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SEVERE EDUCATION
di René-Michel
Desergy
traduzione Paul Stoves

Esaminiamo ora un altro volume appartenente alla notevole -
nonché rara - collezione delle Orties Blanches:
“Sévère éducation”, di René-Michel Desergy.
Edito a Parigi nell’anno 1928 il libro è splendidamente
illustrato con sedici elio-incisioni; le tavole, fuori testo, sono
monocromatiche in tonalità di colore seppia.
Il romanzo consta di duecentosettantacinque pagine suddivise in dodici
racconti, con l’aggiunta di cinque interessanti lettere dei lettori.
Nella prefazione al testo, Desergy annuncia ai lettori l’improvvisa
scomparsa di Jacques d'Icy, esaltandone in poche righe il temperamento
artistico di scrittore, senza, tuttavia, mai associare questo
pseudonimo al nome di Louis Malteste.
Ringrazio tutti i lettori che mi hanno scritto direttamente
all’indirizzo di posta elettronica nonché quelli che hanno
preferito, passando dalla redazione, servirsi del servizio postale
tradizionale. Anche in questo caso, vista la quantità di
interessanti illustrazioni, si è deciso di suddividere in due o
tre parti l’esame del testo; come prima parte, eccovi quindi qualche
pagina, tradotta dal francese.
Paul Stoves
(da: A l’office)
…………
Si sentirono prima della grida, un gran vociferare, alcuni rumori di
sedie trascinate sul pavimento; dei passi precipitosi nel gran
corridoio, poi Jacqueline, singhiozzando, con le mutandine ai polpacci,
fece il suo ingresso nella cucina.
-“ La signorina è stata punita nuovamente?” - domandò
inquieta Margherita, la cuoca.
- “Sì! E questa volta in modo serio” - rispose Elisa, la
cameriera, che tallonava la ragazza. – “La signora è veramente
arrabbiata ed ha obbligato la signorina Jacqueline a pranzare in cucina
per otto giorni e, come se non bastasse, ha aggiunto che la farà
dormire per un mese con la servitù! Dammi una spugna,
Margherita, ed una bacinella con dell’acqua tiepida. E voi, piccolo
mostro, venite immediatamente a sdraiarvi sulle
mie ginocchia così, ancora una
volta, lenirò il bruciore, anche se non lo meritate davvero!
Andiamo, svelta!” - Margherita aveva, nel frattempo,
deposto sulla tavola la bacinella e la spugna richieste. La cameriera,
seduta su di una sedia bassa, aveva preso la ragazza per le spalle e
l’aveva fatta piegare di traverso sulle proprie cosce …inoltre le aveva
fatto sfilare le mutandine che erano arrotolate alle caviglie. Aveva
sollevato la corta gonna ed anche la sottogonna.
- “Guarda se è possibile dare delle sculacciate simili” –
mormorò, passando la mano sul mappamondo denudato.
- “Guarda, Margherita! Non solo non è caldo, ma è appena
appena rosso. Durante gli otto giorni che passerai con noi sono io che
mi occuperò di sculacciarti... vedrai come sono differenti le
sculacciate d’Elisa... vedrai. Vedrai come saranno belle rosse le tue
natiche e come ti bruceranno per ore...! Alla tua età ci
vogliono delle sonore sculacciate. Sembra che tua madre non abbia
modo..., ti crede ancora una ragazzina, ma a diciott' anni compiuti sei
grande e so che le puoi ben sopportare come quando me le davano al
paese quando avevo la tua stessa età. Non potrai stringere le
chiappe, le rende dure, non ti sculaccerò con le natiche
chiuse... sarà bene un’altra cosa, vedrai che colore, altro che
quel pallido rossore d’oggi! Ballerai, bambola, te lo prometto!
Potrai vedere il tuo culetto riflesso nello specchio, come hai
già fatto, vero, piccola viziosa? Sarà ben rosso il tuo
culo. Ben più rosso di oggi. Non avrò pena e mi
servirò del martinet...”
- “Margherita, mi passi la spugna, per cortesia?” -
La bionda aveva, nel frattempo, strizzato la spugna sulla bacinella e
la passò alla compagna. Il culetto della signorina Jacqueline,
contratto nell’attesa, si rilassò sotto la tiepida carezza.
- “Ecco!” - disse sorridendo la cameriera –“ non è rimasto nulla
di questa ‘tremenda’ sculacciata; sarà dopo la mia sculacciata,
che avrai bisogno della spugna inumidita! Vedrai come le tue chiappette
la desidereranno! Andiamo! Piccolo mostro, rimettiti
le mutandine e fila a scuola, altrimenti, questa volta, sarò io
a sculacciarti e dovrai contorcerti sul banco per tutta la giornata:
non mi prenderò certo la briga di spugnarti con l’acqua
tiepida.” -
(da: Document)’
……………..…
Non
era più giovane e portava gli occhiali; era calvo. Tuttavia
sculacciava la sua donna. La sculacciava... Mio Dio, sì!
Non per vizio, non ne aveva. Aveva scoperto questo ‘gioco’ un
giorno, casualmente, dopo aver bevuto il suo caffé. Non aveva
mai letto libri trattanti questo genere di passatempo. Egli aveva
semplicemente fatto scivolare la propria mano sotto la gonna di sua
moglie, una bella bionda più giovane di lui di quasi diciassette
anni, in un radioso pomeriggio. La carne soda che aveva incontrato gli
aveva fatto salire il sangue alle gote. Certo, la conosceva bene questa
carne, ma mai, prima di allora, aveva provato quella sensazione...
strana. Sculacciò con piccoli colpi, sotto la gonna, quella
carne calda. La sua compagna chiuse gli occhi ed egli si fece
più ardito: sollevò in alto la gonna e fece abbattere la
propria mano, violentemente, su quelle rotondità che gli si
offrivano.
I globi carnosi si serrarono. Fece sdraiare la donna sul tavolo;
proprio nel bel mezzo delle due tazze del servizio che la signora era
in procinto di servire e, come si sculaccia una scolaretta capricciosa,
la sculacciò.
Dispensò un bel colore rosso caldo, sul bianco eburneo che gli
era apparso sotto le gonne. Ella non protestò minimamente.
Semplicemente gemeva. Ma i suoi gemiti erano ben lontani dall’essere
una preghiera per porre fine a quel genere di supplizio.
Lui la sculacciò molto severamente: il bel sedere voluminoso ben
si prestava
ai colpi.
Continuò.
E poi? E poi? chiederete voi.
Mio Dio, quello che successe dopo non è un genere di cose che
deve interessar-
vi. Posso solo assicurarvi che rientra perfettamente nella logica
coniugale. Così, per un piatto mal cucinato, un ritardo od un
saluto poco affettuoso, egli piegava la sua sposa sotto il braccio e le
sollevava la gonna. Quello che gli piaceva più d’ogni cosa, era
di sculacciarla davanti allo specchio dell’armadio. Quando la donna
girava un poco la testa vedeva riflesso uno spettacolo veramente
emozionante.
Era un po’ come essere di fronte ad un negativo fotografico. Il braccio
del maestro che si alzava e si abbatteva.
E, soprattutto, soprattutto il suo fondo-schiena arrossato che usciva
dalle mutandine.
Nonostante la moda, lui non le permetteva di portare quelle piccole ed
eleganti mutandine chiuse, quelle specie di copri sesso in uso nei
Music-Hall libertini. Gli piacevano quei modelli sorpassati, certo,
molto più corti, ma con una grande fenditura sul posteriore che
divaricava con grande piacere dopo aver rialzato la camicia.
Sculacciava senza cattiveria, ma duramente.
Molto spesso la obbligava a tenere, lei stessa, aperta la fenditura
delle mutandine. Ed ella si vedeva, vedeva tutto questo riflesso nello
specchio con le guance rosse come quelle del suo sposo.
Dopo seguiva la serie delle mortificazioni.
Il perdono domandato in ginocchio, con le gonne sempre sollevate ed il
culo all’aria. Le penitenze bizzarre: il naso al muro ed il culo al
vento; il doversi inginocchiare ai piedi del letto, che le ricordava il
convento dove era stata allevata; i vestiti portati per una settimana
al rovescio e la croce che doveva fare con la lingua sul pavimento di
legno...
(da: La petite marchande de couleurs)
……………………………
Fui
sdraiata sul divano e la mia corta gonna fu tirata sulle spalle. Le mie
cosce nude si contrassero credendo che, su di esse, si sarebbero
abbattuti i colpi. No, non era sulla porzione del mio corpo compresa
fra le giarrettiere ed i dentelli delle mie mutandine che la signora
aveva intenzione di far cadere le sculacciate... avevano designato il
sedere... e per giunta, denudato.
Le sue mani cercarono i bottoni delle mie mutandine posti nella zona
calda delle anche; ribaltò la porzione sbottonata sulle gambe
e... alzò la camicia.
Urlai di vergogna e di rabbia al pensiero che potevo essere ammirata in
una parte che le signorine per bene non dovrebbero esibire.
Serrai i miei globi gemelli con rara energia.
Poi gridai ben per altre cose, altro che pudore messo a repentaglio! La
signora non si curava più di nulla; cercava solamente di
provocare sofferenza.
La sua mano sinistra era posata ben piatta sulla zona renale, per
impedirmi di rialzarmi e, visto che io mi dibattevo, mi bruciava le
natiche con colpi secchi e sonori.
Avvertivo il mio povero culetto, gonfiarsi...
Non avevo neppure la forza di stringere i miei globi posteriori per
cercare di nascondere quella mia parte intima, destinata più
alle ultime funzioni digestive.
Il sedere mi bruciò lungamente anche dopo che i colpi avevano
cessato di
cadere.
Una mano dolce, la stessa, mi accarezzava; sentivo la voce dura della
signora che diceva:
- “La prossima volta, prenderemo il martinet. Per sculacciare le
ragazze grandi ci vuole il martinet. Fa circolare meglio il sangue. Ne
compreremo uno in negozio, sì, li vendono, li ho visti. Sono
appoggiati su di uno scaffale nel fondo nel negozio. La mia cameriera
lo andrà ad ordinare, così potrai essere ben sculacciata.
Hai capito? Mi capisci?” -
Io capivo perfettamente, ma avevo solo la forza di gemere.
Ella mi trascinò davanti al grande armadio della sua camera da
letto, costringendomi a girare la testa quel tanto da vedere riflessa
nello specchio la mia persona con la gonna sollevata e le mutandine
abbassate.
Il culo era rosso.
Girai immediatamente la testa per non vedere quel quadro scioccante, ma
lei mi prese il mento e mi obbligò a guardarla dritta negli
occhi.
Il suo alito mi bruciava addosso come, appena un istante prima, la sua
mano destra mi aveva fatto bruciare un’altra parte.
- “Allora, pensi che sia in grado di arrossare il culetto di una
ragazzina che si crede troppo grande per essere sculacciata? E questo
non è ancora nulla! Non è proprio niente.” -
Io, vergognandomi, mi sentii morire. E l’indomani, chiederete voi? Se
sono tornata dalla signora? Certo che ci sono tornata e con una ventina
di minuti di anticipo sulla lezione. Non cercate di scoprire o
fantasticare su quanto, questa sorta di brutalità avesse
risvegliato in me. Non ci riuscireste.
Ci sono alcune cose che gli uomini non riuscirebbero mai a capire. Alla
mia età, se avessi dovuto subire una punizione del genere dai
miei genitori, avrei certamente abbandonato il domicilio familiare e,
probabilmente, mi sarei andata a gettare nella Senna dalla rabbia. Ma
con la signora, fu un’altra cosa.
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