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L’ALCOVA
di Alessandro

Mi ero recato ad un cinema d’essai dove ridavano «L'Alcova», un film che avevo già visto ma che volevo rivedere. All'uscita, mi sento chiamare ed era un mio ex compagno di scuola in compagnia di una donna, al cui vederla rimasi senza fiato: una stupenda 35 enne (in realtà ne ha più di 40), perfettamente truccata e profumata, che indossava una maglia rossa, gonna di pelle nera, scarpe rosse, chiuse, con tacco di una decina di centimetri, a spillo. Non indossava calze e il mio pensiero corse spontaneo ad immaginare l'odore di quei piedi, chiusi a lungo in quelle stupende scarpe. Mi si presentò come Anna. Ci recammo in un bar a prendere qualcosa e qui la fortuna, per una delle rare volte nella mia vita, mi fu amica. Il mio ex compagno, ora medico, ricevette una telefonata dall’ ospedale e siccome era di reperibilità dovette assentarsi per cui mi chiese se potevo accompagnare Anna a casa.. Balbettai a stento un sì, emozionato com'ero. Dopo che se ne fu andato, io e Anna restammo ancora un po' al bar, parlando del più e del meno (io non riuscivo letteralmente a togliere gli occhi di dosso ai suoi piedi), fino a quando mi chiese se mi era piaciuto il film.
«Sì, specialmente all'inizio»
«Perché?» fece lei.
«Devo essere sincero?»
«Sì!»
Decisi di essere veramente sincero:
«Perché c'è stata una bellissima scena con Lilli Carati a letto, scalza e poi il protagonista è arrivato e per prima cosa le ha baciato i piedi».
Lei fece un sorrisino commentando:
«Ah, sì?» e lasciò cadere il discorso, per riprenderlo appena saliti in macchina, poco dopo:
«Perché ti è piaciuta quella parte del film?»
Io, con il cuore in gola non sapevo che dire e balbettai un
«Non so, è stato bello e giusto».
«Giusto?» chiese lei.
«Sì».
Fece un altro dei suoi sorrisini
«Ah, ma davvero? Beh, andiamo portami in viale Ippocrate»
E così dicendo accavallò le gambe ed io rimasi ipnotizzato dal suo piede destro.
«Beh, che aspetti?» fece Anna.
Beh si può immaginare come me la passassi e il mio sesto senso mi diceva che lei aveva capito che tipo ero. Quasi a confermare questo lei lasciò sfilare la sua scarpa, sorreggendola con le dita del piede.
A me per poco non venne un colpo e non tamponai quello che mi precedeva per puro miracolo. La frenata le fece cadere la scarpa e per la prima volta potei ammirare la bellezza della nudità dei suoi piedi, con le unghie pitturate di un rosso mirtillo veramente spettacolare. La cosa la indispettì un poco e mi chiese di portarla a cena dove, disse «mi dirai perché guardi sempre i miei piedi». Andammo a cena in un posto tranquillo vicino a casa sua in un ristorante a Piazza Bologna e lei scelse un tavolino appartato in un angolo. Non le ci volle molto per farmi dire e scoprire la mia vera natura di schiavo leccapiedi. Le dissi tutto, di come intendessi la superiorità della donna, delle mie esperienze di schiavo, di come fossi rimasto scioccato da lei, dal suo fascino, dalla sua personalità e dai suoi piedi. Lei alla fine rise e mi disse che aveva già capito che avevo un debole per i suoi piedi o per le sue scarpe e per cui sapeva che ero un feticista. E in breve mi spiegò che lei aveva già avuto esperienze di questo tipo con un masochista che più lo faceva soffrire più godeva e aggiunse più io mi divertivo. Io rimasi senza fiato, avevo di fronte a me una vera Padrona!!!
«E credo che potrei divertirmi anche con te» disse Anna «più che far soffrire a me piace umiliare... i cocchi come te».
Da quell'istante Anna cessò di essere donna e diventò Padrona. «Bene da ora sei solo una cosa per me e se pensi di poter baciarmi i piedi solo perché ti eccita farlo, stai fresco. Anzi non so nemmeno se te li farò baciare!»
Io venni colto dal panico dentro di me. Anna, invece, continuava!
«Cazzo, caro il mio stronzetto, ora voglio divertirmi perché è da tempo che non lo faccio. Per cominciare fatti una sega! Adesso!»
E siccome esitavo appoggiò il tacco sui miei piedi e spinse con cattiveria.
«Non sono abituata a farmi ripetere quello che dico, muoviti».
Con comprensibile imbarazzo cominciai: mi sbottonai i pantaloni e me lo menai. Avevo il terrore che arrivasse il cameriere e lei alzò un piede e lo portò sulle mie palle, solleticandomi con il tacco. «Sborra sulla suola, dai che aspetti, non hai detto che vorresti adorarmi, sborra, su» e così venni sulla suola della sua scarpa.
Lei controllò che non ci fosse alcuno che la vedesse e, preso un cucchiaio, raccolse la sborra con esso. Mi tese il cucchiaio: «Mangia, ma senza inghiottire, lo farai solo quando te lo dico io».
Così fu, mangiai la mia sborra mista alla polvere della suola e attesi. Lei senza scomporsi si accese una sigaretta e se la fumò con calma.
«Quanto sei ridicolo! Ti piace la tua sborra, eh!»
Solo dopo mi disse di mandarla giù ponendo fine alla mia umiliazione.
«E ora andiamo a casa». La seguii con il timore e la paura di quello che mi avrebbe fatto, ma anche con uno strano stato di eccitazione nel sapere che sarei stato umiliato, dominato e annullato da una donna.
Appena entrai nel suo appartamento mi fece distendere a terra e senza tanti preamboli montò sul mio petto (appoggiandosi alla porta per tenersi in equilibrio) facendo bene attenzione a spingere sui tacchi. Mi faceva male, ma il dolore era mitigato dalla stupenda visione di Anna, dominante su di me. È una sensazione unica vedere una donna, in piedi su di te, dal basso: ci si sente veramente sottomessi! Anna portò una suola sulla mia bocca. Non c'era bisogno di ordini. Leccai e pulii prima una e poi l'altra. Quindi lei mise il tacco e si fece pulire anche la punta, «perché» disse «sono una donna educata ed entrando in casa mi pulisco sempre le scarpe sullo zerbino».
Quindi mi prese per i capelli e mi trascinò davanti ad un armadio, che altro non era che la sua scarpiera. Ne estrasse un paio di ballerine, un paio di pantofole e un paio di scarpe nere col tacco, gettandole distrattamente a terra. «Pulisci anche quelle, stronzetto che io torno subito» e così fu. Tornò dopo una decina di minuti e mi fece rimettere a posto le scarpe nella scarpiera, usando, ovviamente, solo la bocca.
Notai che si era levata la gonna e aveva un boccale di birra vuoto. Immaginai cosa mi aspettava. Infatti mi disse «Hai mangiato tanta polvere, povero cocco, ora ti offrirò un drink per digerirla» e tenendo con una mano il boccale, si scostò gli slippini con l'altra e, a gambe larghe, vi orinò dentro. Non contenta vi sputò dentro e mi porse il drink
«A piccoli sorsi e lentamente»
L'umiliante operazione richiese alcuni minuti e alla fine lei con l'indice raccolse le ultime gocce e me lo ficcò in bocca comodamente seduta sulla poltrona. Sorrideva divertita nel vedere «quanto fossi ridicolo, succube di ogni suo volere» come precisò la mia Padrona.
Mi fece andare, sempre in ginocchio, davanti a lei. Mi poggiò il tacco sulla cosce e spinse: soffrivo veramente. Quando lo levò guardò soddisfatta il segno bluastro sulla pelle e... ripeté l'operazione dall'altra.
«Povero cocco, soffri?»
«Sì Padrona»
«Vuoi assaggiare le mie scarpette?»
«Sì signora»
Pensavo di avere un po' di respiro, povero illuso che ero. Con movimenti lenti ed eccitanti si alzò la gamba all'indietro e si levò la scarpa. Senza preamboli mi afferrò con una mano per la nuca e l'altra, con la scarpa in mano, me la schiacciò (con il suo interno) sul naso. Che odore meraviglioso, perfetto. Annusavo quell'aroma di cuoio e sudore con tutto me stesso, e tanto bastò perché il cazzo tornasse in erezione.
«E ora» disse Anna togliendomele dal naso e impugnandole per il didietro e il tacco «le assaggerai dall'altra parte»
Con tutta la sua forza calò la scarpa con la suola sulla mia guancia ed io rimasi quasi senza fiato per il dolore e trattenni le lacrime a stento. Lacrime che vennero giù senza sosta alle altre successive sberle, di suola ovviamente. Volle pareggiare il conto con l'altra guancia. Quando smise si rimise la scarpa e mi accarezzò la guancia. Perversamente un attimo dopo vi fece cadere una sberla seguita da un manrovescio sull'altra guancia sciaff sciaff. Fece ancora in tempo a darmene un paio violentissime, era meglio avesse continuato a usare la suola che non resistetti più e mi abbattei ai suoi piedi, gemendo, piangendo implorando pietà e supplicandola. Lei, da vera Padrona, non si scompose
«O ti rialzi entro due secondi o te ne do tante fino a che mi fa male la mano. Faticosamente mi rialzai in ginocchio e lei mi dette altre tre sberle, seguite da manrovesci
«Non ti sei alzato nei due secondi che ti avevo dato» precisò.
Anna si mise cavalcioni sul mio collo e, tenendosi in equilibrio aggrappandosi ai capelli, cominciò un ennesimo terribilmente doloroso gioco.
Fece scorrere i tacchi sull'ombelico, sulle cosce, sui fianchi, sul petto  risparmiandomi in pratica  solo il cazzo e in breve fui tutto segnato dai solchi che i suoi tacchi lasciavano sulla mia pelle. Fui preso dal terrore e ricordai le sue parole... «più lo picchiavo, più gli facevo male, e più mi divertivo» riferite al suo amico masochista. Avevo veramente paura di quello che mi avrebbe fatto.
Quando si rialzò le bastò una lieve spinta al capo perché mi mettessi a quattro zampe. Mi cavalcò, ovviamente, facendomi correre per la stanza a quattro zampe
«Muoviti, cane pidocchioso» mi disse, pungolandomi con i tacchi sulle cosce. La cosa la divertiva indubbiamente, e i suoi gridolini di piacere e di divertimento mi giungevano chiari. Quindi scese poggiando un tacco sulla schiena e spinse con forza. Stramazzai a terra con un gemito e lei portò la punta della scarpa vicino alla mia bocca.
«Baciala»
Ricoprii di baci devoti quella punta e immediatamente sentii il tacco dell'altra percorrermi la schiena in lungo e in largo.
«Ora sei segnato davanti e dietro»
Ero veramente distrutto da lei fisicamente e psicologicamente, ero rassegnato al peggio quando mi fece distendere sul divano. Invece Anna si sedette sulla mia pancia. Vederla così, su di me mi fece di nuovo eccitare.
«Vuoi ancora i miei piedi?»
«Più di ogni altra cosa al mondo, Padrona»
«Ne ero certa, cocco, quindi ecco il momento più atteso, più bello e più agognato».
Con classe e naturalezza incredibili si levò le scarpe e portò un piede sul mio viso. Le sensazioni che provai in quel momento sono indescrivibili e rimarranno per sempre indelebili nella mia vita. Quel meraviglioso piede sudato, leggermente e deliziosamente sporco sul calcagno, dall'odore ideale era il massimo che un feticista può pretendere dalla vita. Mi ci attaccai come uno perso nel deserto si attaccherebbe all'acqua.
Anna per qualche minuto mi lasciò fare, divertita. Ma poi cominciò a giocare con le unghie sull'interno delle cosce, a farmele sentire sullo scroto, sul petto, strinse i capezzoli fra le dita tanto forte che credevo me li staccasse. Gemevo e mugolavo senza ritegno.
Manipolandomi il cazzo me lo fece diventare sempre più duro e improvvisamente, dopo essersi toccata fra le gambe, si mise con il sesso sul mio viso, tirandomi per i capelli volle che
Leccassi.
Era bagnata completamente, quindi, sempre a cavalcioni si infilò sul mio cazzo con un
«Se vieni ora, giuro che ti castro», detto con cattiveria inaudita. Dettò lei il ritmo fino al suo godimento che ebbe puntandomi le unghie sulle spalle. Solo il cielo sa come non sia riuscito a godere. Per concludere si mise di nuovo seduta sulle mie cosce, piantandomi i piedi sulla faccia con violenza da togliermi quasi il respiro e nel contempo mi prese il cazzo letteralmente in pugno e con un paio di strizzate mi fece avere il più grande e più copioso orgasmo della mia vita. Lei indirizzò lo sperma sulla sua pancia che ripulii senza che nemmeno me lo ordinasse. Così terminò la mia incredibile avventura con Anna.
Come ultimo regalo lei mi donò una calda e salata cascata di pioggia dorata, direttamente dalla fonte.
Purtroppo non ci sono stati altri incontri con lei, dopo quest'unico ma indimenticabile. L'altra storia della quale volevo raccontarti è più breve. Conoscevo Carla di vista, perché avevamo amicizie in comune, quando la trovai in un bar vicino a casa. Con la scusa più banale (ma noi non ci conosciamo già?) attaccai discorso. Quindi le mandai dei fiori e la invitai a mangiare fuori. Parlammo molto e quando l'accompagnai a casa le cominciai a baciare le mani. La cosa le piacque moltissimo, tanto che cominciò a muovere la mano giocando con essa sul mio viso. Mi infilava le dita in bocca, muoveva la mano sulla mia faccia, la faceva scorrere tra i capelli, non mi concesse altro. Ma qualche sera dopo, a casa sua, ripresi il discorso da dove era interrotto. Le feci tanti complimenti e le dissi che era una ragazza splendida da adorare da capo a... piedi. «Addirit
tura» lece Carla.« Sì, posso dimostrartelo, ti prego». Lei mi guardò a lungo e acconsentì. Si tolse gonna e maglietta e rimase in due pezzi. Ai piedi aveva un paio di ballerine nere, cominciai ad adorarla ricoprendola di leccatine e bacetti mi avvicinavo sempre più bacio dopo bacio alle sue estremità. Ruppi gli indugi cominciai a baciarle il sopra dei piedi sfilandole contemporaneamente le scarpette e la guardavo di sott'occhi. Mi lasciava fare. Ero eccitatissimo e il rigonfiamento della patta dei pantaloni parlava da
solo. Dopo averle baciati di lato presi il suo piede destro e cominciai a riempire di bacetti e a succhiare una per una le dita. Un ultimo timore mi frenava i. «Non ti da fastidio» le chiesi. «No -rispose Carla - è così strano, ma piacevole e tu lo fai con una dolcezza che è unica davvero, dai continua». Era fatta, mi abbandonai sotto la sua pianta, che aveva un odore deliziosissimo tipico di piede che piace a me e, come avevo sperato di lì a poco cominciò a giocare con i piedi sulla mia faccia. Li muoveva ora di pianta, ora di lato,
praticamente edecidendo con i suoi movimenti dove voleva che la leccassi. Improvvisamente armeggiò sulla patta e mi tirò fuori l'uccello che era al massimo, cominciò a carezzarlo e a muoverlo lentamente, a giocare su di esso con le sue mani. Ero troppo sotto l'effetto doppio del movimento delle sue mani sul cazzo e dei suoi piedi sulla mia faccia, non potevo resistere: sborrai. Carla non levò le mani dal cazzo, ma anzi serrò ancora di più la mano a pugno su esso. La sborra colò sulle sue mani e come lei si alzò per an-
dare a pulirsi la prevenni, e scusandomi se l'avevo sporcata cominciai a pulirla con la lingua. Lei si sorprese: «Ma che fai, mangi la tua sborra? Carla rise «Vuoi che te la faccia mangiare io?» «Sì, te ne prego. «Allora chiudi gli occhi» Obbedii. Di lì a poco mi sentì baciare dolcemente, risposi al suo bacio e mi ritrovai con la mia sborra in bocca. Carla l'aveva presa in bocca e ora mi baciava, passandomi la sborra nella mia bocca. Dopo una pausa, mi disse «Baci e muovi la lingua deliziosamente». Si levò gli slip. «La vo-
glio sentire qui, ora» indicandomi il suo sesso con l'indice. Dovetti darmi da fare a lungo ma alla fine, con mia grande soddisfazione, riuscii a farla godere, mangiandomi anche i suoi umori. Poi volle che le leccassi anche il buchette dietro e le tette mentre lei si faceva un ditalino, venne ancora. Mi guardò. Sì, ci capimmo senza parole. Volevo ancora baciarglieli. L'operazione, richiese una stupenda mezz'ora, nel corso della quale adorai ogni lembo delle sue estremità. Anche questa volta me lo prese e me lo toccò magi-
camente, facendomi sborrare sull'interno delle cosce. Mi mise allora le mani dietro la nuca e mi attirò dolcemente verso la mia sborra, che mangiai tutta. Purtroppo da lì a poco Carla trovò n ragazzo gelosissimo e non ci vedemmo più. Ecco Francis, queste erano le mie storie. Se sai di qualche Padrona dalle mie parti o a Milano (io non ho problemi a venire lì) che desidera deliziarsi con un uomo ai suoi piedi, ti prego di farLe il mio nome. Ci conto!



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