RUDIMENTI SULLA VERBERAZIONE DELLE NATICHE
A cura del Tutore
Generalità
Con il termine
“verberazione” si intende la percussione mediante sferze,
termine generico che può indicare qualsiasi strumento
verberatorio. Sinonimo di
verberazione è fustigazione, in genere riservato tuttavia alla
verberazione
mediante sferze particolarmente flessibili. La verberazione quindi
è sempre
strumentale, e non comprende la sculacciata, termine che, in senso
stretto, si
riferisce solo all’impiego della mano nuda (o guantata, ma comunque
priva di
estensioni). L’inglese spanking, benchè nato per indicare la
sculacciata
manuale, ha oggi un’accezione più vasta, talché
può essere applicato anche a
quella “strumentale” cioè alla verberazione vera e propria. Lo
stesso non si può
ancora dire di “sculacciata” benchè nel parlare corrente sia
sempre più diffusa
l’abitudine di definire “sculacciata” anche la verberazione
strumentale, visto
che entrambe interessano lo stesso distretto anatomico, il sedere,
vulgo culo,
donde appunto “sculacciare” e “sculacciata”.
Gli strumenti
Le sferze, cioè gli strumenti verberatori, si distinguono
preliminarmente in
due tipologie: sferze vere e proprie, cioè canoniche, ovvero
preparate a tale
scopo, e sferze atipiche, ovvero strumenti verberatori contingenti o
impropri.
Questa seconda categoria comprende tutti quegli utensili che sono stati
concepiti per un uso diverso, ma che, all’occorrenza, possono essere
impiegati,
con maggiore o minore soddisfazione, per frustare le natiche.
Ricordiamo le cinture,
i righelli, le stecche da disegno, i pezzi di corda per la biancheria,
le
spatole da cucina, le racchette da ping-pong ecc. Sferze improprie di
interesse
storico sono anche le ormai introvabili stecche di balena dei busti
muliebri e
le corregge, sia usate per le finiture ippiche (donde il termine
“staffile”, da
staffa) sia per affilare i rasoi (in inglese strap).
Le sferze canoniche, vere e proprie, possono essere singole (o
monoglosse)
oppure multiple (o poliglosse) a seconda che siano sostituite da un
unico
elemento verberante o da più di uno.
Le SFERZE SINGOLE a loro volta appartengono a due famiglie,
quelle
omogenee, le cui caratteristiche cioè restano simili (se non
identiche) per
tutta la loro estensione, e quelle eterogenee (dette anche spezzate)
nelle
quali si distinguono un manico (o impugnatura) ed una lingua (o lacinia
o
codolo) che è quella che colpisce il bersaglio.
In base alla loro rigidità/flessibilità ed
elasticità le sferze omogenee si
suddividono nelle seguenti classi:
Canne o ferule, molto rigide, quasi incapaci di flettersi, quanto meno
in
seguito all’impatto con una superficie curva quali sono le natiche.
Tali sono
la cannavera (o canna scolastica) ed in genere tutte le canne di
bambù.
Bacchette, moderatamente flessibili e molto elastiche, talché
una volta curvate
tornano immediatamente nella posizione rettilinea. Rientrano in questa
categoria la maggioranza delle sferze vegetali: le bacchette
scolastiche e
domestiche ordinarie di Spiraea, ligustro, sinforina ecc; quelle “di
Rigore” di
corniolo (“olio-di-bosco”), di nocciolo, rossospino ecc., quelle
speciali di
palma e molte altre.
Verghe, molto flessibili e più resistenti alla rottura delle
bacchette ma molto
meno elastiche (“torpide”). La verga per eccellenza è quella che
si ricava dalle
diverse varietà di salice rosso e si distingue in base alle
dimensioni in
“puellare” (o “verghetta”), “scolastica”, “ordinaria”, “di Rigore” e
“di
Massimo Rigore”.
Alcune sferze vegetali hanno caratteristiche intermedie che rendono
problematica la loro univoca assegnazione ad una delle tre categorie
sopra
elencate. Tali sono i due principali strumenti verberatori della
Disciplina
Anglosassone: la betulla (Birch) che viene generalmente catalogata come
una
bacchetta, ma la cui grande flessibilità e modesta
elasticità ricordano di più
una verga (da cui differisce però per la maggiore
fragilità) ed il Cane, che
viene di norma assimilato ad una canna (il suo nome stesso lo dice) ma
che
rispetto alle vere canne di bambù (la canna-vera, appunto)
è molto meno rigido
e più flessibile, per cui le sue caratteristiche, sia
fisico-dinamiche, sia
organolettiche (cioè le sensazioni che produce sulla cute
verberata) si
avvicinano a quelle di una bacchetta.
A loro volta le sferze spezzate si suddividono a seconda della
lunghezza
relativa della lacinia rispetto al manico in:
Fruste, se la lacinia (di cuoio o di pelle intrecciata) è lunga
almeno quanto
il manico, il quale a sua volta è elastico e contribuisce ad
imprimere energia
cinetica alla lacinia;
Scudisci, se il manico è corto e rigido con l’unica funzione di
impugnatura, e
la lacinia (in genere di nerbo di bue, donde il sinonimo “nerbata” per
“scudisciata”) è molto più lunga;
Staffili, se la lacinia è cortissima (linguetta o “sverzino”) ed
il manico,
molto più lungo e flessibile, partecipa all’impatto con la sua
estremità
distale.
Il termine un po’ equivoco frustino può indicare sia una frusta
di dimensioni
ridotte (quali sono quelle che in genere si usano nella Disciplina
Corporale)
sia una variante dello staffile (“frustino da equitazione”)
Se ora consideriamo brevemente le SFERZE MULTIPLE, (o
poliglosse, a
molte “lingue”) esse possono essere talora definite in base al numero
delle
loro lacinie: bifide, trifide o triglosse, tetraglosse, pentaglosse
ecc. In
base a questa definizione il celebre “gatto a nove code” sarà
una sferza
“nonaglossa”). Più importante è tuttavia ricordare che le
sferze multiple
coincidono con i flagelli e che esse si possono ottenere
sostanzialmente in due
modi: affastellando un certo numero di verghette flessibili, legate per
la base
che viene così a costituire l’impugnatura (tali sono i flagelli
di giunco, di
salice piangente, di betulla ecc) oppure fissando all’estremità
del manico di
uno scudiscio due o più linguette (di cuoio, corda, plastica o
altro) invece di
una sola e più robusta. Flagelli di questo secondo tipo sono
quelli
penitenziali ( “monastici” o “monacali”) molto adatti anche
all’autoflagellazione, ed i cosiddetti martinetti di sadiana memoria,
con, il
manico più lungo e talora flessibile, così da imprimere
un impulso maggiore
alle numerose lacinie che in questo caso sono quasi sempre di cuoio.
TABELLA RIASSUNTIVA: CLASSIFICAZIONE DELLE SFERZE
1. SFERZE IMPROPRIE (cinture, righelli, racchette
ecc.)
2. SFERZE CANONICHE
2.1 Singole o monoglosse
2.1.1. Omogenee
canne o ferule
bacchette
verghe
casi particolari: cane, birch
2.1.2. Eterogenee o spezzate
Fruste
Scudisci
Staffili
Frustini
2.2 Multiple o poliglosse
2.2.1. Flagelli
vegetali (di betulla, di salice piangente, di giunco ecc.)
penitenziali o monastici
martinetti
I bersagli
I bersagli delle sferze, ovvero le anatomie disciplinabili mediante la
verberazione o fustigazione delle
natiche, sono, prima di tutto, ovviamente, le natiche stesse (sinonimi:
glutei,
chiappe, culatte) ed il solco che le separa, ed inoltre i distretti
limitrofi
costituiti dai lombi, dalla parte alta delle cosce, dalla regione anale
e
perineale e dai genitali (sinonimi: pudenda o pudende, muliebra,
vergogne,
organi sessuali). Naturalmente non tutte queste parti corporee sono
sempre
usufruibili durante la verberazione delle natiche; la loro effettiva
esibizione
e soprattutto la loro fruibilità disciplinare
(“emendabilità”) dipenderanno sia
dalla positura assunta dalla corrigenda (vedi sotto) che dalle
caratteristiche
della sferza usata, più o meno flessibile e “penetrante” ovvero
intrusiva (vedi
sopra). La positura, in casi estremi e particolari, può rendere
verberabili
insieme alle natiche perfino le poppe (sinonimi: tette, mammelle,
zinne, seno)
che in genere, essendo rivolte in direzione opposta alle natiche non
partecipano alla fustigazione di queste.
Le positure
Sia la positura della corrigenda che la posizione dell’esecutore/ice
assumono
un’importanza fondamentale nella verberazione delle natiche,
assicurando da un
lato la piena usufruibilità di esse e delle zone limitrofe
richieste, e
conferendo dall’altro alle anatomie disciplinabili la forma, la
consistenza ed
il grado di esposizione adatti alla sferza usata e commisurati alla
severità
del castigo.
Se si considerano i punti di appoggio la positura può essere in
piedi, appesa,
genuflessa, distesa bocconi, distesa supina (in questo ultimo caso
necessariamente con le gambe piegate e ginocchia retroflesse verso il
petto per
esporre le natiche, altrimenti nascoste dal piano di appoggio.
Le reni, ogniqualvolta sia possibile, devono essere inarcate (a cul
d’anatra)
per porgere al meglio le natiche ai colpi di sferza.
Se si considera il corpo nel suo complesso, esso può essere
eretto, inclinato,
ripiegato, e, nel caso delle positure genuflesse, prono e prostrato,
cioè con
petto appoggiato sullo stesso piano dove si trovano le ginocchia ed il
sedere
proiettato indietro ed in alto.
Le cosce possono essere accostate, socchiuse (o “beanti”), aperte e
spalancate
(divaricate al massimo).
Di conseguenza le muliebra potranno essere celate, palesi, esposte ed
esibite;
in quest’ultimo caso si parla anche, a seconda del grado di
esposizione, di
positure a pudenda esposte ed a fica beante.
L’anatomia del posteriore muliebre è tale che in alcune
corrigende neppure il
massimo grado di “apertura” garantisce l’usufruibilità
verberatoria del
distretto anale. In questi casi la sua esibizione può essere
assicurata solo da
artifici meccanici, quali quelli consentiti dai divaricatori, che
possono
essere interni (“a pettine” o “a spiedo”) oppure esterni (“a morsa” o
“ad
uncini”).
Oltre al grado di usufruibilità delle anatomie verberabili, la
positura
determina un altro parametro di fondamentale importanza, soprattutto
per quanto
riguarda la scelta dello strumento verberatorio, cioè la forma e
la consistenza
delle natiche: queste possono essere piene, cioè soffici,
morbide e quindi
anche deformabili con facilità; semipiene, tese ed ipertese,
mano a mano che,
aumentando il grado di ripiegamento e di “apertura”, la natica diventa
meno
sporgente e meno carnosa e la cute va via stirandosi. Per inciso va
detto che,
grazie ad un consistente pannicolo adiposo e ad una loro naturale
opulenza i
glutei muliebri conservano un certo grado di “tenerezza” e
deformabilità
(misurate dal cosiddetto “coefficiente di pizzicabilità”) anche
nelle positure
più spalancate ed ipertese. Resta comunque evidente che le
sferze rigide
prediligono natiche morbide, dove esse possano “affondare”, non
potendo,
viceversa, piegarsi per assecondare la curvatura del posteriore. Su
natiche
tese ed indeformabili questi strumenti troppo rigidi finirebbero per
colpire
solo il punto d’impatto, come rette tangenti ad una sfera. Le sferze
flessibili
invece, che, piegandosi, possono seguire le curvature anatomiche,
daranno i risultati
migliori su natiche tese, stante anche la maggior sensibilità
della cute
tirata, per non dire della capacità che le sferze più
flessibili, ed in
particolare certe verghe e tutti gli scudisci ed i flagelli hanno di
penetrare
tra le cosce e di insinuarsi nel solco e negli anfratti dove si
appalesano le
pudenda, la cui esposizione è sempre proporzionale al grado di
tensione e di
apertura delle natiche.
Alcune positure classiche, la cui descrizione dettagliata sarebbe lunga
e
complicata, vengono talora definite con nomi convenzionali: tali sono
la
positura a forcina di capelli, quelle della spigolatrice, della
guardona
(l’unica che assicura la disponibilità posteriore delle poppe
oltre che delle
natiche e delle pudenda), della lavandaia, di Guendalina, della gatta
che si
stira, della ranocchia, quella ginecologica ecc.
E’ infine importante ricordare che oltre alle positure “a corpo libero”
vi sono
tutte quelle “assistite”, cioè rese possibili o più
funzionali (benchè spesso
più penose per la verberanda) dall’ausilio degli innumerevoli
strumenti
posturali, il più comune dei quali è l’ inginocchiatoio
(spesso una comune
solida sedia di legno) ma la cui lista comprende anche la scala, la
carrucola,
il cavalletto, gli eculei, la panca verberatoria, il trespolo, il
traliccio
ecc.
Benchè meno variabile della positura della verberanda, la
posizione
dell’esecutore/ice non è meno importante ai fini di una efficace
verberazione
delle natiche. Facendo sempre riferimento ad un esecutore destrimano la
sua
posizione più frequente (canonica) è quella retrostante
laterale sinistra.
Questa infatti gli permette di applicare con energia e precisione
qualunque
tipo di sferza trasversalmente su entrambe le natiche. In questo modo
tuttavia
tutte le battiture avranno la stessa direzione e la punta della sferza
cadrà
sempre sulla parte esterna della natica distale (la destra) o su quella
interna
(mediana) della natica prossimale (la sinistra). Per invertire la
direzione dei
colpi e rendere la fustigazione più omogenea e simmetrica,
l’esecutore/ice
dovrà cambiare posizione assumendo quella retrostante laterale
destra, avendo
anche cura di ruotare il corpo leggermente più all’indietro,
onde facilitare
l’applicazione del colpo che questa volta (essendo l’esecutore
destrimano)
dovrà essere calato di rovescio. Ciò richiede una
maggiore perizia
verberatoria, mentre per l’esecutore mancino sarebbe vero il contrario.
Da
questo punto di vista un esecutore ambidestro sarebbe ideale. La terza
posizione fondamentale dell’esecutore, che richiede una positura
prostrata o
comunque prona della verberanda, è quella incombente
perpendicolare
retrospettiva, cioè con le gambe aperte a compasso, a cavalcioni
della
corrigenda il cui corpo, infilato tra i piedi dell’esecutore, è
rivolto in
senso opposto; si tratta della posizione ideale per eseguire le
verberazioni
longitudinali e lo whipping-in, ed è anche quella che consente
di raggiungere
le muliebra con maggiore precisione. Risultati soddisfacenti si
ottengono anche
se l’esecutore assume una posizione incombente ma laterale
(anziché
perpendicolare), destra (la più efficace, perché il
“braccio operativo” si
trova più vicino al corpo della verberanda) o sinistra; in
questo caso le
battiture tenderanno ad essere oblique anziché rigorosamente
parallele al solco
e “centrare” sistematicamente i genitali diventa meno agevole. Molto
comoda e
razionale per l’esecutore è la posizione laterale semplice
(destra o sinistra
in questo caso è indifferente) che però può essere
assunte soltanto se la
corrigenda è posizionata bocconi sulla panca verberatoria.
Le tecniche
Buona parte degli aspetti tecnici inerenti la verberazione delle
natiche sono
impliciti in quanto già detto relativamente ai bersagli, agli
strumenti ed alle
positure. Riassumendo si può dire che i colpi di sferza (“le
battiture”) i cui
segni tangibili sono le tracce lasciate sui glutei (di colore che va
dal rosa
al rosso al violetto, più o meno rilevate e talora “a binario”),
possono essere
innanzitutto trasversali (perpendicolari al solco), longitudinali
(parallele al
solco) oppure obliqui (intersecano il solco con angoli diversi da
90°).
A loro volta i colpi trasversali ed obliqui possono essere
monolaterali, se
interessano una sola natica, o bilaterali, se le interessano entrambe;
a
seconda poi della loro direzione si distinguono in esterni (o
centrifughi) se
la punta della sferza è diretta verso l’esterno della natica,
oppure interni (o
centripeti) se la punta della sferza è diretta verso l’interno
della natica,
tende cioè a penetrare nel solco oppure in mezzo alle cosci o si
dirige sulle
pudenda. In questo secondo caso si tratta evidentemente di colpi
necessariamente monolaterali.
I colpi longitudinali invece possono essere laterali (destro o
sinistro) se
percorrono per il lungo l’una o l’altra delle natiche finendo spesso
sulla
parte alta della coscia corrispondente, oppure mediani (o interni),
quando
finiscono interamente nel solco e raggiungono in genere le sottostanti
muliebra
(si parla in questo caso anche di whipping-in ovvero “verberazione
interna”)
Mentre gli strumenti rigidi o comunque poco flessibili e per niente
“intrusivi”
(ferule, canne, cane, la maggioranza delle bacchette) si prestano
soprattutto
alle tecniche trasversali, quelli più flessibili (verghe,
scudisci, frustini,
flagelli) danno risultati eccellenti anche se usati con la tecnica
longitudinale, soprattutto quando sia necessario mortificare le parti
vergognose della verberanda. In questo caso l’esecutore assume la
posizione
“incombente perpendicolare retrospettiva” (vedi sopra), con la
corrigenda prona
tra le sue gambe nella positura più spalancata possibile, e
conferisce alla
sferza (meglio se un flagello) un movimento di risalita finale che
spinge le
estremità delle lacinie contro le pudenda esibite “a fica
beante”.
Una tecnica del tutto particolare, consentita solo da strumenti
spezzati molto
flessibili (scudiscio ma soprattutto frustino) è quella della
stoccata, con la
quale l’esecutore, che assume una posizione “retrograda remota”
cioè distante
dalle natiche delle verberaranda, colpisce queste ultime con un colpo
secco
della sola punta della sferza, la quelle, scaricando tutta l’energia
d’impatto
in un unico punto, lascia una traccia tanto breve quanto rilevata ed
intensa
(spesso sanguigna se non cruenta).
Condotta, Regole e Sanzioni
Ogni Regolamento Disciplinare esordisce dicendo che il comportamento
della
corrigenda durante l’emendamento corporale deve essere “irreprensibile”
e
specifica che affinchè ciò si verifichi la corrigenda non
solo non deve
ostacolare ma deve agevolare l’esecuzione del castigo. Più in
dettaglio viene
precisato che essa “deve assumere e mantenere per l’intera durata della
punizione la positura stabilita dai Superiori”. Deve altresì,
salvo diverse
disposizioni al riguardo “numerare diligentemente tutte le battiture di
ogni
singola Dozzina, con voce chiara e ferma, e ringraziare l’Esecutore/ice
al
termine di ogni Dozzina”. Anche ciò che NON deve fare è
stabilito molto
chiaramente dal Regolamento: “Durante l’intera verberazione la
corrigenda dovrà
astenersi da movimenti impropri, ancorchè di modesta
entità. Dovrà inoltre
astenersi da intemperanze verbali, emissioni vocali indebite,
esalazione di
flautolenze ed espulsione di liquidi organici” Quest’ultima
precisazione si
riferisce soprattutto all’eventualità che la corrigenda riceva
la verberazione
“a pancia piena” cioè durante la fase di ritenzione di un
clistere.
Resta da aggiungere che la numerazione delle battiture è di
regola successiva
alla battitura stessa; se invece viene adottata la numerazione
precedente, essa
deve essere in genere seguita, dopo il colpo, da una espressione di
contrizione
(del tipo: “sono una porcella”, non devo scorreggiare in pubblico”,
“non devo
toccarmi la fica” ecc.). In ogni caso è importante che nel
momento in cui il
dolore della sferzata si fa sentire maggiormente la corrigenda non
soltanto non
gridi, ma abbia da pronunciare delle parole con voce controllata. La
numerazione inoltre può essere crescente (da uno a dodici)
oppure decrescente
(da dodici a uno, o meglio, da undici a zero); può essere
inoltre semplice o
disgiunta (quando si richiede alla verberanda di tenere conti distinti
di due
dozzine di colpi che va ricevendo contemporaneamente sulle due
natiche). I
Superiori possono anche stabilire che la numerazione anziché in
italiano sia
eseguita in una lingua straniera, di regola in inglese, in omaggio ai
principi
della British Corporal Discipline. Va tuttavia osservato che – salvo
problemi
di pronuncia – questa seconda è meno penosa poiché i
numeri inglesi sono per lo
più monosillabici, mentre quelli italiani sono prevalentemente
bisillabici
(u-no, ot-to) o addirittura trisillabici (un-di-ci, do-di-ci) e
pertanto più
difficili da sillabare chiaramente quando si è in preda al
dolore.
Per quanto riguarda i movimenti impropri, quelli più insidiosi
ed
incontrollabili, ma non per questo perdonabili, sono la rotazione del
capo
verso l’Esecutore/ice, per sbirciare che cosa stia facendo, dettata
dall’ansia
e dal nervosismo quando l’attesa diventa snervante, e la mai abbastanza
deprecata contrattura delle natiche. Questa è particolarmente
intollerabile non
solo perché antiestetica, ma anche e soprattutto perché
rende la battitura meno
efficace e tradisce un rifiuto della meritata punizione da parte della
verberanda.
In principio le sanzioni provocate dalla mancata osservanza del
Regolamento
durante la verberazione delle natiche sono a discrezione
dell’Esecutore. Esiste
tuttavia una prassi consolidata che prevede che ogni battitura che dia
luogo ad
un’infrazione sia considerata nulla e venga ripetuta e che, dopo tre
ripetizioni nell’ambito di una stessa Dozzina, l’intera Dozzina venga
ripetuta
dall’inizio. Esistono anche mezzi deterrenti e coercitivi studiati per
contrastare le infrazioni. Tra i primi ricordiamo il tribolo anale che
rende la
contrattura naticale particolarmente dolorosa; tra i secondi i diversi
tipi di
bavagli, che impediscono alla corrigenda di gemere ed implorare (ma
anche di
numerare i colpi!) e le cinghie e le corde usate per immobilizzare
corrigende
particolarmente riottose e disubbidienti. L’impiego dei mezzi
coercitivi
tuttavia deve essere limitato ai soli casi di estrema necessità
e va
considerato comunque una concessione che si fa alla corrigenda che in
tal modo
viene aiutata a non compiere infrazioni. Di conseguenza in tali
circostanze è
sempre opportuno compensare questo “vantaggio” inasprendo la
verberazione con
un congruo numero di battiture supplementari.
|