|
|
|
SEVERE EDUCATION. (2)
di René-Michel Desergy
traduzione Paul stoves
Ancora alcuni brani tratti da questo appassionante romanzo di
René-Michel Desergy, tanto amato dai cultori della sculacciata
educativa.
Il volume venne edito nell'anno 1928 nella capitale francese per i tipi
di A. Maillet, all'epoca sito nel XIX° distretto ed appartiene alla
mitica collezione delle "Orties blanches". Ricordo che tale
celebre collezione apparve fra le due guerre ed era esclusivamente
riservata alla sculacciata manuale (anche se non disdegnava, a dire il
vero, l'impiego di qualche accessorio quali, ad esempio, fouets e
martinets).
Paul Stoves
Venne
il mio turno! Tremavo come una foglia quando la Signorina
m'invitò a mettermi di traverso sulle sue cosce e quello che mi
fece provare ancora più vergogna fu che, quella sera, né
Jeannette né Louise avevano meritato l’appassionante
sculacciata. Avrebbero assistito alla mia punizione come semplici
spettatrici senza doversi preparare. Del resto, dopo aver mostrato
entrambe, più volte, i loro posteriori, trovavano del tutto
naturale che, in quest’occasione, fosse venuto il mio turno.
La Signorina sollevò i miei vestiti. Il mio abbigliamento
intimo, nonostante fosse fresco di giornata ed accuratamente curato,
era molto lontano dall’essere elegante come quello che indossavano le
mie compagne. Per intenderci, insomma, vestivo ancora gli abiti da
collegiale.
Rapidamente la Signorina impugnò il cordoncino che stringeva in
vita le mie mutandine e, allentandolo con grazia, fece scivolare
l’indumento lungo le mie cosce. Sollevò con disinvoltura la
camicia che ancora nascondeva le mie nudità e si mise a
sculacciarmi.
Ebbi il coraggio di non piangere. Questo non mi impedì di
essere vigorosamente sculacciata. E quando dico
vigorosamente... tanto è vero che, quando uscii dalle sue
sgrinfie, il colore del mio culetto si poteva tranquillamente
comparare con quello di un bel pomodoro maturo.
Non voglio certamente relazionarvi su tutte le sculacciate che
'incassai' di seguito. Certamente non maggiori di quelle che
ricevettero le mie colleghe.
Il cerimoniale variava di poco. Pudibonda all’eccesso, la Signorina era
sempre in lotta con Louise, causa le calze che solitamente indossava:
non sufficientemente alte, secondo lei, e che lasciavano vedere le
cosce ogni volta che la ragazza doveva abbassarsi.
Sì, la Signorina era pudibonda!
Figuratevi che, per allestire le vetrine, ad esempio, dovevamo prima
abbassare l’imposta di chiusura di ogni 'luce'!
Era severa ed intransigente. Il giorno che Louise ricevette la famosa
sculacciata serale, la Signorina, viste le mutandine con pizzi e
dentelli larghi un dito che indossava la monella, ci annunciò
che tutte le mattine seguenti ci avrebbe opportunamente passato in
rassegna perché, come delle monelle, alla nostra età non
eravamo ancora in grado di vestirci in maniera adeguata.
E così fece !
Benché questo ci facesse vergognare non
poco, non portavamo rancore a Louise che, con il suo
comportamento aveva fatto raddoppiare la severità della
Signorina.
Era così buffa, questa Louise !
Immaginatevi che una volta, mentre una cliente provava delle scarpe,
accortasi che questa non indossava le mutande, posizionò lo
specchio di prova davanti alla signora in modo tale che tutto il mondo
potesse vederla.... Le nostre risa, anche se soffocate, attirarono la
Signorina.
Quella sera, dopo la chiusura, Louise ricevette la famosa sculacciata.
Noi, quali complici, avremmo avuto la stessa sorte.
“Visto che non siete altro che delle monelle, la prossima volta che
passerà il rappresentante gli commissionerò dei
martinets” proferì la Signorina.
Nell’attesa,
siccome non ne possedeva neanche uno, si era munita nel settore dei
balocchi di un frustino giocattolo col manico di legno e le lacinie di
cuoio. Così, prima della sculacciata, le nostre cosce ed i
nostri polpacci furono crudelmente trattati.
Ma, saltiamo la descrizione di qualche mese e facciamo un balzo in
avanti. Volete?
A forza di essere sculacciate e di veder sculacciare, venne il momento
in cui, a nostra volta, avevamo il desiderio di farlo.
Il nostro desiderio, mio e di Jeannette, ed i nostri occhi, caddero sul
paffuto e formoso mappamondo di Louise.
Era un sabato mattino ed il magazzino era chiuso per la preparazione
dell'inventario trimestrale. La Signorina era uscita e non sarebbe
rientrata prima di un’ora o due. Sarebbe stato più che
sufficiente per scaricare i nostri nervi sculacciando convenientemente
il grosso sedere di Louise. Pensammo, al primo momento, di trascinarla
nello scantinato, ma, dalla strada, avrebbero potuto vederci tramite le
'bocche di lupo'. Così decidemmo di sculacciarla nel magazzino
stesso.
Mentre la trascinavamo nel retro bottega, difendendosi, Louise
rischiò di rompere del materiale; questo ci angosciava
notevolmente in quanto la Signorina avrebbe così avuto una
valida scusa per sculacciarci.
Con riluttanza, in ogni caso, Louise si sedette sul bancone per
ascoltare con attenzione quanto stavamo mormorandole a voce molto
bassa. Era quello che attendevamo! In una frazione di secondo la
sdraiammo, rovesciandola sul piano d’appoggio e mettendola con il viso
verso il legno mentre la parte posteriore era tesa verso il cielo.
Tenendola fermamente per le braccia, restai alla sinistra di Louise
mentre Jeannette, scavalcandola, si posizionò sul suo lato
destro.
Il bancone si trasformò nel ceppo del supplizio.
Assieme, le sollevammo la gonna ed la sottogonna.
Il voluminoso culetto di Louise ci apparve imprigionato in un paio di
mutandine da ragazzina, talmente impudiche [non dimentichiamo che siamo
nel 1928. N.d.T.] e corte da lasciarle scoperte completamente le cosce.
Invece di difendersi, la nostra compagna rideva e sembrava divertirsi
pazzamente nonostante avesse perfettamente compreso quali fossero le
nostre intenzioni. Le piaceva!
Da quel momento, capii il significato di questa espressione.
Con una mano, ciascuna di noi aprì la fenditura posteriore delle
mutandine. Io stessa sollevai la camicia sui reni e, subito dopo,
iniziammo il concerto. Louise tremava e lanciava delle sommesse grida;
sicuramente di dolore, in quanto la stavamo sculacciando non
certo per ridere e neppure, per intenderci, quando si sculaccia
giocando a “papà e mamma”
Le sue deliziose natiche, che serrava come d’abitudine, divennero ben
presto di un bel colore rosso sotto la rigorosa sculacciata anche se, a
nostro giudizio, non erano ancora completamente a nostra disposizione.
Anche se allargate al massimo, tirate a destra ed a manca dalle nostre
mani, la fenditura delle mutandine lasciava libera solo una minima
parte del bell’astro di carne.
Decidemmo
di denudare completamente il culetto di Louise, così come la
Signorina faceva con noi quando era il momento della sculacciata.
Jeannette si prese carico di questa operazione che fu effettuata molto
rapidamente. Allentate in vita, le mutandine scivolarono facilmente sui
polpacci. Le sollevammo anche la camicia, ancora più in alto;
non era certo il corsetto che ci infastidiva...
scoprimmo così più della metà della bella schiena.
Ordinammo alla ragazza di non agitarsi se voleva evitare che la
sculacciassimo a sangue. Con un sospiro si stese rilassandosi e
lasciandoci a disposizione un’ampia zona che andava dalla schiena ai
polpacci.
Jeannette, che aveva una presenza di spirito più elevata della
mia, trattenendo sollevati i vestiti - camicia compresa - li
fissò alle spalle con l’aiuto di una spilla inglese; più
a nostro agio, non dovendo più tenere allargate le mutandine,
riprendemmo il nostro gioco. Sculacciammo, questa volta, a due mani:
l’una cadeva sulle natiche mentre l’altra si abbatteva sulla parte alta
delle cosce. Avevamo sicuramente fatto molto bene a denudare
completamente il culetto della monella.
Louise stringeva nervosamente le belle chiappe mentre le nostre mani la
colpivano con metodo.
Sul più bello, indovinate chi arrivò. Sì, proprio
la Signorina. Se non avessimo denudato completamente il culetto della
nostra compagna, probabilmente avremmo avuto il tempo di dissimulare;
purtroppo, impedita dalle mutandine arrotolate alle caviglie, Louise
non ebbe il tempo di scendere dal bancone.
Eravamo state prese con le mani nel sacco.
Io pensai ad un'esplosione di collera terribile. Una sculacciata
generale ed immediata che facilmente sarebbe stata egualmente vera ed
implacabile. La Signorina si limitò ad aggrottare le
sopracciglia e disse:
-“Ci divertiamo in un buffo modo quando mi assento, vero? Ah, le
sculacciate sono un gioco per voi? Sono certa che cambierete opinione
questa sera. Jeannette, vai da Georges a prendere un fascio di rami di
brughiera. Tu, Louise, continua a prepararmi l’inventario... ma con la
stessa tenuta nella quale si trova la tua sventurata compagna, in
questo modo, se sbaglierai, le tue natiche se ne accorgeranno
immediatamente. Quanto a te, Francine, sono desolata, veramente
desolata per il tuo comportamento; ti credevo più seria! Mettiti
al lavoro e fai in modo che non ti senta.”
Jeannette tornò con la sua bacchetta avvolta nella carta di un
giornale. Noi avevamo ripreso il nostro lavoro senza proferire una
parola ed ora, anch’ella, si unì a noi.
Dietro la sua scrivania, la Signorina aveva staccato i rametti di
brughiera uno ad uno; scegliendo i più lunghi ed i più
sottili per poi riunirli con l’aiuto di un cordoncino solidamente
arrotolato. Ella fece, in questa maniera, una decina di piccoli fasci
che saggiò sul palmo della propria mano e, subito dopo,
trasportò nel retro bottega. Realizzai quali fossero le sue
intenzioni. Sì, la Signorina ci aveva risparmiato le sculacciate
seduta stante, non per mansuetudine: Voleva punirci tutte con le
verghe! Ebbi un piccolo fremito di terrore.
Le verghe ! Dovevano provocare un male atroce!
Louise e Jeannette non erano più tranquille di me ed un
ulteriore fremito lungo le spalle lo avvertimmo tutte quando, passando
nel retro bottega, il nostro sguardo cadde sul maledetto contenitore
dal quale trasparivano, trionfanti, le verghe.
Avremmo avvertito ancora fremiti di paura per lunghi minuti in quanto
la Signorina ci avvertì, all’improvviso, che la sculacciata
sarebbe avvenuta nelle nostre camere, l’una dopo l’altra. Certo attesa
sarebbe stata più lunga ma io lo preferivo, così le mie
compagne non avrebbero visto i miei contorcimenti, né sentito i
miei lamenti. Non conoscevo l'effetto dell'aspro morso delle verghe e
sebbene fossi stoica durante le sculacciate manuali, non sapevo come
avrei potuto reagire sotto i colpi di uno strumento che la Storia Santa
mi aveva sempre dipinto come il più terribile supplizio.
La cena terminò.
Io fui la prima a salire nella mia camera. Avrei dovuto prepararmi?
Coricarmi? Terribile mistero.
Cominciai con lo sfilarmi le scarpe e le calze.
Seguirono il vestito e la gonna. In un attimo restai in camicia e
mutandine; mentre ero così abbigliata, intesi le mie compagne
entrare nelle loro camere. La porta di Jeannette si chiuse per prima.
Poi, fu la volta di quella di Louise. La camera di quest'ultima era
contigua alla mia. Le nostre tre camere, sullo stesso piano, erano
state numerate nel modo seguente: Jeannette, numero uno; Louise, numero
due e Francine, numero tre.
Non sapendo con chi avrebbe cominciato la Signorina, cominciai col far
scivolare le mutandine e con il togliere la camicia: tutto per non
metterla di malumore.
Sentii i suoi passi nel corridoio: transitò davanti alla mia
camera. Secondo la logica, avrebbe cominciato dalla numero uno. Dopo
una decina di minuti, la porta di Jeannette si chiuse mentre si
aprì quella di Louise.
Le mie orecchie si tesero al massimo: le spesse mura delle case di
provincia non lasciano trapelare rumore alcuno. Avrei preferito mille
volte intendere delle urla di dolore, avvertire delle grida, sentire
dei pianti piuttosto che un silenzio opprimente. Com'era dunque questi
supplizio con le verghe?
Perché non aveva cominciato da me? A quest'ora sarebbe
già stato tutto finito.
Guardai il mio orologio. Era fermo.
Sembrava almeno un secolo che la Signorina stava torturando la mia
compagna.
Mi specchiai credendo di vedermi già con i capelli bianchi;
riflessa, invece, l'immagine di un viso giovane, con la pelle
increspata dalla paura per il terribile supplizio che mi attendeva.
Portai le mie mani alle anche... sentii la porta di Louise che si
chiuse e la mia si aprì.
Mi tappai gli occhi con le mani ed esclamai:
"Oh, mio Dio".
La signorina Brunelle era nella mia camera.
Per un lungo istante contemplò la mia nudità integrale.
Oggi riconosco che lo spettacolo che offrivo poteva essere
interessante, con tutte le mie rotondità naturali contratte
nell'angoscia per le verghe...
La Signorina mi diede due o tre leggeri buffetti, poi, aperto l'armadio
ne estrasse un ampio lenzuolo nel quale mi avvolse.
"Non posso sculacciarvi qui, Francine. Dopo cena avete guadagnato la
vostra camera così precipitosamente che avete dimenticato
di portare le verghe che
avevo preparato per voi. Cosa che invece hanno fatto le vostre due
compagne che, in questo momento, stanno piangendo tutte le lacrime che
avevano in corpo. Questo, naturalmente, mi vedrà costretta a
raddoppiare la severità del castigo. Ora seguitemi in camera mia
dove tengo sempre pronte delle verghe. Mi gettai in ginocchio ai suoi
piedi. Tutto inutile. Mi sollevò tirandomi per i capelli e mi
fece camminare davanti a lei.
In fondo, riflettendoci bene, perché avrei dovuto preferire la
sculacciata nella mia camera piuttosto che nella sua? Dovevo in ogni
caso essere sculacciata! La camera della Signorina era una delle
più eleganti della provincia. Appena la porta si richiuse alle
mie spalle, ella mi tolse il lenzuolo con il quale mi aveva ricoperto e
mi fece segno di stendermi sul suo letto. Preso un cuscino, lo
piazzò sotto il mio ventre per meglio rialzare il culo... che
non aveva affatto bisogno di questo ulteriore accorgimento.
Da una brocca, estrasse un fascio di rami simili a quello che avevo
visto nel retro bottega e si mise a sculacciarmi. Feci fatica a
trattenere un'improvvisa e sincera risata.
Un leggero pizzicore, era questo dunque il terribile supplizio della
verga? Appresi in seguito che poteva essere tutta un'altra cosa, a
seconda della mano che maneggiava tale strumento... Le mie due
voluminose 'guance' non avevano alcuna intenzione di arrossarsi. La
sculacciata manuale causava ben altro dolore. Le punte dei rametti mi
sfioravano appena. Un dolce calore mi invadeva ed era più
snervante che doloroso. Io, comunque, mi dibattevo, con un gioco delle
anche, della schiena e delle cosce dovuto al fatto che provavo
sensazioni ben diverse da quella della sofferenza. La Signorina
Brunelle continuò a sculacciare il mio povero culetto con le
verghe. Quando ebbe terminato e si sedette al mio fianco per
consolarmi, compresi immediatamente perché tutte le commesse del
magazzino accettavano di buon cuore la disciplina della casa.
|
|
|