ANDREA
di Pietro
prima parte
Avevo poco più di 17 anni, quando mia madre scomparve. Mio
padre, un alto funzionario della Regione, non ci stette molto a
consolarsi con una sua dipendente, una giovane donna di 29 anni, dal
fascino assai seducente. Io, a quel tempo andavo al liceo, con
risultati, che dopo la morte di mia madre, venivano definiti da mio
padre “assai deludenti”. Sapevo della storia di mio padre con Carla,
una storia, che forse era iniziata anche prima, che la mamma mancasse,
ma mai potevo immaginare, quello che in fondo, in fondo, temevo. Una
sera, mio padre, al rientro dal suo ufficio, mi chiese di parlarmi.
“Sai, io e Carla, ci sposeremo presto e lei sarà la tua nuova
mamma”
Un senso di rabbia ed anche di ripugnanza verso mio padre, mi accolse,
gli urlai contro:
“La mia vera mamma è morta e Carla non sarà mai la mia
nuova mamma. Carla è soltanto la tua nuova concubina”.
Dopo che ebbi finito di pronunciare queste frasi, me ne andai,
sbattendo la porta a rinchiudermi nella mia stanza.
Con il mio sdegno e senza il mio sdegno, con il mio rifiuto o senza il
mio rifiuto, le nozze si svolsero ugualmente in una soleggiata
mattinata di Aprile, appena un anno e mezzo, da quando mia madre era
venuta a mancare.
Io, nonostante mio padre avesse incaricato amici e parenti, di
convincermi, non fui presente, ne in chiesa, ne al banchetto nuziale;
preferì starmene a casa di mia nonna materna, unico punto di
riferimento per la mia esistenza, in quel tempo.
Seppi, che i due “piccioni”, fecero un lungo viaggio di nozze in una
località esotica alla moda. Durante tutto il periodo del viaggio
di nozze, rimasi da mia nonna, con l’intenzione, di non fare più
ritorno a casa di mio padre.
Tornato dal viaggio di nozze, mio padre, venne a riprendermi.
Mia nonna, cercò di fargli capire, che io non avevo intenzione
di tornare a casa, dopo che quella donna, si era prepotentemente
introdotta nella mia famiglia.
“Non vedi, che non vuol tornarci a casa tua, lascialo stare, magari poi
ci ripensa. Andrea è stato turbato profondamente per la perdita
di Margherita, è un po’ depresso. Vuoi forse, farlo ammalare di
più?”
Diceva mia nonna, nel tentativo di convincere mio padre.
“E’ mio figlio e deve venire a vivere con me.”.
Urlava mio padre.
In tutta questa baraonda, nessuno si curava di chiedere il mio parere,
di ascoltarmi.
A questo punto, fui io, a fare cessare un contenzioso, che mi sembrava
parecchio stupido.
“Va bene, hai ragione, sono ancora per qualche mese minorenne e per la
legge, debbo venire ad abitare con te”
“Questo è tutto da vedere”
Urlava mio nonno, ex Ufficiale della Guardia di Finanza e laureato il
legge.
“Andremo in Tribunale. Hai più di 17 anni ed il Giudice, non
potrà, non tenere conto della tua opinione”
“Non andremo da nessuna parte. Tornerò a casa da mio padre. Ma
sappi, che io a quella tua sgualdrina, non intendo nemmeno rivolgerle
la parola, anzi nemmeno lo sguardo”.
“Come ti permetti di definire in questo modo, mia moglie!”
Urlò mio padre, facendo la mossa di assestarmi uno schiaffo.
Lo fermò, torvo in viso, mio nonno.
“La definisco per quello che è; una pronta a gettarsi nel primo
letto che trova libero, per puro opportunismo.
“Ha ragione tua nonna, tu non stai bene, adesso riposerai, poi vedremo
se sarà il caso di andare anche da un dottore. Sono sicuro, che
quando starai meglio e soprattutto dopo che la avrai conosciuta,
cambierai opinione su Carla.
Tornai a casa, mantenendo la promessa, di non guardare in faccia,
quella donna, che facendo leva sulle sue capacità seduttorie ,
aveva preso, senza minimamente meritarlo, il posto di mia madre.
Io e Carla ci ignoravamo, ma Carla non perdeva occasione di mostrarmi
il suo disappunto nei miei confronti.
Io non volevo mangiare a tavola con lei e mi facevo portare in camera
mia il pranzo e la cena da Silvietta, la nostra giovane cameriera, con
me, sempre affettuosa.
Un giorno sentì Carla, urlare contro mio padre.
“Non è possibile che quel maleducato di tuo figlio, mangi per
conto suo e non venga a tavola con noi. Chi si crede di essere?”
Io, per te, cosa sono? Sono tua moglie od un’amante con la quale andare
a letto, costretta a subire le paturnie e le offese di tuo figlio?”
“Basta, io me ne vado. Torno dai miei”
“Ma Carla, Andrea è stressato, non ha ancora superato la morte
di sua madre”
“Tuo figlio è soltanto viziato e maleducato. Tu sei un
imbecille, non sai importi come padre. Questa è la
verità!”
“Basta così, Carla, sei tu oggi ad avere le paturnie, me ne vado
a letto. Buona notte.”
“Ma vai a quel paese. Io con te a letto non ci vengo, preferisco
dormire sul divano. In fondo, io valgo quanto la serva in questa casa.
L’importante è non scontentare mai il principino Andrea”
L’indomani, la vicenda ebbe una replica. Rientrato a casa, aprendo la
porta, incrociai la mia matrigna e, come mi ero promesso di fare,
abbassai lo sguardo, senza salutarla.
“Non si saluta?”
Disse Carla, rivolta a me.
Non risposi.
“Ce la hai la lingua o te la hanno tagliata?”
Non risposi nemmeno questa volta.
“Sei un porco ed un maleducato”
Disse, urlandomi in faccia, e detto fatto, mi
assestò un ceffone in faccia, che mi lasciò stampata in
faccia l’impronta delle sue cinque dita.
A questo punto, fu come se un impulso di rabbia si impossessò di
me e gli restituì lo schiaffo con tanta violenza, da farla
cadere per terra. Poi, andai a chiudermi nella mia stanza.
Sentivo lei che urlava.
“Dove vai, vigliacco e brutto figlio di puttana”
Quella parola mi ferì moltissimo, presi l’attizzatoio del
cammino e cercai di buttarmi sopra, cercando di romperglielo in testa,
per ucciderla.
Fortunatamente, fui fermato da Silvietta e da alcuni vicini di casa,
accorsi attirati da tanto trambusto.
Mi calmai e mi chiusi in camera.
La reazione di mio padre non tardò ad arrivare.
Mi chiamò e mi disse:
“Cosa hai fatto? Ti sei comportato come un avanzo di riformatorio, dove
andresti a finire, se Carla ti denunciasse. Fortuna, che la ho convinta
a non farlo, spiegandogli quanto stai male. Fatto sta, che non puoi
rimanere più in questa casa. Carla, giustamente non ti vuole. Io
stesso, ho timore di lasciarti. La soluzione, non è
neppure andare dai tuoi nonni, che ti viziano, con le conseguenze che
sono agli occhi di tutti. Io, oggi mi sono mortificato col dott.
Martucci, col ragioniere Salpietro, che sono dovuti intervenire, per
evitare che tu, mio figlio, che ho cercato di educarti sempre con sani
principi, non commettessi un delitto, forse addirittura un omicidio. Io
ho detto a Carla che sei esaurito, ma sono convinto che l’esaurimento,
lo stress, la depressione, c’entrano solo fino ad un certo punto. La
verità e che sei un ineducato, la buonanima era così
buona e così legata a te, che è riuscita soltanto a
viziarti esageratamente; lei lo faceva per il tuo bene, secondo i suoi
intendimenti, invece, ha finito per volere il tuo male. Andrai in
Collegio ed anche in un collegio severo, dove sapranno educarti. Quando
avrai riacquistato la ragione, potrai tornare qui, che è sempre
casa tua. In fondo, avevo già pensato a questa soluzione, anche
in conseguenza del tuo scarso rendimento scolastico.”
“Ok, andrò in collegio. Sarà sempre meglio, che sentirmi
ospite a casa mia, di quella troia della tua nuova moglie”
Dissi sbattendo la porta.
Il giorno dopo, Silvietta, mi aveva preparato tutte le mie valigie,
pronto per andarmene in collegio.
L’Istituto al quale mio padre si era rivolto, era “Villa San Giuseppe”,
un collegio del quale in città, si parlava per la
severità dell’educazione impartita ai collegiali.
Praticamente a 18 anni, varcai la soglia di Villa San Giuseppe.
A vederlo di fuori, l’istituto sembrava una bella villa stile liberty,
con un bel parco, le persiane di legno, dipinte di verde, in un
ambiente lontano dal centro abitato, dove sembrava regnasse la pace e
la tranquillità.
Varcato il portone di ferro dipinto di verde, mi ritrovai in un ampio
ingresso, dove una scala di marmo, portava al primo piano, nell’ufficio
del direttore. Il direttore era un tipo non molto alto, di fisico
asciutto, sulla cinquantina ben portata, con dei baffetti
all’insù impomatati, che lo facevano somigliare a Salvator
Dalì. Non parlò molto con me. Mi disse, che mi sarei
trovato bene, che avrei ricevuto una educazione degna di quella che era
la mia situazione e che mi avrebbe affidato ad un’ottima istitutrice,
la signora Adriana, che chiamò per farla venire nel suo
ufficio.
Io pensai ad una vecchia arpia arcigna, invece mi sbagliai.
Si presentò d’avanti a me, una giovane donna di non più
di 40 anni, bionda con dei bei capelli mossi, prosperosa nelle forme,
con le curve, come si suol dire “a posto”; indossava una
minigonna stretta che metteva in risalto le sue forme e lasciava
intravedere due belle formose e tornite cosce, velate da calze, che
facevano assumere loro un che di imponente, ai piedi, calzava un paio
di stivali di pelle marrone con i tacchi alti. A vederla e soprattutto,
osservandole le cosce, il mio uccello si raddrizzò non
poco e si fece durissimo. Credo, che la signora Adriana, si accorse
della modifica che aveva subito il mio membro virile, per quanto si
poteva evidenziare dalla patta dei pantaloni.
“Questo è un suo nuovo educando, ha un temperamento al quanto
impulsivo che lo porta a trascendere le regole della buona educazione,
inoltre, il suo profitto scolastico non è dei migliori. Il padre
ce lo ha affidato, con molta speranza e fiducia, io lo affido a lei.”
“Non si preoccupi direttore, farò del mio meglio”
“Non ne dubito”
Vedrà dott.Giacaloni, suo figlio è stato messo in ottime
mani. La signora Adriana è la nostra migliore istitutrice e fino
ad oggi, ha operato, modificando i caratteri dei giovani affidate alle
sue cure, da così a così. Adesso vai.”
Su queste parole, accompagnato dalla mia istitutrice, feci ingresso in
una stanza, che sembrava un’aula scolastica, dove c’era una
cattedra nella quale sedeva la signora Adriana e molti banchi, dove
stavano seduti una trentina di ragazzi , su per giù, tutti della
mia età.
“Quello è il tuo posto”
Mi disse l’istitutrice, indicandomi una sedia vuota, in uno dei banchi
della prima fila.
Io feci per sedermi, che fui aspramente interrotto
”Ti ho detto, forse di sederti?”
No”
Risposi io.
“No Signora. Ricordatelo e non voglio più ripetertelo. Dovrai
rivolgerti a me, dicendo signora. Guai a te, se lo dimentichi. Proverai
sulla tua pelle, le conseguenze. Inoltre, non devi fare nulla di tua
iniziativa. Perciò, se io non ti dico di sederti, non devi
sederti. Spero, che tu abbia compreso. Per questa volta non ti
punirò, perché non eri a conoscenza delle regole. Va
bene?”
“Sì”
Risposi io istintivamente.
“Come hai detto?”
Si Signora, mi scusi”
“Non ti scuso affatto, piccolo maleducato!”
“Vieni subito qui”
Mi alzai, per raggiungere la cattedra, non appena giunto, mi
arrivò in faccia un tremendo ceffone”
Ad un certo punto, vidi, che la signora Adriana, tirava fuori dal
cassetto della scrivania, un corposo frustino .
Un colpo mi fece sobbalzare il cuore.
“Cosa vuol fare questa con quel coso?”
Mi chiesi.
“Avanti, mettiti in ginocchio sulla pedana”
Io, trasalivo.
”La punizione è di venti vergate, ma vedo, che sei un po’ tonto
e non esegui subito, allora sono costretta a passare a trenta e se non
ti sbrighi ad obbedire, arriveremo a quaranta.”
Non credevo, che a quasi diciotto anni, potessi essere sottoposto a
punizioni simili a quelle che si davano ai bambini nelle elementari, ai
tempi di mio padre. Ne mia madre e nemmeno mio padre, da bambino
avevano mai alzato le mani con me ed ora quella puttana, voleva
correggermi in quel modo, d’avanti a tutti.
“Cosa dice, lei non può picchiarmi, non ne ha l’autorità.”
Un sorrisetto, si levo dalla classe.
“Zitti, voi!”
Urlò in modo autoritario, l’istitutrice.
Un silenzio tombale, ne seguì
“Vedrai, se non posso, brutto bastardo. Ora i colpi sono diventati
cinquanta e dopo averli presi, piangerai come un vitello”
Io, pensavo di stare sognando, di essere in un brutto incubo.
“Adesso mi sveglio e tutto è finito”
Ma non ebbi tempo di concludere questa mia riflessione, che la signora
Adriana, mi venne addosso acchiappandomi per i capelli.
“Cosa fa?”
Urlai. Cercai di divincolarmi, ma una ginocchiata ai coglioni,
assestatami dall’istitutrice, mi mise a ko.
“Forza, abbassati i pantaloni”
Mi gridava la megera.
Io feci un po’ di resistenza.
La signora Adriana rivoltasi a due miei compagni disse loro: “Aiutatemi
a tenerlo fermo”
Due ragazzi mi serrarono i polsi, mentre in aula si precipitava una
specie di gigante che mi prese per le mani, spezzandomi quasi i polsi
e mi tenne fermo.
”Forza, abbassati i pantaloni”
Disse l’istitutrice, facendo seguire le parole a delle sferzate sulla
faccia e sulle spalle.
”Togliti i pantaloni!”
Gridò imperiosa e mi assestò due calci con la punta dello
stivale.
Impotente eseguì e mi abbassai i pantaloni e le mutande
“Visto che sei ribelle, debbo domarti. I colpi non saranno più
cinquanta , ma cento; tu li conterai uno ad uno, a voce alta e se
sbagli di uno, ne riceverai tre aggiuntivi.
Detto questo, cominciò a frustarmi sul culo e sulle gambe con
ferocia inaudita, i colpi mi bruciavano e per questo, spesso non
riuscivo a contarli ; imploravo, ma senza risultato, ad un ogni
implorazione, i colpi, si facevano più violenti e tremendi.
Arrivati ai cento colpi, le natiche mi sanguinavano per i solchi aperti
dalla frusta, ero stremato.
“Adesso leccami gli stivali. Forza, comincia con la suola ed il tacco,
leccala bene, come un gelato. Se non la lecchi bene, prenderai altre
frustate.
Io cominciai a leccarla, ma non sempre la signora fu contenta,
così, si aggiunsero frustate a quelle già prese.
“Leccali bene!”
Esclamava la troiona ed ad ogni rimprovero, faceva seguire una buona
dose di frustate o di dolorosissimi calci nel sedere ed in qualche caso
anche nelle palle, questi ultimi, da lasciarmi senza fiato.
Alla fine fui costretto a stare in ginocchio, con le mani sopra la
testa ed il culetto segnato dalle frustate in bella mostra, per la
derisione di tutti i miei compagni.
“ Su, gira con le braghe calate e fai vedere come ti ho ridotto il culo”
Mi disse, quella megera.
Io, mi vergognavo da morire, ma la paura delle altre botte, fu tanta,
che eseguì immediatamente.
Mentre passavo per i banchi, sentivo i sorrisi e le frasi di scherno
dei miei compagni, qualcuno mi dette anche qualche sculacciata sul
sedere, che mi fece un male tremendo. Avrei voluto ucciderli.
Quando ebbi finito il giro, fui messo alla gogna, in ginocchio, come ho
detto.
Quando fu giunta l’ora del pranzo, mi fu accordato di alzarmi per
andare nel refettorio a mangiare.
Tutti presero silenziosamente e compostamente nei loro posti, anch’io
stavo per farlo, quando venni interrotto dall’istitutrice.
“Tu, no. Tu, mangerai in ginocchio, come una bestia. Vieni, prendi
posto in ginocchio ai miei piedi”
Notai, che la signora Adriana, teneva il suo frustino che
appoggiò sul tavolo, mentre io fui costretto ad inginocchiarmi
ai suoi piedi.
Finalmente ci fu portato il pranzo; una brodaglia di cavoli, che
puzzava di uova marce. Naturalmente non ci fu servito, ognuno di noi,
si avvicinava ad un’inserviente, con una ciotola , dove con un mestolo,
veniva versata la minestra di cavoli.
Io, stavo per prendere un cucchiaio, quando fui interrotto dalla
istitutrice.
“Tu, niente cucchiaio, mangerai col muso dentro la ciotola, come gli
animali”
Il tavolo delle istitutrici era invece ben diverso dal nostro, a loro,
venivano servite un sacco di buone pietanze, carne, arrosti, frutta e
persino il dolce ed il caffè, tutte dall’apparenza ottima e da
un profumo da fare venire la voglia anche ad un morto.
Cercai di mangiare quella schifosissima brodaglia, dal sapore
terribile, ma non vi riuscì; alla prima boccata, che peraltro
dovevo assumere, cercando di succhiarla dal piatto con la bocca dal
piatto, fui preso da una terribile sensazione di nausea e vomitai il
cibo sul pavimento. Non lo avessi mai fatto.
La signora Adriana, impugnò il suo frustino e cominciò a
colpirmi con inaudita violenza, ordinandomi di leccare con la lingua il
pavimento dalla roba che avevo vomitato.
Il tutto era stomachevole ed io non riuscivo a farlo, ma i colpi di
frusta furono così tanti e forti, che costretto, ubbidì.
Mentre io eseguivo la signora Adriana, le sue colleghe ed i miei
compagni, si divertivano a ridere.
Francamente, non capivo cosa avessero da ridere, quegli stupidi, dal
momento, che anche loro, erano costretti a subire angherie dello stesso
tenore.
Alla fine, la signora Adriana, mi ordinò di leccarle i piedi,
mentre lei si stava sorbendo insieme con le sue colleghe, un ottimo e
profumato caffè.
Io, ormai avevo perso ogni dignità ed eseguivo senza fiatare.
Mentre leccavo, mi accorsi, delle belle gambe della mia istitutrice,
fasciate in sensuali calze di nylon nero fumée, trattenute da un
reggicalze, che si vedeva chiaramente, avendo ella accavallato le
gambe, in modo da farle vedere senza nessun ritegno. La eccittava
il pensiero, che noi potessimo eccitarci d’innanzi a quelle visioni
erotiche.
Infatti, anche a me, mi si indurì l’uccello.
Di questo, se ne accorse la mia istitutrice, la quale mi disse:
“ Che ti è successo, ti hanno eccitato le mie cosce?”
“Come ti permetti, brutto porcone!”
Detto questo, mi obbligò a spogliarmi ed incominciò a
frustarmi con veemenza.
Anche stavolta, le colleghe della mia aguzzina ed i miei compagni, se
la ridevano.
Tra le istitutrici, ve ne erano di giovani e carine (venni a sapere,
che erano le peggiori, in fatto di punizioni e torture).
Mentre la mia istitutrice, mi torturava, frustandomi a sangue, queste
iniziarono una conversazione con lei.
“Lo vedi, questo ubbidisce solo alle botte, non capisce altro”
Diceva la mia istitutrice.
“Si, anch’io, sono costretta a frustare spesso e duramente i miei.
Questi animali, non capiscono altro, se non le bastonate”
Rispondeva una giovane e carina, sui 25 anni, dalla chioma ondulata di
colore rosso ed una minigonna mozzafiato, che lasciava intravedere un
paio di cosce tornite, lunghe e sensualissime.
Alla fine, il martirio cessò.
Io, insieme ai miei compagni, fui costretto a tornare in camerata.
Mentre tutti facevamo ritorno in camerata, la signora Adriana
bloccò un mio compagno, biondo, dal fisico asciutto, un po’
appena più grande di me.
“Tu, vieni con me”
Gli disse.
In camerata, si avvicinarono alcuni miei compagni, , in maniera
molto solidale.
“Mi chiamo Ugo e sono qui, da due anni”
Mi disse uno di questi
“Qui è dura. Ti ha frustato duramente quella bastarda”
Io, ero intimorito, anche incazzato, per via delle risate di prima.
“Perché ridevi con gli altri, mentre le prendevo?”
“Perché, se non lo avessi fatto, a quest’ora sarei io ad essere
frustato. Quella donna è crudele ed anche assai lussuriosa. Lo
sai, che ci è andato a fare Francesco in camera sua?”
“No!”
“Lo scoprirai presto anche tu. Se le portato per scoparselo. Francesco
scopa bene ed è diventato un po’ un suo schiavetto, in questo
senso. Però, lei per principio deve scoparsi, ognuno di noi e
guai, se non scopi bene o se non la soddisfi. Sono dolori!”
“Del resto, così fan tutte le istitutrici. Fuori hanno mariti e
fidanzati e tendono ad apparire delle rispettabili mogli, delle
buoni madri e delle rispettabili fidanzate, spesso
anche riuscendoci; qui dentro possono dare sfogo a tutti i loro
più bassi istinti. Lo fanno quasi tutte, anche quelle che magari
non ci pensavano, lo fanno trascinate dalle loro colleghe lussuriose.
La signora Adriana, purtroppo per noi, è una delle più
crudeli e lussuriose delle istitutrici, che stanno qua dentro. Cosa hai
fatto di particolare, per essere stato affidato a lei? Io, ho un
patrigno che non mi ama, fuori.”
“Io, ho una matrigna, invece. Ha convinto mio padre, che sono un mezzo
delinquente da strada. Penso, che mio padre, in preda a questa
convinzione, abbia preteso una educazione il più rigido
possibile”
“Questo spiega tutto”.
Il mattino seguente, dopo una notte trascorsa in bianco, a causa dei
dolori delle nerbate, fui costretto ad alzarmi alle sei del mattino, a
fare colazione, con del latte acido e del pane duro, quasi ammuffito,
d’avanti alle istitutrici, che mangiavano morbidi cornetti, panini
imburrati con la marmellata ed ottimo e profumato caffelatte.
Poi, entrammo in un’aula scura e grigia, dalle pareti ammuffite ed
umide, sedendo in dei banchi di legno, di fronte a noi, stava una
giovane e bionda professoressa.
Le gambe di questa ragazza, mi attraevano in un modo eccezionale e mi
accorgevo che lei, non faceva niente per coprirle, anzi tendeva a
scoprirle il più possibile, fino a scoprirle, fino all’orlo
dell’autoreggente. Tutto questo mi eccitava da morire e me lo faceva
diventare durissimo, al punto da distrarmi dalla lezione di latino.
Ad un certo punto, la professoressa con tono severo, mi richiamò.
“Tu, ripeti ciò che io ho spiegato”
Io non seppi ripetere un bel niente sulla consecutio temporis, nemmeno
ciò che era.
Mi accorsi allora, che quella, che fino ad allora mi era sembrata
una fatina, divenne anche lei la strega di Biancaneve.
Infatti, fui invitato a presentarmi alla cattedra, dove l’avvenente
professoressa, mi ordinò di stendere le mani, picchiandomi
selvaggiamente sul palmo e sul dorso, con venti colpi di un pesante
metro di legno da merciaia, che fungeva da bacchetta punitiva.
“Per questa volta sono venti colpi, la prossima raddoppieremo o
replicheremo. Asino!”
“Adesso, mettiti in ginocchio per imparare la lezione, che poi mi
ripeterai e se non la saprai, guai a te. Intanto raglia.”
Fui costretto a ragliare non so quante volte, d’innanzi a miei compagni
che ridevano e mi schermivano.
(continua)
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