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IL VERO NEMICO
Racconto di R.E.
Prima puntata
Prologo
Il pianeta Terra era stato abbandonato da un paio di migliaia
d’anni terrestri, a causa della trasformazione del Sole in una stella
di grandezza superiore. Questo aveva provocato la scomparsa dei pianeti
più vicini al Sole, vaporizzati dall’espansione stessa della
stella.
L’umanità, prima che tutto questo accadesse, aveva raggiunto un
accordo, mettendo da parte ogni rivalità. I governi della terra
diedero inizio ad un colossale progetto: la ricerca di un nuovo pianeta
che potesse accogliere l’umanità. Occorsero centinaia d’anni, ma
grazie alla caparbietà di pochi uomini e il coraggio di molti
astronauti, alla fine, il pianeta fu individuato. La stragrande
maggioranza dell’umanità riuscì ad abbandonare il pianeta
d’origine, emigrando in un altro sistema solare. Il raggiungimento del
nuovo pianeta aveva richiesto parecchio tempo e quando, finalmente,
l’obiettivo fu raggiunto l’umanità riprese le vecchie abitudini.
Le rivalità e i disaccordi tornarono a dividere gli uomini.
Prima però che un conflitto potesse esplodere, una parte
dell’umanità decise di separarsi dall’altra, dando inizio ad una
nuova migrazione.
I due gruppi per parecchio tempo s’ignorarono, creando due distinti
tipi di civiltà.
Il gruppo che era migrato nuovamente diede origine ad una
civiltà basata sul commercio, la Federazione Commerciale,
l’altro, maggiormente legato alle culture terrestri, ad una
civiltà alla cui base vi era la religione, I Prescelti.
Quando i due gruppi, a causa del reciproco espansionismo, entrarono
nuovamente in contatto, non si riconobbero come i discendenti degli
originali terrestri e lo scontro scoppiò violento.
Inizialmente il gruppo dei commercianti ebbe il sopravvento, grazie al
grande livello tecnologico, richiesto dal tipo di civiltà. In
seguito le cose si equilibrarono e si giunse ad un punto di stasi,
senza però giungere mai ad un compromesso.
La nostra storia ha inizio da questo punto.
Capitolo 1
Il capitano Sheila Merevitt, uno dei più capaci ufficiali della
Federazione Commerciale, si stava preparando per la missione, che il
Comando delle Forze Commerciali di Autodifesa le aveva assegnato.
Era ben conscia che si trattava di una missione ad alto rischio, ma era
felice di poter tornare nuovamente a combattere.
La sua missione consisteva nel penetrare nello spazio nemico e creare
una base su un pianeta avversario, prendere informazioni sulle forze
avversarie residenti e preparare la strada alle forze d’invasione. Al
suo comando era stato posto un gruppo d’assalto di un’unità
scelta di fanteria, conosceva i soldati che gli erano stati assegnati e
si fidava delle loro capacità avendo già combattuto con
loro.
L’astronave su cui si sarebbe dovuta imbarcare la forza d’attacco era
attraccata ad uno dei tanti docks della base spaziale.
Le navi spaziali non atterravano mai sui pianeti della Federazione, ma
sostavano in una base spaziale in orbita intorno al pianeta stesso. Le
forze che s’imbarcavano su di esse raggiungevano la base spaziale con
shuttles qualche giorno prima della partenza.
A Sheila, in qualità di ufficiale comandante, era stata
assegnata una cabina singola sulla base spaziale, era ancora lì
che raccoglieva la sua roba in uno zaino, quando, dall’interfono,
giunse l’ordine d’imbarco per la forza d’attacco.
Sheila raggiunse di corsa il ponte destinato all’imbarco e accolse i
propri soldati, man mano che arrivavano, con un sorriso.
I volti dei soldati mostravano i segni della tensione, erano veterani
e, come tali sapevano a cosa stavano andando incontro. Il nemico era
spietato ma loro lo sarebbero stati altrettanto.
Appena la truppa fu schierata, Sheila si pose di fronte a loro,
guardando in faccia ogni soldato, cercando di intravedere segni di
titubanza. Non ne trovò. Non pronunciò discorsi, per
veterani come loro le parole erano inutili.
L’importante, per qui soldati, era avere un comandante che non li
avrebbe condotti alla catastrofe. Si fidavano del loro capitano
perché non li aveva mai condotti in un’azione suicida.
Sheila ordinò d’imbarco e come un sol uomo, la truppa
scattò verso l’apertura che permetteva l’accesso alla stiva
dell’astronave.
Quando ogni soldato fu finalmente al proprio posto, in apposite capsule
anti accelerazione, anche Sheila entrò nella sua.
Con la mente rivisse tutto quello che le era stato insegnato, la nave
si sarebbe allontanata da ogni pianeta e quindi avrebbe dato inizio
alle procedure per il salto. Loro non avrebbero avvertito
alcunché, avrebbero lasciato le capsule solo al momento di
scendere sul pianeta. Per tutto il viaggio sarebbero rimasti in uno
stato di incoscienza indotto, che sarebbe terminato solo nel momento
che il comandante dell’astronave avrebbe dato l’ordine di sbarco.
Gli ordini prevedevano che l’astronave, una volta entrata nello spazio
nemico, si sarebbe dovuta avvicinare al pianeta evitando di farsi
individuare, per far ciò si sarebbe fatto affidamento sul
sistema anti individuazione in dotazione ad ogni astronave della
Federazione, tenendosi, inoltre, a debita distanza dagli eventuali
satelliti di sorveglianza.
L’astronave eseguì il salto nell’iperspazio, in cui tempo e
spazio non avevano distinzione e dove un’astronave poteva percorrere
qualsiasi distanza in pochi minuti, l’importante era avere un buon
computer di bordo e un buon navigatore che v’immettesse i dati corretti.
L’astronave arrivò nello spazio nemico e la truppa nelle capsule
fu risvegliata, Sheila uscì dalla propria e si apprestò a
raggiungere con i suoi soldati la navicella che l’avrebbe condotta sul
pianeta.
Non fecero mai in tempo a raggiungerla poiché per tutta
l’astronave risuonò l’allarme. Rapidamente la squadra
tornò alle capsule che avrebbero funto da navette di salvataggio.
In uno scontro nello spazio, tutto il personale non necessario al
combattimento era tenuto a raggiungere una capsula e rimanervi per
tutta la durata del combattimento. In caso di distruzione
dell’astronave le capsule sarebbero state sganciate automaticamente
nello spazio, disperdendosi.
Era un palliativo, siccome, nonostante la presenza di un trasmettitore,
difficilmente sarebbe stata mandata un’astronave a salvarli, rischiando
che venisse a sua volta distrutta.
Sheila si domandò cosa avesse potuto tradire la loro presenza
mentre si risistemava nella capsula.
Sheila rimase con gli occhi fissi sul timer della sua capsula, incapace
di comprendere come stesse andando il combattimento.
Improvvisamente capì che la loro astronave aveva avuto la
peggio, quando gli strumenti all’interno della capsula iniziarono a
registrare la sua velocità.
L’astronave era stata distrutta e le capsule erano state espulse, si
trovava nello spazio. Sperò vivamente di non essere rintracciata
dai sensori nemici.
Pensò ai propri soldati e a quanti di loro si fossero salvati.
Improvvisamente gli strumenti smisero di funzionare, Sheila
pensò ad un guasto ma poi nella sua mente si fece largo la
certezza che era stata catturata. Portò la mano destra sull’arma
personale, intenzionata a non darsi per vinta.
Quello fu l’ultimo pensiero che ricordò quando riaprì gli
occhi. Non era più nella capsula, l’arma le era stata tolta e
non indossava più la tenuta da combattimento ma solo la tuta di
cotone che ogni soldato indossa sotto di essa.
Si trovava rannicchiata sul pavimento di una cella molto piccola, non
poteva mettersi in piedi ne poteva allungare le gambe.
Non seppe mai quanto tempo trascorse in quel modo, solo dopo quello che
le parve un’eternità, il soffitto si aprì e braccia
robuste la sollevarono. La luce improvvisa le impedì di vedere
dove si trovasse, sentì solo di essere spinta in avanti e di
camminare su una strada asfaltata. Quando i suoi occhi si abituarono
nuovamente alla luce, capì di essere in uno spazioporto,
incolonnata insieme con alcuni dei suoi soldati e ai superstiti
dell’equipaggio dell’astronave.
Sheila non riconobbe alcun ufficiale e temette d’essere l’unico tra
loro ad essere sopravvissuto.
I soldati nemici li condussero all’interno di un edificio, solo allora
un uomo, un ufficiale, a giudicare dalle mostrine, si rivolse a tutti
loro.
-Siete prigionieri delle Forze Armate dei Prescelti. Vi trovate qui per
essere perquisiti ulteriormente e per ricevere la destinazione della
vostra prigionia. Per evitare che possiate nascondere delle armi sarete
denudati completamente. Eviterete molti dolori se non vi opporrete!
Sheila non si trovava tra le prime file e sperò che nessuno dei
suoi opponesse resistenza. La parola d’ordine per coloro che cadevano
prigionieri era: resistete che vi verremo a salvare.
La sua truppa era mista, uomini donne e non solo, come lo era anche
l’equipaggio dell’astronave, Sheila pensò che tutto quello non
aveva alcun senso, le tute che indossavano erano aderenti e quindi
sarebbe stato impossibile nascondere un’arma. Quella messinscena
serviva solo per far divertire i soldati nemici.
Si rese conto che non era così quando, una volta nudi, i
prigionieri venivano divisi uomini da una parte e donne d’altra,
Sheila, come altre due, veniva isolata dal resto dei prigionieri.
Lo sguardo che vide negli occhi dei soldati nemici non le piacque ma
fece finta di niente per non provocare la loro reazione.
-Avete collaborato fino ad ora, spero, per voi, che lo farete anche in
seguito. Agli uomini saranno dati dei pantaloni e alle donne delle
vesti, dopodiché i primi saranno condotti presso la sede dove
svolgeranno il lavoro loro assegnato. Le donne saranno condotte in un
bordello per soldati.
A queste parole ci fu un tentativo di reazione da parte di tutti, che
venne prontamente sedato dai soldati nemici, a colpi di frusta
elettrica.
-Ora che avete provato che non mento sul fatto di risparmiarvi dolore,
sarete più propensi ad obbedire.
I soldati nemici spinsero fuori uomini e donne, Sheila e le altre due
furono lasciate nude. In qualità di ufficiale cercò di
protestare per il trattamento che i suoi soldati avevano ricevuto e
chiese di essere riunita a suoi.
L’ufficiale nemico la degnò di uno sguardo pieno di ribrezzo
mentre l’apostrofava con una parola di cui Sheila non capì il
significato.
Capì però perché era stata separata dagli altri
due gruppi. Lei e le altre due erano trans.
L’ufficiale si rivolse a Sheila.
-Tu! Sei l’ufficiale?
-Sì! Sono il capitano Sheila Merevitt delle Forze Commerciali di
Autodifesa e pretendo che sia rispettato il mio grado!
Sheila aveva cercato di imporre nella propria voce un tono risoluto.
-Tu ora non sei nulla sei solo un abominio indegno persino di esistere
ma, in quanto ufficiale, siamo obbligati ad avere dei contatti con te.
L’ufficiale fece cenno con la testa ai suoi uomini che scattarono
afferrando le compagne di Sheila e portandole via.
-Dove le state portando?
-Dove non potranno nuocere con la loro presenza.
Sheila fu lasciata sola e nuda mentre l’ufficiale e i suoi uomini
uscivano dall’edificio, ad eccezione di uno che era stato posto alla
sua sorveglianza.
Capitolo 2
Sheila si raggomitolò in ginocchio appoggiando la schiena ad una
parete, cercando in questo modo di nascondere la sua nudità al
soldato che la teneva continuamente d’occhio.
Rimasta ormai sola, cercò di trarre conforto dalla parola
d’ordine di resistere. A forza di pensarci, però, invece di
trovare conforto sortì l’effetto opposto.
Sheila non riusciva a ricordare nessun’occasione in cui aveva sentito
parlare di prigionieri liberati o di scambi di prigionieri. Ora che ci
pensava non sapeva nemmeno che fine facessero i nemici catturati da
loro. In quanto al “salvati” non riusciva a trovare alcun sistema che
permettesse alle Forze Commerciali di poterli salvare, se non invadendo
il pianeta e scatenando una battaglia dagli esiti incerti. Anche se il
piano d’invasione previsto fosse stato portato a termine, non aveva
alcuna garanzia che i prigionieri non sarebbero stati passati per le
armi, prima di poter essere liberati.
Sheila, in preda al più profondo sconforto, percepì con
la coda dell’occhio un movimento della sua guardia e riportò
l’attenzione su di lei.
Il soldato nemico si era diretto verso l’accesso e fece entrare
all’interno un ufficiale con altri uomini, vestiti con abiti scuri e
con uno strano copricapo. Capì dal rispetto che questi
ricevevano dai soldati che dovevano rappresentare una qualche forma
d’autorità.
Sheila si alzò in piedi, incurante della sua nudità,
intenzionata a far capire che il suo stato non le procurava alcun
turbamento o soggezione.
Uno dei personaggi in abiti scuri si rivolse alla guardia e
immediatamente questa corse verso Sheila.
-In ginocchio, abominio! E copri la tua aberrazione.
Sheila continuava a non capire perché fosse chiamata in quel
modo, che doveva essere oltremodo offensivo.
-Sono un ufficiale non un abominio!
La guardia immediatamente colpì Sheila con un manrovescio che la
fece retrocedere e quasi cadere.
I nuovi arrivati si erano, intanto avvicinati, l’ufficiale s’interpose
tra la guardia e Sheila che stava per essere colpita di nuovo.
-Tu sei un abominio, un essere creato dall’uomo! Il dio di tutti i
fedeli non ha mai creato un essere come te. La tua società
è destinata a perdere questa guerra perché si è
posta contro le leggi divine. Cosa sei un uomo o una donna? Nessuno dei
due perciò sei un abominio! Ora inginocchiati che il sommo
sacerdote vuole interrogarti.
Sheila finalmente comprese perché venisse chiamata in tale modo.
Era furiosa, si sentiva offesa e oltraggiata. Nessuno mai le aveva
fatto pesare il fatto di essere una trans. Nella federazione donne,
trans e uomini erano sullo stesso livello, il sesso era un fatto
personale. La società non si sarebbe mai intromessa o creato
problemi se qualcuno avesse desiderato cambiare sesso.
Ora veniva trattata con disprezzo dai suoi nemici. Come si permettevano
di giudicarla per un fatto personale, che nulla aveva a che fare col
suo stato di prigioniera.
-Abominio, io sono il sommo sacerdote, colui che ti giudicherà
per le tue colpe.
-Sono un ufficiale e tutto quello che ho fatto si deve allo stato di
guerra esistente tra noi.
-Tu sei un abominio e sarai giudicata per tale motivo. La tua pena
potrebbe essere minore se decidessi di collaborare con i nostri
militari. Esistono anche da noi delle precedenze. In questo momento la
guerra è una di queste.
Il sommo sacerdote tacque e la guardia spinse in ginocchio Sheila. La
stessa guardia gettò sulle gambe della prigioniera uno straccio,
affinché la sua nudità non offendesse il sommo sacerdote.
-Abominio il nostro bravo colonnello ti farà delle domande e ti
conviene rispondere con la verità.
Il colonnello iniziò a porre domande di carattere militare a
Sheila, che rispose ogni volta ripetendo il suo nome e il grado.
-Vedo che i metodi educati non hanno sortito alcun effetto. Sono
costretto a permettere ai nostri servizi d’informazione di occuparsi di
te.
-Con la sonda psichica non otterrete nulla, solo un vegetale. Ogni
ufficiale è condizionato a non rispondere sotto il suo stimolo.
Il sommo sacerdote intervenne per chiarire che sarebbero riusciti ad
ottenere quello che volevano.
-Abbiamo scoperto tutto questo molto tempo fa, quando iniziammo a fare
prigionieri. Oggi però abbiamo cambiato sistemi. Negli antichi e
sacri testi abbiamo trovato dei sistemi che molto tempo fa erano
utilizzati per ottenere informazioni. Sottoponendoti a questi sistemi
otterremo il duplice scopo di ottenere le informazioni che desideriamo
e punirti per il tuo peccato contro il nostro dio.
Il sommo sacerdote volse le spalle a Sheila continuando a parlare con
il colonnello, mentre usciva dall’edificio.
Il colonnello fu presto di ritorno.
-Avrei voluto che non fosse così testardo durante il mio
interrogatorio. Darci una qualunque cosa avrebbe allontanato da lei il
pericolo di quello che succederà ora.
-Essendo, l’unico ufficiale sopravvissuto allo scontro, esigo di sapere
qual è la sorte dei miei soldati.
-Non sei in condizione di esigere nulla. Ancora non ha capito che
è un abominio per noi questo è uno dei massimi peccati.
La sua qualità d’ufficiale, per ora, l’ha salvato da una sorte
peggiore.
-Le mie due compagne che fine hanno fatto?
-La loro sorte non la riguarda. Fossi in lei mi preoccuperei piuttosto
della mia. Fra poco verranno a prenderla gli uomini del servizio
informazioni, loro non avranno tanti riguardi. Non sono truppe
combattenti. Non sanno cosa sia la lealtà verso un nemico
sconfitto.
-Perché lei ne ha avuta? Gli uomini ridotti in schiavitù,
le donne prostituite nei vostri bordelli e quelle come me…
chissà che fine hanno fatto.
L’ufficiale non ebbe modo di ribattere in quanto dall’accesso
entrò un gruppo di uomini in uniformi chiare con mostrine rosse.
-Signor colonnello! È questo l’abominio di cui dobbiamo
occuparci, suppongo.
-Sì! Tenente questo è il capitano Sheila Merevitt.
Sheila stava per salutare militarmente quando il tenente la
colpì in viso spaccandole un labbro.
-In ginocchio abominio! Non ti permettere mai più di alzarti
alla presenza di un rappresentante delle nostre forze armate.
Il tenente fece un cenno ad uno dei suoi uomini e questo si
avvicinò a Sheila e, prima che questa potesse fare un gesto di
difesa, le chiuse un grosso collare di ferro attorno al collo.
Altri due uomini si avvicinarono, impedendo a Sheila di muoversi,
permisero al primo soldato di incatenarle i polsi e le caviglie alla
catena che si dipartiva dal collare.
Sheila si ritrovò nell’impossibilità di alzarsi e
gli unici movimenti consentiti le permettevano di camminare carponi.
-C’è una gran folla che aspetta di vedere il capo degli abomini.
Ti abbiamo preparato un caloroso comitato di benvenuto.
Sheila fu costretta a camminare carponi fino all’esterno dell’edificio,
dove l’attendeva una gabbia montata su un carro trainato da alcuni
uomini.
Inorridita riconobbe alcuni dei suoi stessi soldati tra loro, si
sentì umiliata di essere mostrata così ai suoi uomini.
I soldati del servizio informazioni aprirono la gabbia e la fecero
salire sul carro e, una volta nella gabbia le furono liberati gli arti.
Il sollievo di Sheila fu molto breve, infatti, immediatamente le mani
furono incatenate al soffitto della gabbia e i piedi alla grata che
costituiva il fondo della stessa.
Il corpo di Sheila era completamente esposto agli sguardi dei soldati
nemici, che si misero a ridere,di fronte ai suoi sforzi di coprirsi il
sesso. Iniziarono a canzonarla per la presenza di attributi maschili e
femminili.
-Il tuo uomo dove ti mette il cazzo se non hai la fica?
-Nel culo e poi c’è anche la bocca!
-Già ma non sa cosa si perde. Dicci la verità quando il
tuo uomo vuole una fica gliela porti tu o se la cerca da solo?
-Se invece gli piacciono le donne?
-Sì, t’immagini una donna che si fa scopare da uno con le tette!
I soldati continuarono a lungo sullo stesso tono finché il carro
non raggiunse un vialone ai cui lati era assiepata una folla immensa,
urlante.
I soldati del servizio informazioni si allontanarono dal carro,
tenendosi, però a distanza tale da prevenire ogni tentativo di
fuga da parte dei prigionieri.
Man mano che il carro s’inoltrava nel vialone, la folla assiepata
iniziò ad urlare epiteti e frasi sconce in direzione di Sheila,
al punto che le frasi offensive dei soldati parvero discorsi d’educande.
Sheila cercò di rimanere impassibile a tutto ciò che le
veniva urlato contro ma non sempre le fu possibile trattenere una
lacrima.
A qualche frase più pesante, qualcuno degli uomini che
trainavano il carro, tra gli uomini che erano stati al suo comando,
alzava la testa ma impotente tornava ad abbassarla.
Grazie a questi atti di dedizione, Sheila riacquistava momentaneamente
coraggio, ma impietosamente la folla continuò a denigrarla.
Il calvario di Sheila fu lungo e solo dopo parecchio tempo il carro
uscì dal vialone, imboccando una strada laterale che condusse
Sheila alla sua prigione.
La prigione era un semplice edificio che a prima apparenza sembrava
dedicato solo a lei, Sheila non vide, infatti, nessun altro, camminando
carponi verso la sua cella.
Sheila fu lasciata incatenata dentro la cella, sola con la sua
umiliazione.
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