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IL VERO NEMICO
Racconto di R.E.
Seconda puntata
Capitolo 3
Sheila ebbe tempo di pensare a se stessa tutta la notte, finora aveva
pensato di essere una donna o almeno così la sua mente
s’immaginava. Gli uomini che aveva avuto l’avevano amata senza
dimostrare repulsione per lei. Questo, però, accadeva nel suo
mondo. Su quel pianeta, in quell’incubo, lei era considerata meno di
niente, un abominio. In quel momento comprese il pieno significato di
quel termine.
Non riuscì a dormire e la mattina entrarono nella cella il
tenente del servizio informazioni ed il colonnello.
Sheila sapeva di essere in condizioni pietose, era quasi un giorno che
non si lavava e aveva dovuto espletare le sue funzioni fisiologiche
come un cane.
L’aspetto dei due ufficiali strideva nettamente con il suo, Sheila si
sentì ulteriormente umiliata. Le avevano tolto anche l’ultima
briciola d’umanità, si sentiva sporca come… un animale.
-Abominio! Il signor colonnello ti rivolgerà qualche domanda e
ti consiglio di rispondere correttamente. Quello che hai passato finora
è niente al confronto di ciò che personalmente
provvederò a farti se le tue risposte non mi soddisferanno!
-Capitano, le farò nuovamente le domande cui ieri si è
rifiutata di rispondere. Le chiedo per il suo bene di rispondermi.
Il tenente guardò di traverso il colonnello che aveva chiamato
Sheila, capitano. Non riusciva a capire cosa provavano due combattenti
leali, la cavalleria verso il nemico non rientrava nella sua ottica. Il
nemico andava annientato, soprattutto un nemico come quello che ora si
trovava ai suoi piedi.
Il colonnello tornò ad interrogare Sheila che fu sul punto di
cedere ma, sollevando lo sguardo verso i due ufficiali nemici, vide il
disprezzo dipinto sul volto del tenente, decise, allora, che non
avrebbe ceduto.
-Mi dispiace capitano.
Il colonnello uscì dalla cella e lasciò Sheila con il
tenente.
-A quanto pare non ti è bastato quello che ti è stato
fatto ieri. Meglio così! Mi sarebbe dispiaciuto che il
divertimento fosse finito così presto!
Il tenente si abbassò afferrando tra le mani il viso di Sheila.
-Vedrai quanto mi divertirò con te. Fare ad una donna quello che
ti farò non sarebbe moralmente corretto ma con te è
diverso. I miei uomini ed io ci siamo specializzati su quelli come te.
Oh sì, ne ho avuti altri come te e nessuno è riuscito a
resistere.
Rivolgendosi ai propri uomini il tenente ordinò che Sheila fosse
condotta via.
I soldati quasi trascinarono la prigioniera che aveva difficoltà
a camminare carponi velocemente.
Sheila fu condotta in una sala ben illuminata dalle pareti
insonorizzate il cui unico arredamento era costituito da una scrivania
ed una sedia.
-Ti do un’ultima possibilità di dire tutto quello che sai sui
piani d’invasione.
Sheila tacque ed il tenente con un semplice gesto della testa
ordinò ai propri uomini di preparare la prigioniera per
l’interrogatorio.
La prigioniera, dopo essere stata liberata dalla catena che la
obbligava carponi, fu sollevata da terra mediante catene ai polsi, fino
a non permetterle più di toccare il pavimento con i piedi. Le
gambe le furono ben divaricate e tenute in posizione sempre con catene,
ancorate al pavimento.
Sheila non si aspettava nulla di tutto quello che le stava accadendo.
Nella Federazione la tortura fisica era stata abolita da secoli.
Persino ai criminali comuni, in una civiltà super tecnologica
come quella in cui era nata, il massimo che era loro inferto, era la
sonda psichica.
-Ti vedo sorpreso! Non ti aspettavi nulla di tutto questo! Nella vostra
società, destinata ad essere cancellata, non concepite la
violenza nei confronti di chi non può difendersi, nemmeno per il
nemico. Sì sappiamo molte cose su voi. Ti ho annunciato che ho
fatto parlare molti abomini.
Nulla aveva colpito Sheila, né la sua nudità né le
umiliazioni cui era stata sottoposta, come la nota di crudeltà
autocompiacente che aveva avvertito nella voce del tenente.
-penserai che siamo dei barbari, non è così. Apprezziamo
il canto e la danza. Ora vedremo come te la cavi tu nella danza. Ci
perdonerai se non abbiamo la musica, confidiamo nel tuo canto per
accompagnarti nel ballo.
I soldati iniziarono ad applicare degli elettrodi sul corpo di Sheila,
incapace di comprendere a cosa servissero e cosa centrasse la danza ed
il canto.
Elettrodi furono posti ai capezzoli, due per ognuno, allo scroto,
sempre due, infine le fu infilato nell’ano una specie d’uovo, non
troppo grande, ma sufficientemente largo da non poter essere espulso
senza fatica. L’uovo era separato a metà circa della sua
lunghezza da materiale non conduttore, in modo da separare i due poli,
i cui cavi fuoriuscivano dall’ano di Sheila come fossero una coda,
insieme al cavo d’acciaio che avrebbe impedito all’uovo di essere
spinto troppo dentro il suo intestino.
A Sheila non parve di provare troppo dolore per le pinze metalliche con
cui le furono applicati gli elettrodi. Era abituata a ricevere il sesso
del proprio compagno nel retto e quindi l’uovo non le provocò
sofferenza. Il fatto, però, di essere violata in quel modo la
umiliò a dismisura.
-Sei pronto? Facci divertire con il tuo ballo!
Il tenente ruotò il potenziometro del generatore e
improvvisamente Sheila capì cosa intendessero con la danza.
Il primo impulso le colpì il capezzolo destro la corrente
serpeggiò nel suo seno fino alla spalla, i muscoli si
contrassero involontariamente, facendola danzare appesa alle catene.
Il tenente cambiò bersaglio agendo su un selettore e
immediatamente il seno sinistro ricevette l’impulso elettrico.
A Sheila parve di impazzire dal dolore, i muscoli contratti le dolevano
spaventosamente. Improvvisamente sentì la sua voce urlare,
chiedendo pietà.
L’ufficiale selezionò un nuovo bersaglio e l’intestino di Sheila
prese a contrarsi intorno all’uovo.
Sheila si sentì presa da dolori spastici, annientata nella
volontà, incapace di ordinare ai propri muscoli di espellere
l’uovo, invece con le loro contrazioni non facevano altro che spingerlo
più profondamente.
L’ufficiale smise per qualche minuto la tortura e si avvicinò
alla prigioniera.
-Allora sei sempre convinta di poter resistere? Ti è piaciuto
prendere in culo il nostro uovo quanto i cazzi dei tuoi amanti?
Sheila quasi non sentiva quello che le veniva detto, solo il dolore
regnava incontrastato nel suo cervello.
-Capisco dal tuo silenzio che ancora non sono stato sufficientemente
convincente. Adesso proverai l’apice del dolore!
Il tenente, tornato al suo posto dietro la scrivania, azionò
nuovamente il potenziometro.
Sheila, inizialmente non provò nulla, poi l’intensità
della corrente raggiunse il punto di maggior sensibilità e un
urlo spaventoso uscì dalla sua gola.
L’ufficiale non aveva graduato lentamente il potenziometro, al fine di
far assaporare lentamente l’azione della corrente sullo scroto della
prigioniera.
Sheila sentì i propri testicoli stritolati da una mano
invisibile, sempre più forte, sempre più intensamente,
svenne.
Rinvenendo Sheila si ritrovò ancora nella stessa identica
posizione ma con la scrivania non più alle sue spalle
bensì di fronte. L’ufficiale aveva deciso che sarebbe stato
più divertente se la prigioniera avesse potuto vedere dove
aspettarsi l’impulso. Godere della paura dipingersi sul volto della
trans mentre lui selezionava il punto che la corrente avrebbe colpito.
Il tenente continuò a lungo il gioco, dosando da esperto
l’amperaggio, facendo, anzi in modo, che non superasse il livello di
sopportazione di Sheila.
Sheila danzò e urlò per i propri carnefici, fino a che
l’ufficiale ritenne sufficiente il gioco. Come ultimo regalo alla
prigioniera selezionò tutti gli elettrodi, attese che Sheila
pensasse che fosse tutto finito poi agì sul potenziometro.
Sheila urlò tutto il proprio dolore e la propria disperazione,
agitandosi forsennatamente.
Tutto finì di colpo, ma il corpo di Sheila continuò a
tremare per parecchio tempo dopo che gli elettrodi e l’uovo furono
tolti dal suo corpo.
I soldati fecero scendere il corpo inerte della prigioniera fino a
terra, liberandola dalle catene che la trattenevano.
Incapace di fare un qualsiasi movimento Sheila rimase immobile dove
l’avevano deposta, mentre pian piano la sua mente tornava a prendere
possesso del corpo. Solo allora si accorse che era sdraiata nella
propria urina, ma si sentiva troppo stanca per disgustarsi.
Non fu permesso alla prigioniera di riacquistare troppa coscienza, i
soldati, afferrato un idrante, badarono a ripulirla e renderla
più presentabile al colonnello che sarebbe tornato per
interrogarla.
Il getto dell’acqua gelata stordì Sheila a tal punto che le
sembrò di scivolare in un limbo di pace.
Quando i soldati ritennero che la prigioniera fosse abbastanza pulita
smisero di colpirle il corpo con l’idrante e la tornarono a portare
nella sua cella.
Capitolo 4
Sheila era ancora intontita per lo shock della tortura subita, quando
si sentì urtare da qualcosa di duro.
-Sveglia abominio! Mi pare che tu abbia riposato abbastanza!
Sheila al suono di quella voce che le risvegliava un terrore inconscio,
fu pronta a sollevarsi da terra, nonostante tutto il dolore che ancora
provava in tutto il corpo.
Un ceffone violento la tornò a buttare al suolo.
-Dimentichi rapidamente, a quanto pare.
No, Sheila non aveva dimenticato, era solo stata presa di sorpresa,
immediatamente s’inginocchiò davanti al tenente.
-Signor colonnello, se vuole interrogare quest’abominio, ritengo che lo
troverà più collaborativi, rispetto alla volta scorsa!
Sheila solo allora si accorse che anche l’ufficiale più alto in
grado era presente. Cerco di darsi un contegno formale, irrigidendo le
spalle.
-Ebbene, capitano pensa che questa volta le mie domande troveranno
delle risposte?
Sheila tacque ed il tenente fece oscillare davanti agli occhi della
prigioniera un cavo elettrico con una pinzetta, uno di quelli che
probabilmente era stato usato sul suo corpo.
La reazione di Sheila alla vista di quell’oggetto fu di puro terrore.
Il colonnello si accorse del contrarsi del corpo di Sheila e del lieve
tremore che si era impadronito di lei.
-Non credo che saranno necessarie altre minacce, vero capitano?
Sheila scosse la testa in senso di diniego.
Il colonnello interrogò Sheila domandandole della missione che
avrebbe dovuto compiere.
Il condizionamento psichico di Sheila intervenne, permettendole di
raccontare la sua missione ma non lo scopo principale della stessa.
Il colonnello parve soddisfatto, non altrettanto il tenente, quasi
sperasse che la prigioniera opponesse ancora resistenza.
-Ho saputo ciò che desideravo. Quali ordini ha per il capitano,
tenente?
-Se l’esercito ha finito con l’abominio, credo che il sommo sacerdote
voglia giudicarlo per il suo peccato contro la fede.
Il colonnello si rabbuiò in volto, rapidamente però
tornò ad assumere la solita espressione distaccata, mentre si
voltava per uscire dalla cella.
Sheila si gettò sdraiata sul pavimento in preda alla
disperazione. Aveva capito che quel giudizio non sarebbe stato
favorevole ed aveva avuto conferma dei suoi timori dall’espressione del
colonnello.
Qualche ora dopo, Sheila fu prelevata dalla cella e, carponi, condotta
nella stessa sala dove era stata suppliziata.
Qui giunta, le guardie la fecero inginocchiare, fissandole caviglie e
ginocchi a quattro anelli infissi nel pavimento, divaricandole le
gambe. I polsi le furono incatenati insieme e tirati verso il soffitto,
mettendo in trazione le articolazioni già doloranti per il
trattamento precedentemente subito.
Così immobilizzata, Sheila fu lasciata sola. Più tempo
passava più sentiva rinnovarsi e perpetuarsi il dolore nel suo
corpo. Sheila cadde in una specie di delirio tormentato da incubi, in
cui tutte le sue paure prendevano corpo. Visi ghignati le apparivano
davanti angosciandola con le loro voci che ripetevano in continuazione
abominio, abominio, abominio….
Nel suo delirio Sheila si vedeva attraversata da fulmini che la
trapassavano da parte a parte.
Improvvisamente uno di questi fulmini le colpì un seno e il
dolore sembrò talmente vero che Sheila aprì gli occhi
urlando.
Una delle guardie le stava strizzando il capezzolo sinistro con una
pinza, torcendolo e tirandolo, schiacciando la tenera carne rosea tra
le ganasce dello strumento.
Sheila smise di urlare quando la guardia interruppe il sadico
divertimento, si accorse allora di non essere più sola nella
sala.
Il sommo sacerdote e alcuni membri dell’ordine sacerdotale erano seduti
dietro un tavolo posto di fronte a lei.
Il tenente si pose di fronte a lei colpendola al viso con un
manrovescio.
-Eccellenza l’abominio è ora pronto a rispondere alle Vostre
domande e a quelle del santo concilio. China la testa di fronte a
questi santi uomini, abominio!
Sheila obbedì per evitare maggiori tormenti.
-Abominio, ti rendi conto che la tua esistenza costituisce un’offesa
per il nostro dio? Sei consapevole che hai peccato trasformando il tuo
corpo in qualcosa d’innaturale e contrario alla legge divina? Quanti
uomini hai condotto alla perdizione, usando il tuo corpo, disgustoso
alla vista? Quanti di questi uomini sono stati strappati alle braccia
di una donna, molto più degna di te di avere un compagno? Quanti
figli hai impedito che nascessero, facendo sgorgare il seme degli
uomini in uno sporco budello sterile? Rispondi a queste domande,
pentendoti dei tuoi peccati e forse ti concederemo l’assoluzione prima
di mandarti a pagare i tuoi peccati.
Sheila inizialmente non riusciva a capire cosa le stessero chiedendo
poi afferrò il senso delle domande. La consideravano qualcosa di
malvagio, volto solo a far cadere in peccato gli uomini. Ecco di cosa
la stavano accusando.
Sheila si ribellò con tutta se stessa e se fosse stata libera
avrebbe provveduto a torcere il collo di quell’uomo che si autonominava
giudice di cose che non conosceva.
-Non ho commesso nulla di quello che voi mi accusate. Gli uomini mi
hanno amato per quello che sono, della mia anima e non di quello che
mostro esteriormente.
-Eresia! Eresia! Fate tacere quest’abominio!
Il tenente sadicamente colpì con la punta di uno stivale lo
scroto di Sheila, dosando, sapientemente la forza, in modo da non
provocarle danni ma solo un estremo dolore.
Sheila urlò e svenne.
Sheila rinvenendo provò un dolore acuto che s’irradiava dai suoi
testicoli fin nel ventre. Gemette, cercando di stringere le gambe nel
tentativo di alleviare il dolore, si rese conto allora di non essere
più in ginocchio ma sdraiata al suolo, con le gambe tenute
divaricate da un’asta e i polsi bloccati dentro una lastra di metallo
pesante.
Sheila cercò di urlare ma, con somma disperazione, scoprì
di essere imbavagliata con un bavaglio metallico, che, tenendole la
bocca divaricata, le inseriva fin quasi in gola un tubo di gomma.
Appena la guardia si accorse che era rinvenuta uscì dalla sala e
quando la porta si riaprì entrarono i sacerdoti con il tenente.
Lo sguardo che Sheila lesse nei loro occhi non prometteva nulla di
buono per lei, volle, lo stesso, sostenerne lo sguardo, sfidandoli.
-Sistemate l’abominio in modo che possa essere interrogato!
Il tenente fece un gesto ai suoi uomini che rapidamente sollevarono la
pesante lastra di metallo, bloccandola tra due pali metallici.
Sheila fu costretta a piegarsi a novanta gradi, perché i pali
raggiungevano appena l’altezza delle sue anche, l’asta, che le teneva
divaricate le gambe, fu a sua volta incatenata al suolo.
-Sei disposto a confessare le tue colpe, pentendoti del tuo peccato?
Sheila scosse la testa con energia, sapendo che questo le avrebbe
causato altri dolori.
Gli uomini di guardia afferrarono la testa della prigioniera
bloccandole il collo con un collare metallico che fissarono poi alla
lastra di metallo.
-Signor tenente proceda con l’interrogatorio e ci chiami quando
quest’abominio si deciderà a pentirsi.
Il sommo sacerdote con i confratelli uscì, quindi, dalla sala.
Sheila non poteva girare la testa per vedere cosa le sarebbe accaduto,
sentiva solo le risate degli uomini del tenente alle sue spalle.
L’ufficiale si pose di fronte a Sheila abbassandosi in modo da poterla
guardare negli occhi.
-Sono molto curioso di sapere quanti cazzi ti sei preso in culo. Io
dirò dei numeri e tu mi farai un cenno quando pronuncerò
il numero esatto. Hai capito?
Sheila assentì ed il tenente cominciò a contare, il
numero da cui partì era notevolmente in eccesso e quindi dal
centinaio iniziale iniziò a scendere di dieci in dieci. Arrivato
a venti iniziò a contare alla rovescia uno per volta.
Sheila a otto fece il cenno che le era stato ordinato.
-Vorresti farmi credere che un essere depravato come te si è
accontentato di solo otto cazzi? Va bene ma ho bisogno di una prova,
puoi darmela?
Sheila si domandò come potesse fornirgli la prova.
Improvvisamente sentì che il proprio ano veniva forzato da
qualcosa di duro e freddo. Cercò di gridare il proprio odio,
riuscendo solo a mugolare.
-Non potendomi fornire una prova ho deciso di adottare un metodo
scientifico. I miei uomini ti dilateranno il culo, con penetratori di
diametro crescente. Più grande sarà il diametro
più cazzi saranno entrati nel tuo culo. Se mi hai mentito ti
farò rimpiangere di averlo fatto!
Sheila sapeva che quello non era un metodo scientifico, ma solo un modo
per umiliarla. Il primo penetratore le era entrato quasi tutto nel
retto, anche se a costo di molto sudore.
L’uomo che le stava aprendo l’ano non era molto delicato, spingeva con
forza senza curarsi del dolore che provocava. Grazie, però, alla
punta arrotondata del penetratore, non provocò danni a Sheila.
La prigioniera non poté, però, trattenere i gemiti di
dolore che le spinte le provocavano.
-Stai già eccitandoti? Siamo solo all’inizio. Pensa a quando
t’infileranno qualcosa di molto più grosso. Sentirai allora che
piacere. Nessun uomo ti ha mai posseduto in questo modo e non credo che
avrai mai più l’occasione di poterlo provare.
L’introduzione procedeva e Sheila si sentì umiliata, sapeva che
contrarre lo sfintere avrebbe solo aumentato il dolore.
La guardia terminò di spingere e Sheila capì che tutto il
penetratore era entrato nel suo retto.
L’uomo a quel punto estrasse di colpo tutto l’oggetto e dal bavaglio di
Sheila uscì un alto gemito.
-Il primo è passato e per ora ho la conferma che non mi hai
mentito. Bisogna in ogni modo ricordare che non era molto grosso,
appena quattro u.m.s. non sono un gran che. Con il prossimo ci
avviciniamo ad un calibro di discrete dimensioni e, se mi hai detto la
verità, forse, il mio uomo potrebbe avere qualche
difficoltà ad infilartelo tutto.
Ad un cenno dell’ufficiale Sheila sentì il suo ano essere
forzato nuovamente, provò un intenso bruciore, appena la punta
dell’introduttore superò l’anello dello sfintere.
Sheila ricordò la prima volta che provò quel bruciore.
Accadde quando fece l’amore con il suo primo ragazzo. Aveva quindici
anni e aveva appena subito l’intervento al seno e per festeggiare aveva
voluto che il suo ragazzo la sverginasse. Dopo il bruciore era,
però, giunto il piacere.
Quella volta non sarebbe stato così. Il piacere e l’amore non
avevano nulla a che veder con quello che le stavano facendo. I suoi
nemici non la stavano nemmeno violentando. Si divertivano a romperle il
culo per il piacere di umiliarla e di vederla soffrire.
L’impotenza della sua posizione, il male per la dolorosa introduzione e
il sorriso sarcastico del tenente di fronte al suo viso la fecero
scoppiare in un pianto dirotto.
L’uomo, alle spalle della prigioniera, condusse a termine il proprio
compito e, come prima, strappò l’introduttore dall’intestino di
Sheila in un colpo solo.
Sheila urlò ma solo un gemito uscì dal bavaglio.
-Il mio uomo mi dice che ha avuto grosse difficoltà ad infilarti
in culo l’introduttore. Sarei tentato di crederti, me tu potresti
fingere per risparmiarti la giusta punizione, quindi sono costretto a
dire ai miei uomini di continuare a saggiare la resistenza del tuo culo.
Sheila tentò di scuotere la testa, la precedente introduzione
era stata abbastanza dolorosa, se avessero continuato ad aumentare il
diametro di quegli oggetti l’avrebbero sfondata.
A nulla valsero i suoi sforzi, infatti, un nuovo introduttore le fu
appoggiato allo sfintere e con forza spinto dentro il suo intestino.
L’anello fu lacerato e Sheila urlò più volte dentro il
bavaglio poi svenne.
Gli uomini del servizio informazioni furono rapidi nell’afferrare
Sheila prima che potesse rompersi il collo, ancora trattenuto dal
collare.
Primo fra tutti fu il tenente, che tenne il corpo della prigioniera
fino a completa liberazione. Il suo non fu un gesto caritatevole
tutt’altro. Il suo scopo era impedire che morisse prima di aver
confessato tutto.
Sheila fu poi ricondotta nella sua cella e colà lasciata.
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