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IL PRIMO GIORNO DELL'ANNO
by Rubens
Era il 2 di gennaio, ma per me e per Manuela era il primo giorno
dell’anno…………
Il 31 di dicembre, ognuno a casa propria, abbiamo studiacchiato un
po’al mattino, giusto per tirare l’ora di pranzo ed infine, partiti per
incontrarci con gli amici, il tempo era volato. Se ci
aggiungi il fatto del cronico ritardo di alcuni amici, il traffico in
autostrada e la neve appena usciti dall’autostrada si può
facilmente capire come finimmo con l’arrivare piuttosto tardi in Valle
d’Aosta dove dovevamo passare il capodanno.
Solo il tempo di fare i cretini sulla neve (nè io nè
Manuela. sapevamo sciare) che era già l’ora di iniziare a
preparare la cena: tra mangiare, cantare davanti al caminetto,
giocare, brindare alla mezzanotte, chiacchierare, ridere e scherzare e
… furono subito le 4 del mattino. Andammo tutti a letto, ma le
più disparate suonerie dei cellulari, incoscientemente lasciati
accesi, ci svegliarono tra le 8 e le 8.30.
Anche se non del tutto lucidi, ma oramai ben svegli, sistemammo la
casa, mangiammo qualcosina e uscimmo tutti in gruppo per tornare
a giocare con la neve: così anche il primo dell’anno era
ormai trascorso.
Gli amici ripartirono prima che facesse buio e io e
Manuela. restammo soli in casa……..
La denudai immediatamente, non oppose la minima resistenza, anzi credo
che non aspettasse altro, le ordinai di risistemare la casa che
nel pomeriggio avevamo nuovamente messo a soqquadro. Per fare alla
svelta l’aiutai anch’io.
Un pasto frugale e senza troppe cerimonie, cioè io nel piatto a
tavola con le posate, lei nella ciotola per terra con la bocca: andammo
subito a letto, eravamo letteralmente distrutti. In due
giorni avevamo dormito sì e no 3 o 4 ore, perciò la
ammanettai, le diedi un bacino sulla bocca e la strinsi tra
le mie braccia per addormentarci immediatamente: erano circa le
20 – 21 del primo gennaio.
E giungemmo così a quello che era il nostro primo vero giorno
dell’anno, almeno dal punto di vista di padrone e schiava.
Avevo dormito in modo profondo e soave, aiutato dalla stanchezza del
sonno arretrato, ma anche dal dolcissimo calore del corpo nudo di
Manuela. che si era rannicchiata, come al solito, tra le mie braccia.
Da un bel po’ di tempo ero in uno stato di dormiveglia molto
riposante, mi rendevo conto di avere il corpo della mia suddita tra le
braccia e del calore del piumino che mi proteggeva dal clima della
zona, probabilmente c’era una forte nevicata, almeno a giudicare dal
rumore attutito dalle pareti.
Sicuramente era mezzogiorno passato da un bel po’, percepivo una
realtà ovattata, uno stato di beata gratificazione: sentivo
soltanto un solletichino sulla coscia che non mi infastidiva, anzi mi
piaceva quasi per la sua dolcezza, ma non riuscivo a definirlo.
Rimasi ancora per un po’ tra il sonno e la veglia e, man mano che
prendevo coscienza e mettevo a fuoco l’ambiente circostante, non tardai
a capire che ciò che solleticava con tanta soavità la mia
gamba altro non era che la morbidissima peluria della vulva di Manuela.
Alla fine presi il coraggio a quattro mani e, svegliandomi del tutto,
aprii gli occhi. La prima cosa che videro, furono quelli di
Manuela. neri e profondi, sinceri e dolci proprio come la sua anima.
Subito si affrettò a dire:
-“Ben svegliato padrone, la sua umile serva è pronta per
servirla.”
L’accarezzai con dolcezza e con altrettanta dolcezza le diedi un bacio
sulla bocca, poi le risposi:
-“Sei sveglia da molto, piccina?”
-“No padrone, solo qualche secondo - gli occhi erano già vispi,
ma lei al contrario di me si svegliava sempre all’istante – la
ringrazio per avermi concesso di dormire nel letto.”
-“Te lo sei meritato. Lo sai che se fai la monella ti punisco, ma se
sei brava ti premio?!”
-“Sì, padrone, lo so, e la ringrazio.”
-“Adesso riposiamoci ancora un pochino.”
-“Sì, Padrone.”
Chiudemmo gli occhi entrambi, restando in ascolto del silenzio, rotto
solo dal rumore del vento che all’esterno sbatteva contro la struttura
della casa. Trascorse così quasi mezzora, poi
mi resi conto che di questo passo sarebbe arrivato il 3 di gennaio e
noi saremmo stati ancora a letto, perciò aprii gli occhi
e, con l’indice della mano destra, diedi un piccolo colpetto alla punta
del naso di Manuela. dall’alto verso il basso dicendole:
-“Forza, pigrona, è ora di servirmi.”
Manuela aprì di scatto gli occhi e rispose:
-“Comandi mio signore e padrone.”
-“Prepara la colazione anche se sono le… 2 e 20...” Intanto avevo
lasciato l’abbraccio in cui la stringevo dalla notte prima per guardare
l’ora.
-“Subito, padrone” uscì di scatto da sotto le coperte con un
brivido di freddo abbandonando il tepore del letto,
creatosi con il calore dei nostri corpi e subito si mise a
quattro zampe per dirigersi verso il cuoci vivande.
-“Per questa volta puoi camminare su due zampe” la fermai; lei subito
si voltò verso di me restando sempre a quattro zampe, per
sprofondare poi in una prostrazione incredibile dicendo:
- “La ringrazio padrone” poi si alzò in piedi e riprese la
strada interrotta.
Io me ne stavo ancora sotto la coperta e fui sorpreso della mia
stessa generosità: infatti mi era sempre piaciuto ridurla ad una
cagnolina, ma fui ricompensato dallo spettacolo delle sue natiche sode
e scultoree oscillanti e oscuranti, si fa per dire, il tesoro della sua
intimità.
L’ammirai compiaciuto e le ordinai:
-“Ora accendi anche il camino.”
-“Sì, padrone” rispose Manuela voltandosi subito verso di
me ed inchinandosi profondamente con le mani all’altezza della vulva.
C’era anche il riscaldamento tradizionale, ma il camino mi sembrava
più adatto all’atmosfera che si stava instaurando in quel
momento e poi la casa era soltanto un piccolo monolocale.
Mentre Manuela sistemava il camino e quella specie di
colazione-pranzo, io mi stiracchiavo pigramente cercando di riportare
sulla terra quella piccola parte di me che se ne stava ancora nel
mondo dei sogni.
Manuela. arrivò con un vassoio stracolmo, intanto che i primi
calori del fuoco giungevano fino a me che ero ancora nel
letto e quindi mi trovavo nell’angolo diametralmente opposto al
camino. Si inginocchiò e mi porse il vassoio dal basso
verso l’alto dicendo:
-“Spero che la mia cucina trovi il gradimento del mio padrone.”
Le tolsi il vassoio dalle mani per poggiarlo al centro del grande letto
(ci stavano comodamente 3 persone, mentre quando tornava ad essere
divano era per 5 persone) e battendo la mano sul materasso le feci
capire di raggiungermi. Nel limite del possibile usavo il suo corpo
come piatto, soprattutto i seni per la marmellata ed il burro, ma anche
il ventre per appoggiare il pane, nulla potevo fare con le uova e la
pancetta…
Mangiai a sazietà, cibo non propriamente leggero o sanissimo, ma
comunque nutriente e soprattutto gustoso… imboccavo anche Manuela che,
nuda e ferma, faceva egregiamente il suo compito di “piatto
allieta- pranzo.”
In fondo non le dispiaceva per nulla ed evitava,
così, di mangiare come una cagnolina.
Una volta sazio rimasi qualche secondo immobile e senza pensare nulla,
per favorire la primissima digestione ed assecondare il ritmo
pigro e lentissimo che la giornata aveva ormai preso. Poi leccai ben
bene il mio piatto personale e, alla fine, lo baciai.
-“Sei stata brava” le dissi simulando un pizzicotto
-“La ringrazio, padrone, è sempre un onore servirla.”
-“Adesso vai sotto la coperta.”
Manuela. ubbidì, ma badando di non sporcarla con il cibo che
aveva ancora sul corpo.
Io aprii ben bene la finestra posta proprio sopra al letto, per
rinfrescare l’aria viziata della notte. Non mi ero ingannato:
stava nevicando fitto. Se non era una bufera poco ci mancava: una
folata di aria gelida entrò nella stanza, scontrandosi con il
calore che proveniva dal camino e costringendo Manuela. a nascondere
anche la testa sotto la coperta.
Ammirai la neve per qualche attimo (da inguaribile romantico
quale sono è uno spettacolo che mi rapisce sempre), poi richiusi
tutto.
La testa di Manuela sbucò fuori dalle coperte come quella di una
tartaruga dal suo guscio e subito disse:
-“Padrone mi scusi se mi sono coperta senza permesso”, non avevo
nemmeno pensato lontanamente che quel gesto istintivo potesse essere
sanzionato da parte mia e mi limitai a risponderle con un bacio.
-“Aspetta qualche secondo che l’aria si riscaldi e poi vai a preparare
il bagno.”
-“Sì, padrone.”
Dopo poco Manuela., sempre a quattro zampe,tornò ai piedi del
letto per dirmi che il bagno era pronto.
Mi alzai pigramente, presi il guinzaglio di Manuela e glielo
allacciai al collare che indossava e così la condussi in bagno.
C’era un bel tepore e su di uno sgabello vi erano dei boxer, una
maglietta oltre ad una tuta da ginnastica molto comoda. Vi era
ancora un accappatoio, uno solo.
Entrai nella doccia, tolsi il collare a Manuela. e, con una pacca sul
sedere le feci capire che doveva entrarci: se ne stava in un angolo
della doccia con lo sguardo fisso a terra, imbarazzata per la mia
nudità.
Mi crogiolai sotto l’acqua calda, cosa che adoro. Manuela.
se ne stava immobile, sempre in ginocchio e con lo sguardo fisso a
terra. Allora, dopo diversi minuti, mi chinai verso di lei e,
prendendola delicatamente per il mento, le feci poggiare una guancia,
il braccio e l’arco delle spalle al muro. Aveva così il sodo
posteriore verso l’esterno e i capezzoli dei seni di media dimensione
che sfioravano il muro. Mi posi dietro a lei e con calma la penetrai…
poi, appoggiandomi sulla sua schiena,le schiacciai il corpo
contro il muro. Con una mano le avvinghiai un seno, la sua
micetta era dolce e calda: era un piacere darle colpi di reni,
penetrarla senza violenza, usando tutta la dolcezza che adoperavo
nelle occasioni speciali.
Manuela era imbarazzata e un po’ contrariata: essere posseduta in quel
modo così irrispettoso per il suo corpo la eccitava non poco.
Eiaculai abbondantemente, lasciai la presa sul suo corpo… cadde
con la delicatezza di una farfalla. Ancora una volta le sollevai il
volto e lasciai che un po’ della mia saliva finisse nella sua bocca
insieme ad un po’ di acqua che continuava a scorrere. Manuela. si
prostrò e, con voce fievole, attutita dallo scoscio dell’acqua,
disse:
-“E’ stato un grandissimo onore essere posseduta da lei, mio padrone.”
Mi lavai con calma, le buttai la spugna per terra ordinandole di
lavarmi gambe e piedi , poi, girandola di nuovo contro il muro, la
lavai con calma e cura, le feci un bagnetto molto intimo e piacevole
anche se estremamente imbarazzante.
Avevo paura che l’acqua calda finisse, per cui uscii, incurante
dell’acqua che lasciavo sul pavimento. Mi infilai l’accappatoio e, con
una mano, feci segno alla mia suddita di seguirmi. Arrivò
a quattro zampe, lasciando a sua volta una scia di acqua. Aprii per un
attimo l’accappatoio e l’avvolsi tutta.
Manuela. rimase tra le mie braccia, la voltai e, tenendo la sua schiena
contro il mio petto, l’asciugai non disdegnando di
palpeggiarla. Passando vistosamente sui seni le sussurrai in un
orecchio:
-“Sei stata proprio una brava schiavetta.”
-“Grazie, padrone” più rossa in viso per quel complimento tanto
vero quanto meritato che non per le pesanti umiliazioni sessuali e non
che aveva subito fino a quel momento.
Mi vestii e le diedi un asciugamano per avvolgere i capelli come
faceva di solito, poi le rimisi il collare, ordinandole di pulire
il bagno, come si conviene ad una servetta par suo: nuda a
quattro zampe, con uno straccetto ed un secchio oltre ad una
spazzola a mano per i pavimenti.
Sembrava una scena da film s/m, certamente non comune, ma che vista dal
vero, comodamente seduti su una poltrona, offre un piacere molto
più vero e profondo.
Manuela umiliata come poche volte nella sua vita, puliva il pavimento e
gli accessori bagno con la sua solita scrupolosità, non badando
al tempo, ma infastidita dalle posizioni “rivelatrici” che doveva
assumere per fare il lavoro bene.
Quando finì erano ormai le 17.30, ora in cui non è
più piacevole uscire sulla neve, per cui la nostra giornata
sarebbe trascorsa totalmente tra quelle quattro mura, anche
in considerazione della fortissima nevicata che non accennava a
diminuire di intensità.
Mi feci asciugare bene i piedi, poi, dopo un massaggio fatto con
mani e lingua, le ordinai di farmi un bel pedicure e
manicure, operazioni che Manuela. eseguì piuttosto bene e
con una certa calma e dolcezza servile, meritandosi anche una piccola
carezza per la sua devozione.
Manuela. era un po’ stanca, la lasciai perciò riposare immobile,
sdraiata sulle mie ginocchia, con il sederino verso l’alto, le gambe
appena divaricate, abbastanza per farmi intravedere senza problemi
tutto quanto c’era da vedere. Alternavo uno sguardo al libro che mi
aveva regalato a Natale ed uno al sederino che tante volte avevo
percosso, anche se solo per punire vere mancanze, mai senza un motivo
più che valido.
Il tempo che le avevo concesso per riposare stava scadendo:
le accarezzai in modo più languido il culetto sodo e dissi
con voce molto autorevole:
-“Quest’anno vediamo di prenderne di meno su questo culetto.”
-“Vedrò di fare tutto ciò che posso per essere degna di
servirla, padrone” rispose.
Finì subito dopo sdraiata sulla finta pelle d’orso che stava
davanti al caminetto.
Scena romantica: lei nuda, sdraiata sul tappeto, avvolta dal
calore del caminetto, mentre su di un fianco si rivolgeva a me,
leggendomi con la squisita vocina, con calma e giusta
intonazione, le pagine di un libro, tenuta dal guinzaglio che avevo tra
le mani, mentre fuori, il resto del mondo, sembrava dover finire da un
secondo all’altro sommerso sotto una bufera di neve.
Il tempo passava velocemente tanto che Manuela lesse più di
metà libro, disturbata solo, di tanto in tanto, dai
miei piedi nudi che si appoggiavano ora sul fianco ora sui
morbidi seni.
Si era fatto relativamente tardi, interruppi la sua lettura infilandole
le dita di un piede in bocca.
Smise di leggere ed iniziò con calma a succhiare il mio
alluce. La interruppi quasi subito:
-“Vammi a prendere le ciabatte.”
-“Subito padrone” a quattro zampe andò e tornò con
in bocca le mie ciabatte da camera, che devotamente mi
infilò ai piedi, rimanendo sempre in ginocchio.
-“Cucina qualcosa di leggero” ordinai.
-“Sì, padrone.”
-“Allora, che stai aspettando?”
-“Vado, padrone” e subito si diresse verso il piccolissimo cuoci
vivande, cucinò una busta di crema di funghi (le buste
già pronte rendono più facile la vita anche alle schiave
non solo alle casalinghe!), poi mise in tavola ed io intanto mi
gustavo sempre il bello spettacolo, anche se visto decine
di volte, di ammirarla nuda, ad eccezione del grembiule, mentre
stornellava per me.
Mi sedetti a tavola, Manuela. si mise nella posizione della
“brava schiavetta” attendendo una ciotola o degli avanzi, ma io le feci
segno di sedersi sulle mie ginocchia battendo il palmo della mano sulle
stesse. Lei ubbidì, l’ammanettai e poi, dolcemente, iniziai a
mangiare intervallando ogni mio boccone con l’imboccare lei.
Manuela. teneva la mani a metà coscia, la schiena in
posizione perfetta. Con la testa china, anche questo perfetto per
quando volevo sbaciucchiarle il collo, prendeva con gratitudine i
cucchiai che le avvicinavo alla bocca succhiando dolcemente e
silenziosamente il contenuto; mi stupii nel vederla tanto imbarazzata
in quella situazione, non aveva mai battuto ciglio quando la facevo
mangiare come un cane in una ciotola degli avanzi, ma a me
piaceva molto il suo imbarazzo.
Mentre sistemava la cucina me ne andai a letto, poi le intimai:
-“Vai in bagno e sistemati, poi infilati nel letto!”
-“Grazie padrone”… il ringraziamento era perché le avevo
concesso nuovamente di dividere il letto con me.
Ubbidì e tornò poco dopo sempre a gattoni: io avevo messo
le perle cinesi sul comodino allo scopo di spaventarla ben sapendo che
non amava l’uso di quello strumento sul suo corpo. Infatti quando le
vide ebbe un attimo di esitazione ed io subito la ripresi:
-“Allora vuoi deciderti ad entrare nel letto?!”
-“Scusi, padrone” e subito entrò.
-“Paura?” chiesi con ironia”
-“Sì, padrone” disse a metà tra il tremante e
l’imbarazzato.
-“Non sono per te le perle” dissi dandole un bacio.
-“Grazie, padrone” rispose abbracciandomi e facendo finire la sua
pulsante fichetta proprio su una mia coscia. Pensai
-“ Che strano, la giornata sta finendo com’è iniziata!”
Le accarezzai un po’ i capelli e poi dissi: “adesso voltati che ti
prendo ancora da dietro!”
-“Come vuole lei padrone, il mio corpo è per il suo piacere.”
Si voltò e io, sdraiato su di lei, la feci mia con dolcezza: la
sua fessurina era molto eccitata già prima che io entrassi in
lei, ma non la ripresi per questo, anche se sarebbe stata una scusa
più che valida per farla sentire una “puttanella”.
La mia saliva nella sua bocca seguì come sempre la conclusione e
a sua volta fu seguita come sempre dai suoi giusti ringraziamenti :
“Padrone, è stato un onore essere usata come la sua puttanella”.
-“Oggi sei stata brava” intanto le coccolavo capelli e volto.
-“Grazie per i complimenti, Padrone”.
-“Domani cambia le lenzuola e fai il bucato, non te lo ripeterò.
Ricordatelo, sai che mi arrabbio.”
-“Sarà fatto padrone.”
-“Adesso dormi, da brava” intanto l’avevo presa tra le braccia: era una
cosa che adorava ma sapevo che non aveva il coraggio di chiedere.
-“Grazie, padrone.”
-“Dormi!” non ero arrabbiato, ma comunque ero stato chiaro.”
-“Subito, padrone, e ancora buon anno.”
-“Buon anno anche a te, piccina.”
Ci addormentammo entrambi piuttosto rapidamente: il nostro capodanno
personale era stato veramente meraviglioso.
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