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IL COMMESSO È ... SERVITO
di Laura
Era tutto il giorno che andavo in
giro a far compere, vedere vetrine ecc. poi, passando davanti ad una
vetrina di scarpe, ho visto qualcosa che mi interessava. Sono entrata,
ho chiesto ad un giovanotto di mostrarmi le scarpe che mi avevano
colpito: un paio di decolleté marrone chiaro con il tacco di 11
cm. molto sottile, molto scollate, a V e con la suola di cuoio,
graziosissime. L’interno di finissima pelle dorata, la suoletta
anch’essa dorata e con una leggerissima imbottitura sotto alla parte
anteriore della pianta del piede, l’etichetta ricamata con scritto in
rosso e argento "Casuccio e Scalerà". Sotto la suola in vero
cuoio con la misura impressa e il marchio "vero cuoio", prezzo
Euro 100 (sono un po’ tanti, ma ne vale la pena!)
Mi piacciono proprio, il commesso si china e mi toglie le
decolleté nere con l’inserto di pitone. Mi prende le scarpine
nuove, me le mette; mi alzo, sono comodissime, un po’ scivolose a causa
della suola in cuoio nuova.
"Comode?"
"Come un guanto" dico "sono molto belle e poi hanno un tacco molto
elegante, slanciato, sono quasi introvabili belle così; cercavo
anche sandaletti di questo tipo quest’estate, ma non sono riuscita a
trovarli.”
Allora lui mi dice: "Se ha tempo potrei vedere in magazzino se trovo
qualcosa: non ci giurerei, ma penso di ricordarmi che ne avevo 4 o 5
serie sul tipo".
"Mi farebbe piacere, se non le è di disturbo!" rispondo subito
con un sorriso malizioso.
"Ma no, che disturbo, tanto sinché sono in magazzino non
è che servano poi a molto. Vedo che le stanno bene, ha il piede
giusto per questo tipo di scarpa. Se vuole può venire in
magazzino e vediamo cosa può trovare, così evitiamo di
portare tutte le scatole di qua".
Senza dire niente, ma annuendo col capo, lo seguo. Il locale era dietro
alla costruzione, al di là di un cortiletto di ciottoli, pieno
zeppo di scatoloni e scatole su delle lunghe file di scaffali e, in
fondo, in un angolo, vedo una scrivania, due poltroncine, un tappeto
per terra, uno specchio.
Ne ho approfittato per darmi una velocissima occhiata, le scarpe
marroni mi stavano proprio bene. Arriva il ragazzo con una pila di 5
scatole, le appoggia sulla scrivania e mi dice:
"Ecco tutto quello che ho trovato, vediamo se c’è qualcosa
che le va bene".
E apre la prima scatola: sandalini alti, celesti e rosa, bellini.
No, non mi vanno...
Sandaletti rossi in pelle, cinturini incrociati sul davanti, cinturino
al tallone, tacco 11 cm., suola di cuoio…
Sì, mi piacciono, me li mette e vedo che si attarda un po’.
Allora gli dico:
"Qualche problema?"
"No, no! è che stavo osservando i suoi piedi, sono molto curati,
si vede che sono al loro posto in questi sandaletti, si alzi pure
e provi a cammininare".
Mi alzo e lui, in ginocchio a terra, mi osserva.
"Mi stanno bene?" chiedo.
"Moltissimo, le fanno un piedino niente male, sapesse quante donne
vorrebbero averli così!"
"Beh, non esageriamo, ho fatto un po’ di pedicure, niente di più
e poi è tutto effetto dello smalto". "Sono così belli e
curati che verrebbe voglia di baciarli" e fa una risatina, forse anche
per mascherare l’imbarazzo…
Io allora mi siedo, alzo il piede e, invece di appoggiarlo sulla sua
gamba per farmi togliere il sandaletto, gli appoggio il piede sulla
spalla, lo guardo e sorrido anch’io...
Mi guarda fisso, ha capito cosa deve fare: senza una parola mi
prende il piede, se lo porta alle labbra e comincia a baciarlo tutto:
ha delicatezza e leggerezza nel tatto e nel bacio, come se stesse
baciando dei fini, delicatissimi petali di porcellana cinese.
Gli dico:
"Lo fai con tutte?"
"No!, donne con dei piedini così curati sono rarissime e poi,
che amino farseli baciare addirittura, non ne parliamo!"
"Parliamone invece, che cosa vorresti fare oltre che baciare e
accarezzare?"
E lui: "Per l’amor di Dio, non mi permetterei mai e poi mai di
molestare una cliente!! non vorrei prendermi qualche ceffone o
magari di più da qualche marito geloso!!"
"No! non ci sono mariti gelosi e poi chi non risica non rosica!"
Mi sentivo un formicolio fra le ditina, sentivo una irrefrenabile
tremarella, per fortuna che mi trovavo seduta e gli dico:
"Prova ad osare e vediamo fino a dove saresti capace di arrivare!"
Si gira, prende l’ultima scatola sotto alla pila e ne toglie un paio di
meravigliosi sandali: morbidissima pelle di nappa, due strisce di pelle
verde scuro lucida che si incrociano sopra, larghe alla partenza
e all’arrivo 2 cm. scarsi, poi diventano fini, si incrociano formando
un nodo graziosissimo sopra alle dita, dei piccoli inserti di pelle
scamosciata color verde pastello che corrono sui bordi di quelle
strisce, il tacco molto elegante, alto 11 cm., diritto come un chiodo,
fine e snello, rivestito con la pelle verde lucida e sui due fianchi.
Al centro un riporto di quella scamosciata, una suoletta interna
scamosciata color oro con impresso il nome (Casadei), un cinturino
cinge la caviglia come un collare e, come chiusura, una fibbietta
nascosta da una strisciolina annodata e cucita. La suola di cuoio
lucida con i profili in oro come il marchio vero cuoio, il numero della
grandezza impresso sopra, sono meravigliose, addirittura bellissime (le
ho qui davanti a me sul tavolino per potervele descrivere meglio).
"Vedo che ti piacciono, vero?" mi fa.
"Sono una favola!!" esclamo eccitata.
"Proviamole" e così dicendo si inginocchia e me le mette.
Lo sento trafficare con il collarino, poi mi alzo e faccio qualche
passo: vedo che il ragazzo è eccitatissimo e anche io non
scherzo.
Quelle scarpine divine mi stanno che è una meraviglia e la mia
lumachina è tutta bagnata...
Di colpo mi fermo davanti al ragazzo tutto rosso in faccia
dall’emozione e gli propongo:
"Senti, è quasi ora di colazione. Perché non chiudi per
un paio di orette e mi accompagni a casa tua? Mi è venuta voglia
di giocare con te a modo mio ... che ne dici?"
Che ne diceva? In tre secondi eravamo fuori!
Per fortuna abitava vicino, a pochi passi da lì. Strada facendo,
passiamo vicino ad una pasticceria e mi viene un’idea maliziosa, di
quelle che solo a me possono venire...
Chi conosce certi giochi, può sospettare cosa intendo dire.
"Dai, prendi qualche pasta" gli faccio "per il dessert, sai? Mi
piacciono belle piene di crema, con tanta panna sopra".
Lui obbedisce di corsa, è ormai un cagnolino che porto al
guinzaglio come mi pare.
Dopo due minuti, siamo a casa sua: carina, piccola, ma elegante.
Lui, sempre eccitatissimo, mi dice: "Sai? dai l’idea che, se vedessi un
uomo sdraiato a terra, non esiteresti un secondo a calpestarlo come uno
zerbino".
Furbino, eh?
Gli rispondo per le rime:
"Proviamo, stenditi a terra e facciamo questa prova".
Lui fa un sorriso, molto compiaciuto e soddisfatto… sta a vedere che
questo qui la sa lunga e sta tentando di farmi fare ciò che non
ha il coraggio di chiedermi!
Sto al gioco, mi avvicino cammino ancheggiando, lo vedo, metto il piede
vicino al suo viso a terra, lui si gira… mi sento tutto un umido
lì, sono quasi bagnata, le stilettate nella schiena si fanno
sentire, mi prende uno stato di euforia, comincia a far caldo… le mie
ditina iniziano a rattrappirsi in quei bellissimi sandali!
Lui allunga una mano per prendermeli, io scosto, di poco, il
piede di lato, poi lo alzo e gli scavalco la faccia, come si fa
con un ostacolo. Il tacco gli passa vicinissimo, sento una mano che mi
prende il polpaccio e che non molla, poi l’altra mano, sotto la scarpa,
che mi prende il piede, lo alza, ed io gli dico:
"Che cosa fai?!?"
"Voglio baciarti il piede, succhiarti le dita e il tacco, ti prego,
fammelo fare".
Mi abbasso e, con calma ma decisa, gli stacco le due mani che mi
tengono la gamba dicendogli: "Ma che cosa vuoi mai baciare?" E
così dicendo mi allontano di qualche passo, andandomi a sedere
sulla sedia.
"Per favore, ti prego, fammi baciare i tuoi piedini, non puoi lasciarmi
così in questo stato, perché sei così sadica??!"
mi implora lui con la bava alla bocca.
Lo vedo steso lì, a terra, in maniche di camicia, jeans e scarpe
da tennis, mentre, molto chiaramente, il pene gli stava lievitando
sotto i calzoni.
Lo guardo, mi guarda, osserva i miei piedini, allunga una mano… io mi
scosto, lui si riavvicina, mi allontano un po’ con la
sedia, poi gli dico:
"Non voglio farlo, non sei poi così speciale per le mie dita".
E lui: "Ti prego, farò quello che vuoi, ma per favore fammi
baciare le tue dita, i piedi, li voglio!".
Ero estasiata di averlo ridotto in quello stato di desiderio folle,
incontrollato. Volevo salirci sopra, ma volevo anche farlo penare
ancora un po’ ...
"Spogliati!" gli dico con tono deciso "ti voglio nudo".
Mi stavano venendo i sintomi di sempre quando sto per fare qualcosa di
questo genere: avevo le mutandine che erano un lago, sentivo un
insistente formicolio alla nuca, e cominciavo ad avere la gola secca.
"Ho sete, prendimi qualcosa da bere!"
"Qui ho solo acqua".
"Mi va bene anche quella, ma me la devi portare in ginocchio, come
fanno gli schiavetti e senza rovesciarne nemmeno un goccio!"
Intanto mi sono seduta ed ho poggiato i piedi sul tavolo, come
gli americani nei films.
"Ecco l’acqua, mia bella signorina dai bei piedini" esclama.
"Mi devi sempre dire: mia bella Padroncina dai bei piedini! ed ora
sdraiati per terra, voglio vedere se il fisico che hai è vero o
solo pompato".
E così dicendo gli ho fatto mettere le mani dietro la schiena,
girato con la pancia in su, di modo che non potesse prendermi le gambe
con il rischio di farmi cadere: ho appoggiato il tacco sul suo petto,
calcando un pochettino.
“Ti faccio male?”chiedo.
"No, Padroncina, sali pure e vedrai che il tuo zerbino sotto piedi
è molto resistente".
Tenendomi con una mano ad uno scaffale, gli monto sopra poggiandomi con
la parte davanti del piede sul suo stomaco, giusto fra l’ombelico e il
pene, lievitato tanto che ora sembrava più una pagnotta paesana.
Aveva le mutande tipo boxer, a fiorellini, me le ricordo perché
è un particolare che mi ha colpito, fiorellini azzurri e rosa
(è strano il mondo) e, sotto, doveva esserci chissà che
cosa a giudicare dal volume e dalla grandezza.
Gli appoggio il piede sul cazzo, lo sentivo duro e vedevo che lo stesso
stava facendo capolino appena sopra l’elastico.
"Ti piace"? chiedo.
Non fiata, ha un respiro regolare un po’ sull’ansante, gli occhi
chiusi.
Scendo e mi metto alla sua testa, con i piedi uno per lato... apre gli
occhi e mi guarda dal sotto in su
Il porco mi sbircia le gambe sotto la gonna e chissà fino
a dove arriva il suo sguardo. Forse è meglio che me la tolga del
tutto e lentamente apro i botticini e me la sfilo restando con il mio
tanga bianco e nella parte di sopra la corta maglietta.
Lui resta stupito da questo inatteso spogliarello. Ma sì
- mi dico – facciamolo eccitare ancora di più e mi tolgo
anche la maglietta sfoggiando un reggiseno coordinato con il tanga in
leggerissima stoffa. Sotto le punte aguzze del mio seno stavano
tradendo tutta la mia eccitazione per questa situazione imprevista e
originale.
Infatti mi sentivo bagnata, me la sentivo pulsare, me la sentivo
piena di voglia.
Mi sono girata e, dal sacchettino della spesa, ho preso un vasetto di
plastica con del miele e l’ho fatto cadere a terra sul tappeto: le
paste le lascio sempre per ultime!
Mi sono tolta i sandaletti e mi sono messa le decolleté nere che
avevo oggi, avevo perso il tacchettino di gomma ed erano un po’
rovinate: la pelle del tacco si era leggermente rivoltata
all’insù, mettendo in mostra la plastica di sotto, un po’ come
capita quando si tira all’indietro la pelle di qualche bel cazzo non
circonciso.
Mi sono avvicinata e l’ho scavalcato: mi sono messa in modo che il
vasetto venisse a trovarsi fra i miei piedi con la sua faccia a
pochi centimetri. Osservava, intanto, il suo attrezzo che
cominciava a spuntare da sotto l’elastico… probabilmente
immaginava già quello che sarebbe successo!
"Che cosa si muove?" gli ho detto, colpendogli la punta del coso con il
tacco. "Che cosa fai? godi? Ti piace? chi ti ha detto di farlo montare,
tu non ti devi permettere certe cose, non lo voglio, lo farai solo
quando io lo vorrò!"
E così gli sono salita sul cazzo con il davanti della scarpa e
gli sono montata sopra con tutto il mio peso, lo sentivo sotto la
suola che tentava di sfuggire, ma io glielo impedivo, era duro come un
sasso.
Poi lentamente mi sono girata e gli ho dato il tacco da succhiare: se
lo è infilato in bocca sino a metà, poi la suola e, senza
problema, me la leccava.
"Ti piace?"
"Sì, è molto bello, Padroncina mia".
"Adesso ti dò qualcosa di meglio da succhiare" e, scendendo dal
suo petto, gli ho detto di girarsi sul fianco con la faccia verso di
me, ho alzato il piede e l’ho appoggiato sul vasetto che non si era
rotto. "Lo schiaccio? Vuoi vedere che fine fanno tutti coloro che non
mi obbediscono?" lo provoco.
Non parlava, era rosso in faccia, non staccava gli occhi dai miei
piedi. Mi sono girata, di modo che mi vedesse da dietro, ho alzato la
destra e ho messo il tacco (quello rovinato) sul vasetto che era
coricato e ci sono montata su di peso.
Il tacco ha cominciato ad affondare nel vasetto di plastica che si
è rotto scricchiolando fortemente e schizzando il miele sul
lungo tacco. Mi ci sono fermata sopra a lungo!
Non fiatava, aveva preso il suo coso fra le mani, duro, lungo…caspita
che attrezzo che si ritrovava! Se lo stava trastullando leggero
leggero.
"Non ti ho detto che te lo devi toccare, non te ne ho dato il
permesso"- lo rimprovero e così dicendo gli ho infilato il tacco
sporco di miele in bocca.
"Pulisci PORCO!! pulisci tutto!
Si dava da fare, la sua lingua girava tutto attorno al tacco.
"Sì, Padroncina, è molto dolce" dice lui in estasi.
Mi giro verso la sua faccia e, sempre con la destra, l’affondo nel
vasetto che presentava solo il buco del tacco…con la suola l’ho
schiacciato completamente, così è scoppiato letteralmente
con uno scricchiolio tremendo, miele dappertutto. Mi è entrato
anche in una scarpina e mi è schizzato sull’altra.
Mi ci fermo dentro, mentre finisce di colare attorno alla scarpa e… mi
sta colando anche qualcos’altro: mi tremano le ginocchia, ho il fiato
grosso, mi fanno male le tempie.
Alzo la destra e gliela metto sopra al viso, con il miele che cola
giù sulla sua faccia.
"Lecca, porco, leccami le suole, te lo do io venirmi a stuzzicare i
piedi, adesso me li puoi leccare, e cerca di farlo bene sennò
fai la fine del vasetto!"
E così dicendo gli monto sopra di peso, gli affondo i tacchi
sulle spalle, sento che geme.
"Mi fai male con i tacchi, perché sei così cattiva?".
"Non sono cattiva, tu vuoi fare ciò che ti piace ed allora io
faccio ciò che piace a me!"
Scendo, schiaccio di nuovo il miele e poi gli rimonto sopra:
"Guarda che cosa mi hai fatto fare, mi hai fatto sporcare le mie belle
scarpine, adesso me le devi pulire!" Ormai sopra di lui comincio
a pulirmi le scarpe sul suo petto: ha il cazzo così duro che
sembra di marmo! Glielo schiaccio con il tacco sulla punta, tutto
sporco di miele, scendo, mi siedo sulla sedia, mi tolgo le scarpe e
gliele butto come se fosse un osso ad un cane:
"Puliscimele, anche dentro".
Le sta leccando, fuori, sotto, sopra, il tacco, dentro, quando vedo che
ha quasi finito gli allungo il piede e gli dico:
"C’è anche questo, non dimenticartene".
Intanto ho cominciato a titillarmi la lumachina scostando
leggermente il bordo del minuscolo tanga. Non ce la facevo più,
dovevo, sentivo che ero al limite!
Dopo nemmeno un minuto sento la sua mano che mi tocca e sale per la
gamba puntando al centro delle mie cosce. Lo lascio fare e lui
comincia a stuzzicarmi il grilletto, poi vedo che arriva con quel
cazzone e me lo vuole infilare: Allora alzo il piede e lo allontano.
"Non se ne parla nemmeno me la devi leccare tutta, solo leccare"
ordino.
Si inginocchia e comincia a leccare. Che lingua! Mi lecca tutta, mi
mordicchia le labbra, entra dentro con la lingua, fuori, un dito, mi
viene il giramento di testa, sta continuando - non smettere, ti prego!
- mi sta scoppiando la testa, mi vengono le stilettate, le sento
su lungo tutta la schiena, oddio vengo, sii vengooooo ...
Per un attimo rimango senza fiato, riapro gli occhi, lo vedo lì
ai miei piedi in ginocchio che mi osserva, alzo un piede e glielo metto
in faccia e lo butto all’indietro sul tappeto. Mi alzo, mi
tremano le gambe, sono stordita, felice, appagata, mi
sento una tranquillità che mi pervade, leggera come se l’anima
si staccasse dal corpo e stesse aleggiando leggera per la stanza.
Mi aggrappo ad uno scaffale, mi avvicino a lui, ormai non mi interessa
più, non è più niente, per me non ha più
nessun significato.
Gli dico: "Ma come sei conciato! non hai vergogna a farti vedere
così dalla tua Padrona?"
"Sì, Padroncina, me ne vergogno tanto, dovrei andare a pulirmi,
e ...".
"No! ti lavo io!" e, detto fatto, mi sono portata a un palmo dalla sua
faccia e gli ho orinato in faccia, poi pian piano sono indietreggiata e
gli ho fatto il resto sul cazzo che era come un palo telegrafico.
Infine, riavvicinatami alla sua faccia, gli ho detto: "Asciugamela con
la lingua!"
Ha allungato il collo e spinto fuori la lingua, ma un attimo prima che
ci arrivasse mi sono alzata di scatto lasciandolo lì, a terra,
così come un rifiuto. Ho preso un fazzolettino umido dalla
borsetta, mi sono tolta quel poco di miele che mi era rimasto sul
piede, mi sono messa le decolleté marroni, ho messo le mie nere
e quelle verdi in un sacchetto e, giratami verso di lui che intanto si
era messo seduto, gli ho detto:
"Non vali niente come schiavo, mi hai fatto solo perdere tempo, mi
prendo le scarpe come punizione, e non provarci mai più con me,
se non sei sicuro di farcela! Addio!"
Stavo per andarmene, quando l’occhio mi è caduto sulle paste
dimenticate sul tavolo. La tentazione era così forte che non ho
resistito: sono tornata indietro, ho rovesciato le paste per terra e,
ridendo, gli ho detto:
"Hai la faccia troppo stravolta, mi fai pena. Prima di andarmene voglio
lasciarti un ultimo ricordino. Ma non mi va di risporcare queste
scarpe. Non ne hai un altro paio in casa?"
Lui si alza, corre a rovistare in un armadio, torna con un paio di
belle scarpine di pelle rossa fiammante, a punta, con il tacco di 10 cm.
Si inginocchia, mi sfila le marroni e mi mette le altre, poi si prostra
e le bacia devoto proprio sulla punta.
Faccio tre passi indietro e sono proprio sulle paste: un paio di
bignè di panna e quelle cupolette di cioccolato con la panna
dentro che si sfaldano come zucchero filato.
"Non penserai che te le lasci intatte, eh, golosone?" rido e alzo un
piede.
La prima che va è il bignè. Si schiaccia subito senza
resistere, sciaff! e vedo tutta la cremina che schizza sul parquet.
Alzo la scarpina e, con la coda dell’occhio, guardo compiaciuta la
suola tutta imbrattata: buona parte del bignè è rimasto
lì, spiaccicato. Faccio un passo ed eccomi sopra la meringa:
sciaff! Ci passo sopra prima la parte superiore, poi il tacco,
aggiungendo la panna alla crema di prima… e infine tocca alla cupoletta
di cioccolato: questa la calpesto piano piano, quasi con
voluttà, abbassando la scarpetta un millimetro alla volta. La
pasta s’incrina, inizia a sfaldarsi, la panna esce a rivoletti ed ecco,
infine, se ne va anch’essa: sciaff! Un altro grumo informe e cremoso
sotto il mio piede.
Mi giro, guardo l’idiota: è paonazzo e sembra quasi che stia per
godere.
"Avanti, vieni a salutarmi un’ultima volta" gli dico ridendo "a quattro
zampe, da bravo cagnolino ... lecca e pulisci tutto il pavimento!"
Lui avanza carponi e si china ad ogni passo leccando i resti dei miei
schiacciamenti. È divertente umiliarlo così: quasi
quasi mi bagno ancora.
Quando finalmente mi è davanti, con la bocca e la faccia tutte
bianche di panna, gli porgo la scarpina imbrattata, con la suola in
avanti.
"Bravo! Ora lecca anche questa. Bene, così: la suola e il tacco.
Il tacco succhialo, fattelo affondare fino in gola. Ti piace la panna,
eh? Pulisci bene la scarpina della Padrona".
Lui obbedisce: è un cane vero e proprio! Ansima, tira fuori la
lingua mezzo metro (pare!), lecca a più non posso. Quando ha
finito, lo spingo via a pedate. Scalcio via le scarpe rosse, mi faccio
rimettere le altre.
Ora sono appagata del tutto: l’ ho annientato fino in fondo, l’ho
trasformato in un animale davvero! Altro che Circe! Mi sento una
dea, alta dieci metri. Sublime!
Esco portando con me questa sensazione eccitante di onnipotenza,
incurante dei suoi balbettii, delle sue implorazioni. Gli restano le
scarpine rosse, no?
Che si masturbi leccando quelle fino a consumarsi la lingua!
Giro l’angolo. C’è per terra mezza pasta, alla crema,
abbandonata. È un segno divino? Esito, poi alzo un piede su di
essa. Bene, perché no? mi chiedo e abbasso la suola di colpo.
Sciaff!
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