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BENDATA VERSO DELHI
by Paloma

Il treno sbuffava monotono tra un paesaggio selvaggio e umido: riuscivo a vederlo appena, tra le pesanti sbarre di ferro che in India proteggono i finestrini bassi e opprimenti. Avrei dovuto trascorrere un giorno intero e una notte in quello scompartimento vuoto.
Il viaggio fino a Delhi era lungo e l'amica con cui viaggiavo mi aveva abbandonato per trasferirsi nella cabina occupata da un ingegnere indiano che le aveva fatto perdere la testa fin da quando eravamo salite. "Non ti dispiace, vero?", mi aveva detto con il suo sorriso maliziosetto, "avrai tutto lo scompartimento per te! Riposati, mi sembri un po' stanca ... Ci vediamo a Delhi, ciao dolcezza!".
Mi aveva stampato un bacio sulla guancia ed era scomparsa abbracciata al suo indiano.
Ero contenta per lei, ma la prospettiva di trascorrere tutto quel tempo da sola non mi sorrideva neanche un po'. Avevo divorato la guida dalla prima all'ultima pagina. Sapevo tutto di Nuova Delhi e dintorni, sulla religione induista e sulle cremazioni, avevo preso appunti e tracciato itinerari particolareggiatissimi e non erano trascorse che poche ore ... fumavo nervosa misurando il corridoio cercando di sgranchirmi almeno le gambe, ma il caldo insopportabile mi costringeva a rientrare quasi subito e a cercare refrigerio sotto il piccolo ventilatore della mia cabina.
Un'altra ora era passata, ma ancora la notte era lontanissima. Già dalla stazione di partenza avevo notato quella coppia di francesi dall'aria simpatica, lei piccola e nervosa, con i capelli neri a caschetto e il seno a punta costretto nella maglietta chiara aderentissima, lui alto e aristocratico, dal profilo imponente e gli occhi chiarissimi.
Ora che il treno si era fermato lui era sceso per comprare due tazze di té, e lei mi si era avvicinata.
Aveva gli occhi mobili e scuri di una cerbiatta, e la voce allegra era quella di un uccellino. Si chiamava Odile. Vivevano in India da qualche anno, si trovavano bene. Avevamo fatto subito amicizia, e quando lui era tornato, ci aveva sorpreso a ridere divertite di tutte le disavventure che mi erano capitate durante il viaggio in India, ingegnere indiano compreso.
Louis, era questo il nome del marito di Odile, era rimasto per un po' con le tazzine di creta fumanti e odorose in mano, poi aveva voluto a tutti i costi che prendessi io il suo té e non avevo potuto fare a meno di notare, mentre mi porgeva la bevanda, il suo avambraccio saldo e forte, la sua mano ossuta e decisa. Odile propose di rendere più piacevole il nostro viaggio aprendo la porticina che metteva in comunicazione i nostri due scompartimenti, fortunatamente attigui. Non tardò a crearsi fra noi tre un'atmosfera di calda complicità e confidenza. Ci era stato subito facile parlare di tutto, era come se fossimo stati legati per vie invisibili da una qualche sconosciuta solidarietà. Non ci fermavamo neppure davanti ai particolari più intimi della nostra vita. Il tempo era volato in loro compagnia, e dopo aver cenato e bevuto in abbondanza si era iniziato a parlare di sesso.
"Dai, dimmi le tue fantasie", aveva incalzato Odile. Per un po' mi ero schernita dicendo che non ne avevo, ma era una tesi impossibile da sostenere. Una donna senza fantasie sessuali?!! Chi l'ha mai vista?
Così avevo cominciato a dire qualcosa. Eppoi perché non raccontare a persone quasi   sconosciute qualcosa del mio intimo. Forse più facile con loro che non con persone che si conoscono da anni e di cui si sente sempre il peso del giudizio. Sì, la benda.
Mi aveva sempre stuzzicato l'idea di essere bendata e legata per una notte intera, in balia di una volontà che non era la mia, ignara di quello che il mio Padrone mi avrebbe voluto fare, disponibile a qualsiasi sua voglia e desiderio, per strano che fosse. Ma non tutto questo avevo detto.
"Ogni tanto fantastico di essere bendata e di far l'amore con il mio uomo senza poterlo vedere". Una strana luce era balenata negli occhi di Odile ed anche in quelli di Louis. Era bastato un solo sguardo per capire che entrambi avevano ... capito tutto, proprio tutto e che i Padroni in quell'occasione erano sicuramente due.
Odile aveva srotolato dal suo polso il fazzoletto di cotone rosso che lo stringeva e con gli occhi fissi sui miei ne aveva fatto una benda. "Vuoi davvero?", mi aveva detto tirando i capi del fazzoletto. Io avevo annuito. Buio. Paura.
Facile eccitarsi con una fantasia, poi, quando diventa realtà ci si rende conto di essere prigioniera di sconosciuti, in preda a qualsiasi loro capriccio, e per di più, sopra un treno indiano. Legata, perché due mani avevano bruscamente afferrato le mie serrandomele in qualcosa che sembrava cuoio, forse una cintura.
Ero legata e bendata e non avevo il coraggio di dire che tremavo di più. Due mani mi avevano sfilato il vestito aderente che era rimbalzato sui miei seni, aveva incontrato l'ostacolo dei peli pubici e percorso le mie gambe nude. Le mutandine lo avevano seguito subito dopo. Improvvisamente mi ero sentita aprire la fica da una mano che allargava le mie labbra, mi penetrava, scavandomi la pancia.
Mi ascoltavo urlare di dolore. "Non devi gridare, altrimenti ti mettiamo il bavaglio. Devi fare tutto quello che vogliamo noi, senza fiatare. Intesi?".
La voce di Louis aveva il tono classico di chi non ammetteva repliche, per nessun motivo. Mai. Dissi di sì e lentamente da una zona lontanissima di me, ancora inesplorata, incominciò a salire uno strano piacere. "Se gridi come hai fatto adesso dobbiamo punirti. Girati e mettiti in ginocchio".
Obbedii e finalmente sentii che cadevano le mie ultime resistenze, mi abbandonavo, non avevo più paura. Il mio corpo si apriva alle loro carezze violente, ai morsi che mi strizzavano la carne un po' dovunque e che intuivo venire da Odile, la riconoscevo dal suo profumo intenso di muschio e di corteccia, dai capelli che mi percorrevano la pelle ... Le mani di lui avevano slegato le mie, era lei che aveva sostituito la cinghia di cuoio e me le teneva, stringendomi con forza i polsi.
Il colpo si era abbattuto sul mio culo all'improvviso, mi morsi le labbra per non gridare. Il cuoio schioccava deciso sulla schiena, sulle gambe, sulla fica obbligata a offrirsi dalla posizione carponi che mi avevano fatto assumere.
"Adesso ti liberiamo le mani, ma ricordati che non dovrai ribellarti", mi sussurrava Odile allentando la sua stretta. Mi aggrappai alla sua vita, ai seni che mi trovavo davanti alle mani, che stringevo mentre godevo sempre di più dell'impatto della cinghia sulla mia pelle, assetata di nuove torture.
Mi avevano fatta rivoltare di nuovo, e sentivo una bocca a forma di ventosa succhiarmi l'interno delle cosce, mordermele, procurandomi un male insopportabile. Doveva essere lui l'artefice di questo nuovo supplizio, perché sentivo il filo della barba lunga di un paio di giorni rigarmi la carne dove già erano trascorsi la bocca e i denti. Faceva male. La pelle in quel punto è così delicata ... Ma io non gridavo. Sottile, lungo la stessa traccia lasciata dal dolore, si era fatta strada una sensazione d'infinita voluttà. Stavo godendo mentre soffrivo, era bellissimo.
Sentivo le mie cosce bagnarsi del mio liquido denso e appiccicoso, mi perdevo tra mille sensazioni troppo forti per essere riportate con la semplice scrittura. Godevo. Come non mi era mai successo. Impossibile non urlare di piacere. Di nuovo venivo punita, di nuovo la punizione con la cintura mi eccitava terribilmente. Mentre la prima volta avevo cercato di evitare i colpi, le successive sentivo tutto il mio corpo prostrarsi alla loro ricerca, teso come una corda e affamato come un lupo. Per tutta quella incredibile notte rimasi in ostaggio dei due francesi e dei loro giochi crudeli. Quando scesero dal treno, mi lasciarono con le cosce piene di lividi, il culo gonfio di scudisciate e una grande, smisurata riconoscenza nel cuore. Anche la mia compagna di viaggio, risuscitata dalla notte passata con l'indiano, notò che c'era qualcosa di diverso in me ... avevo un'aria indicibilmente rilassata.


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