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MUTANDE DI CORREZIONE
di Livio

Nel variegato panorama della disciplina corporale, i riformatori e gli istituti di correzione (particolarmente femminili) rappresentano da sempre un mondo a sé stante. Qui l'estro e la fantasia di sadici educatori e educatrici hanno modo di sbizzarrirsi al di là dell'immaginabile, pur mantenendo sempre una facciata di decoro e rispettabilità che vale a rendere il rituale punitivo ancora più sottilmente ipocrita e perverso. Storicamente, si possono distinguere due fondamentali «strategie» (ma forse bisognerebbe parlare di «filosofie») disciplinari.
La prima, e più antica, è basata sul principio dell’esposizione a nudo del sedere da punire (bottom exposure), non soltanto come coadiuvante per l'efficacia fisica della punizione, ma soprattutto come deterrente psicologico.
In un'epoca puritana e codina come il secolo della regina Vittoria, il culo femminile costituiva più che mai una sorta d’oggetto misterioso sul quale davvero il sole non giungeva mai a battere. Si spiega così il gusto raffinatamente perverso con il quale gli educatori del tempo curavano la messa a nudo del bersaglio designato (e soltanto di esso!) allorché si accingevano alla loro opera correttiva. Molto spesso le fanciulle nei collegi erano castigate esclusivamente di domenica, di ritorno dalla funzione religiosa, con indosso gli abiti della festa ed i più preziosi e complicati fra gli indumenti intimi. È facile immaginare quale festa doveva essere per gli occhi e per i sensi delle rispettabili educatrici la lunga marcia d’avvicinamento al frutto di carne proibito, tra sottane rimboccate, fruscianti sottovesti arrotolate sui fianchi e lunghe mutande di batista abbattute sul didietro. Tornando agli istituti di correzione per ragazze indisciplinate, risale alla stessa epoca vittoriana l'invenzione d’appositi «grembiuli disciplinari», specificamente destinati ad agevolare la messa a nudo delle natiche da punire. Caratteristica di questi indumenti era di assicurare la piena ed integrale copertura della corrigenda, vista in posizione frontale: l'unica nota stonata era rappresentata, al più, dai piedi nudi (eterno simbolo penitenziale!) che sbucavano appena dall’orlo inferiore del grembiule, lungo fino a terra. In questo casto abbigliamento, la corrigenda si presentava al suo aguzzino recando con sé lo strumento di castigo. Non appena, però, le era ordinato di girarsi e di prendere posizione sul cavalletto o sul pancaccio di legno, il contrasto era addirittura scioccante. Perfettamente abbottonata dal collo fino alle reni, la parte posteriore del grembiule terminava, infatti, bruscamente all'altezza della vita della ragazza, lasciando completamente a nudo la metà inferiore del suo corpo, a cominciare dal culo, vergognosamente esposto senza nemmeno l'ombra di un paio di mutande o altro indumento protettivo. Per le più giovani  esisteva poi un altro tipo di grembiule disciplinare, più corto del precedente, ma in compenso indossabile anche nella vita d’ogni giorno. Al momento del castigo, la fanciulla si presentava senza scarpe e senza mutandine, con il grembiule bene abbassato, sia davanti che didietro. A questo punto, l'inserviente di turno provvedeva a sollevare da tergo l'orlo del grembiule e a fissarlo, per mezzo d’appositi gancetti, alle bretelline abbottonate dietro le spalle. Con il culetto perfettamente messo a nudo, la corrigenda saliva quindi con vergognosa contrizione sulla fatale predella, ove l'attendevano il solito cavalletto imbottito, la solita severa Miss (o Fràulein, o Mademoiselle) e il solito temutissimo mazzo di verghe ancora fresche e sgocciolanti.
In epoche più recenti, la tecnica del bottom exposure ha subito necessariamente una battuta d'arresto, soprattutto a causa delle leggi penali e dei regolamenti carcerali che, pur dove ammettono l'uso di «moderati mezzi di coercizione fisica», esigono pur sempre che rimangano salvi ed integri il pudore e il decoro delle giovani corrigende. Si è cosi affermata progressivamente una seconda, e per certi aspetti contrapposta, filosofia punitiva: quella del tightened bottom, o sedere imprigionato. Anche qui, ben inteso, nulla di nuovo sotto il sole. Il fascino segreto di un bel culo femminile fasciato in un paio d’aderenti mutandoni di seta o, meglio ancora, di attillatissimi shorts, è già ben presente nella letteratura sado-feticista della fine del secolo scorso e degli inizi di questo. Quando una ragazza non è punita on the bare (a nudo), inevitabilmente la troviamo sculacciata «su un paio di mutande di seta che aderivano alla sua pelle come un guanto», oppure «attraverso il sottile e aderente involucro di cotone dei suoi pantaloncini color kaki», o ancora, in ambiente ippico-agreste «sul fondo color verde pisello dei suoi attillatissimi calzoni da amazzone: attillati a tal punto da apparire disegnati, come una seconda pelle, sulle prominenti curve della giovane donna».
Ed ecco come, in un celebre romanzo post-vittoriano, la direttrice di un educandato femminile illustrava il suo punto di vista a proposito dei vantaggi offerti da un well tightened bottom: «Personalmente, trovo che la fustigazione sulle nude natiche, oltre che profondamente indecente, sia anche scarsamente efficace e produttiva. Il sedere femminile, per quanto giovane e sodo, conserva sempre quel tanto di mollezza e di carnosità che vale ad attutire e disperdere la forza ed incisività dei colpi inferti. È come se la ragazza punita indossasse costantemente un morbido cuscino che si frappone tra lo strumento di correzione e le sue parti più sensibili! Tutt'altra cosa, invece, quando il bersaglio è convenientemente rivestito con idonei indumenti, che ne contengono adeguatamente il volume, assicurando nel contempo una maggiore compattezza e una più accentuata prominenza delle natiche. Attraverso l'indumento teso, la fustigazione acquista forza ed incisività, probabilmente anche per una sorta di fattore psicologico da parte di coloro che sono incaricati di somministrare la correzione, specialmente quando si tratta di uomini. Un sederino di fanciulla messo a nudo suscita quasi sempre sentimenti di tenerezza e simpatia, forse perché l'educatore tende inconsciamente a identificarlo con quello della propria fidanzata, o della propria moglie, o della propria figlia adolescente. Avvolto nelle mutande, il sedere riacquista invece il proprio anonimato, senza nulla perdere (anzi!) della propria sensuale aggressività. Chi punisce, vede soltanto uno sfrontato posteriore di giovane delinquente, a cui le leggi e i regolamenti carcerali concedono un’immeritata protezione. Così il suo senso di giustizia lo spinge a colpire con forza e rigore, allo scopo di infrangere (almeno idealmente) quell'assurda barriera divisoria, fino a piegare ed annientare l'orgogliosa ed arrogante fierezza del sottostante mappamondo di carne!» Naturalmente, come avviene nella tecnica contrapposta, anche in questo caso lo scopo principale perseguito dall'educatore consiste nell'evidenziare ed enfatizzare al massimo il bersaglio designato, facendo sì che la corrigenda rimanga costantemente bottom conscious (cioè consapevole, anche fisicamente, del proprio sedere). Gli accorgimenti che si possono adottare a questo scopo sono di varia natura: qui di seguito ne indichiamo tre fra i più noti e collaudati:
1) La corrigenda indossa esclusivamente le mutande di correzione, e per il resto si presenta completamente nuda. In questo modo, la copertura dell'unica porzione anatomica che logicamente dovrebbe essere messa a nudo ha lo scopo di sottolineare, paradossalmente, l'anomalia della situazione, e quindi anche la vergogna insita in essa. In ogni caso, è rigorosamente indispensabile la nudità dei seni (simbolo di femminilità oltraggiata) e quella dei piedi (vedi sopra), di modo che la corrigenda avverta tangibilmente, in ogni momento, la propria debolezza e vulnerabilità.
2) Per coloro che sono amanti del feticismo delle mutandine, il sistema più raccomandabile rimane sempre quello di assicurarne il giusto grado di tensione e di aderenza, manovrando opportunamente sull'elastico in vita. Come ricorda, con un pizzico di nostalgia e di charme, un’ex collegiale: «Entrando in camera di punizione, puoi stare certa che le tue mutandine non rimarranno a lungo al loro posto. Se qualcuno non provvede, o prima o poi, a tirartele giù, sicuramente provvederanno a tirartele su: e il risultato, in definitiva, rimane lo stesso!».
In effetti, le mutandine tirate su per l'elastico possono assolvere ad almeno due diverse funzioni: in primo luogo, assicurano una sostanziale e più o meno estesa messa a nudo delle natiche, sommando i vantaggi del tightened bottom a quelli dell'exposed bottom (lo stesso risultato può essere raggiunto anche con certi tipi di shorts e pantaloncini corti, sollevandone i lembi inferiori e mettendo a nudo dal basso le natiche). In secondo luogo, sembra innegabile che la tensione, spesso molto forte, delle mutandine contro l'inguine della corrigenda rappresenti anche, almeno simbolicamente, un attacco rivolto alla sua sessualità. La forma del pube e della vagina che si disegna nitida contro il tessuto teso, la peluria riccioluta che fuoriesce da entrambi i lati, costituiscono indubbiamente dei notevoli coadiuvanti erotici, ai quali è molto difficile resistere. Né è da escludersi che la pressione e la frizione prolungata delle mutandine contro le socchiuse labbra della fica provochi nella fanciulla sculacciata sensazioni di piacere fisico che, a poco a poco, finiscono per prevalere sul bruciore che si sprigiona dalle natiche arrossate. Tutti gli effetti appena descritti possono essere, d'altra parte, incrementati e perfezionati attraverso opportuni strumenti di tensione meccanica applicati agli elastici delle mutandine. Molto utile può rivelarsi il ricorso ad un paio di comuni bretelle da uomo, agganciate larghe sul davanti e strette sul didietro in modo da risucchiare quanto più possibile l'indumento entro il solco divisorio. Indossate a seno e spalle nude, le bretelle presentano in più il vantaggio di comprimere, senza nascondere, le rotondità superiori della fanciulla, accrescendone enormemente l'imbarazzo e il disagio fisico.
3) L'ultima, e sotto certi aspetti la più raffinata, forma di evidenziazione di un well tightened bottom, consiste nell'usanza di bagnare, o quanto meno inumidire, le mutande della corrigenda, prima o durante l'uso disciplinare. Anche qui, le finalità perseguite attraverso questo coadiuvante sono di due specie. In primo luogo, le mutandine bagnate tendono ad incollarsi sulla pelle e a divenire trasparenti, assicurando così la progressiva esibizione a nudo di un sedere che peraltro, almeno nella forma, nudo non è. In questo modo è assicurato il rispetto delle regole carcerarie e delle convenienze, senza nulla togliere (anzi!) al piacere visivo che rimane pur sempre un elemento essenziale ed irrinunciabile di ogni castigo corporale. Dal punto di vista della corrigenda, 1'effetto-bagnato si traduce poi in un complesso di sensazioni fisiche e psicologiche estremamente vario ed interessante. Intanto, attraverso il tessuto bagnato, i colpi di bacchetta o di frustino (ma lo stesso può dirsi anche per le semplici sculacciate manuali) divengono più incisivi e mordenti, provocando sensazioni epidermiche (e sottoepidermiche) molto intense e precise.
Ma è soprattutto sul piano psicologico che le mutande bagnate producono sulla corrigenda un effetto devastante, riducendola al livello di una bambinetta che si fa la pipì addosso e viene per questo severamente castigata. Il tessuto che si appiccica sulla cute irritata, davanti e didietro, l'acqua tiepida che sgocciola lungo le cosce, e le gambe nude, formando un laghetto sul pavimento, costituiscono forse gli aspetti più vergognosi ed umilianti di questa forma di correzione. Aspetti che, il più delle volte, sono destinati a prolungarsi anche oltre la fine della punizione vera e propria, allorché la fanciulla appena castigata viene messa in penitenza con la faccia al muro, mettendo in mostra il culetto tutto rosso e segnato attraverso il velo trasparente delle mutande ancora umide e sgocciolanti.
Per concludere questo nostro giro d'orizzonte nel mondo degli istituti di correzione e rieducazione per fanciulle ribelli, vediamo infine un esempio di tecnica punitiva applicato ai nostri giorni. Siamo nella civilissima America, in una prigione femminile dello stato dell'Arkansas. Le detenute minorenni indossano qui la stessa divisa che hanno in uso nella vita di tutti i giorni: una maglietta T-Shirt molto aderente, senza ombra di reggiseno, e un paio di blue-jeans altrettanto attillati. In questa divisa si presentano, quando occorre, in camera di correzione, scortate da una robusta e sadica secondina, o qualche volta da un aitante guardiano. Piegate ad angolo retto sul cavalletto, le loro natiche tese e sporgenti offrono allo spettatore un'immagine non meno suggestiva di quella tradizionalmente legata alle classiche mutande di correzione. Per coloro che indossano le mutandine, la linea triangolare che appare in evidenza sul tessuto teso dei jeans delimita anche l'area geografica principalmente destinata a ricevere l'assalto dello strumento correttivo (per lo più una cintura ripiegata, o un'apposita sferza di cuoio).
Per le altre - e sono la maggioranza - che amano indossare i jeans direttamente «a pelo nudo», l'intero volume del mappamondo si offre, fremente e vulnerabile, sotto un unico sottile strato di tela che, qui come non mai, sembra veramente disegnato come una seconda pelle. La pressione sui fianchi, sul ventre e sul pube è fonte già di per sé di disagio e costrizione per la corrigenda, ed è soprattutto per consentirle una miglior traspirazione e respirazione che l'educatore provvede, prima di iniziare la correzione, a liberare al vento le tettine, sollevando la maglietta fin sotto le ascelle, o altrimenti rimuovendola del tutto. Infine l'ultimo tocco: munita di ago e forbici, la guardiana di turno provvede a scucire e a rimuovere la tasca posteriore destra dei jeans, lasciando impressa sulla natica un'impronta scura, equivalente all'antico marchio d'infamia che veniva impresso alle detenute direttamente sulla nuda pelle. La funzione della tasca rimossa è naturalmente simbolica, evidenziando pubblicamente, a posteriori, la sorte subita di recente dal sottostante fondo schiena, con relativa ignominia per la proprietaria, e monito per le sue compagne. Il cronista, dal quale abbiamo attinto queste notizie, testimonia come, durante una sua visita al riformatorio, fossero piuttosto numerose le detenute che andavano in giro sculettando in un paio di jeans privi della tasca posteriore destra: segno evidente che le tradizioni disciplinari del buon tempo andato sono dure a morire, anche nell'era delle conquiste spaziali, dei computers, dell'emancipazione femminile e (dulcis in fondo) della gomma da masticare!


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