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DAL GIORNO ALLA NOTTE

Con la dominazione si ottiene molto. Un sapiente bondage, una vigorosa sculacciata ed altre opportune punizioni ammorbidiscono  anche il carattere più ribelle.

Victoria Mercer, 24 anni, era stata sempre viziata per tutta la sua giovane vita. Ora suo padre, forse per qualche senso di colpa nei suoi confronti (tra affari ed amanti aveva dedicato alla figlia ben poco tempo) le aveva fatto una donazione che le consentiva di vivere più che lussuosamente senza far nulla per il resto della sua vita.
Tutto ciò le aveva rafforzato il proprio senso di totale sicurezza e di egoistica autosufficienza. Capelli color rame, faccia ovale, tipo medaglione, naso greco con narici sensuali, occhi da gatta grigio-verdi e una bocca petulantemente carnosa, sapeva di essere intensamente desiderata dai maschi e dalle femmine allo stesso modo, ma si era sempre trattenuta da qualsiasi coinvolgimento sentimentale con chiunque con un'astuzia volpina.
Il suo «io» si compiaceva nel sapere che un uomo sbavava per lei, che voleva a tutti costi portarla a letto, fingere di starci  e poi scaricarlo di brutto senza alcuna spiegazione. Se poi il poverino si era preso anche una cotta, meglio ancora.
Victoria viveva in un bellissimo attico prestigiosamente arredato situato vicino al famoso grattacielo di Chicago John Hancock, nel cuore del favoloso quartiere «Gold East». Le piaceva farsi vedere nei ristoranti più chic e costosi, a teatro e all'opera o in altri simili luoghi mondani, non tanto perché fosse padrona delle arti, ma semplicemente perché provava un segreto piacere nell'osservare le reazioni degli uomini al suo passare. Uno psichiatra l'avrebbe giustamente etichettata: «un'indomabile narcisista» e, per la verità, nei momenti di relax, Victoria amava divertirsi ammirando il suo corpo riflesso nei tanti specchi che decoravano le stanze, sontuosamente arredate, del suo appartamento.
Due settimane prima, alla rappresentazione dell'opera lirica «Manon» aveva incontrato un uomo piuttosto maturo, dai capelli grigi e dall’ aspetto distinto, elegantemente vestito e dall'apparente età di 50 anni. Era Philip Richton, dirigente di una importante azienda finanziaria di Chicago e così aveva deciso di prendersi gioco di questo uomo potente che pensava di potersi conquistare l’ennesima preda in poco tempo. Erano usciti due volte a cena e al termine della seconda cena lei l’aveva invitato a bere un drink a casa sua.
Appena seduti sul divano lei aveva finto indifferenza alla mano che l’uomo le aveva appoggiato sulla coscia mentre la conversazione fluiva. Poi egli, avvicinandosi ancor di più aveva tentato di baciarle il collo e a quel punto Victoria si era alzata di scatto:
«Signor Richton, come osi prenderti queste libertà, approfittando della mia ospitalità! Ti aspettavi forse che io cadessi nelle tue braccia e ti chiedessi di portarmi a letto? Sappi che sono troppo furba per essere ingannata dagli stupidi giochi degli uomini e che so benissimo quale è il tuo: l'approccio di tipo intellettuale. Mi dispiace, ma credo sia meglio che te ne vada, ora, e non ti disturbi nemmeno a chiamarmi più».
Lui l'aveva fissata a lungo, in silenzio, piuttosto sorpreso. Poi, riprendendosi, con un mezzo sospiro si era avviato alla porta e aveva detto con calma:
«Victoria ti faccio una predizione: prima della fine dell'anno tu mi implorerai di essere portata a letto!».
«Accidenti. Che bel presuntuoso - gli aveva risposto in tono canzonatorio - prima che ciò accada dovrà far freddo all’ inferno, bello mio e adesso vattene. E non sbattere la porta, quando esci!».
Tre sere dopo la sua scenata con quel maturo corteggiatore, Victoria sedeva sul suo lussuoso divano  con indosso una vestaglia bianca e si ammirava le rotondità belle sode delle sue tette, palpandole con amore con le dita lunghe ed affusolate. Improvvisamente gettò un grido di spavento, rimanendo a bocca aperta e con gli occhi spalancati per la sorpresa nel vedersi comparire davanti la figura alta e brizzolata del signor Richton, che era appena entrato usando la chiave.
«Tu... Cosa... Come...» balbettò.
«È molto semplice, mia cara! Si da il caso che io possegga vari di questi appartamenti nel condominio e, dal momento che sono anche supervisore delegato dei progetti di sicurezza e manutenzione, ho un passe-partout per ogni singolo appartamento nell'edificio. Sai, in caso d'incendio, di furto o catastrofe... Naturalmente tu non potevi saperlo. Tu non ti prendi mai la briga di frequentare le riunioni condominiali!».
«Hai una bella faccia tosta, ora vattene prima che chiami la polizia - gridò Victoria infuriata, alzandosi di scatto
«Se fossi in te non lo farei, mia cara». Così dicendo l'uomo aveva posato la valigetta ventiquattrore vicino al divano».
«Ascoltami bene…..».
Ignorando il suo gesto rabbioso e lo stridulo tono della sua voce, l'uomo rapidamente aveva già tirato fuori dalla tasca della sua giacca una lunga corda bianca e, con totale costernazione di Victoria, dopo averle violentemente spinto i polsi dietro la schiena, glieli aveva legati con mano esperta.
«Grida se vuoi, il tuo appartamento, lo so bene, è completamente insonorizzato» - sogghignò poi, con il sorriso di chi la sa lunga. E aggiunse:
«Dal momento che sembra piacerti tanto ammirare le tue bellezze, sono sicuro che non ti dispiacerà condividerle con un intenditore che le ammira quanto te, cioè me». Così dicendo prese dalla tasca un paio di forbici e si mise a tagliare la vestaglia  in modo da toglierle l’indumento anche se aveva le mani legate dietro  la schiena. Ecco che i possenti seni di Victoria apparvero senza più alcun ostacolo alla vista e al tatto dell’uomo che stava agendo con la massima calma mentre Victoria appariva sempre più isterica.
Cercò anche di dargli un calcio negli stinchi, ma lui si aspettava questa mossa  ed evitato il colpo con un agile balzo di lato, prese un'altra corda e, prima ch'ella potesse raccogliere le sue forze per reagire, le aveva legato le caviglie altrettanto fermamente come aveva fatto per i suoi polsi.
Poi, sollevatala di peso, l'aveva fatta inginocchiare sul divano.
«Sì, penso che così vada infinitamente meglio» - disse l'uomo strascicando le sue parole - «quando una puttana insolente come te è legata ed inginocchiata in questo modo, ciò suggerisce l'umiltà che le sarà presto insegnata».
«Oh, signor Richton, aspetta solo che mi sia liberata da queste corde e vedrai» - sibilò Victoria con la sua bella faccia contorta in una smorfia di odio furioso - «Tu sei così pieno di te che pensi di divertirti con me, vero? Ma ti prometto che andrai a finire certamente male con una bella denuncia per quello che mi stai facendo questa sera! Così divertiti finché puoi, fottuto bastardo figli di puttana».
Egli sogghignò. «Ecco che ora la vera Victoria sta venendo fuori...e dunque vedo che hai bisogno di una bella lezione che ti insegni la buona educazione e le belle maniere. Forse nessuno ti ha mai educato, nessuno ti ha insegnato come si sta al mondo e nessuno ti ha detto che i tuoi stupidi soldi non sono tutto. Per esempio i tuoi soldi non mi impediscono ora di fare di te tutto quello che voglio, di toccarti, di ammirarti nuda anche se non lo vuoi. Non ti preoccupare per le mutandine che ti ho lasciato, tra poco taglierò anche quelle, ma non per scoparti… ho ben altre intenzioni…. »
«Basta, lurido porco, non toccarmi, slegami subito e finiamola con questo gioco idiota di cui ti farò pentire amaramente…..». Victoria era diventata rossa di furiosa rabbia e vergogna perché capiva che l’uomo non stava scherzando e che non si sarebbe fermato.
Ignorandola del tutto, egli andò a prendere la ventiquattrore, l'aprì e tornò da lei con un bavaglio a palla e con mani esperte glielo inserì in bocca, poi la fece distendere sul divano.
«Così va meglio» - le disse - «Stavi distruggendo l'atmosfera con il tuo sporco vocabolario da pescivendola, mia cara».
Lei si rannichiò contro il divano e lo fissò con occhi spalancati e pieni di terrore. Ora per la prima volta in tutta la sua ovattata vita, Victoria  provava una mortale paura.
«Mff-ughh-mff...» gemeva cercando di chiedergli che cosa aveva intenzione di farle. Come se avesse capito, egli disse in tono canzonatorio: «Beh, mia cara, ho solo l'intenzione di fare avverare la mia predizione! Ed ora procediamo con le tue prime lezioni di umile sottomissione al tuo maestro e padrone – sì! – Victoria perché io intendo dominarti ed insegnarti l'ubbidienza, la docilità e la contrizione vendicando così, non ho dubbi, un sacco di uomini meno fortunati e con meno fegato di quanto ne abbia io, che hanno preso per vangelo le tue vane chiacchiere e non sono riusciti a vedere ciò che tu veramente sei, un'egoista piccola discola che ha bisogno di una bella punizione».
Nessuno aveva mai osato parlarle con quel tono prima di allora ed ella era come pietrificata con il suo cuore che le batteva selvaggiamente.
«Prima di tutto» - egli dichiarò come se stesse tenendo una lezione di logica filosofica, - «devi imparare il significato del dolore per mettere più a fuoco la tua egocentrica visione di te stessa».
Egli studiò per un momento la sua faccia contorta e rabbiosa poi continuando su quel tono professorale disse:
«Quando sono entrato ti ho scoperta mentre ti ammiravi le tette. Cominciamo con queste, dunque, in un modo che te le farà riconsiderare non tanto come strumenti d'amore, ma piuttosto come fonte di dolore, sì perché a questo mondo esiste anche il dolore. E’ nel dolore che si scoprono certe verità profonde!».
E così dicendo, da un risvolto della sua giacca tirò fuori due pinzette a morsetto e le tenne in alto nell'aria; poiché Victoria miagolando di terrore era indietreggiata, egli la prese per la nuca con la mano sinistra e premendo con l'altra mano sull'estremità di una delle pinzette fece aprire e chiudere la sua mascella attorno alla scura areola del capezzolo sinistro.
«EeeemmmmffT. Oooo-oooo. Uuuuuuuhhhhh» gemeva la ragazza mentre le prime lacrime le salivano agli occhi ed il suo corpo si contorceva e si dimenava cercando di liberarsi dal feroce morso della piccola pinzetta.
Ma prima che lei potesse abituarsi a questa nuova straziante sensazione fisica, Philip Richton le aveva applicato la seconda pinzetta al capezzolo destro e poi, mentre quella piangeva e singhiozzava, ne aveva tirate fuori parecchie altre.
Lentamente gliele mise tutte mordendo la carne soda delle sue tette e facendo come un cerchio attorno alle due pinzette che erano ben salde sul capezzoli. Poi realizzò un piccolo capolavoro prendendo da entrambe le parti due ciocche di capelli e fissandole a due pinzette poste sulla parte esterna delle sue tette cosicché il più piccolo movimento della sua testa le causava immediate fitte di laceranti e pungenti dolori. Ed ora le lacrime di Victoria, in piena angoscia e completamente indifesa, davvero cominciavano a scorrerle lungo le guance.
Osservando il suo miserevole stato, l'uomo le disse:
«Ora penso che un momento di seria riflessione e meditazione sulla tua situazione sarebbe psicologicamente appropriato, mia giovane signora».
Recatosi in cucina, ritornò con un basso sgabello a gradini sul quale decise di porla, ma prima si accinse alla dolorosa - per Victoria, s’intende - operazione di toglierle le pinzette. Iniziò da quelle sui capezzoli e ogni pinzette tolta fu una lunga sequenza di lamenti che il bavaglio a pallina trasformava in sordi mugolii.
Tanti segni rossi sulla candida pelle dei seni indicavano i posti dove erano state applicate le pinzette e su essi le mani vigorose dell’uomo insistettero con massaggi e palpeggiamenti che ora stavano mettendo a dura prova il senso di pudore della donna che era passata da uno stato di sofferenza fisica ad uno di umiliazione fortissima.
Sentire su di sé quelle mani senza poter opporre alcuna resistenza!
Sentirsi in balia di quell’uomo!!
Mai aveva provato sensazioni così spiacevoli!!!
L’uomo la prese in braccio - che strana impressione……sentirsi in braccio di un uomo…. - e la depose sullo sgabello. Procedette a slegarle per un istante i polsi per legarli subito lungo il busto della donna e con i polsi assicurati alla parte superiore dello sgabello.
Poi, fatto qualche passo indietro per contemplare il suo capolavoro, osservò:
«Ora, dal momento che ovviamente ti consideri un sex-symbol, voglio farti concentrare su quella parte del tuo corpo che  così spesso neghi agli uomini solo per divertirti alle loro spalle. Ora mi divertirò io a vedere le tue reazioni».
Di nuovo la ragazza si lamentò ed emise suoni inarticolati, mentre l’uomo procedeva a farle passare la corda sotto il suo inguine appena coperto dagli slip attillati su su fino alla corda disposta in senso orizzontale attorno ai suoi fianchi ed i suoi polsi. La corda le irritava la sua tenera intimità e la povera Victoria si dimenava e si inarcava senza pausa cercando di cambiare la propria improvvisa posizione per trovare scampo alla straziante crudeltà dello sfregamento e della costrizione a cui l'insidiosa corda la sottoponeva.
«Tra poco passeremo ad altro, ma per il momento goditi questa corda, senti come penetra nel tuo sesso. Hai voluto fare la furba e ti becchi questo bel trattamento che è appropriato per una “cock-teesen” (una beffatrice di cazzi) come te».
A sentire questo termine osceno che era così in disaccordo con i suoi modi soavi e professionali, Victoria emise un miagolio, ma di nuovo egli lo ignorò e per tutta risposta tirò forte sulla corda tesa sul suo ventre e che passava attraverso il suo cavallo. Lo fece ripetutamente e con varie intensità sì da mettere a durissima prova la resistenza di Victoria sia sotto il profilo psicologico che fisico. Quella corda la stava massacrando e sentiva la sua micina in fiamme e il clitoride gonfio per i continui sfregamenti e pressioni.
Mister Richton decise di cambiare tattica e tolte le corde che avvincevano i  suoi polsi allo sgabello, la sollevò ancora prendendola in braccio e portandola in giro per la stanza come fosse una bambina. La posizione ricurva in cui si venne a trovare portò un po’ di sollievo alla sua micina perché la corda non risultava più tesa e maledettamente inserita dentro di lei. Poi la depose sul divano a pancia in giù sedendosi a fianco della donna per ammirare e toccare quel corpo indifeso. Le palpò con calma le natiche piene e sode ancora solo parzialmente ricoperte dalle mutandine e ancora strette dalla corda.
«Ora mia piccola capricciosa bambina ti castigherò come si faceva con le monelle disubbidienti e mocciose. Sai come si punivano? Su dillo!  Ahhh …. Già non puoi parlare perché hai la pallina in bocca, ma è sempre meglio una pallina di gomma piuttosto che qualche altro arnese…. vero??? ».  - e nel dire questo piantò su una sana risata sarcastica.
Victoria si sentiva sempre più morta, indifesa, vinta, sconfitta da quell’uomo che con calma la  stava umiliando ed assoggettando. Il suo sguardo denotava un misto di ribellione e di rassegnazione, un misto di rabbia e di mite implorazione!
E le audaci, imperdonabili libertà che egli si prendeva con lei, fregandosene assolutamente del fatto che una volta partito ella avrebbe potuto farlo arrestare e farlo accusare di atti criminali, tutto questo la lasciava profondamente sconvolta e dava al suo «io» una brutta sensazione di insicurezza e di precario equilibrio, così nuova per lei, che era quasi devastante per la sua arroganza e la stima di se stessa. Soprattutto mai avrebbe pensato che un uomo potesse osare tanto e non temerla!
«Allora hai indovinato cosa ho in serbo per te, mia cara Victoria?» - insistè mentre le sue dita  esploravano ogni centimetro di tutte e due le sue frementi rotondità inferiori, fino al compimento della sfacciata ed oscena manovra di spingere lentamente il suo dito indice, scostando corda e mutandine, in mezzo alla stretta fessura, fra i glutei. «No, non hai ancora indovinato?... allora non perderò tempo nel farti smontare la tua comprensibile curiosità oltre misura».
Così dicendo, egli alzò la sua mano destra e, tenendola per un lungo momento sospesa nell’ aria mentre, con la testa girata, la ragazza tentava di vedere cosa le stava per succedere, improvvisamente la fece calare con un colpo secco sulla natica.  Un enfatico “smack” risuonò nella stanza per il colpo che le appiattì l'elastica carne della sua chiappa destra tutta nuda.
«Mfff-ahhhh-ouuuu-mmffff-gggggg» gemette la ragazza, un po' per l'indignazione, un po' per lo sconforto. «Questo era solo un blando assaggio, Victoria, e sta pur sicura che riceverai tutto ciò che io reputo ti sia dovuto prima di fermarmi! Dopo questo trattamento ti toglierò il bavaglio per vedere se il tuo atteggiamento è cambiato in meglio. Preparati!» La sua voce aveva assunto un tono dominante e secco, i suoi occhi si erano fatti piccoli piccoli, mentre la sua mano destra si sollevava di nuovo nell'aria.
Da lì discese violentemente proprio in mezzo all'altra chiappa di Victoria e le sue gambe furono scosse da un'involontaria reazione, tanto pungente era la sensazione che provava. Alternando metodicamente i colpi ora su una chiappa ora sull'altra, a cominciare dai fianchi per scendere giù fino alle deliziose curve delle cosce, Philip Richton la sculacciò con tutta la forza del suo braccio. Quando la ragazza si scuoteva o si dimenava, la corda che le mordeva la figa e la fessura rettale la puniva, sembrando così aggravare ed aumentare l'irritante calore che si sprigionava ogni volta dalle apparentemente infinite ripetizioni delle sode sculacciate che subiva. Si fermò per alcuni istanti alla centesima sculacciata per poi riprendere per altri cento colpi e fermarsi solo quando il suo culetto era ormai diventato di un omogeneo rosso ardente, dal fondoschiena giù giù fino alla parte superiore delle sue cosce.
Dopo averla lasciata mugolare per cinque minuti buoni, le prese il bavaglio e glielo tolse dalla bocca: «Bene, ed ora come la mettiamo, mia giovane signora?», le disse quasi a volerle suggerire una risposta.
«Oh, mio D... Dio non posso s... sopportarlo più…. ohh abbi pietà di me; che cosa vuoi ... mi dispiace  se  sono  stata sgarbata con te...» piagnucolò.
«Così va già un po' meglio, ma sembra che tu ne abbia bisogno ancora» - sogghignò con aria molto severa l’uomo.
«Nooo per carità… ti prego… sarò buona e ubbidiente, ma non darmene di più… mi sembra di morire.. ho il corpo che non lo sento più… è tutto un dolore…. ahh i  miei poveri capezzoli… sono tutti doloranti.. sei stato veramente crudele con me e poi … questa sculacciata… ho il sedere che mi brucia… mi hai spellata viva con quelle mani…...»
La magia della dominazione aveva operato meravigliosamente in Victoria Mercer, trasformandola completamente nel giro di qualche ora!!
Una parte del merito andava anche a quella corda. Lo sfregamento della corda contro la sua  fighetta, assieme al calore sprigionatosi dalla violenta sculacciata l'aveva fatta tremare e dimenare nei modi più voluttuosi e, quando lui si chinò su di lei, Victoria gli disse con un filo di voce: «Per favore  f... fai q... quello che vuoi di me. p... portami a letto con te, ti prego...».
«Così va ancora meglio!».
Poi, per provare la sua completa capitolazione, la bellezza dai capelli color rame vergognosamente gli sussurò, distogliendo però la propria faccia rossa di pudore dalla sua:
«Per favore, Padrone, tieni a portata di mano il bavaglio di gomma, cosicché se farò la cattiva mi potrai punire senza che io possa chiederti di fermarti...».
«E questa, carissima Victoria, è la cosa migliore che potessi dire. Ne hai fatti di progressi!» - le disse ridendo, mentre la faceva rotolare su un fianco, per liberarla del tutto della corda e delle mutandine ormai tutte fradice…..



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