SEVERE EDUCATION (3)
di René-Michel Desergy
traduzione Paul Stoves
A puro titolo di curiosità, segnalo che Sévère
Education, con soli altri tre titoli, è citato nell’interessante
capitolo settimo (Gusti particolari: la sculacciata) del saggio di Jean
Streff dal titolo “Le masochisme au cinema” edito in Francia da Henri
Veyrier.
Paul Stoves
La signora N. era la direttrice di una delle
case (d’appuntamento) più accoglienti della capitale. Ai clienti
che le chiedevano qualcosa, più o meno timidamente - essendo o
meno degli habitué - lei stessa precedeva la prescelta e
ponendovi fra le mani la verga od il martinet aggiungeva: - “
Avete ragione, sculacciatela bene. Una buona sculacciata, di tanto in
tanto, sistema la circolazione del sangue. Ah, se avessi i loro
culetti... “
Con molta gentilezza, avevamo più volte proposto alla signora di
maneggiare ella stessa le verghe, ma lei aveva sempre schivato
l’argomento con un sorriso.
- “ No, No! Sarà molto meglio se lo userete voi stessi...”
Ci lasciava da soli con Liliana, la signorina votata a questo genere di
sedute.
Fu appunto dalla signora N. che aveva suonato il signor Fernando.
Naturalmente, dopo le sue timide domande, la signora aveva consegnato
Liliana fra le sue mani.
Liliana, una robusta bretone di ventisei anni, con le spalle quadrate,
delle belle gambe robuste e la schiena grande - tuttavia
piacevole - aveva guardato l’uomo con non poca curiosità.
- “Allora, mio caro, sei tu che mi sculaccerai? Ma sai sculacciare,
vero?”
L’uomo, imbarazzato, che aveva fatto una gran quantità di
letture sull’argomento ma aveva ben poca pratica, si attorcigliava
nervosamente alle dita le lacinie del martinet che impugnava.
- “Dai, non fa nulla, adesso cominciamo. Siccome deduco che tu non
sappia, t’insegnerò. Vuoi cortesemente aspettarmi per qualche
istante? Per mostrarti nella pratica devo andare a cercare una
compagna. Lo vuoi, vero? Ma certo...,allora mentre aspetti, chiama la
cameriera e dille di portare il necessario.”
Il signor Fernando suonò e, dopo qualche istante, apparve la
cameriera alla quale chiese di portare l’attrezzatura. Siccome non
sapeva assolutamente né di cosa si trattasse né cosa
significasse, lo ordinò con tono fermo e sicuro.
La cameriera salutò, sparì e tornò con due verghe
ed un pacchetto avvolto in una salvietta. Il signor Fernando
soppesò le verghe, ma non osò aprire il pacchetto.
Le verghe erano leggere, flessibili e sibilanti... ma che importa, non
aveva la minima esperienza pratica e da un bastone rigido, fra le sue
mani, sarebbe sortito lo stesso effetto. Egli aveva un gran desiderio
di sculacciare, ma di sculacciare secondo certi criteri. Questi
'criteri', per lui, erano la bionda Liliana.
Eccola che ritorna, portando seco la giovane amica preannunciata, una
brunetta, giusto maggiorenne, che sembra ancora più giovane per
l’abbigliamento che indossa: un abito corto, verde, senza maniche e
delle lunghe calze bianche.
Liliana mette un piede sul traverso di legno della sedia e fa
appoggiare, sulla coscia così sollevata, la sua compagna.
Con lo sguardo, che improvvisamente si è fatto severo, si
accinge ad infliggere la punizione e, per la posizione fatta assumere,
non si rende neppure necessario sollevare la gonna. L’abito è
talmente corto che in quella postura è sicuramente risalito sino
all’altezza dei reni. Nonostante questo, Liliana lo solleva ancor di
più, scoprendo una bella schiena dal colore ambrato; pizzica
poi, più volte, i due emisferi rotondi e bene in carne della
ragazza, offerti involontariamente alla sua mercé.
- “Ora ti sculaccerò come quando eri una monella. Mi capisci,
vero, Lola? Lo sai, una bella sculacciata, una di quelle che ti
lascerà il culetto rosso. No, non cominciare a lamentarti o a
muoverti; avrai tutto il tempo di fare queste cose al momento
opportuno. Ti sculaccerò il culetto sino a quando sarà
tutto bello rosso in ogni sua parte, poi passeremo alla verga. Vedi
bene la verga, quella posata sul letto, vero? Ecco, quella è per
te, o meglio, per il tuo culetto. Sì, quella più grossa. L’altra? Queste sono cose che non ti riguardano e quindi
evita di interessartene. Sei qui per ricevere la tua sculacciata non
per porre delle domande, capito? Ora ti sculaccio, villana maleducata!”
Il culetto inizia a fremere sotto i colpi secchi distribuiti da Liliana.
La bretone sa sculacciare, caspita se sa sculacciare. Lo è stata
tante e tante volte, durante la sua giovinezza... ed anche la giovane
amica che ha fatto venire con lei a Parigi. La sua infanzia l’ha
vissuta in una piccola cittadina, un porto di pescatori tranquillo sino
al crepuscolo. Al cadere della notte, i viaggiatori si avventuravano
nelle strette e sordide viuzze del porto dove si potevano udire le
grida della marmaglia che accompagnava la musica delle sculacciate
inferte su culetti sempre nudi. Infatti, mentre le ragazze grandi,
quelle che lavoravano nelle fabbriche di X e Z per la preparazione
delle sardine, portavano delle mutandine (di quelle 'chiuse', per
intenderci, che non impedivano però ai culetti che racchiudevano
di vedere la luce del sole o di essere fatti rossi), quelle più
giovani, non le indossavano per niente.
Liliana, che ancora non lavorava in fabbrica, era una di queste ultime.
Una vecchia donna l’allevava in una fatiscente casa, triste e desolata
abitazione. L’educava, se così si può dire, secondo gli
stessi principi nonché con i metodi con i quali era stata ella
stessa allevata da sua madre: un mazzo di rami ricavati dalle ginestre
o con una treccia di corde arrotolate. Tutte le sere, all’unisono con
le altre mocciose, Liliana piangeva.
La sua ultima sculacciata aveva addirittura creato una sorta di
bagarre. Uscita di casa per comperare un litro di sidro, si era
attardata a giocare con i suoi compagni e, fra uno spintone ed un
altro, la bottiglia di sidro era finita a terra e tutto il suo
contenuto si era riversato sulla pavimentazione stradale. Malgrado non
fosse una bambina, questa 'catastrofe' la fece scoppiare in
singhiozzi. Ella ben sapeva cosa l’attendeva una
volta rientrata. Mentre gli amici, con gran vociare, cercavano
di consolarla ed una vicina
si offrì addirittura di darle il sidro, la vecchia,
attirata dalla gazzarra provocata dai ragazzi,
uscì e si rese conto che si trattava del suo vino e di Liliana.
- “Andiamo, cosa aspetti a rientrare in casa?” le gridò adirata
e Liliana, realizzando quanto le sarebbe toccato subire, si mise
a piangere e raddoppiò i singhiozzi.
La vecchia si gettò sulla ragazza agitando il suo bastone. I
vicini si interposero. (In pubblico esiste sempre un certo sentimento
umanitario quando si sta per sculacciare qualcuno).
- “Non vorrete mica sculacciarla, vero? Non è
stata colpa sua, è stata una disgrazia e poi stavamo giusto per
darle un altro litro di sidro!”
- “A casa vostra, a casa, a casa!” - rispose l’anziana donna con
tono ostinato.
Siccome Liliana non si muoveva di un centimetro, la vecchia le
alzò le gonne e sulle (allora) magre natiche fece cadere il
volgare bastone nodoso, una dozzina di volte.
In un comune gesto di solidarietà, i vicini si gettarono sulla
donna per disarmarla mentre questa minacciava, fra incomprensibili
ingiurie in bretone, di chiamare i gendarmi. Oltre alla bastonata,
questi fatti valsero a Liliana la corda e le ginestre sulle nude
natiche, tant’è vero che rimase per tre giorni stesa a letto;
quando si alzò, fu solo per abbandonare il paese e recarsi a
Parigi.
Purtroppo, le conoscenze che fece Liliana non furono delle migliori.
Del resto, non si arriva in una 'casa' così, al primo colpo.
Ella ebbe degli alti e bassi, ma fu soprattutto sfortunata.
Conobbe un signore, un amico molto generoso. Durante le vacanze la
portò
con lui in Bretagna. In quella terra, la sculacciava con le ginestre e,
a volte, usando anche dei giunchi spinosi. Una palla di revolver mise
fine alla sua generosità. Giocava in Borsa... con del danaro che
troppo sovente era dei suoi clienti. Ormai smaliziata, ma nello stesso
tempo amante della sculacciata, Liliana divenne la migliore attrattiva
della signora N.
Durante tutto il tempo in cui vi ho raccontato la sua storia, Lola era
rimasta curvata in avanti ed a culo nudo riceveva la sua sculacciata.
La sua correttrice impugnò le verghe ed indicandole il letto,
disse:
- “Sdraiati sul letto!”
Titubante, si stese. Liliana sollevò ancor di più il
piccolo abito e la sculacciò con colpi ravvicinati. La verga
sibilò bruciando con le sue punte il culetto fermo e rotondo. I
reni e le cosce non furono risparmiate. Quando tutta la superficie
assunse una bella tinta uniformemente scarlatta, Liliana, avvicinandosi
al signor Fernando, gli sussurrò all’orecchio:
- “Dille di andarsene, non voglio che mi sculacci davanti a lei!”
Il signor Fernando, forse per la prima volta nella sua vita,
ordinò e Lola se ne andò. Poi, rivolgendosi a Liliana, le
chiese in modo inquieto se non fosse stata troppo severa. Liliana
alzò le spalle.
- “Adesso è il mio turno, vuoi disfare
il pacchetto mio caro?”
Il signor Fernando disfece il pacchetto. Non era vi erano delle corde e
delle strisce di cuoio. La bella bretone si avvicinò alla lui
che doveva essere sculacciato, ma, tuttavia, era lui che obbediva!
Avvolte nella salvietta finestra e provò, tirando da
un’estremità all’altra, la solidità degli oggetti.
- “Forza, adesso legami. Per ben sculacciare una donna, soprattutto se
si usano le verghe bisogna legarla adeguatamente. Quando tornerai
la prossima volta, senza avvisarla, legheremo Lola ai piedi del letto.
Vedrai com’è divertente.” Con i polsi riuniti e le braccia
tirate al di sopra della testa, il signor Fernando legò Liliana
alla testiera del letto.
- “Anche le gambe, mio caro. Legami le caviglie assieme con una cintura
in modo tale io non possa riversarti dei colpi coi piedi.
Fatto.”
La bionda tira i legacci col risultato, voluto, di stringere i nodi
ancora più serratamente.
- “ Questa volta sono brava! Puoi sculacciarmi a
sangue se vuoi. No! Non sollevarmi la camicia così in
alto! Non si deve vedere che la parte bassa della schiena ed un poco di
cosce… molto… molto poco della zona renale... quanto basta fra le calze
e la camicia sollevata. Fermala con una spilla di sicurezza in modo che
se dovessi dimenarmi... capito? Penso proprio che mi darai
una bella sculacciata, una di quelle belle correzioni come piacciono a
me! Puoi usare subito la verga, sì, la verga, mi piace questo
attrezzo. Frusta, sculaccia, colpisci!”
Il signor Fernando impugnò la verga sottile e la fece sibilare.
Le anche e la schiena si contrassero sotto i colpi. Liliana, girando di
qualche grado la testa, disse:
- “Bel rosso, vero? Ma presto lo sarà ancora di più!
Cosa? Mi sleghi? Hai già finito? Tu osi chiamare questa una
flagellazione? Povero caro... Hai sicuramente bisogno di qualcuno che
ti aggiorni e ti metta al corrente di come vanno queste cose. Va bene,
se è necessario ci arrangeremo in un’altra maniera. Facciamo
così: giovedì è il mio giorno libero. Sarò
io che verrò da te; non c’è bisogno che tu venga qui.
Porterò uno strumento che mi procurerò io stessa: una
frusta o un martinet. Sai, un bel martinet di quelli potenti, che ti
leva la pelle dal culo. Ne convieni? A giovedì da te, alle tre,
meglio alle tre ed un quarto. Perché giochi con quella banda di
cuoio? Vorresti? Ma certo, tesoro.”
Liliana si stese sul letto offrendo le terga. La striscia di cuoio
schioccò e le due natiche appena rosate furono prontamente
marcate da una traccia di colore rosso, che via via andava
intensificandosi, larga un tre dita. La bionda si sollevò
sorridente, ma con le mani che frizionavano energicamente le sue
natiche.
- “Con quest’attrezzo sarà tutta un’altra cosa e non ci vorranno
molti colpi come questo per essere knock-out! Allora,
a giovedì!
- “A giovedì.”
Rosso in viso, il signor Fernando se ne andò.
Se la fustigazione fu, in un certo periodo che noi chiamiamo la
Moyen-Age, il sistema in auge per ricordare alle prostitute quale fosse
la diritta via, sculacciandole legate dietro ad una carretta, fu,
d’altro canto, per Liliana la bretone, il mezzo per riportarla ad una
posizione regolare: l’amore per la sculacciata la fece divenire
legittima sposa del signor Fernando.
|