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SOUS LA TUTELLE  (1)
di René Michel Desergy
Traduzione Paul Stoves

Parte Prima.

Domestiche, patronali, pedagogiche, coniugali, passionali ed amorose: questi sono i numerosi sottotitoli che potremmo accreditare alle sculacciate descritte nel libro che stiamo per esaminare: “Sous la tutelle”.
Con queste parole Rene-Michel Desergy esordisce nella prefazione al suo delizioso romanzo pubblicato da Jean Fort nel marzo del 1932 a Digione. Il volume appartiene alla collezione "Des Orties Blanches" e fu stampato a Digione da Darantière. Consta di 286 pagine suddivise in tre parti; la prima a sua volta è ripartita in sette capitoli. Alla fine del testo vero e proprio è aggiunta la solita raccolta di sedici stimolanti lettere di apprezzamento.
Sedici sono anche le eliografie monocromatiche fuori testo, incise dal maestro Jim Black, pseudonimo del belga Lafnet: illustrazioni libere, eloquenti e deliziose, tutte sulle tematiche della sculacciata e del clistere.
Dalla prima parte di questo piacevole romanzo, ecco alcuni passi tradotti dal francese, che speriamo possa rendere il clima dei favolosi anni Trenta.

In fondo al  giardino, discretamente, stava la pensione. Si trovava in quartiere di Parigi che era stato uno dei più vivi. A turno tutti i quartieri di Parigi muoiono, senza che si sappia il perché.
Montmartre ha sostituito il Boulevard per essere a sua volta sostituito da Montparnasse.
Family house mostrava la sua discreta facciata in un quartiere morto. Non meno discreta era la sua direttrice (la “Signora Direttrice”) che accettava solo pensionanti di sesso femminile. [...]
Una sera era andata a teatro in compagnia dell'amica bionda; alcuni problemi avuti con i mezzi di trasporto le fecero rientrare molto tardi. "Brrr!" disse Eleonora, "cosa racconteremo alla Signora?" "A voi, mia piccola gatta, a voi tirerà tutt'al più le orecchie, perché siete nuova della casa; ma io penso proprio che prenderò una buona sculacciata!" "Cosa?" Voleva protestare la rossa amica della bionda. Ma era troppo tardi. Erano già nel corridoio; una porta aperta mostrava la scrivania illuminata della Signora Direttrice che, durante l'attesa, interrogò immediatamente le giovani: "Ebbene. signorina Fiorine, è questa l'ora di rientrare?"
"Oh. Signora, non abbiamo fatto molto tardi".
"Che importa! E sufficiente che l’ora sia passata. Entrate un po' qua che voglio rinfrescarvi la memoria in merito all'orario entro il quale dovreste rientrare".
Eleonora si trovò così, sospinta da Fiorine, nell'ufficio dove accadde l'inimmaginabile!
La Signora fece piegare sulla vita la bionda, in rapida successione sollevò il mantello di seta e la lunga gonna da teatro e Eleonora ebbe sotto gli occhi le cosce nude di Fiorine ed il suo ampio culetto imprigionato in un paio di strette mutandine, simili a un perizoma.
Con entrambe le mani allentò la cintura elasticizzata delle piccole mutandine, liberando le rotonde masse carnose dalla sottoveste.
Quello che rendeva la rossa ancora più stupita, era il fatto che la bionda compagna non facesse alcun movimento per protestare contro quell'indecente denudamento.
Eleonora certo aveva già avuto occasione di vedere amministrare una sculacciata ma di solito, con le monelle, si agiva molto più rapidamente, si sollevava vestito e gonna con un solo movimento e, senza abbassare le mutandine, le si correggeva.
La sculacciata impartita dalla Signora Direttrice  differiva da quella impartita alle ragazzine; invece di un rapido battere della mano in mezzo al sedere, ella procedeva con metodo e vigore, sculacciando alternativamente ciascuna natica. Pif! Paf! - Pif! Paf! La pelle del bel culetto si arrossava. Pif! Paf! - Pif! Paf!
Cadevano le sculacciate. Alla lunga, le natiche finivano per bruciare; le cosce si serravano, le natiche s'increspavano e i due globi si riempivano di chiazze molto rosse circondate da aureole che degradavano sino al pallido. Le natiche serrate venivano a questo punto sculacciate dalla Signora su tutta la loro superficie. Non vi erano più zone chiare, ma un bel colore scarlatto uniforme.
"Ecco! Ecco, ecco!" disse la Signora Direttrice amministrando le ultime tre sculacciate sul culetto cremisi “ti serva da lezione per la prossima volta”. Fiorine, rapidamente riaggiustatasi, come precedentemente aveva sospinto la compagna Eleonora nell'ufficio, con altrettanta lena la spinse verso la scala. Quando furono all'altezza delle camere, la rossa ebbe un sussulto mentre frugava nella sua borsa: "Oh! Devo aver perduto la chiave o forse l'ho lasciata da basso". Fiorine, che aveva già aperto la porta guardando verso il basso dalla rampa delle scale, disse allora: "L'ufficio della Signora è già chiuso. Sarà meglio, credimi, che tu non scenda. Se l'hai lasciata da basso la ritroverai domani; se l'hai perduta ne faremo fare una nuova. Per questa notte ti offro ospitalità. Tutti dormono ormai e la Signora Nathalie non ama per nulla i rumori che la risvegliano di soprassalto".
Eleonora non ebbe alcuna esitazione. Fiorine, del resto, era una ragazza come lei. Entrò nella sua camera. La bionda si stava già spogliando, volgendole la schiena. Il suo scopo era quello di mettere al massimo dell'agio la propria compagna e, in poco tempo, rimase solo in calze di seta e con la corta camicia. Tolse in seguito le calze poi, davanti allo specchio, cadde la camiciola.
Il mappamondo, centro orgogliosamente arrotondato  del   suo corpo,  era ancora rubicondo.
Volse un poco il capo al di sopra delle spalle per vederlo ma, non riuscendo nell'intento, si girò leggermente verso lo specchio: "È ancora rosso, vero? Una vera fortuna che sei una nuova; senza quest'attenuante saresti passata anche tu attraverso la piccola sculacciata! E nel regolamento! Divertente, vero? Maud e Mad le prendono regolarmente tutti i venerdì".

[... Dopo aver ottenuto il diploma, la nostra eroina esordisce nel mondo del lavoro...]

La fioraia del quartiere cercava un'apprendista. Per giunta retribuita. Fioraia? Ebbene sì, era una tentazione. Vivere tutta la giornata fra deliziosi colori e buoni profumi mi sembrava un buon mestiere. Poi mi allettava il pimpante abito delle fioraie. La giacca con le maniche lunghe dai colori chiari, la piccola gonna corta pieghettata e, soprattutto, le scarpe di vernice e le minuscole calze nere da indossare sotto i collant. Fui presentata ed accettata, ma non ebbi subito la divisa tanto agognata. Al mio esordio dovevo indossare il camice nero della scuola e, in quanto alle calzette, la padrona giudicò che ero ancora troppo giovane per indossare dei collant. Trovava fosse carino avere un'apprendista con i polpacci nudi in negozio.
In luglio iniziai il mio lavoro; faceva caldo ed al mattino spesso toglievo il mio abito rimanendo, sotto il nero grembiule, con indosso le sole mutandine bianche che fasciavano le mie natiche aderendovi strettamente. Di solito evitavo di rimanere nel negozio così agghindata per servire i clienti, in quanto i due lembi del grembiule, anche se chiusi, erano troppo indiscreti e audaci. Ma la padrona aveva degli intimi che potevano entrare in serra, luogo ove confezionavo i mazzi di fiori e dove annodavo i grossi nastri colorati che venivano in seguito applicati alle piante verdi. Questi intimi non erano clienti, ma parenti ed amici. Per le donne, naturalmente, il solo grembiule sopra ad un paio di mutandine non creava problemi.
La padrona mi chiamava 'la mia cara'. Fu  una di  queste  amiche,  una bella signora anch'ella fiorista in un quartiere vicino che, per gioco, aprì i lembi del mio grembiule e battendo leggermente quello che vedeva oltre le mie cosce nude, disse rivolta alla mia padrona: "Bene, spero che con questa tenuta non mancherai di sculacciarla, la tua cara apprendista!"
Non arrossii né mi mostrai vergognosa di questa sottolineatura, Era la verità. La fiorista aveva tutte le comodità e le occasioni per fare questo. Nella serra, lasciavo che mi denudasse, con la stessa docilità della quale avevo già fornito prova alle mie compagne di scuola. La testa posta fra le sue gambe, le mutandine abbassate, giocava tranquillamente con le mie chiappe, a volte espanse, a volte serrate sotto le sculacciate ed i pungenti morsi di una verga. Sapevo perfettamente dove le teneva le verche: in un ampio recipiente cilindrico di ferro, contenente un poco d'acqua sul fondo per poterle mantenere sempre fresche; spesso dovevo andare io stessa a cercarle, a volte invece, quando eravamo in negozio, mi ordinava calma: "Fila nella serra e preparami la verga (seguiva poi la rilevazione di un errore che avevo commesso); tra cinque minuti ti raggiungo e le tue natiche sentiranno!" Preparare le verghe era tutto quello che dovevo fare. Alla mia preparazione personale ci pensava la fiorista. Apertura della grembiule se era mattina, oppure sollevamento del vestito se ci trovavamo verso la metà del pomeriggio con conseguente sbottonatura delle mutandine, messa a nudo completa davanti e dietro fino in mezzo alle cosce e sollevamento della camicia sulla schiena. Con le natiche sostenute e nello stesso tempo spinte all'infuori da un suo ginocchio o dalla mano sinistra posta sotto il mio ventre, cominciavo a ricevere le sue sculacciate impartitemi lentamente; mi riscaldavano in poco; poi, quando picchiava forte e in rapida sequenza, pungevano e bruciavano. Mi contorcevo spingendo, mio malgrado, la schiena contro le bacchette. Quando mi aveva assestato tre colpi veramente forti che mi avevano rubato tre intervallati "ahi", sapevo che il castigo era giunto al termine e, rimettevo le mutandine per correre in negozio mentre lei rimetteva le verghe al loro poso, pronte per la volta successiva.
La sculacciata con le verghe era soprattutto una punizione del mezzo pomeriggio.
In negozio, infatti non si poteva udire nulla; cosa che non era possibile con una sculacciata manuale che quindi era riservata per quelle mancanze ed in quelle ore in cui non vi erano clienti. Le rose hanno le spine, e le fioriste i loro momenti di cattivo umore. La mia padrona, in quei momenti, prendeva in mano le verghe e, dopo avermi schiaffeggiata, denudato il culo e tenuta fra le sue gambe, mi segnava ancora più severamente le natiche, già arrossate, con un pugno di verghe. Dopo queste sedute ero veramente in pena e non osavo pensare a quando fosse stata veramente in collera in quanto, per quei momenti, aveva promesso di riservarmi un trattamento speciale: in quell'occasione avrebbe usato un mazzo di agrifoglio che mi avrebbe fatto sanguinare il sedere. Ero talmente spaventata da quella cosa conservata in magazzino che, appena possibile, incitavo i clienti ad acquistarla.
Quel genere d'articolo, stimolava energicamente il mio zelo di giovane venditrice e può essere per questo motivo che la padrona non mise mai in atto quella minaccia; devo aggiungere ad onore del vero, che non era neppure crudele e che quelle sculacciate quotidiane che mi somministrava erano per la padrona, penso, un grande divertimento. Venne il mese d'agosto, pesante e umido; nonostante il negozio fosse fresco, eravamo madide. Stavamo a gambe nude e la padrona, sotto al vestito non aveva che la camicia; si vedeva in trasparenza quando si metteva in controluce.
Ah! Si sarebbe dovuto sculacciare anche lei: aveva un sedere così ampio ed invitante! Ma lei non era una cara apprendista come me e, sculacciata, al contrario, finii per essere ancora io. Per la strada vi era una canicola micidiale e nessun passante, uomo o donna che fosse, si sarebbe azzardato a transitare. Il biancore della strada e dei marciapiedi era tale che chi li avesse guardati rischiava di restare accecato. La fiorista non aveva così alcun bisogno di mandarmi in serra ma, per prudenza mi portò nel profondo del negozio dove mi sfilò subito le mutandine. Eravamo al fianco della botte di ferro dove sempre erano tenute al fresco le verghe ed io non avevo indosso che il grembiule e la mia camiciola.
Essendo quest'ultima molto corta, avvertivo dietro di me le natiche completamente nude. La padrona però non si servì delle verghe. Si sedette dietro la cassa su di un'alta sedia che rialzò ancor di più, posizionandovi un cuscino e sulle sue gambe entrambe allungate mi fece sdraiare sul ventre di traverso sulle sue ginocchia.
Sciolto il nodo dei mio grembiule, tirando la camiciola che, detto fra noi, era cosa che non aveva alcun bisogno di fare, mise in piena aria le mie natiche ed io mi trovai denudata ed in ottima posizione.
La padrona non aveva occhi che per le mie rotondità callipigie. Arrogantemente una secca sculacciata impartita a piena mano e vibrata nel silenzio del negozio mi fece rispondere con una spasmodica contorsione. La fiorista, ridendo, aggiunse: "Tieni! Tieni! Tieni! Mia cara! Conosco, tieni, tieni, tieni, la musica, tieni, tieni, tieni, che ti fa danzare!"
Io non la privai del piacere dei miei singhiozzi.

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