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IL VERO NEMICO
di R.E.

Quarta puntata

Capitolo 7

Il colonnello fu di parola. Il suo interrogatorio non fu violento, almeno non nel senso del servizio informazioni, ma, quando il giorno successivo, Sheila ritornò alla prigione, la sua candida uniforme era macchiata da macchie del proprio sangue.
Per verità di commedia il colonnello l’aveva picchiata in viso, procurando più di fare scena che non a fare male veramente, un labbro spaccato e qualche ecchimosi, parvero carezze a Sheila, in confronto a quello che aveva già subito.
Sheila, secondo gli accordi che aveva preso con l’ufficiale, mantenne la sua versione ed il colonnello insistette fino a quando, i suoi superiori, furono convinti che Sheila non mentisse.
Il colonnello riaccompagnò Sheila alla prigione senza mostrarsi minimamente cortese con lei. Sheila capì che l’ufficiale temeva che il servizio informazioni potesse aver messo delle microspie nel veicolo. Solo quando arrivarono alla prigione il colonnello le strinse impercettibilmente un braccio guardandola negli occhi.
Il colonnello, prima dopo averla fatta scendere, le tolse le manette e, con l’arma puntata, la riconsegnò agli uomini del servizio informazioni.
Il tenente accolse il colonnello mentre alcuni suoi uomini provvedevano a strappare di dosso l’uniforme a Sheila.
-Buongiorno, signor colonnello. L’abominio ha confessato?
-Buon giorno tenente. Il capitano non aveva più nulla da dire. Come vede anche i miei uomini hanno usato le “buone” maniere, senza ottenere nulla di più di ciò che sapevamo già.
-Immagino che voglia rassicurare il sommo sacerdote di persona. Vorrà avere lo stesso un rapporto, ma lui preferisce che le cose gli siano dette di persona.
Il tenente voleva vedere umiliato l’alto ufficiale ma il colloquio fra i due fu molto cordiale. Il colonnello si scusò con il sacerdote e l’alto esponente del clero rifiutò le scuse, affermando che chiarire un sospetto riduce i rischi.
Sheila nel frattempo fu ricondotta in cella, dove attese di venir ricondotta nella sala. Sperò che il suo condizionamento le impedisse di cedere alle torture. Il colonnello e la sua missione ora erano diventati la propria missione. Suo compito era proteggerlo anche a costo della vita. Sheila ripeté all’infinito questa frase autoipnotizzandosi, come le era stato insegnato al corso ufficiale. Il suo condizionamento avrebbe fatto il resto.
Ancora immersa nella sua condizione mentale si accorse appena dell’apertura della porta della cella. Fece, però, in tempo ad inginocchiarsi, inutile prendere colpi futilmente, avrebbe avuto modo ad invasione iniziata per fargliela pagare.
Gli uomini la ricondussero nella sala dove ad attenderla trovò il tenente e i sacerdoti. I soldati la sbatterono su una sedia di fronte ai giudici.
Appena Sheila fu seduta si rese conto che quella sedia sarebbe diventata un terribile strumento di tortura. Il sedile era ricoperto da protuberanze, disposte in modo che i glutei, di chi si fosse seduto, avrebbero poggiato solo su di esse, ognuna delle quali era a tale distanza dall’altra da permettere loro di comprimere la carne. Non erano state progettate per provocare ferite ma solo dolore, infatti, la loro punta, benché sottile, non era acuminata.
Sheila cercò di scattare, ma gli uomini di guardia, prontamente, la tennero ferma mentre altri la fissavano con catene alla sedia.
I soldati la lasciarono solo quando Sheila fu impossibilitata dal compiere alcun movimento.
Le protuberanze iniziarono subito a svolgere il compito per cui erano state progettate. La prigioniera iniziò a lamentarsi. La carne piagata non aveva fatto in tempo a guarire nel breve periodo che il colonnello aveva concesso a Sheila. Ora il dolore era centuplicato.
-Abominio siamo lieti di poterti avere nuovamente con noi e siamo ancora più lieti che la tua razza depravata resti ben lontana da noi. È tempo che il giudizio su di te riprenda il suo corso. Ora rileggeremo gli atti del processo per ricordare il punto in cui la tua confessione era stata interrotta.
Il tenente rilesse gli atti e quando terminò il sommo sacerdote riprese la parola.
-Una parte di te sta già soffrendo il giusto dolore che ti condurrà alla salvezza. È necessario, però, che ogni parte abominevole del tuo corpo soffra affinché ciò avvenga.
Con un gesto del capo, il sommo sacerdote ordinò di procedere al tenente. Questo si avvicinò alla prigioniera gemente e le prese i capezzoli tra le dita inguantate delle mani, torcendoli.
Sheila, già soffrente, urlò con quanto fiato aveva in gola. Cercò di sottrarsi alle dita, strette a tenaglia sui suoi capezzoli, ma le catene le impedirono ogni movimento.
-Stai urlando, abominio, perché? I tuoi uomini non ti lavoravano così per eccitarti? Eppure le tue tette saranno servite ad eccitarli!
Sheila non riusciva a sentire la voce del tenente, ma solo la propria che urlava il dolore che la pervadeva.
Il tenente lasciò liberi i capezzoli della trans ma i suoi uomini applicarono delle pinze metalliche con dentini alle povere estremità martoriate.
Sheila urlò più che poté supplicando, implorando di avere un po’ di pietà.
-Abominevole essere, avevi forse pietà dell’anima di quegli uomini che hai condotto alla perdizione? No! Riceverai così la giusta punizione per i tuoi peccati!
Il sommo sacerdote si era alzato in piedi, preso dalla foga della sua ira.
-Date a quest’abominio il giusto castigo!
I soldati presero due catene e n’attaccarono le estremità alle pinze. Il peso delle catene tirò verso il basso i poveri capezzoli di Sheila aumentandone il tormento.
La prigioniera, pur non avendo mai smesso di urlare, aumentò il tono delle urla.
-Non preoccuparti, non permetteremo mai che i tuoi capezzolini siano staccati dal peso eccessivo.
Il tenente con un gesto della mano indicò ai suoi uomini cosa dovessero fare.
Le guardie, che avevano fatto passare le altre estremità delle catene attraverso due carrucole, iniziarono a tirare.
Per un brevissimo istante Sheila ebbe un lieve sollievo, le pinze non essendo più appesantite. Gli uomini però continuarono la trazione e i capezzoli della prigioniera furono tirati verso l’alto. La trazione continuò fin quando fu possibile allungare la carne dei piccoli seni, quindi fissarono le catene lasciandole ben tese.
Sheila urlò fino a rimanere senza fiato, ma anche questo le provocava spasmi che le giungevano alle spalle.
-E’ difficile accontentarti! Urli per qualunque cosa facciamo!  Dovresti esserci grato per averti alleggerito il peso. Potremmo tirare ancora un po’ così non ti faresti male al culo!
-Noooo, vi prego noooo!
-Basta così tenente! Lasciamo che l’abominio mediti sui suoi peccati. Ci accompagni all’uscita. Lasci qualcuno di guardia per assicurarsi che quest’essere non svenga e che provi in ogni istante la giusta pena.
Il tenente seguito dai sacerdoti uscirono. All’interno della sala rimase solo una guardia che si accomodò nel posto poco prima occupato dal sommo sacerdote.
Sheila smise lentamente di urlare man mano che le terminazioni nervose andavano intorpidendosi. Quando la guardia, però, riteneva che il silenzio fosse durato troppo, toccava leggermente le catene, rinnovando tutto il dolore.
Sheila, allora, ricominciava ad urlare.
Crudelmente la guardia lasciava che la prigioniera avesse un po’ di tregua per poi farle assaporare maggiormente il dolore.
Sheila svenne un paio di volte e la guardia fu rapida a farla rinvenire con violenti schiaffi.
Il tenente, quando rientrò, trovò la guardia che cercava di rianimare la prigioniera per la terza volta. Domandò alla guardia quante volte fosse svenuta e per quanto. Ricevuto il rapporto, il tenente ordinò di rianimarla ancora.
-Bentornata tra noi! Non è stato molto carino da parte tua addormentarti dopo che ci stiamo dando tanto da fare per te e la tua anima dannata. Posso tentare di giustificarti, pensando che forse i tuoi uomini non ti avevano mai tirato i capezzoli per eccitarti. Se così fosse direi che potremmo fare uno sforzo e liberarti da questo tormento. Sei d’accordo?
-Vi prego.
-Visto che sei tu a chiederlo! Liberategli i capezzoli, uno per volta!
Sheila sperò di ricavarne sollievo, ma appena il primo capezzolo le fu liberato, urlò e continuò ad urlare a lungo. Con gli occhi sbarrati guardò la mano del soldato avvicinarsi alla seconda pinza, disperando della compassione di quegli uomini.
-Vuoi che ti liberiamo anche l’altro o preferisci che lasciamo la pinza al suo posto?
Sheila continuava ad urlare ormai incapace di pensare.
-Non rispondi allora facciamo a modo nostro!
Il soldato tolse la molletta dal capezzolo e il dolore raggiunse il punto massimo, Sheila perse i sensi e non fu più possibile farla rinvenire.
-Toglietemi dalla vista quest’abominio!
I soldati liberarono la prigioniera e, tirandola per i piedi la ricondussero nella cella.





































Capitolo 8

A risvegliare Sheila fu il dolore lancinante che i capezzoli martoriati le trasmettevano. Sdraiata sul pavimento della sua cella la prigioniera cercò di trovare le forze di mettersi in piedi,  per poter osservare i danni che le erano stati causati. Nel mettersi seduta emise un lungo gemito, la sofferenza recente ai capezzoli le aveva fatto dimenticare quella ai glutei.
Sheila pensò che se l’invasione non fosse avvenuta nei prossimi giorni, ben poco di lei sarebbe rimasto.
Messasi in piedi abbassò lo sguardo ai suoi seni, quello che vide non le piacque ma fu sollevata nel trovare al loro posto i suoi capezzoli. Le tenere estremità dei seni portavano i segni dei denti delle dannate pinze, in alcuni punti una crosticina indicava il punto dove la carne era stata strappata. Si sentì immediatamente sollevata nel vedere che in fondo ben poco danno era stato arrecato.
Cercò di valutare con le dita le condizioni interne dei seni ma il solo sfiorare le estremità la fece gemere. Fece scivolare le mani verso i glutei e anche qui il dolore fu molto intenso. Sfiorò con le dita anche l’ano, anche se era passato un giorno, lo trovò gonfio e dolorante.
Sentì il bisogno di dormire e cercò una posizione per poterlo fare. Sdraiatasi sul pavimento, cercò la posizione migliore per evitare che le parti doloranti del suo corpo toccassero il pavimento. Non riuscì a trovarla, così si accontentò della posizione che le dava meno sofferenza.
Sheila avrebbe voluto cadere in una specie di limbo immediatamente ma il suo cervello si rifiutò. Chiuse ugualmente gli occhi cercando di non pensare alle sofferenze che quegli uomini le avrebbero sicuramente ancora somministrata. Pensò allora alle probabilità che avrebbe avuto nel caso in cui l’invasione avrebbe avuto inizio.
Sheila valutò tutte le probabili opzioni e in nessuna di esse trovò il modo di uscirne viva, meno che mai l’avevano i suoi soldati, se ancora erano sul pianeta. Pensò alla componente femminile della sua squadra e provò una grande compassione per le donne. Costrette a soddisfare i turpi desideri di soldati nemici. Sapeva quanto orgogliose fossero della loro qualità di truppe scelte, temé che potessero tentare di togliersi la vita piuttosto che essere ridotte a prostitute.
Sheila non si preoccupò molto della sorte dei suoi uomini, erano veterani e avrebbero cercato di sopravvivere per vendicarsi di tutti gli abusi.
Ripensando alle due trans che come lei erano state catturate, ormai era più che certa che erano state assassinate in modo brutale. Lei non era stata eliminata subito in quanto ufficiale e come tale in possesso d’importanti informazioni. Quei sacerdoti, ora, l’avrebbero usata per dimostrare alla popolazione che chiunque si fosse macchiato di un grave peccato sarebbe stato condannato a pene terribili.
Pianse non tanto per se stessa ma per le sue due compagne, arrivando quasi ad invidiarne la sorte.
-No, Sheila tu devi vivere per vendicare tutti i tuoi soldati.
Quel giorno passò, stranamente, tranquillo. Per la prima volta da quando era stata catturata non vide nessuno. Neanche quando le portarono l’unico pasto vide la guardia, come tutte le volte la ciotola, che conteneva una specie di miscuglio quasi immangiabile, le fu passata attraverso una feritoia della porta.
Le luci della cella rimanevano perennemente accese e il calcolo del tempo divenne una delle occupazioni per mantenere attiva la mente.
Sapere che ore sono per Sheila era divenuto molto importante. Capire quanto tempo era trascorso, le servì per sapere se la data dell’invasione era stata posticipata o se i piani sarebbero andati secondo il progetto.
Sheila, se non aveva sbagliato i conti, prevedeva che l’invasione sarebbe iniziata da lì a qualche giorno.
-Resisti Sheila ancora qualche giorno, poi in un modo o nell’altro tutto finirà.
Sapeva, comunque, che invadere un pianeta non era cosa semplice. La sua squadra d’assalto avrebbe dovuto individuare i centri di comunicazione e distruggerli mentre la flotta entrava nel sistema solare nemico. Riteneva che la città dove era tenuta prigioniera doveva essere la capitale del pianeta, data la presenza di un comando generale e della massima autorità religiosa.
In fondo era arrivata, anche se non nel modo che aveva previsto, nel luogo che doveva essere la metà della sua missione.
Si accorse che le diventava sempre più difficile ragionare e quindi ritenne che fosse tempo di cercare di dormire.
La spossatezza delle torture subite la fece sì dormire, ma il sonno fu popolato da incubi.

La porta si aprì e le guardie l’afferrarono, trascinandola di peso nella sala. Sheila si sentiva pronta a subire una nuova seduta di quel processo farsa.
“Hanno sbagliato nel farmi riposare!”
La sala era deserta ma le guardie la fecero accomodare sulla solita sedia incatenandovela, non prima, però, di averle inserito nell’ano l’ovulo elettrico.
L’uovo entrò profondamente nel suo intestino assestandosi nell’ampolla. La prigioniera vide i cavi elettrici, che uscivano dalla sua pancia, essere collegati al famigerato generatore.
Sheila comprese che quel giorno sarebbe stato molto lungo.
La trans sentì le protuberanze metalliche sprofondare nei glutei provocandole dolore, ma ormai il suo corpo stava reagendo e il dolore delle protuberanze non fu terribile come la prima volta. Per i capezzoli, purtroppo non fu così, le pinze dentate furono nuovamente applicate e messe in trazione.
Sheila urlò di nuovo ma sapeva anche che di lì a poco si sarebbero intorpidite e il dolore sarebbe leggermente scemato. Attese con impazienza quel momento, dopo che le guardie la lasciarono completamente sola.
Non trascorse molto tempo che la sala si popolò dei soliti attori.
-Il tuo processo sta per giungere alla conclusione abominio. Presto la tua anima, mondata attraverso il dolore, potrà ricongiungersi a tutte le anime salvate! Nella seduta di oggi verificheremo se il tuo organo maschile sia ancora in grado di farti appartenere agi uomini. Tenente procedete con la prova.
Il tenente insieme con alcune guardie si accostarono a Sheila. Due guardie tennero divaricate le gambe della prigioniera mentre l’ufficiale metteva il sesso di Sheila all’interno di un tubo.
-Ti faremo godere come un uomo, abominio! Ti assicuro che sarà un’esperienza che non dimenticherai nella tua pur breve vita.
Il cilindro cavo sembrava fatto su misura del pene di Sheila. All’estremità opposta a quella attraverso cui era stato fato entrare il sesso della prigioniera, il cilindro era dotato di uno stantuffo.
Il tenente iniziò ad agire sullo stantuffo, il pene di Sheila prese ad allungarsi all’interno del cilindro.
A Sheila non parve terribile, inizialmente, man mano, però, che l’ufficiale aspirava l’aria dal cilindro, iniziò a provare fastidio.
La prigioniera prese a lamentarsi ed il tenente agì con più forza sullo stantuffo. A Sheila le parve che il glande stesse per scoppiare, schiacciato all’interno del tubo e a spirato con forza.
L’ufficiale ordinò allora di tendere di più le catene che traevano i capezzoli.
Sheila urlò con tutta la forza che aveva.
Il tenente, bloccato lo stantuffo, si avvicinò al generatore azionando il potenziometro.
L’uovo nel retto di Sheila scaricò l’energia nell’intestino della prigioniera, facendola agitare nelle strette catene.
L’ufficiale, regolato il potenziometro su un’intensità sufficiente a stimolare dolorosamente Sheila, prese nuovamente lo stantuffo tra le mani.
-Ora inizierò a masturbare il tuo inutile cazzo. Senti la corrente che ti strizza l’intestino? La stessa corrente sta contraendo la prostata per produrre liquido seminale. Ti assicuro che tra poco nonostante tutto il dolore che provi godrai finalmente come un uomo.
L’ufficiale iniziò a far scorre lo stantuffo all’interno del cilindro. Il sesso di Sheila iniziò un lento ma regolare su e giù nel tubo. Aspirato e rilasciato dallo stantuffo.
A Sheila parve di impazzire, sollecitata dolorosamente in diversi modi, la sua volontà di resistenza era giunta, ormai, al limite. Sheila capì che non sarebbe riuscita a resistere oltre, temeva che presto avrebbe chiesto pietà, in cambio della quale avrebbe denunciato anche il colonnello.
Lo stantuffo manovrato dall’ufficiale continuava la sua meccanica masturbazione mentre Sheila tentava di trovare la forza di resistere.
Tutto il corpo della prigioniera era in preda a spasmi. Sheila a livello inconscio percepì la prostata produrre liquido seminale, lo sentì percorrere l’uretra. Con uno sforzo di volontà sovrumano cercò di non pensare al dolore ma di concentrarsi sulla terribile masturbazione.
Il tenente vide un cambiamento nella postura della prigioniera, ne osservò il ventre contrarsi, i pugni contrarsi e il viso, sudato, concentrarsi.
-Eccellenza, l’abominio deve essere prossimo al godimento. Devo continuare?
-Certo siamo qui per questo. Dobbiamo dimostrare all’abominio che è capace di godere da uomo, facendogli capire cosa ha perso. Siate pronto, in ogni modo, ad impedire che non tragga troppo piacere dal trattamento.
L’ufficiale aumentò la velocità dello stantuffo.
A Sheila parve di perdere il senno, posseduta com’era da differenti sensazioni. Il limite tra dolore e piacere stava per essere varcato senza che lei potesse impedirlo.
Sheila sentì il proprio sesso essere posseduto dalle contrazioni che precedono l’orgasmo.
Urlò per la disperazione di essersi dovuta arrendere a quei sadici, pur di non confessare il segreto che tanto aveva cercato di difendere. Aveva venduto se stessa per la sua missione.
L’orgasmo che tutti attendevano alla fine giunse e Sheila urlò ancora più forte.
Gli uomini di guardia non attendevano altro segnale e con gesti rapidi staccarono le pinze dai capezzoli.
Sheila agitò la testa sbavando per il dolore e per l’orgasmo rubato, contrasse più volte i pugni, urlò tutta la propria sofferenza e impotenza.
La prigioniera crollò priva di conoscenza e gli uomini del servizio informazione la sciolsero, il corpo inerte di Sheila cadde per terra dove rimase fino a quando la prigioniera non rinvenne.
Sheila riprese coscienza nella certezza di aver tradito se stessa. Ormai consapevole di non aver più nulla da perdere, si sollevò lentamente in piedi e così si mostrò ai membri del tribunale e agli uomini di guardia. Si eresse il più possibile mostrando tutto l’orgoglio di ufficiale delle Forze Commerciali di Autodifesa.
-Sono il capitano Sheila Merevitt, comandante di una squadra d’attacco. Esigo che il mio grado sia rispettato. Esigo che i miei soldati siano trattati da prigionieri di guerra. Esigo che coloro che si sono macchiati dell’assassinio di due membri trans delle Forze Commerciali di Autodifesa siano arrestati con l’accusa di crimine di guerra.
I presenti nella sala ebbero un momento di sconcerto nel vedere quell’abominio sugli attenti e pretendere cose inconcepibili.
Il tenente fu il primo a riprendersi e colpì alle spalle la prigioniera che stramazzò al suolo.
-Maledetto abominio la tua anima non sarà salvata. Per quest’affronto morirai senza essere assolto dai tuoi peccati!
Il sommo sacerdote ancora scosso per l’ardire di quell’essere che credeva annientato uscì di corsa dalla sala.
-Bravo. Sei riuscito a guadagnarti una morte lenta. Sai cos’è un’impiccagione? No? Ti appenderemo per il collo finché non creperai. Radetele la testa.
Gli uomini di guardia, altrettanto scossi. Ributtarono sulla sedia Sheila e la tennero ferma fino a quando la testa fu completamente rasata.

(continua)


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