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FESSEE A CAUSE DE CHOMAGE
di Max Horber
traduzione Paul Stoves

-    “Com’è delizioso questo bel sederino che sto per castigare… e come trema già, prima ancora che io cominci a sculacciarlo… è tutto coperto dalla pelle d’oca, lo sai?”
Le sue dita s’insinuarono nella fessura, esplorandola in tutta la sua lunghezza, aprendo, spalancando, richiudendo e poi aprendo di nuovo fino a smarrirsi fra le mie cosce e sotto il ventre per poi risalire nuovamente alle natiche che questa volta Gwladys iniziò a correggere. La prima dozzina di sculacciate mi fece più paura che male… ma presto la cadenza s’accelerò.
-    “Tieni, tieni!”, esclamava la mia sculacciatrice, “fallo saltare a dovere questo sederino…dimenalo pure quanto vuoi… sbatti pure i tuoi piedi l’uno contro l’altro… spalanca tranquillamente le gambe… io ti sculaccio come e quando voglio, bella mia… la senti la mia mano come suona bene sul tuo culo… è così che si sculacciano le ragazzine maleducate e le studentesse impertinenti…”.
Io, gridavo, piangevo, mi dimenavo, scalciavo l’aria senza poter toccare terra coi piedi, spalancando e serrando cosce e natiche, sollevando a scatti il sedere incurante di quel che potevo mostrare.
La sculacciata cessò di colpo, senza preavviso.
Gwladys mi fece rialzare ed io rimasi in piedi, la bocca aperta, gli occhi gonfi di pianto, le mani premute sul mio culetto, in un infantile atteggiamento di protezione.
-    “Vai a rimirarti nello specchio”, m’ordinò.
Obbedii e… stentai a riconoscermi.
Il mio corpo nudo rivelava in pieno i suoi diciott’anni ma, i miei occhi lacrimanti, il viso rosso e congestionato, i movimenti, l’atteggiamento, erano quelli tipici della ragazzina appena punita e costretta alla ragione.
-    “Girati”, ordinò Gwladys, “osserva bene il tuo culetto… sporgilo in fuori per vederlo bene fino alla base… allora, come ti sembra? Rispondimi quando t’interrogo!”
-    “Oh, signora… è spaventoso… com’è rosso… e quanto mi brucia…”.
-    “Come? Per così poco? Una breve sculacciata di prova impartita con la sola mano nuda… come quelle che s’amministrano alle bimbette di quattro anni… allora cosa dirai quando ti sculaccerò con la spatola o quando ti frusterò col martinet? Intanto vai a metterti in penitenza anche tu come Déborah, inginocchiati davanti allo specchio e restaci finché non ti chiameremo per recarci a tavola. Quanto a te, Déborah, ora puoi rialzarti… infilati una blusa ed un grembiulino e vai a preparare per il pranzo”.
Déborah si rivestì come la sua padrona le aveva ordinato.
Davanti, ora, il suo aspetto era inappuntabile ma dietro…, sotto il nastro che legava in vita il piccolo grembiule, il suo sconveniente culetto continuava a fare bella mostra di se.
-    “Vado in cucina, Signora”, mormorò umilmente.
-    “D’accordo… ma prima recati a ritirare la posta!”
-    “Oh, Signora… la prego… non mi faccia uscire sino al cancello in questa tenuta…”.
-    “Ubbidisci immediatamente”.
-    “Ma se dovesse passare qualcuno quando mi giro per rientrare in casa?”
-    “Comprenderanno che sei una cameriera disobbediente e che i tuoi padroni, per punizione, hanno dovuto sculacciarti di santa ragione”.
-    “Ma Signora…”.
-    “Non c’è ‘ma’ che tenga: obbedisci subito se non vuoi che ti faccia togliere anche il grembiule per esibirti anche lungo il tragitto d’andata… oltre a quello di ritorno!”
La poverina uscì e dopo un paio di minuti fece ritorno, tutta rossa ed affannata.
-    “Che bisogno c’era di correre tanto…forse il cane ti ha morso sulle chiappe?”
Déborah non rispose e sparì in cucina arrossendo sino alla punta delle orecchie.
Gwladys lesse la sua corrispondenza, quasi dimentica della mia presenza.
-    “Bene, bene” disse ad alta voce rivolta a se stessa, “ecco qui una lettera di Edvige e Corrado che mi annunciano una loro prossima visita…” poi, ricordandosi all’improvviso di non essere sola, aggiunse:
-    “Tu conosci i miei amici? Non ancora, vero? Una simpatica coppia, credimi, sono certa che saranno lietissimi di fare la tua conoscenza… intima. Inoltre, se hai qualche problema di salute, potrai rivolgerti tranquillamente ad Edvige che è un’ottima infermiera, specializzata in terapie… liquide”.
Finsi di non capire pur sentendomi morire per la vergogna e per l’angoscia. Per mia fortuna, a togliermi dall’imbarazzo ecco rientrare Déborah la quale annunciò che il pranzo era servito.
-    “Mio marito resterà fuori fino a questa sera”, annunciò Gwladys “così saremo sole tu ed io… ma che c’è ragazza mia, non ti vedo a tuo agio…”.
-    “Oh, Signora, come posso recarmi a tavola con lei in questo stato?”
-    “Intendi dire nuda o… quasi? Ma vedi, mia giovane amica, anche questo fa parte della tua preparazione, la prova di benvenuto, ricordi? Tuttavia, se il sederino ti brucia ancora ed hai timore di appoggiarlo direttamente sulla sedia impagliata, ti permetto di usare un cuscino per tua comodità. Come vedi, non sono una maestra così severa quale sembro.
Il pranzo si protrasse in un clima di cordialità affettuosa ed eravamo alla frutta quando il telefono squillò.
-    “Il signor Luciano”, annunciò Déborah con aria di sussiego e trattenendo il ricevitore nella mano continuò “desidera sapere se la signora Sandra è qui”.
-    “Passamelo”, ordinò Gwladys prevedendo il mio gesto istintivo poi proseguì “buongiorno Luciano, sì, Sandra è accanto a me… stiamo terminando di pranzare… e lei, dove si trova? All’ufficio di collocamento? Non capisco… ah, stamattina è stato congedato dall’esercito e ora è in cerca di un impiego anche lei… buona fortuna, allora… sì, capisco, anche per voi uomini la disoccupazione è un bel problema… senta, perché non viene a cene da noi anche lei questa sera… ma no, nessun disturbo mi creda… avremo modo di discutere del vostro problema, suo e di Sandra intendo, allora intesi, facciamo verso le diciannove e trenta… come? Sandra? Ma certo che sta bene… come può stare del resto una ragazza che ha appena ricevuto una sculacciata… No, Luciano, non le ho tolto le mutandine… l’ho costretta a sfilarsele da sola… sì, esatto, lei è un giovanotto molto perspicace… a parte le calze ed il reggicalze Sandra è ancora tutta nuda, sì, proprio come mamma l’ha fatta… ma certo che potrà vederla in questo stato stasera quando verrà, non dubiti… tanto che ci sarà anche mio marito ed intendo presentargliela nella sua nuova veste d’allieva punita… mi spiace, Luciano, ora non posso passarle la telefonata, non credo che Sandra sia nelle migliori condizioni per sostenere una conversazione… è quasi sconvolta per la vergogna e sta piangendo senza ritegno… allora a più tardi, Luciano, arrivederci”.
Riattaccò il ricevitore mentre, nello stesso istante, un fragore di stoviglie infrante esplose giunse dalla cucina. Adesso era Déborah a sciogliersi in lacrime mentre Gwladys, senza proferire parola, estraeva un martinet da un cassetto del comò e lo deponeva sul ripiano del tavolo.
La mia vergogna, per la precedente conversazione telefonica fra Gwladys e Luciano stava scomparendo e tutti i miei sensi si concentravano sulla nuova ed imminente punizione del sedere di Déborah.
-    “No, Signora, la prego… non mi frusti… sono ancora dolorante per la punizione di stamattina… non l’ho fatto apposta…”.
Gwladys, s’alzò, le assestò due schiaffi sonori sulle guance e passò dietro di lei.
-    “Poche storie, Déborah… piegati sul tavolo, svelta! Di più… sporgi bene in fuori il culo… sei consapevole, vero, dell’indecente tua postura…? Osserva, Sandra, da qui puoi vedere meglio… e tu, svergognata, tieni chiuse le gambe se non vuoi mostrarci la peluria della fica!”
Gwladys sollevò il frustino e ne fece roteare il manico.
Rapidamente le corregge s’attorcigliarono su se stesse per poi ricadere a pioggia, con un rumore secco e crepitante, sull’epidermide del culetto di Déborah. Le natiche sobbalzarono e la ragazza punita lanciò un urlo strozzato. Nuovamente il braccio si levò ed il frustino, questa volta, rimase dritto e fermo con le lacinie penzolanti pronte ad abbattersi. La fustigazione delle natiche di Déborah prese un ritmo regolare e cadenzato. La pelle arrossiva rapidamente, striandosi in ogni direzione. Di fronte ai miei occhi sgranati, il sedere di Déborah appariva come un cocomero rigonfio attraversato da serpentelli neri e sibilanti che ne spremevano, a poco a poco, il dolce succo. Quando tutta la superficie fu coperta da una patina scarlatta, Gwladys interruppe la correzione per contemplare la sua opra. A lungo, dopo l’ultimo passaggio della sferza, il culetto fustigato continuò a sobbalzare ed a fremere esibendo, senza ritegno, le più intime grazie femminili fino all’estrema profondità del solco mediano.
-    “Ne hai avute a sufficienza, ragazza mia?” chiese Gwladys facendo rialzare Déborah dall’incomoda posizione. Pensa che hai venticinque anni compiuti e ancora mi costringi a castigarti come una monella disobbediente! Fino a che età dovrò continuare a sculacciarti? Avanti, rispondi!”
-    “Oh, Signora, la prego”, gemette la ragazza con gli occhi intrisi di lacrime, “non mi umili con questi rimproveri… essi bruciano quasi quanto le sue sculacciate…”.
-    “D’accordo signorina, come vuoi tu, ma t’avviso che alla prima mancanza, per piccola che sia, sarà William ad occuparsi questa sera del tuo insolente culetto. Ora termina di sparecchiare la tavola e riponi il frustino: attenta a non combinate altri guai!”.
Déborah uscì, massaggiandosi energicamente a piene mani le carni martoriate delle natiche. Gwladys, si accese una sigaretta e la fumò in silenzio, assorta nei suoi pensieri. Quanto a me, la visione prolungata ed ossessiva delle nudità fustigate ed arrossate della cameriera m’aveva posto in uno stato d’acuta e nervosa eccitazione.
-    “Ora è giunto il momento di iniziare il nostro corso regolare di lezioni. Sandra, vuoi seguirmi nello studio?” Proferì Gwladys.
Io obbedii meccanicamente, occupando posto in uno dei banchi, la mente ancora vagante dietro l’immagine dell’umiliazione di Déborah. Fu il contatto col legno fresco sotto il mio culetto nudo a richiamarmi alla realtà.
-    “Vieni alla lavagna” m’ordinò la Maestra.
Nuda com’ero, mi sentivo debole ed indifesa, certa d’incappare, al minimo errore, in una nuova sculacciata: la mia prima vera punizione scolastica… il comportamento e le attitudini di ragazzina sembravano predispormi al castigo e Gwladys non mancò di farmelo notare.
-    “Sei una scolara, una piccola scolaretta costretta a mostrare il culetto alla Maestra… non dimenticarlo mai!”
-    “Sì, Signora”, mormorai a capo chino, gli occhi bassi e le vampate al volto.
-    “Chiamami Signora Maestra, capito? Da ora in poi, dovrai farlo sempre… durante le lezioni”.
Assentii con la testa ma l’abitudine era dura a morire e ripetutamente dimenticai di usare il dovuto e richiesto appellativo.
-    “Scrivi alla lavagna la parola – spanking – s, p, a, n, k, i, n, g, brava, sai tradurla per caso?”
-    “No, Signora…”.
-    “Ancora soltanto ‘Signora’?… Avvicinati, signorina, ti avevo avvertito…”.
-    “Oh, no, Signora Maestra, la prego…”.
-    “Avvicinati, ho detto, ora ti tradurrò io il vocabolo – spanking – e sono certa che non lo dimenticherai più, così come non scorderai di appellarmi come devi… spanking significa ‘sculacciata’, scu-lac-cia-ta, come quella che sto per impartirti…”.
-    “Signora… Signora…”, urlai.
-    “Ancora e solo ‘Signora’… dunque sei proprio incorreggibile… vedrai che trattamento si prepara per questo bel culetto…”.
-    “Oh, Signora Maestra… mi perdoni, sono tanto confusa… la prego… non mi sculacci… non mi faccia male…”.
-    “Al contrario, io intendo agire per il tuo bene… facendoti guarire dalla tua indisciplina…”.
Per la seconda volta nella giornata, mi trovai distesa di traverso sulle ginocchia di Gwladys… ero tutta tremante e singhiozzante.
-    “No… no… no…”.
Con uno sculaccione bene assestato la mia Maestra mi fece intendere che, cercando d’impietosirla, perdevo il mio tempo. Con mano implacabile, ella fece cadere sul mio culetto indifeso un’autentica raffica di sculacciate che invano tentai di parare con le mani o di schivare agitando le natiche a più non posso cercando anche di scivolare giù dal grembo sul quale, Gwladys, mi teneva inchiodata col suo braccio sinistro.
-    “Ecco fatto”, annunciò mentre il suono dell’ultima sculacciata echeggiava ancora dentro le mie orecchie, “ora dovrei obbligarti alla penitenza nell’angolo, come faccio di solito con le mie allieve, ma si è fatto tardi e penso che mio marito ed il tuo fidanzato siano già arrivati… quindi, rientriamo in salotto, sconterai di là la tua penitenza”.
Trovammo Luciano e William già comodamente seduti sul divano, mentre Déborah serviva loro l’aperitivo esibendo le sue provocanti nudità posteriori ad ogni… virata di bordo. Quando Gwladys mi fece entrare nel soggiorno, una duplice esclamazione fu emessa dalle labbra degli uomini.
La mia vergogna era all’apice e la presenza del mio fidanzato non contribuiva ad attenuarla. Mi sentivo come una collegiale in penitenza: quella che ha perduto tutta la sua dignità d’adolescente per essere sottomessa ai capricci di un’istitutrice autoritaria e poco propensa all’indulgenza. Ero ritornata la scolara alla quale s’impone, per la minima disobbedienza o indisciplina, una messa a nudo – più o meno integrale – per la correzione di rito.
William m’osservava con molta attenzione e nella speranza di scoprire, senza dubbio, in un mio movimento malaccorto, le parti più intime della mia sessualità. Il suo sguardo spaziava dalla mia testa ai piedi, rivelando un vivo interesse per ogni porzione della mia anatomia: dal viso in lacrime ai seni, al ventre che non osavo nascondere con la mano temendo, da parte di Gwladys, una nuova punizione a base di sculacciate. Luciano mi divorava anch’egli con gli occhi ma nel suo sguardo avvertivo qualcosa di più e di diverso da un semplice desiderio di scoperta.
-    “L’hai già sottoposta a punizione corporale?”, domandò William alla moglie.
-    “Sì, caro, avrei voluto evitargliela almeno il primo giorno ma la ragazza si è mostrata talmente ostinata nel rifiutarsi di chiamarmi ‘Signora Maestra’ che mi ha letteralmente esasperata, costringendomi a sculacciarla”.
-    “Conoscendoti bene, immagino che le sue natiche siano tuttora molto arrossate…”.
-    “Mostrale!”
-    “Oh, Signora… la supplico…”.
-    “Ancora disobbediente, a quanto vedo”, ciac… ciac… “voltati subito se non vuoi che il rossore aumenti ulteriormente…”, ciac… ciac…
Sussultando ad ogni manata mi rassegnai a fare la giravolta esibendo al pubblico maschile il mio dolorante culetto. Afferrandomi per le spalle, Gwladys mi fece piegare la testa ed il busto profondamente, in modo che i presenti potessero ammirare fino in… fondo, la sua opera oltre, naturalmente, le mie grazie più intime e nascoste.
-    “Ottimo lavoro, cara, ho visto raramente un culetto arrossato, grazie ad una semplice sculacciata manuale, con tanta uniforme perizia… è chiaro che, in caso di recidiva, sarai costretta a ricorrere all’uso del martinet oppure alle ortiche”.
-    “Se sarà necessario, caro, non sarò certo io a tirarmi indietro… ma ora, facciamole posto fra noi… gradisci un aperitivo o vuoi passare direttamente a tavola, Sandra?
Per la seconda occasione nella giornata cenai tutta nuda ma, questa volta, Gwladys non mi offrì – né io osai chiederlo – un cuscino per proteggere le mie natiche infuocate dalla ruvida paglia della sedia.
Anche questo, senza dubbio, faceva parte della mia penitenza.



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