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MASSIMO, UNA LUNGA STORIA (3)
di Massimo
Terza parte
Francesca guidava con disinvoltura nel traffico cittadino. Dopo circa
venti minuti, l'auto varcò un cancello che immetteva in un ampio
giardino, in fondo al quale vi era un'enorme costruzione.
Conoscevo quel posto: era la clinica, una casa di cura privata, a detta
di molti fra le migliori in Italia; molto esclusiva, con trattamenti
sia a livello terapeutico che di ospitalità, di elevato livello.
Dopo aver parcheggiato l'auto, ci dirigemmo all'ingresso e quindi alla
reception.
"Buongiorno. Sono un'amica della dottoressa Paola (venne usato il
cognome ma è meglio non fare citazioni); ho un appuntamento con
lei, può avvertirla che è arrivata Francesca?" L'usciere
alzò il ricevitore e compose un numero; avuta risposta,
informò la persona all'altro capo, che eravamo arrivati.
"Prendete l'ascensore. Terzo piano, stanza 21" ci disse indicando
l'angolo dell'atrio dove c'erano gli ascensori. Seguendo la Padrona,
raggiungemmo il terzo piano e la stanza indicataci. Bussammo e venne ad
aprirci una giovane infermiera che ci fece accomodare in una bella sala
d'attesa, per poi scomparire, dopo aver annunciato che la dottoressa ci
avrebbe ricevuti a minuti. Trascorsero pochi minuti e da una seconda
porta, apparve una donna molto bella; aveva i capelli neri, raccolti a
"coda di cavallo"; due grandi occhi neri, contornati da lunghe ciglia,
un sorriso simpatico ed accattivante; era alta e slanciata e dimostrava
di aver passato i trent'anni. Indossava un lungo camice bianco,
allacciato dietro ed aveva il colletto girocollo molto alto; le maniche
si chiudevano con polsini elastici; il seno prosperoso, sembrava
volesse strappare il tessuto. Ci alzammo.
"Francesca, tesoro, che piacere rivederti"
"Paola, sei sempre bellissima, ti trovo in forma" ricambiò mia
cugina, abbracciando.
"Questo è Massimo" mi presentò Francesca.
"Buongiorno, dottoressa" e mi affrettai a porgere la mano.
"Ciao. Sei tu che hai qualche problema? Vediamo un po' di cosa si
tratta; andiamo nel mio studio". "Aspetta Paola, vorrei parlare un
attimo con te, a quattrocchi" chiese Francesca.
"Ma certo cara" rispose la dottoressa.
Francesca mi fece cenno di accomodarmi in poltrona e seguì
l'amica. La porta si richiuse alle loro spalle. Ero estremamente
curioso di sapere cosa ci fosse di tanto misterioso da dire. Ero geloso
di Francesca. Ogni volta che mi escludeva dalle sue attività,
manifestavo segni di nervosismo. Ero morbosamente attaccato alla
Padrona che mi aveva fatto scoprire la mia natura. Ero assorto in
questi pensieri quando la porta si riapri ed apparve mia cugina.
"Vieni" mi ordinò Francesca "e porta la valigia".
Varcai la soglia. Non era il solito studio medico al quale ero
abituato. Era elegantemente arredato; un'enorme scrivania dietro la
quale sedeva la dottoressa Paola; alle sue spalle una fornitissima
libreria. In un angolo un divano con due poltrone ed un tavolino.
Piante, quadri e tappeti, completavano l'arredamento. Dovevo avere
un'espressione veramente stupita, visto che la dottoressa mi
spiegò subito:
"Questo è lo studio, l'ambulatorio è oltre quella porta.
Avvicinati, muoviti!" mi riprese Francesca "vai a salutare la
dottoressa".
Arrivato in prossimità della scrivania tesi nuovamente la mano
come avevo fatto poco prima in sala d'attesa.
"Vai dietro la scrivania e mettiti in ginocchio" urlò la Padrona.
La guardai stupito.
"Non preoccuparti, Paola è come me, anzi è stata lei ad
insegnarmi tutto, facendomi scoprire l'essere dominante che era in me".
La dottoressa osservava divertita; incredulo, mi avviai dietro la
scrivania ed al comando di mia cugina, m'inginocchiai; sempre seguendo
gli ordini di Francesca, incominciai a baciare i piedi della
dottoressa, che calzavano delle scarpe di vernice nera con tacco alto.
Il mio imbarazzo doveva essere molto palese, perché Paola mi
fece sollevare il capo; guardandomi diritto negli occhi e mantenendo la
propria mano sotto il mio mento, mi disse:
"Non devi vergognarti. Ora avrai due Padrone che si occuperanno di te.
Non hai idea di quanti uomini, anche molto importanti, vorrebbero
essere al tuo posto. Continua a leccare, schiavo!"
Ripresi il mio servizio. Mentre lucidavo le scarpe della dottoressa, le
due donne ripresero a parlottare, facendo commenti, programmi, ipotesi
sul mio futuro, come se io non fossi stato presente.
"Ora basta!" ordinò Paola "andiamo a sederci nel salotto"
proseguì rivolgendosi a mia cugina "tu seguici carponi". Le due
Padrone si accomodarono sul divano e Francesca offrì una
sigaretta all'amica. Giunto in loro prossimità, mi sentii
ordinare:
"Avanti, spogliati, vogliamo vederti mentre lo fai"
"La prego Padrona., mi vergogno..." implorai baciando gli stivali
di Francesca.
"Ti vergogni?" mi riprese Paola. "Da quando in qua uno schiavo si
vergogna davanti alle proprie Padrone? Tanto più che io sono un
medico e Francesca lo sarà presto. Avanti, ubbidisci!"
"Sì dottoressa..."
Una terribile frustata mi colpì sulla schiena: fortuna che
indossavo ancora i vestiti: non avevo visto quel frustino e per questo
il colpo non era atteso. Urlai.
"Sì... cosa???" "Sì Padrona".
"Bene".
Mi alzai e dopo essermi toccato la parte colpita, incominciai a
spogliarmi. Vinsi la naturale vergogna, anche perché gli
argomenti di Paola erano molto convincenti.
Le Padrone osservavano divertite la mia esibizione, commentando in modo
ironico o ipotizzando sevizie di vario genere sulle parti anatomiche
che scoprivo. Terminai il mio spogliarello, restando completamente nudo
e vincendo il naturale istinto di coprire la zona genitale, mi misi
quasi sull'attenti.
"Bravo schiavo" mi apostrofò Francesca.
Paola, dopo aver aspirato l'ennesima boccata di fumo, pigiò un
bottone che stava sul tavolino. Trascorsero pochi secondi ed una porta
si aprì e fece ingresso nella stanza, la giovane infermiera che
ci aveva accolti poco prima. Venni colto dal panico e tentai di
coprirmi, ma due sferzate datemi da Paola, mi bloccarono. L'infermiera,
per niente stupita, si avvicinò.
"Marina, portalo nel mio ambulatorio dentistico e preparalo"
"Sì dottoressa. Alla poltrona 1 o alla 2?".
"Alla 1".
"Va bene. Seguimi" mi ordinò e visto che stavo per cogliere i
vestiti proseguì "lasciali pure, qui nessuno li toccherà"
Seguii l'infermiera. Poteva avere ventuno o ventidue anni. Il fatto che
non si fosse assolutamente stupita, mi fece capire che anche Marina
amava questo tipo di rapporti, ma non capivo quale ruolo prediligesse.
Nei confronti di Paola si era mostrata sottomessa mentre nei miei
confronti era stata piuttosto autoritaria.
Ero assorto in questi pensieri quando varcammo la soglia dello studio
dentistico di Paola.
L'aspetto era quello di altri ambulatori: bianco ovunque, due tipiche
poltrone dentistiche, armadietti e carrelli con strumenti.
Mi diressi verso la prima poltrona.
"No, non quella, l'altra" mi ordinò Marina.
Mi accomodai ed il contatto con il freddo cuoio mi fece venire la pelle
d'oca. Non avevo notato particolari differenze fra le due poltrone, ma
poco dopo ebbi modo di capire.
"Dammi le braccia" ordinò l'infermiera.
"Perché?"
"Devo legarle ai braccioli".
"Ma neanche per sogno... "
"Accidenti, non farmi perdere del tempo. Se la dottoressa arriva e non
sei pronto, saranno guai per tutti e due".
"Non me ne frega niente. Ho detto che non voglio essere legato e
basta".
"Non fare lo stupido. Non sarà certo la prima volta che vieni
legato... non avrai mica paura?"
"Sì, ho paura, perché? Un conto è farmi legare da
Francesca e un conto e farmi legare da estranei. Ti ho detto che non
voglio..."
Non terminai la frase perché Paola e Francesca fecero il loro
ingresso nella stanza. Anche mia cugina aveva indossato un camice come
quello dell'amica.
"Tu non vuoi..." si rivolse a me Paola, con tono indispettito ed
arrogante. Senza che potessi rendermene conto ricevetti due sberle in
pieno volto. Sentii i miei occhi lacrimare. Dopo un primo attimo di
sbigottimento, tentai di alzarmi di scatto, ma sia Paola che mia cugina
si gettarono con i loro corpi su di me. Mi divincolai con tutte le
energie, lottando disperatamente, ma l'intervento anche di Marina rese
vano ogni sforzo.
Un primo braccio venne legato, poi il secondo; infine anche le mie
caviglie furono assicurate a degli appositi blocchi, che poi vennero
portati in tensione. Anche la testa venne bloccata da una cinghia sulla
fronte, mentre una specie di piccoli cuscini disposti su di un asta a
cremagliera andarono a spingere contro le parti laterali della testa
impedendomi ogni movimento.
"Maledette... lasciatemi... non voglio... lasciatemi... o vi
denuncio..."
"Ci denunci? E perché mai? Vuoi forse denunciare un medico
perché vuole curarti? È stata tua madre a mandarti da me,
vero?"
Il tono di Paola era derisorio nei miei confronti.
"Voi non potete... non potete fare questo".
"Ma si tratta del tuo bene, caro. Del resto, se dobbiamo ricorrere a
questi mezzi è perché abbiamo a che fare con un ragazzino
capriccioso che ha paura del dentista".
Mentre Paola pronunciava queste parole, Francesca e Marina annuivano,
confermando la credibilità della storia.
Mi resi conto che nessuno avrebbe mai creduto a me.
Mi calmai prendendo consapevolezza della mia impotenza.
"Ohhh... ecco, adesso sì che sei
bravo. Non sei venuto per curare i denti? Non avrai mica paura di me?"
Paola si avvicinò ed accarezzò il mio volto.
Marina prese una di quelle apposite salviette e la fissò attorno
al mio collo.
"Da bravo, apri bene la bocca e vediamo un po' cosa c'è" disse
la dottoressa dirigendo il faro sulla mia bocca. Vedendomi titubante,
Paola cercò di tranquillizzarmi, dandomi ancora un puffetto e
poi prese uno di quegli strumenti appuntiti, con i quali normalmente i
dentisti saggiano la consistenza del dente.
Aprii la bocca e Paola effettuò una visita molto professionale e
solo una volta mi fece male, toccando un nervo evidentemente scoperto.
"Ci sono un paio di carie da curare, ma un premolare non mi convince:
faremo una radiografia" sentenziò la dottoressa
rivolgendosi a mia cugina.
Paola eseguì la radiografia ed inviò l'infermiera
perché venisse sviluppata la lastra.
"Intanto che aspettiamo vediamo di sistemare queste carie. Francesca,
mi aiuti tu?"
"Ma io non sono esperta..."
"Non importa, devi solo usare l'aspiratore e tenere aperto il lato
della bocca per aumentare il campo visivo".
"OK, se vuoi..."
"Vieni, preparati anche tu". Si avviarono andando alle mie spalle. Al
loro ritorno entrambe indossavano una mascherina chirurgica ed un
grembiule gommato sopra i camici. Aprirono delle buste ed estrassero
dei guanti trasparenti di colore marrone-verde scuro che arrivavano
fino al gomito. La situazione era allucinante: ero nudo, in uno studio
dentistico, legato ad una poltrona, in balia di tre donne.
Francesca andò a sistemarsi alla mia sinistra, mentre Paola si
accomodò su di uno sgabello con rotelle. La vidi armeggiare con
il trapano. Seguendo le istruzioni dell'amica, Francesca
posizionò l'aspiratore nella mia bocca. Paola ripose il trapano
e nella sua mano comparve una siringa. Con l'ausilio di uno
"specchietto" e con l'aiuto di Francesca, la bocca venne aperta al
massimo.
"Ora fermo!" ordinò Paola. Già, pensai fra di me: come se
potessi muovermi!
L'ago penetrò nella gengiva, prima dalla parte esterna poi
all'interno. "Aahhhhhhhaaaa! ! !"
"Ecco, tutto finito" disse la dottoressa, riponendo la siringa. Il
tipico fischio acutissimo del trapano pervase l'aria.
Paola incominciò a curare la carie. Sentivo il trapano lavorare
sul mio dente. Ero piuttosto teso e sudavo abbondantemente: avevo
paura, ma ero anche terribilmente eccitato. Marina fece ritorno
portando le lastre sviluppate. Paola interruppe per un attimo il lavoro
e disse all'infermiera di deporre le radiografie sulla scrivania. Il
sibilo riprese e mi trovai nuovamente il fastidioso strumento in bocca.
Alternavo lo sguardo passandolo da Paola a Francesca, delle quali
potevo vedere solo gli occhi. Continuavo ad essere molto teso e mi
stavo preparando ad un eventuale "incidente"; avevo sentito parlare di
anestesie che non avevano fatto completamente il loro effetto ed il
ricordo del dolore provato durante la visita, per un semplice tocco, mi
faceva pensare a quanto sarebbe stato terribile lo stesso tocco fatto
con la punta del trapano.
"Ecco fatto!" esclamò Paola, dopo aver medicato i denti
trattati.
"Vediamo un po' quel molare" proseguì la dottoressa, alzandosi e
dirigendosi alla scrivania.
Paola chiamò mia cugina e, mostrando la lastra controluce,
commentò quello che vedeva, dando indicazioni e spiegazioni, per
l'interpretazione della lastra.
"Niente da fare: bisogna toglierlo! Vedi le radici?"
"Sì... è proprio andato?"
"Purtroppo, sì. Non vale la pena di tentare una cura, sarebbe
solo tempo perso" sentenziò Paola e poi, rivolgendosi
all'infermiera,
"Marina, prepara per una estrazione. A giudicare dalle radici, questo
sarà un osso duro". L'infermiera, che nel frattempo si era
abbigliata come le due Padrone, si diresse verso un armadietto e
prelevò diverse cose. Non potevo vedere, ma udivo distintamente
il suono di oggetti metallici che si toccavano fra di loro. Dopo un
breve armeggiare, fece ritorno con un vassoio, che depose sul
portaoggetti annesso al trapano; si allontanò e fece ritorno con
un ampio lenzuolo gommato, che fissò dietro il mio collo. Paola
e Francesca sostituirono i guanti ...... e, subito dopo, la
dottoressa si armò di una siringa portale dall'infermiera.
"Apri, da bravo".
"Ho paura..."
"Vedrai, non sentirai niente" mi tranquillizzò mia cugina mentre
Paola cercava di farmi aprire la bocca.
Nonostante tutti gli sforzi per indurmi all'ubbidienza, resistevo
stoicamente; immaginavo che sarei stato oggetto di qualche doloroso
mezzo, per convincermi, ma, inaspettatamente, Paola prese una diversa
decisione.
"Avanti, dai, non fare lo stupido. Non possiamo mica stare qui tutto il
giorno. Se apri la bocca e non mi fai arrabbiare, ti faccio provare
qualcosa di speciale... "
"Qualcosa di speciale?"
"Sì, per premiarti e per farti rilassare, se non fai i capricci,
Marina ti farà un massaggio".
"Che massaggio?"
"Vedrai che rimarrai soddisfatto. Non mi credi? Guarda che io mantengo
sempre le promesse" disse la dottoressa, quasi indispettita. "
Lo sai benissimo, che se vogliamo farti aprire la bocca, possiamo farlo
facilmente, ma non credo che sarebbe molto piacevole per te" aggiunse
mia cugina
Ero certo che sarebbero state in grado di ottenere quello che volevano.
Ci pensai un attimo e decisi di collaborare. Aprii la bocca e Paola
procedette con l'anestesia, ma contemporaneamente ordinò a
Marina di procedere con uno dei suoi "massaggi". L'infermiera
sollevò il lenzuolo gommato e raggiunse il mio pene. La mano
guantata iniziò una lenta masturbazione.
Paola aveva preso delle pinze. Chiusi gli occhi e cercai di assaporare
al meglio la dolce carezza di Marina, evitando di pensare a quello che
sarebbe accaduto nella mia bocca. La pinza penetrò nella mia
bocca e, dopo aver stretto il mio dente, la dottoressa tentò
diverse manovre per riuscire ad estrarlo. Non sentivo dolore, ma capivo
gli sforzi della dottoressa per portare a termine l’estrazione.
Imperterrita, Marina continuava il suo massaggio ed il mio membro era
ormai eretto allo spasimo.
La dottoressa fece una breve pausa, durante la quale aprii gli occhi
per guardarla. Era sudata.
Quando riprese in pochi secondi terminò con successo
l’operazione senza apparente difficoltà.
Marina, dal canto suo, stava aumentando il ritmo.
Francesca, sollevando completamente il lenzuolo gommato, scoprì
il mio torace ed un attimo dopo prese a stuzzicare dolcemente i miei
capezzoli. Bastarono pochi tocchi e venni abbondantemente, schizzando
qualche goccia di sperma sul volto mascherato di Marina. Il congegno
che bloccava la mia testa venne rimosso e, aiutato da Francesca,
risciacquai la bocca più volte.
"Hai visto? Ti ho fatto male?" chiese la dottoressa.
Feci cenno di no con il capo.
"Adesso andiamo a riposarci un po'" disse Francesca accendendosi una
sigaretta e porgendo il pacchetto alle altre due, che la imitarono.
Massimo
Fine terza parte
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