca, senza che mai le labbra si staccassero. Sentivo i mugolii di piacere di mia cugina. Anche Marina era visibilmente eccitata.
"Basta così cara" ordinò la dottoressa, allontanandosi dall'amante.
"Sì, dottoressa" rispose Marina, interrompendo il sadico lavoro. Paola si avvicinò alla poltrona sulla quale ero legato. Piangevo singhiozzando e non avevo più la forza nemmeno di urlare. Ero madido di sudore e quelle poche feci che mi ero lasciato scappare, bruciavano sulla pelle: ero distrutto sia nel fisico che nel morale.
"Allora, schiavo, vuoi che continuiamo?"
"Ohh, no Padrona, La prego, basta; vedrà che sarò buono ed ubbidiente"
"Davvero? Forse stai mentendo... come faccio ad essere sicura?..."
"La prego,  Padrona,  mi  metta  alla prova, ma non mi torturi più; è troppo..."
"Troppo cosa?" mi derise Francesca.
"Non mi pare che la punizione sia stata così terribile, visto come stai in salute con il tuo cazzo" mi apostrofò la dottoressa, dando uno schiaffo al mio pene turgido, sebbene racchiuso in quella specie di sacca
"Ahhiiii" urlai.
"Piccolo sporcaccione, non ti vergogni?"
"Sì Padrona, ma non posso farci niente... non capisco..."
"Già, ma capisco molto bene io" disse Paola.
"Piccolo vizioso, ti piace essere torturato, vero?"
"No, non mi piace! !"
"Taci, stupido: sull'argomento ne sappiamo certamente più di te e cercheremo di accontentarti molto spesso; non è vero ragazze?"
"No, non è vero" urlai. Mentivo. Nonostante i dolori provati, ero eccitato e tutto quello che era accaduto mi era piaciuto. Tentavo di negare, più per convincere me stesso, che le mie aguzzine.
Sollevai leggermente la testa, cercando di vedere quello che mi era successo. In ognuno dei miei capezzoli erano infilati cinque aghi ed altrettanti erano stati collocati nel petto. La pelle del pene era stata perfettamente chiusa sopra il glande, con un accurato lavoro di cucitura, degno di una merlettaia.
"Bel lavoro, vero?" chiese con fare derisorio Paola, accendendo una sigaretta.
"A qualcosa sei servito e credo che servirai ancora a Francesca, oltre che per divertimento, per fare pratica". Gettai il capo indietro e ripresi a piangere.
"Marina, Franci, incominciate a togliere gli aghi, alla sutura penso io" ordinò la dottoressa.
Mia cugina e l'infermiera incominciarono a togliere i terribili strumenti, disinfettando la zona ove si trovavano le perforazioni: Paola, spenta la sigaretta ed armatasi di pinze e forbici, incominciò a togliere il filo che costringeva il mio glande all'interno della pelle. L'infermiera, abbandonato il lavoro d'estrazione degli aghi, si era armata di un tampone e, dopo averlo imbevuto in un liquido, iniziò a disinfettare la pelle del pene, procurandomi dei forti bruciori.
 "Aahhahahah!!!!" mi lamentai.
"Buono, buono, passa subito" mi redarguì l'infermiera.  Non appena ebbero terminato tutte queste operazioni, Marina e Francesca iniziarono a slegarmi, mentre Paola, toltasi il camice, i guanti, cuffia e la mascherina penzolante, venne a porsi davanti a me.
"Voglio darti una possibilità. Hai detto che farai tutto quello che vogliamo e che sarai buono. Vedremo, ma ricorda che se non ti comporterai bene, riceverai una lezione memorabile. Quello che hai provato oggi non è niente in confronto a quello che ti faremo". Finalmente venni liberato completamente.
Provato nel fisico e nel morale, mi alzai e, per un attimo, barcollai.
"Portalo a fare una doccia" ordinò Paola "poi ordina qualcosa da mangiare e fai portare tutto nel mio studio". Mia cugina e la dottoressa si avviarono ed io rimasi solo con Marina.
"Seguimi" mi disse la giovane infermiera, dirigendosi verso una seconda porta.
"Ma., ma io..." balbettai.
"Ma, cosa?"
"Ecco... io... sono nudo".
"E allora? Non preoccuparti, non ti vedrà nessuno".
Massimo

                                                                                                               Fine quarta parte


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