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CINGLANT ARGUMENT
traduzione Paul Stoves
Ogni quindici giorni vi era la lezione di ballo e “Boston” dalla
signora Lautaret, moglie del ricchissimo banchiere, presso la residenza
di viale Marceau. Da questi pomeriggi domenicali erano esclusi i minori
e solo i ragazzi e le ragazze di età compresa fra i diciotto ed
i vent'anni si esibivano al ritmo di valzer lenti e si perfezionavano
nella grande arte del “Boston”, semplice e doppio, sotto l’occhio
attento ed esperto del maestro Nilovieff la cui celebrità, tutta
recente, sembrava dovesse eclissare quella dei Loppe, dei Mischine e di
altri virtuosi della danza più di moda in quel momento.
Come professore e quale danzatore, Nilovieff meritava la fama e la
reputazione di cui godeva. Doveva però, evidentemente, un poco
del suo successo anche allo snobismo delle signore della casa che se lo
contendevano. Le signorine che prendevano parte alla lezione, le mamme
e gli invitati, tutti insomma, non avevano verso di lui una parola
discordante, anzi, alle sue orecchie si sussurravano solo parole di
apprezzamento e di ammirazione per la sua opera.
Essendo così apprezzato doveva sicuramente farsi pagare molto
bene... E invece no. Niente di tutto questo. Sessanta franchi l'ora per
una domenica, si converrà che non era per niente eccessivo!
Inoltre, una certa aria misteriosa che gravitava attorno alla vita di
Nilovieff, contribuiva a renderlo ancora più interessante alle
sue ammiratrici, stimolandone la curiosità. Risiedeva a Parigi
da non molto tempo, celibe; o meglio, viveva da “single”.
Di lui si conosceva assai poco o quasi nulla; solo qualche diceria
vaga, imprecisa che faceva solo supporre e nulla affermare. Considerato
il suo nome, gli sì attribuiva la nazionalità russa, ma
vi erano ragioni per credere che fosse un vecchio capitano dell'armata
austriaca obbligato all'esilio per essere stato troppo favorito da
un'illustre dama che ricopriva un'importante carica alla corte
imperiale.
[....]
La prima lezione ebbe luogo: teoria, spiegazioni tecniche e
dimostrazioni. Nilovieff non voleva nulla di approssimativo ed esigeva
la perfezione assoluta; più volte affermava che non voleva
formare un'allieva ma un'insegnante.
Seguirono due lezioni e si riscontrarono piccoli progressi ed il
maestro si mostrò meno compassato, più grazioso negli
incoraggiamenti ma anche più vivo nelle osservazioni, alzando la
voce ed aggrottando le sopracciglia, lanciando alla sua allieva sguardi
indagatori minacciosi. Lei allora si sentiva avvampare di rossore le
gote ed abbassava lo sguardo sentendo le proprie gambe piegarsi su se
stesse.
Questa emozione, tutta speciale, avrebbe dovuto affievolirsi a mano a
mano che la conoscenza fra la signorina Rambessac e il maestro
Nilovieff si rafforzava; invece avvenne il contrario ed ella si
presentò alla quarta lezione più tribolata che mai.
Ogni volta che il maestro aggrottava le sopracciglia, la
signorina Rambessac era, davanti a lui, come una ragazzina dinanzi al
suo professore e, quando si lasciava scappare qualche piccolo movimento
di scoraggiamento, era sufficiente un semplice sguardo di
Nilovieff per farla tornare calma e docile. Obbediva inconsciamente
alla voce secca e grave che le diceva:
- Ricominciamo... attenzione questa volta, non possiamo restare qua a
lungo. Andiamo, proviamo ancora! Nilovieff non
aveva per niente il tono di un professore che spiega ma
piuttosto l'inflessione imperiosa del maestro che ordina, e l'allieva
danzava come era in grado di fare ed a nulla servivano i
suggerimenti che riceveva.
- No, no! Così, non va per niente... I piedi sono messi
male, alzate la vostra gonna... Ancora... ancora...
non posso vedere i vostri movimenti! Saranno anche graziosi
questi abiti ma sono certamente scomodi per imparare a ballare.
La signorina Rambessac alzò la gonna aderente prima all'altezza
del polpaccio, poi sino a mezza gamba.
- Bene! Disse Nilovieff soddisfatto, non è il
caso di arrossire così, che diavolo! Non esigerei mai una
cosa del genere da una signora con delle brutte gambe... Ma questo non
è il vostro caso! Siccome la gonna ricadeva, si fece
una piega e la fermò con uno spillo cercando di mantenerla
all'altezza desiderata ma, dopo neppure due minuti, lo spillo si
sfilò dalla stoffa tesa e la gonna ricadde alle caviglie.
Nilovieff, corrugando la fronte, disse:
- Aspettate un minuto!
Ritornò dopo qualche istante tirando la funicella di un
pacchetto dal quale estrasse un paio di mutandine di seta.
- Guardate! Disse rivolgendosi alla signorina Rambessac, ecco la tenuta
da lavoro per una ballerina; con questa vi potrete muovere liberamente,
non avrete nulla da tenere sollevato e io vedrò cosa fate...
Così, svolgeremo un buon lavoro.
- Oh! Questa è per il teatro. Protestò sommessamente la
signorina. Non ho mai visto usarne durante un corso di danza.
- Questa è la prova - replicò seccamente il maestro - che
è necessario: voi non siete a un corso di danza, siete sola con
me, e il vostro professore vi chiede di togliere quei vestiti e
indossare queste mutandine...
Questo fu detto con un tono che non ammetteva né rifiuti,
né esitazioni.
- Ah! Che stupido sono. Disse il maestro mentre porgeva quell'oggetto
all'allieva. Deve essere troppo piccolo, non entrerete mai lì
dentro... – e, come per misurare, appoggiò le mutandine contro
la schiena della signorina Rambessac.
- È evidente, continuò il professore, che avete una
taglia superiore. Bene, vorrà dire che ve ne procurerò
una per la prossima volta, la troverete da Barie, il
costumista dei teatri.
- A dire il vero, aggiunse la signorina Rambessac con la voce tremante,
io ne possiedo una molto simile a quella.
- Se l'avete, allora è perfetto, e magari.... magari ne avete
una anche oggi? L'allieva divenne rossa e dopo qualche istante di
esitazione, disse:
- No, no! Oggi non ce l'ho. No.
- lo invece sono certo del contrario, guardatemi bene! Esclamò
Nilovieff con le sopracciglia aggrottate.
La signorina Rambessac, mantenendo gli occhi bassi, fece con il capo un
lento gesto di negazione.
- Adesso vediamo, avanti... alzate la gonna forza alzate, sto
aspettando... Siccome la ragazza restava immobile con lo sguardo al
pavimento, lui stesso prese un lembo della gonna per alzarla.
La signorina, sedutasi su di una sedia, portò meccanicamente le
mani sulla fronte e impallidita disse:
- Sì, sì, le ho indosso... ma vi prego, per oggi... non
oso, sono molto affaticata... sembra che mi giri la testa... la
prossima volta, la prossima, sì.
In effetti la signorina Rambessac era in preda ad uno stato di intensa
agitazione e reclinò il capo all'indietro per facilitare la
respirazione.
Trascorso un minuto, Nilovieff, visto che il momento d'emozione era
passato, disse dolcemente:
- Bene, bene, ecco come si comportano le ragazzine. E
sostenendola per la vita, la obbligò
a rialzarsi. Andiamo - disse
guardandola bene negli occhi - toglietevi questa veste e rimettiamoci
al lavoro. In fretta... insisto... Lo voglio,
obbedite! Sono io il maestro!
Aveva pronunciato queste parole lentamente ma con una volontà
indescrivibile e dominata da questa volontà - senza dubbio
più forte della propria - la signorina Rambessac, le dita
tremanti, slacciò i legacci della gonna che erano posti in
diagonale sul lato sinistro.
Nilovieff l'aiutò a liberare le braccia dalle maniche strette
che erano aderenti come dei guanti. La gonna di seta nera e bianca
molto leggera, una volta tolta fu deposta su di una sedia; la signorina
si trovò così vestita solo da quel leggero costume,
piccante e civettuolo. Era più robusta di quando era vestita,
grazie all'artificio dei vestiti che ne allungavano la figura; in ogni
modo, se si poteva dire che le linee leggere e graziose della ragazzina
stavano svanendo, la rivincita era quella di presentare forme
amabilmente sviluppate ed affascinanti senza la faziosa sovrabbondanza
della maturità. La pelle bianca traspariva dalle sottili calze
di filo che fasciavano polpacci e cosce ben tornite. Nonostante le
calze fossero perfettamente aderenti, grazie anche a delle giarrettiere
che passavano sotto le mutandine, erano ulteriormente fermate da grandi
giarrettiere di seta nera poste appena al di sopra delle ginocchia:
ornamento questo un poco desueto... Sotto le mutandine di filo nero,
aderentissime e sottilissime, erano disegnate le cosce nervose e una
schiena possente che un corsetto, abilmente studiato, faceva proiettare
maggiormente, comprimendo con efficacia il ventre.
- Bene! Dunque è così terribile? Chiese Nilovieff quando
si trovò di fronte l'allieva con indosso solo quel leggero
costume. Vi garantisco che non avete nulla da perdere; al contrario,
vedrete come lavoreremo bene. Prendendola per la vita, dopo aver
avviato il meccanismo del piano, la trascinò a ballare. La
signorina Rambessac danzava con quell'uomo... e in quali circostanze!
Sola con lui, pressoché nuda e fra le sue braccia.
Dopo cinque o sei giri il piano si arrestò ed ella si
trovò sola davanti a Nilovieff che bruscamente disse:
- Non ci siamo per niente!
In quell'istante la ragazza si rese conto della situazione nella quale
si trovava e, in un gesto di pudore, portò le proprie mani
davanti a coprire la propria intimità. Poi, aggiunse:
- Può bastare per oggi, mi sento un poco affaticata.
- Basterà quando sarà il momento... Andiamo, ricominciate
da sola, partite e contate. Rispose bruscamente il professore.
La signorina Rambessac obbedì ma, allo stesso tempo, ebbe un
soprassalto: con la punta di un sottile frustino che teneva in mano,
Nilovieff iniziò a percuoterle leggermente i polpacci.
- La punta dei piede più a sinistra.
Comandò imperiosamente l'insegnate. Col frustino le percosse
alternativamente ciascuna gamba con piccoli colpi, cercando di farle
assumere la posizione corretta. Queste sferzate le causavano un leggero
ma fastidioso pizzicore. Fu tutta un'altra cosa quando la sferza invece
di colpire la parte più carnosa del polpaccio andò a
colpire la mezza coscia, con forza e con un movimento di impazienza del
maestro. La signorina Rambessac si fermò di colpo, rossa
scarlatta. Nilovieff non vide - o fece finta di non vedere - e con la
voce e con i gesti riprese la dimostrazione guardando la sua allieva
dritto negli occhi.
- Sono scoraggiata, sarà meglio che io rinunci; non sono
sufficientemente agile e, probabilmente manco di predisposizione.
- Se non ne avete, vi sarà data! Aggiunse Nilovieff con un tono
freddo ed un poco enigmatico.
L'ora della lezione volse così al termine, l'allieva si
rivestì e prese congedo dal maestro ridivenuto il freddo e
corretto gentiluomo di sempre. La signorina Rambessac rientrò a
casa fortemente emozionata e, riflettendo, costatò che le cose
fra lei e Nilovieff avevano preso una piega molto scabrosa. Per
l'emozione o per lo stordimento si era pressoché interamente
spogliata davanti a lui e se il maestro si fosse preso qualche galante
licenza ella, senza dubbio, non avrebbe avuto abbastanza energie o
sufficiente presenza di spirito per contenerlo.
In ogni modo, essendo andata a trovare il professore per
curiosità, questa curiosità era stata soddisfatta ed era
meglio non continuare a scherzare col fuoco. Decise così di
scrivere a Nilovieff una lettera dove lo ringraziava per le lezioni che
le aveva impartito ma che, in prospettiva di un risultato mediocre,
aveva deciso che non avrebbe più continuato.
Tre giorni dopo, all'ora fissata, ella saliva dal professore!...
Infatti, avendo atteso il giorno seguente per inviare la fatidica
lettera, invece di spedirla l'aveva gettata nel fuoco. Aveva riflettuto
e considerato che fosse più corretto dire quelle cose a viva
voce, di persona,
- No, no, questo non va per niente! Quando penso che a Mosca le giovani
ballerine che non sono certo più intelligenti di voi, apprendono
queste cose in una mezz'ora di lezione... E vero che noi impieghiamo
con loro un altro metodo quando è necessario....
- Ma bene, se avete un altro metodo perché non lo impiegate?
Nilovieff la guardò bene e fermamente negli occhi con un
raggiante sorriso, enigmatico.
- Potreste avere qualche inconveniente. Rispose il maestro.
- Perché? Che inconveniente? Il fine giustifica i mezzi.
Ribatté la ragazza.
- Dopo tutto, avete ragione. Concluse sorridente il professore.
Così dicendo prese dalla libreria un album di fotografie che
mise sotto gli occhi della signorina Rambessac.
- Ecco, disse girando i fogli. Ecco la classe di danza, ecco gli
esercizi di gruppo, ecco la sbarra, le flessioni, eccetera, eccetera,
ed ecco la fotografia più interessante.
Girò la pagina arrivando all'ultimo foglio.
- Ecco un'allieva che ci ha scontentato con la sua disattenzione
e la sua maldestria; ed ecco cosa l'attende, la parte perfetta del
metodo, la sola veramente efficace.
Davanti alla fotografia che il maestro commentava, la signorina
Rambessac era divenuta rossa come un pomodoro; chiuse gli occhi, li
riaprì; poi, con voce stentante, balbettò:
- Oh! Povere ragazze! Che vergogna! Senza aggiungere una sola parola,
Nilovieff chiuse l'album. La lezione riprese. Ma l'allieva era
ora in preda ad un nervosismo più intenso che mai; il suo viso
rimaneva imporporato ed era evidente che ora non comprendeva né
intendeva una sola parola del maestro; i suoi pensieri erano fermi a
quella fotografia che aveva visto poc'anzi. La punta del frustino la
colpì, questa volta un poco più in alto. Istintivamente
ella portò le mani sulla parte colpita ed in risposta la sferza
colpì il fondoschiena più forte.
La signora Rambessac si bloccò, era scarlatta; il suo sguardo
incrociò quello di Nilovieff, lo sostenne per qualche istante,
ma poi abbassò gli occhi.
- Bene. Cosa avete dunque? Continuate, sembra che tremiate... disse il
maestro imperturbabile.
Oh, sì, la povera ragazza tremava e così tanto che non
era in grado di rispondere.
- Andiamo... Un po' di buona volontà e di attenzione... Volete
proprio obbligarmi ad impiegare il metodo moscovita? La signorina
Rambessac passò la propria mano sulla fronte, le sue gambe
fremevano e le sembrava che le cose girassero attorno a lei; cadde
seduta su di una poltrona. Se fosse stata nelle condizioni e nello
stato di farlo, avrebbe potuto leggere sul viso del maestro
un'espressione trionfale.
Dopo due o tre minuti si rialzò.
- Credo di aver avuto uno svenimento, meglio che rinunci, non arriverei
mai a nulla.
- Rinunciare! Mi oppongo nel modo più assoluto! Urlò
Nilovieff con un tono implacabile.
- Io non accetto di avere lavorato in pura perdita... andiamo, un po'
di coraggio e di attenzione.
Meccanicamente, senza alcuna resistenza, la signorina Rambessac si
lasciò trainare dal maestro e fece con lui qualche giro con
l'accompagnamento del piano, ma appena fu lasciata continuare da sola
si sentì come perduta ed ebbe un nuovo mancamento.
Nilovieff le andò incontro e la prese per la vita; poi, fattala
piegare in avanti, sul fondoschiena arrotondato, coperto dalle sottili
mutandine di filo nero, lasciò cadere - deliberatamente ed in
tre differenti riprese - il frustino che stringeva nella mano. Poi,
imperturbabile e come se nulla fosse accaduto, disse:
- Riprendiamo.
La signorina Rambessac non aveva fatto un movimento né aveva
emesso un grido. La lezione riprese. Non ci dilungheremo nei
particolari; non fu né doppio boston, né boston semplice
e neppure nulla che somigliasse ad una danza. La ragazza andava e
veniva come se fosse un automa mal regolato, ascoltando ma non
comprendendo le spiegazioni, intervallate dalla minacce di Nilovieff.
Di tanto in tanto il professore dava sul sedere dell'allieva una
frustata, non più leggera come all'inizio ma energica e ben
sibilante.
La paziente soffocò un grido, ma non protestò e riprese i
suoi tentativi di danza con la stessa docilità e la stessa
incoerenza. Infine Nilovieff terminò la lezione.
- Sono molto malcontento, disse. E molto umiliato, è la
prima volta che ho un insuccesso del genere e voglio rilevarvi il mio
dispiacere. Così dicendo e tirandola per i polsi la condusse
all'altro capo della sala verso una panca di velluto. Rassegnata,
passiva, la povera ragazza si dibatteva appena, mormorando con voce
angosciata:
- No, no, vi prego, lasciatemi!
La fece distendere per il lungo ed a ventre piatto sulla panchetta;
ogni volta che la ragazza cercava di sollevarsi, la riprendeva con voce
furiosa. Dopo, sul sedere ben piazzato, il frustino si abbatté
sibilante mordendo la carne attraverso il sottile tessuto delle
mutandine e della camicia. La paziente lanciò un lungo gemito.
Trascorsero una ventina di secondi; un secondo colpo seguì il
primo, ancora più tremendo. La signorina Rambessac posò
un piede a terra.
- Rimettetevi immediatamente in posizione o vi
frusto a nudo! Ordinò Nilovieff con voce
secca. Terrificata e soggiogata la signorina obbedì.
Metodicamente e spaziando i colpi come per far durare più a
lungo il castigo, Nilovieff colpì ancora sei volte,
vigorosamente, ed in sei posizioni differenti attraverso le due natiche
che si sollevavano a ciascun colpo sotto il morso del frustino.
In seguito, tranquillamente, senza lasciar trasparire alcuna emozione,
tese la mano alla signorina Rambessac per farla alzare.
Con grazia perfetta l'aiutò a rivestirsi, rimarcando che, questa
volta, la lezione si era protratta un poco più a lungo. La
ragazza ascoltò pressoché assente, incapace di articolare
una parola. Quando ella fu pronta, il maestro le disse con un singolare
sorriso:
- Tornerete domani, non è il vostro giorno ma bisogna battere il
ferro quando è caldo. Tornerete domani perché lo
desidero, io lo voglio. Ah! Prima di andarvene guardate ancora bene
questa. Così dicendo porse nuovamente l'album di fotografie.
- Vedete bene che questa ragazzina è sculacciata sulla
carne nuda; bene, domani, voi sarete frustata come lei, a nudo, capito
bene? Perché voi sbaglierete ancora, voi danzerete male, voi
sarete un'allieva svogliata e, io lo so, io vi faccio tornare per
punirvi, per sculacciarvi, per frustarvi; voi lo sapete e domani
verrete.
Parlandole l'obbligava a guardarlo negli occhi ed a subire il suo
imperioso sguardo.
- Voi verrete. Rispondete: lo voglio!
La signorina Rambessac rispose di sì ed uscì tentennando.
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