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MASSIMO, UNA LUNGA STORIA (2)
di Massimo

Seconda parte

Decisi che avrei cercato di stupire Francesca, di farle vedere di quale pasta fossi; strinsi i denti ed affondai il volto nel guanciale. Mia cugina incominciò una lenta, precisa e terribile fustigazione. A stento trattenni le urla, limitandomi a mugolii soffocati dal cuscino, ma non potei trattenere le lacrime. Piangevo per il dolore, per l'umiliazione, per la rabbia.
Ma, con enorme stupore, mi scoprii eccitato da quella situazione.
Francesca terminò di frustarmi. Dopo aver riposto la macchina fotografica nella valigia metallica, venne verso di me.
"Ora ti libererò. Vedi di comportarti bene. Sei stato bravo finora".Dopo essere stato slegato, mi alzai. La schiena, le natiche, le gambe, mi bruciavano. Singhiozzavo e le lacrime scendevano lungo le mie gote.
"Vieni qui, piccolo schiavo" ordinò Francesca con tono bonario.
"Fammi un po' vedere. Hai molto male, vero? È stata colpa tua, avresti dovuto ubbidire. Vieni, fammi vedere".
Mi avvicinai e Francesca passò la mano lungo la mia schiena, provocandomi un ulteriore bruciore. "Ahhhiiiii" urlai.
"Buono. Ho picchiato piuttosto duro, vero? Passerà presto; vieni, siediti sulle mie ginocchia"
Mi sedetti sulle gambe di mia cugina, che continuò ad accarezzare la schiena con una mano, mentre con l'altra raggiunse il mio pene che nonostante tutto era eretto.
"A quanto pare ti è anche piaciuto, piccolo vizioso. Comunque, per essere stata la prima lezione, ti sei comportato bene. Ricordati che mi appartieni e quello che hai provato oggi non è niente; sono in grado di farti molto più male". Per un attimo, Francesca, abbandonò il mio sesso ed abbassò il reggiseno, facendo debordare le tette rigogliose.
"Ora bacia la tua Padrona, mio maialino". Con la mano che era dietro la schiena, spinse la mia testa verso il proprio seno, mentre con la seconda riprese a masturbarmi. Non avevo alcuna esperienza ed affondai il mio volto fra i seni, baciando e leccando dove capitava.
"Piano, piano, dolcemente. Dovrai imparare presto"
La situazione, il mio primo contatto sessuale vero con una donna, l'abile masturbazione di Francesca mi portarono ben presto all'orgasmo. Schizzai il mio seme eiaculando abbondantemente.
"Si... ecco...   così... sborra... uhhmmm...    quanta ne avevi"
"Ohhhh... siiiii... che bello Fran...   Padrona"
"Bravo, sei proprio stato bravo; ora pulirai tutto e poi potrai andartene. Per questa volta potrai pulire con uno straccio, ma dalla prossima volta pulirai sempre con la lingua"
Presi uno straccio e ripulii i guanti in pelle di Francesca ed infine raccolsi alcune gocce che erano cadute a terra.
"Vai a lavarti, non ho bisogno di te. Ci vedremo all'ora di cena" .
Venni così liquidato dalla Padrona. All'ora di cena, entrambi fingemmo d'ignorare  l'accaduto e facemmo finta di niente.
Nei giorni seguenti tutto procedette come Francesca aveva previsto. Ogni giorno rientravo da scuola e mi preparavo nudo in ginocchio attendendo la Padrona; al suo arrivo dovevo renderle omaggio, servire il pranzo, lavare i piatti e prima di studiare, dovevo sistemare la camera della Padrona, pulire le sue calzature etc...
Svolgevo abbastanza bene i miei compiti e per questi non ricevetti grandi punizioni.
Un giorno, apparentemente come altri, Francesca, dopo che ebbi terminato di lavare i piatti, disse: "Oggi puoi fare a meno di metterti a studiare, mi darai una mano a ripassare alcune lezioni".
"Sì Padrona, molto volentieri".
"Bene; lava anche la tazzina del caffè e poi aspetta che ti chiamo".Francesca scomparve e, dopo circa quindici minuti, mi raggiunse un suo ordine:
"Schiavo, vieni, sono pronta".
"Padrona, posso andare a fare la pipì, prima?"
"No, anzi tienila, è meglio; mi hai fatto venire un'idea...
"Raggiunsi la camera di Francesca.
Così come mi era stato insegnato, non appena varcata la soglia, mi misi in ginocchio e mi avvicinai ai suoi piedi, per poi baciarli. Francesca aveva gli stivali e portava una bella minigonna che riuscivo ad intravedere attraverso l'apertura del camice.
Già, indossava il camice bianco tipico dei medici e portava lo stetoscopio al collo.
"Bene, alzati e poi stenditi sul letto".Nell'eseguire questa operazione, ebbi modo di notare che sullo scrittoio, sopra un lenzuolo, erano disposti degli strumenti, mentre un secondo lenzuolo copriva qualche cosa che non riuscivo ad identificare.
Francesca procedette con la visita, iniziando ad auscultare cuore e polmoni; proseguì  con la palpazione dell'addome, creandomi qualche fastidio, visto che avevo la vescica piena.
"Uuhhhuuu, non resisto più" mi lamentai.
"Accidenti, lo sai che hai una bocca ridotta male?! Da quanto tempo non vai dal dentista?"
"Mahh, non ricordo, credo che siano passati almeno un paio d'anni".
"Bisogna rimediare: ti ci porterò io".
"Sì, Padrona".
"Anche le tonsille mi sembrano ridotte male; ma i denti e la gola non ti fanno mai male?"
"I denti mi hanno dato dei disturbi un paio di volte, ma poi mi è passato tutto. Di solito, d'inverno, mi capita di avere il mal di gola almeno un paio di volte nella stagione, ma mi hanno detto che  è   normale con  il freddo..."
"Stai zitto. Non posso credere che esistano ancora questi luoghi comuni. Ti faremo dare un'occhiata anche alla gola".
Non replicai e la visita procedette con l'esame dell'orecchio.
"Bene, a parte la bocca, mi pare tutto a posto, ma adesso occupiamoci di altro". Francesca sorrise. Era un sorriso che avevo imparato a conoscere molto bene: non presumeva niente di buono per me.
La Padrona prese delle corde e si avvicinò al letto.
"Dammi i polsi!"
"Perché Padrona? Cosa ho fatto di male? Perché vuole punirmi?"
"Non hai fatto niente di male e non intendo punirti, ma se fai ancora domande, sarò costretta a farlo. Voglio solo fare un po' di pratica riguardo una certa cosa... "
Mi lasciai legare mani e piedi agli angoli del letto.
"Ho una sorpresina per te: Paola, la mia amica, è stata in Inghilterra di recente e mi ha portato un paio di regali. Uno voglio provarlo subito".
Francesca si avviò allo scrittoio e rimosse il lenzuolo che ricopriva gli oggetti misteriosi, prelevò qualcosa e si diresse verso di me.
Si trattava di una palla di gomma dalla quale partivano alcune cinghie di cuoio.
"Cos'è?" chiesi.
"Questo? È un piccolo ma utile oggetto: è un bavaglio"
"Un bavaglio?"
"Sì, mio piccolo schiavo; voglio fartelo provare subito".
"Ma... Padrona... perché?"
"Può essere utilissimo; avanti, ubbidisci, apri la bocca!"
Francesca armeggiò a lungo prima di completare l'operazione. La pallina di gomma dilatava al massimo la mia bocca ed aderiva perfettamente ai bordi, impedendomi l'emissione di qualsiasi suono.
La Padrona si scostò un poco ed ammirò estasiata il risultato.
"Era proprio quello che ci voleva" sentenziò con soddisfazione.
"Ma ora occupiamoci un po' della tua pipì".
Si diresse verso lo scrittoio e fece ritorno con un "pappagallo" di plastica. L'avevo visto più di una volta in ospedale. Tirai un sospiro di sollievo. Francesca lo pose fra le mie gambe e si allontanò. Non capivo. La vidi aprire una busta ed estrarre dei guanti di gomma in lattice scuro, tipo glacé. Con misurata lentezza li calzò. Prelevò altri due oggetti e fece ritorno verso di me. Uno era un tubetto, l'altro era un lunghissimo e sottile tubo di gomma.
"Adesso togliamo la pipì a questo bambino..."
Non sapevo cosa volesse fare e venni colto dal panico. Cercai di urlare ma il bavaglio svolgeva bene il proprio ruolo. Allora incominciai a scuotere la testa facendo cenno che non volevo. Completamente incurante di tutto questo, la Padrona apri il tubetto e fece uscire della crema gel con la quale unse un'estremità del tubicino di gomma (solo più tardi appresi che si trattava di un catetere vescicale).
La mano guantata di Francesca afferrò il mio pene e, con l'altra mano, il catetere venne guidato verso il prepuzio. Sentii il tubo entrare nel pene dandomi una terribile sensazione di fastidio. Sentivo quell'oggetto intruso penetrare in me, mentre Francesca, di tanto in tanto, distoglieva lo sguardo assorto nell'operazione, e guardandomi, sorrideva come se volesse tranquillizzarmi.
Sentii la punta del catetere   raggiungere l'entrata della vescica e forzatala, penetrare. Quasi contemporaneamente, uno zampillo d'urina  uscì   dalla   parte   superiore   e Francesca guidò questa estremità all'interno del "pappagallo.
"Sì... così...   liberati...   Sei proprio un paziente modello".
Trascorsero alcuni minuti ed il liquido cessò d'uscire. L'operazione d'estrazione risultò molto più fastidiosa (anzi, direi dolorosa).
"Ecco fatto; adesso girati che voglio fare un'altra cosa".
Ero molto eccitato. Slegandomi un'estremità alla volta e legandomi poi nella posizione voluta, Francesca fece in modo di legarmi con il culo proteso in aria. Cercai di sbirciare e vidi la Padrona ungere le dita guantate con la stessa crema di prima. Realizzai immediatamente quello che voleva fare e cercai di liberarmi, ma inutilmente. Francesca prima mi dilatò le natiche, esponendo il mio ano e poi con molta rudezza, vi introdusse un dito. Mi sentii violato, umiliato, offeso; quando introdusse un secondo dito cercai di urlare.
"Sei proprio stretto. Ma adesso incominciamo la preparazione al grande evento".
Al secondo, Francesca aggiunse un terzo dito. Mi parve che la carne si lacerasse, ma ero visibilmente eccitato nonostante il dolore. Per qualche minuto Francesca rigirò le dita nel mio sfintere anale, compiacendosi della propria opera ed assicurandomi che entro breve tempo sarebbe riuscita ad infilare la mano completa. Alla fine la Padrona estrasse le dita e mi liberò.
"In ginocchio e bacia i miei stivali!" ordinò Francesca.
Mentre eseguivo l'ordine, la Padrona proseguì:
"Presto sarai mio e se ti comporterai bene, riceverai il più bel regalo che la tua Padrona possa farti". Senza dire altro, Francesca uscì dalla stanza, lasciandomi come un allocco. La sera, durante la cena, ci scambiammo diversi sguardi ammiccanti.
"Sai zia, Massimo ha qualche problema ai denti. Oggi, mangiando, ha sentito dei dolori e così ho dato un'occhiata. Non sono un'esperta, ma penso che dovrebbe farsi vedere dal dentista". "Davvero?" chiese stupefatta mia madre.
"Domani telefonerò per un appuntamento"
"Ma no zia, non serve. Posso portarlo da un'amica. Non servirà appuntamento e non vi costerà niente".
"Un'amica?"
"Sì. È già laureata da parecchi anni ed è molto brava"
"Sei proprio sicura?"
"Certo, vedrai, è bravissima. Si è specializzata in chirurgia, ma esercita anche come dentista".
"Ok! Se è brava... "
"Non preoccuparti. Anzi visto che ci siamo, faremo dare un'occhiata anche alle tonsille, che mi sembrano ridotte male".
"Sei proprio una cara figliola, Francesca" sentenziò mia madre. Tutto questo dialogo senza che io potessi profferire parola. Al primo cenno d'intervento, lo sguardo truce di Francesca mi aveva raggelato.
"Non capisco proprio tuo padre. Ti ha mandato qui perché eri troppo vivace, ma mi sembra che tu ti stia comportando molto bene. Oltre a dare una mano in casa, ti occupi di Massimo e della sua salute. Voglio proprio dirlo a mio fratello".
"Sei troppo buona zia; è il minimo che possa fare"
Ascoltando perplesso, pensavo alla faccia che avrebbe fatto mia madre se avesse saputo dei gusti di quella falsa santarellina. Avrei voluto alzarmi e gridare la verità, ma Francesca mi teneva in pugno, non tanto per le fotografie o per la confessione, ma perché quello che accadeva fra noi mi piaceva. Avevo scoperto la mia natura.
Il giorno successivo trascorse nell'apparente tranquillità. La mattina a scuola, il pomeriggio a casa, da solo, studiando. Pensavo, ogni tanto, a quello che era accaduto nella mia vita e a come fosse cambiata la mia esistenza in pochi giorni. La sera, a tavola, Francesca annunciò di aver fissato l'appuntamento con la sua amica, per il mattino seguente:
"Domani non andrai a scuola, alle 11.30 Paola ci aspetta".
"Grazie Francesca, sei proprio cara" disse mia madre, accarezzando le mani di mia cugina.
Più tardi la Padrona mi raggiunse in camera.
"Domani, spero proprio che non mi farai sfigurare con la mia amica; comportati bene, perché ho una sorpresa per te".
"Grazie Padrona" le dissi mentre mi baciava sulla guancia.
"Buonanotte".
"Buonanotte Padrona". La mattina seguente rimasi a casa come stabilito. Francesca era uscita. La donna delle pulizie stava spolverando e la sua presenza, m'impediva di mettermi nell'abituale tenuta, ovvero nudo. Verso le 10.45 la Padrona fece ritorno a casa e si diresse verso la propria camera.
Circa dieci minuti dopo, Francesca mi chiamò "chiedendomi" di aiutarla a portare la famosa valigia metallica. Trasportai la valigia sino all'auto di Francesca, seguendo la Padrona a circa due metri di distanza, così come mi era stato ordinato.
Mia cugina indossava un paio di pantaloni attillati di colore bianco, sopra i quali portava gli stivali (allora era molto di moda anche questo stile), una camicia sempre bianca, un lungo soprabito che arrivava quasi a terra.
Dopo che ebbi riposta la valigia nel bagagliaio, salimmo sulla "mini".
Massimo


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