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MASSIMO, UNA LUNGA STORIA. (1)
di Massimo
Massimo, un personaggio che ha detto molto nella storia sm italiana.
Grande viaggiatore, ha portato, anni fa’, in Italia molte
“primizie” a cominciare dalla passione per il clinical.
Più che parole e virtualità ha prodotto fatti, incontri,
aggregazioni, giochi. Ha vivacizzato feste e contagiato con la sua
passione molte persone. Qualche ingenuità fanciullesca e
tanta entusiasmo fusi proficuamente insieme.
Avevo appena fatto i diciotto anni quando mia cugina venne a stare da
noi. Abitava in un paesino e frequentava la facoltà di medicina
a Milano; doveva aver combinato qualche guaio perché suo padre
aveva deciso l'iscrizione alla facoltà della nostra
città, per tenerla lontana da amicizie che lo zio definiva "di
sbandati". A quel tempo Francesca era venticinquenne ed era iscritta al
5° anno. Era una stupenda donna, alta e prosperosa, dai lunghi
capelli corvini. Vestiva sempre in modo molto provocante, portando
camicie aderenti, minigonne mozzafiato, pantaloni che, per quanto
attillati, mettevano perfettamente in evidenza la sua anatomia.
Era molto bella ed aveva i lineamenti marcati: occhi neri e vivaci,
contornati da lunghe ciglia, un naso vezzoso "alla francese", due
labbra carnose, il tutto valorizzato da un trucco meticoloso.
Aveva un carattere indipendente ed ostinato, con un fare ed un cipiglio
che facevano intendere un naturale autoritarismo.
Ero affascinato da quella donna così vicina ed allo stesso tempo
così lontana. In quel tempo avevo un carattere molto chiuso ed
ero di una timidezza spaventosa sicché il rapporto con le
ragazze era un disastro. Invidiavo i miei coetanei che passavano da una
ragazza all'altra. Io niente e quindi mi rifugiavo in furiose
masturbazioni alimentate da letture di giornaletti porno.
Francesca parlava con me e scherzava con allusioni pesanti riguardo al
fatto che non avessi ragazze e che quindi non mi restasse altro che
farmi delle seghe. Erano i primi anni settanta e furoreggiava la
minigonna; spesso Francesca, si divertiva a provocarmi accavallando le
gambe che spesso erano iniguainate da alti stivali sopra il ginocchio,
anch'essi molto di moda allora.
Mi sentivo morbosamente attratto da quegli stivali e non capivo
perché; ancora non avevo scoperto la mia natura, ma sognavo di
poterli toccare, baciare, leccare. Mio padre era spesso all'estero per
lavoro e mia madre era impegnata dalla mattina alla sera nella sua
attività professionale, perciò il pomeriggio, dopo il
ritorno da scuola Francesca ed io eravamo soli in casa, in quanto la
colf (allora si chiamavano donne di servizio) veniva la mattina.
Più volte, approfittando dell'assenza di Francesca, ero
penetrato nella sua camera, sperando di trovare gli stivali, ma non ero
stato fortunato.
Era un pomeriggio di dicembre, una di quelle tipiche giornate uggiose.
Avevamo appena finito di mangiare, quando squillò il telefono:
andai a rispondere sentii una voce femminile chiedere di Francesca,
affermando trattarsi di un'amica; chiamai mia cugina che stava
tranquillamente fumando una sigaretta, dopo aver sorseggiato il
caffè. Dopo un breve parlottare, Francesca fece ritorno in sala
da pranzo.
"Devo uscire per andare dalla mia amica Paola; lei è già
laureata da cinque anni ed ha promesso di prestarmi i suoi appunti. Non
combinare guai in mia assenza" .
"Ok Franci".
Francesca indossò il soprabito ed uscì frettolosamente.
Incominciai a studiare. Avevo un ottimo profitto e mi bastava poco per
apprendere. In una pausa, mi ritrovai a pensare a Francesca, a quel
seno prorompente, a quelle due gambe affusolate, alle minigonne (ne
aveva una in pelle nera che mi affascinava), agli stivali. Certo! come
mai non ci avevo pensato prima: era uscita senza indossare gli stivali!
Ero emozionato.
Pur sapendo d'essere solo in casa, mi avvicinai furtivamente alla
camera di Francesca. Con fare ladresco aprii la porta ed entrai. Il mio
sguardo percorse velocemente la stanza. In un angolo, vicino alla
finestra, c'erano gli oggetti del mio desiderio. Li raggiunsi e,
raccoltili come reliquie, cominciai a toccarli con delicatezza,
assaporando quel contatto a me sconosciuto; ero eccitato.
Decisi di proseguire nella mia scoperta, baciandoli; prima, sfiorandoli
delicatamente con le labbra, poi in un crescendo ossessivo, mi
abbandonai a baci voluttuosi, premendo le labbra contro la lucida pelle.
Quasi senza rendermene conto, la mia lingua uscì dalle labbra ed
incominciai a leccare, mentre respiravo profondamente, l'acre profumo.
I miei sensi erano sconvolti; ero cosi preso dalla mia libidine, che
non mi accorsi di Francesca: era dietro di me. In un attimo di
lucidità, ebbi la sensazione di non essere solo e rimasi
impietrito. Avevo indovinato e ne ebbi conferma, sentendo la voce di
mia cugina.
"Allora, piccolo porco vizioso, hai già finito?"
Mi voltai con il cuore in tumulto. Presumo che il mio volto fosse rosso
come un peperone: non riuscivo nemmeno a deglutire la saliva. Guardavo
Francesca e non potevo parlare. Nella mia mente i pensieri più
strani passavano come fulmini e quei pochi secondi di silenzio mi
parvero un'eternità.
"Allora, ti ho fatto una domanda; vuoi rispondere? Cosa stavi facendo?"
"Ecco... io... Franci, non capisco cosa... ti prego, non dire niente...
perdonami... ti prego, prometti di non dire niente... lo prometti vero?
Non lo farò più... farò tutto quello che vuoi... "
Piagnucolavo vergognosamente, immaginando quale sarebbe stata la
reazione dei miei genitori, se avessero saputo.
"Tutto quello che voglio?"
"Sì Franci, lo prometto, qualsiasi cosa. Ma tu non dire niente"
"Ok. Non dirò niente, ma dovrai ubbidirmi sempre e devi
accettare di essere punito per ogni mancanza. Visto che hai manifestato
così bene la tua natura, non intendo interferire, anzi metteremo
in evidenza ancor meglio le tue qualità. Accetti?"
In quel momento non mi rendevo conto di quello che mia cugina volesse
dire. Parlando di punizioni ad un giovane che non aveva mai preso
nemmeno una sberla, pensavo si riferisse alle solite privazioni o
castighi. Per questo accettai.
"Sì, ma non così; voglio che scrivi di tuo pugno una
confessione, riguardo quello che hai fatto oggi".
"Ma perché Franci? Ti ho promesso che rispetterò il
patto... "
"Senti, o fai come ti ho detto, oppure telefono subito a tua madre"
"Ma no, dai... va bene". Seguendo la dettatura di Francesca, scrissi
una circostanziata confessione e la firmai.
"Bene, ora puoi andare".
Francesca richiuse la porta alle mie spalle. Il resto della giornata
trascorse senza particolari sussulti, anche se io faticavo a
riprendermi dallo shock per essere stato scoperto. Ero certo che avrei
dovuto fare molti "favori" a Francesca, ma mi aspettavo piccole cose e
non immaginavo minimamente quanto quella vicenda avrebbe poi influito
sulla mia vita. Mi ero appena coricato
quando Francesca entrò in camera mia.
"Allora cominciamo. Domani uscirò molto presto. Quando
tornerò a casa, tu sarai già rientrato. Voglio che ti
metta nudo e che mi aspetti in ginocchio nel salotto. Capito?"
"Ma Franci, sei matta? Nudo? Ma io non... "
"Basta! Stai zitto! Se non ubbidirai come hai promesso, dirò
tutto a tua madre."
"Ma cosa vuoi fare?"
"A te non deve interessare! Chiaro?"
Senza concedere la possibilità di replica, mia cugina estrasse
il foglio sul quale avevo confessato la mia debolezza e lo
sventolò; compresi subito che non avrebbe esitato a servirsene.
Faticai ad addormentarmi.
La mattina seguente andai a scuola, ma la mia mente era costantemente
rivolta a quanto sarebbe accaduto nel pomeriggio. Allo squillo della
campanella che annunciava la fine delle lezioni, il mio cuore ebbe un
sussulto. Durante il tragitto verso casa ero combattuto dalla voglia di
arrivare presto, per poter iniziare quella strana avventura e la paura
di quello che sarebbe accaduto.
Arrivato a casa mi denudai. Dopo aver preparato il tavolo per il
pranzo, mi recai in salotto. Contrariamente agli ordini ricevuti, non
mi misi in ginocchio, ma mi sedetti sulla poltrona, trastullandomi con
la manipolazione del mio pene (non una vera masturbazione). Udii la
porta di casa aprirsi e l'inconfondibile voce di mia cugina mi
raggiunse:
"Rimani dove sei, io arrivo subito!".
Continuai la manipolazione estasiato, senza rendermi conto che non mi
trovavo nella posizione ordinatami. Sentii Francesca che si avvicinava
e la sua visione mi sconvolse: portava i suoi stivali e la mini di
pelle nera, ma anche il reggiseno era dello stesso materiale; non
portava altro se non dei guanti di pelle che arrivavano oltre il polso.
In una mano aveva un frustino e nell'altra una borsa a sacco in tessuto
scuro.
"Cosa diavolo fai? Non ti avevo detto che volevo trovarti in ginocchio?
Svelto, ubbidisci!".
"Scusa Franci, ma l'avevo dimenticato", risposi mentre mi accingevo ad
inginocchiarmi.
"Scusa Franci????? Da questo momento, quando saremo soli, dovrai
chiamarmi Padrona e dovrai darmi del lei! Chiaro?"
Per dare maggiore spessore alla sua affermazione, Francesca mi
colpì con il frustino. Non era stato un colpo fortissimo (in
seguito ebbi modo di sperimentare cose molto peggiori)
"Sei matta... ? Accidenti, mi hai fatto male", urlai nei suoi confronti.
"Questo non è niente: hai promesso che avresti accettato le mie
punizioni e se non mantieni la promessa...
"Ma io pensavo... "
"Pensavi cosa, stupido?"
Ritenni meglio tacere: non potevo correre il rischio di peggiorare la
situazione e Francesca mi teneva in pugno. M'inginocchiai di buon
grado, mentre mia cugina si accomodò sulla poltrona davanti a me.
"Forza, leccami gli stivali. Indossati sono molto meglio, vero?"
Incominciai a leccare i piedi di Francesca con molta devozione e
trasporto, eccitatissimo, guidato dagli ordini della Padrona, dovetti
ripulire completamente le calzature.
"Ora basta, andiamo a mangiare", ordinò la Padrona.
Mi alzai e mi diressi verso la mia camera.
"Dove vai?", urlò Francesca.
"Vado a vestirmi"
"Ci andrai quando te lo dirò io. Forse non hai capito bene.
Dovrai fare tutto quello che ti ordinerò e non dovrai
prendere iniziative. Andiamo!"
Seguii la Padrona ed ubbidendo ai suoi ordini, dovetti servire il
pranzo, durante il quale dovetti anche mescere le bevande per
Francesca, alzandomi in piedi ogni volta e riverendola con un inchino.
Le istruzioni di mia cugina prevedevano che dovessi chiedere il
permesso per versarmi da bere o prendere qualsiasi cosa che non fosse
nel piatto. Ogni mia richiesta doveva essere seguita dal baciare la
mano alla Padrona, anche se non ricevevo il permesso. Preparai il
caffè e lo servii a Francesca.
"Dammi una sigaretta, sbrigati " mi fu ordinato. Eseguii l'ordine.
"Bene ora mettiti il grembiule ed i guanti di gomma che adoperavo io e
poi laverai i piatti. Questo è il primo passo per farti
diventare una brava serva".
"Ma Fran..., ma Padrona non sono capace, non l'ho mai fatto"
"Imparerai, vedrai che imparerai, dovessi toglierti la pelle a
frustate. Ubbidisci!"
Il tono di Francesca era stato perentorio ed il suo nervoso agitare il
frustino, non prometteva niente di buono. Così, seppure con
riluttanza, indossai il grembiule gommato, presi i guanti di gomma e mi
accinsi ad eseguire l'ordine. Trovai una grande difficoltà. Le
stoviglie insaponate tentavano di sfuggirmi dalle mani. Di tanto in
tanto volgevo lo sguardo supplichevole verso mia cugina, che fumava
tranquillamente sorridendomi.
"Ho finito!" esclamai soddisfatto dopo un lungo combattimento con le
stoviglie.
"Bene, vediamo come ti sei comportato"
Francesca si alzò e, avvicinatasi, controllò
minuziosamente piatti, bicchieri e posate.
"Accidenti, guarda questa forchetta Ci sono rimaste tracce di cibo, e
questo bicchiere? Non vedi che c'è ancora del rossetto? Pulisci
bene". Eseguii l'ordine, lavando ancora gli oggetti indicati. Mi
sentivo estremamente ridicolo, nudo, con un grembiule ed i guanti da
casalinga, esposto agli sguardi ed agli sberleffi di mia cugina.
"Molto bene, togliti tutto e vieni con me", ordinò la Padrona
Non appena liberatomi dalle protezioni, seguii Francesca che si
dirigeva verso la sua camera.
"In ginocchio e ringrazia la Padrona!" mi intimò, non appena
ebbi varcato la soglia.
Incominciai a baciare e leccare gli stivali di Francesca. Mentre
eseguivo questa operazione, mia cugina continuò a parlarmi.
"Bravo schiavo. Dopo dovrò punirti per non aver pulito bene le
stoviglie e per non esserti fatto trovare come ti avevo ordinato. Per
il momento incominceremo con qualcosa di tradizionale, in futuro
cercheremo di trovare delle soluzioni che mi permettano di fare anche
un po' di pratica attinente ai miei studi. Sei d'accordo vero? Potrai
servire la tua Padrona in due modi: prima dandomi il piacere di essere
servita ed ubbidita, poi mi permetterai d'iniziare quella pratica che
all'università non ci permettono ancora. Se farai il bravo,
riceverai anche qualche premio, che però dovrai meritare".
Nonostante la posizione e la condizione umiliante, mi sentivo oltremodo
eccitato.
"Alzati e stenditi sul letto con la faccia sul guanciale"
Ubbidii prontamente. Vidi Francesca armeggiare nella borsa a sacco,
dalla quale estrasse alcune corde per poi avvicinarsi.
"Dammi i polsi!" disse.
Con abilità insospettata, Francesca legò le mie mani alle
parti fisse del letto e, poco dopo, anche le caviglie seguirono la
stessa sorte. La Padrona si diresse ancora verso la misteriosa borsa e
la vidi estrarre una frusta composta da lunghe strisce di cuoio che si
riunivano nel manico, che sembrava essere di legno. Francesca depose la
frusta sulla mia schiena e, con le mani nuovamente guantate di pelle,
incominciò a percorre la mia schiena, le mie natiche, le mie
cosce; nel frattempo mi parlava pacatamente:
"Caro schiavetto, dovrò punirti. Lo farò per il tuo bene
sai? Imparerai quanto possa essere esaltante servire una donna,
diventando un oggetto nelle sue mani. T'insegnerò a conoscere il
piacere attraverso la sofferenza e, se saprai dimostrarti uno schiavo
degno di tale onore, riceverai un premio che forse nemmeno osi pensare.
Ma dovrai meritarlo, imparando ad ubbidire ed a soffrire per la tua
Padrona".
La voce di Francesca era roca, eccitata:
"Sì, mio piccolo maiale, ti formerò come schiavo e come
uomo. Ora dovrai dimostrare che sei un bravo ometto. Devo punirti, ma
non voglio sentire lamenti; fammi vedere che sai soffrire per me, non
obbligarmi ad imbavagliarti". La Padrona raccolse la frusta.
Dentro di me pensavo che fosse sopportabile. Mi era capitato più
volte di vedere al cinema scene di fustigazione nelle quali la vittima
sopportava stoicamente la flagellazione con atteggiamento sprezzante
verso il carnefice. La prima frustata raggiunse le natiche ed urlai
senza ritegno.
"No, piccolo mio, se fai cosi dovrò imbavagliarti"
"Franci... basta... lasciami... non
voglio più... Lasciami o sarò io a dire tutto ai miei...
Non mi frega niente della confessione, lasciami... "
Nel tentativo di divincolarmi, tendevo spasmodicamente le corde che
mordevano le mie carni; un flash, un secondo; accidenti, Francesca
stava scattando delle fotografie e furbescamente aveva atteso che anche
il mio volto fosse visibile.
"Cosa fai? Sei matta?"
"No, piccolo maiale: adesso se non ubbidirai, oltre ai tuoi genitori,
anche i tuoi professori e compagni di scuola, i tuoi amici ed amiche
sapranno che porco perverso sei... "
"No Franci, non puoi fare questo".
"No cosaaaa???" e fece seguire alla domanda una terribile
frustata. Il dolore esplose nel mio cervello.
"No cosaaaa????" ribadì Francesca"
"No Padrona".
"Bene cerca di ricordare questo; ed ora fammi vedere se sei un uomo o
un bambino"
Massimo
Fine prima parte
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