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LA MIA COGNATINA 2
di Effe
Spesso nelle nostre famiglie si usa trovare un momento di aggregazione
che spesso corrisponde alla giornata di domenica, visto che
durante la settimana si sgobba in ufficio o in azienda.
Ebbene non ci crederete ma in mezzo a tutto questo groviglio di voci,
grida di bambini e di pasta, mi è capitato di captare un segnale
inequivocabile quanto apparentemente sommesso ma pungente….direte e da
parte di chi….eh eh eh…..siete curiosi di saperlo?? Non lo
immaginate????? … ma certo l’avete indovinato .... da parte di
quella troia di mia cognata.
E come ha fatto?? Presto detto. Eravamo ancora tutti seduti a tavola in
attesa del secondo e mia cognata che si era “appostata” ad arte di
fronte a me mi lanciò uno sguardo di intesa, come a dire, stai
attento ti sto mettendo alla prova….. e sempre senza staccare lo
sguardo da me mi fece partecipe del fatto che stava lasciando cadere a
terra una posata che cadendo scivolò ( vai tu a pensare i casi
della vita..) proprio sotto i miei piedi. In quel frangente a mia
cognata uscì un sorrisino malizioso e cattivo allo stesso tempo
che voleva dire “abbassati e raccogli la posata altrimenti”….. e
così feci. Mi chinai sotto il tavolo per afferrare la posata e
facendolo abbassai anche la testa sotto il tavolo e mentre raccoglievo
la posata e mi accingevo a rialzarmi alzai lo sguardo e di fronte mi
apparvero due lunghe gambe avvolte in un nylon chiaro e quasi fosse
scattato un automatismo le due gambe si allargarono proprio durante il
passaggio dei miei occhi mostrandomi vergognosamente una voragine che
conoscevo bene. Guarda caso, mia cognata non portava le mutandine sotto
la gonna!
Quando riemersi, lei vedendomi in volto sghignazzò
sommessamente ma molto compiaciuta dell’avvenuta missione.
Il secondo piatto non lo vidi nemmeno tanto ero immerso nei miei
pensieri perversi e non mi accorsi nemmeno che la gente seduta a tavola
diminuiva sempre di più disperdendosi (ora che erano a pancia
piena) chi in letture, chi davanti alla TV chi davanti alla P.S.. Il
dolce arrivò e ci trovammo a tavola solo io e mia cognata che mi
disse un po’ sottovoce:
“Io vorrei mangiare un po’ di nutella a farti assaggiare un po’ della
panna che c’è su questa torta.”
Il mio sguardo interrogativo non la colpì più di
tanto ed infatti si alzò da tavola, prese una tazza da latte e
con due dita raccolse la panna che vi era sulla sua fetta di torta e la
mise nella tazza fino a colmarla poi aprì una anta della
dispensa e tirò fuori un barattolo di nutella e mi disse:
“Andiamo schiavetto” facendomi cenno di seguirla fuori casa uscendo dal
retro in modo che nessuno ci vedesse e si avviò verso
l’autorimessa che distava alcune decine di metri dalla casa.
Entrati richiuse velocemente il portone dietro di sè e
bloccò l’ingresso con un catenaccio posto all’interno. Mi
guardò dall’alto in basso (benchè io sia più alto,
ma l’effetto dei tacchi alti sortiva i suoi vantaggi in certe
occasioni) e mi disse sogghignando come una gatta che si apprestava a
giocare (vincendo) con il suo topolino
“Adesso caro il mio cognatino ti faccio vedere cosa intendo io quando
dico che ho voglia di nutella” Dicendo questo appoggiò i
due contenitori che aveva in mano sul grosso banco da lavoro e
poi prese due tute da meccanico pulite che erano riposte in uno
stipetto e le distese sul banco da lavoro e facendo questa
operazione mi disse di spogliarmi completamente e di sdraiarmi
pancia all’aria sul banco stesso. Mi spogliai e nel farlo la mia
eccitazione crebbe (anche per l’insolito posto ed il momento non
proprio ortodosso secondo i miei criteri) a tal punto che il mio
uccello esplose in una fantastica erezione che non sfuggì agli
occhi della donna che apprezzò molto tale manifestazione
passando addirittura la lingua sulla lunghezza del pene in segno di
complimento.
Dopo di che mi fece e prese a spalmare la nutella attorno al mio palo
ancora duro, avendo l’accortezza di ruotare attorno allo stesso
ricoprendo ogni lembo di pelle poi diede un’altra manatina nel vaso e
ne estrasse un altro po’ di contenuto che spalmò sulla cappella
divenuta turgida ed enorme anche grazie al massaggio durante la
spalmatura.
Dal mio punto di vista sembrava quasi un albero della cuccagna in
miniatura (….insomma in miniatura non tanto…) e finita che fu questa
intrigante operazione passò ad occuparsi di Lei.
Dal momento che io ero già coricato a pancia all’aria sul banco
da lavoro non potevo aiutarLa a compiere quei gesti atti alla Sua
preparazione, ma sopperì egregiamente anche da sola.
Iniziò a spogliarsi meglio a sistemare diversamente ciò
che aveva indosso tenendo le calze di nylon chiaro che si dimostrarono
essere un tipo di collant particolare, aperto sia davanti che dietro
senza mutandina e con un effetto reggicalze mentre la gonna, che
era fermata in vita con una corda fu slacciata e tirata su fin sotto le
ascelle al fine di coprire (da sopra) il seno che fu lasciato libero
senza altri sostegni.
Compiuta questa altra operazione, che risultò essere visivamente
altrettanto interessante che la prima, prese dalla tazza un bel po’ di
panna spalmandosela tutta sulla figa partendo dal davanti fino ad
arrivare all’altezza del coggige.
Poi senza proferire parola si accovacciò del tutto sul mio viso
e questo fu per me più di un ordine scritto o verbale, voleva
dire solamente, “leccami schiavo!” ed io lo feci avidamente leccando
con tutte le mie forze tutta la morbida panna fino a raspare sulla
morbida pelle liscia e depilata di fresco.
Mentre io ero intento al mio compito mia cognata non rimase ferma, ma
affamata e ghiotta com’è di nutella, si chinò sul mio
membro che era rimasto duro ed in splendida erezione e cominciò
a ripulirlo della meravigliosa crema e lo fece come si fa con un cono
gelato partendo da sotto e andando con la lingua verso l’alto per non
far scivolare nulla e non perdersi nemmeno un po’ del prezioso alimento.
Questo ulteriore sfregamento portò la mia eccitazione a livelli
stratosferici e mi tuffai a leccare con ancora maggiore avidità
la figa di mia cognata e passai la lingua anche nel solco del suo
culetto spalancato
Questa meraviglia durò alcuni minuti fino a che mia cognata si
fermò di leccare il mio uccello lasciandone ricoperta la sola
cappella, come un enorme cono al cioccolato.
Si fermò e sedendosi sopra il mio viso e mi chiese:
“Allora ti piace la panna??” Io risposi che mi piaceva
moltissimo, e dopo una breve pausa continuai dicendo che mi è
venuta un po’ di sete.
Non l’avessi mai detto! Mia cognata fu presa da una illuminazione e
come folgorata dall’idea sobbalzò su di me più volte, poi
si ricompose e disse:
“Non sia mai vero che il mio schiavo debba alzarsi per andare a bere
quando può attingere senza muoversi di un centimetro dalla fonte
dissetante e quasi inesauribile della sua padrona. Pertanto dopo averti
offerto il dolce sono pronta ad offrirti anche lo champagne.”
Così rimanendo appollaiata all’altezza del mio viso si
divaricò con le mani le labbra della figa ancora umida dalla mia
leccata e posizionandola sulla mia bocca già aperta fece partire
alcuni fiotti di caldo liquido biondo che mi finirono direttamente in
gola e che non potei non ingoiare direttamente salvo soffocare, in
quanto il getto caldo non accennava a fermarsi e mia cognata da sopra
il Suo trono mi intimava di non farne cadere nemmeno una goccia ma di
bere tutto quel caldo champagne di sua produzione.
Mi era capitato ancora di ingoiare la pipì ma tanta come questa
volta mai, e allora ritornai con la mente al momento in cui a tavola
vedevo mia cognata bere con una certa continuità e soprattutto
della birra. Lì per lì la cosa non mi aveva sorpreso o
insospettito, ma ora che la stavo ribevendo mi accorsi di quanto mia
cognata aveva bevuto e soprattutto di quanto e come aveva premeditato
ciò che stava accadendo.
Assorto in questi miei pensieri quasi non mi accorsi che il caldo
fiotto piano piano si andava esaurendo così che mia cognata
sentendo diminuire il flusso e quindi la pressione del getto
avvicinò la sua calda figa alla mia bocca spalancata che
potè così ospitare senza perdere nulla anche le ultime
stille di caldo champagne. Infine sentìì mia cognata
rilassarsi sopra di me lasciandosi andare con tutto il suo dolce peso
sulla mia faccia, ma non potevo certo biasimarla. Ci si sente
così bene dopo essersi svuotati la vescica che quasi
godevo anch’io per lei, ma questa fase di rilassamento non durò
a lungo.
Il mio uccello infatti, dopo tutte queste estenuanti vicissitudini
stava un po’ lasciandosi andare, ma fu fermato prontamente dalla mano
della mia cognatina che non voleva proprio perdersi nulla del cibo che
si era portata e quindi cominciò a menare l’uccellino che piano
piano ritornò ad essere l’uccellone di prima.
Ma questa volta mia cognata voleva di più. Di più direte
voi, e cosa si può volere di più di un grosso cono al
ciccolato? Ma certo un cono con cioccolato e panna, ma la panna
era finita e….. e mia cognata come al solito non solo non si perse
d’animo ma fece una cosa che non avrei mai pensato Infatti
continuò a menare l’uccello con una mano e con l’altra
passò a stimolarmi l’ano infilando un dito nel mio buco del culo
al fine di mantenere una ottima erezione e di stimolare anche
l’eiaculazione … ecco ora avevo capito…mia cognata mi stava masturbando
pur di poter mescolare la cioccolata della nutella ancora presente
sulla mia cappellona con la calda panna bianca prodotta dal suo
“pasticcere”, indi poter assaporare tutto l’insieme in una grande
abbuffata
Non ci volle molto che si scatenò una bufera di schizzi bianchi
che fuoriuscirono dal mio uccello ma che incontrando la nutella si
mescolarono alla stessa senza poter essere lanciati al di fuori,
creando così una sorta di variegato al cioccolato di sicura
provenienza e di indubbia bontà e prelibatezza, tanto che mia
cognata ci si avventò sopra non prima di avere scattato una
curiosissima foto con il suo inseparabile telefonino che aveva sempre a
portata di mano. Leccò, leccò e leccò talmente
tanto che la cappella mi faceva quasi male tanto la sua lingua rasposa
arraffava la deliziosa crema presente sulla stessa.
Alla fine anche mia cognata si abbandonò rilassata sul mio corpo
prendendoci così entrambi un po’ di meritata pausa.
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