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TERMODISCIPLINA
A cura del
Tutore.
Il Tutore è persona di grandissima e comprovata esperienza e
che abbina ad essa un profonda conoscenza tecnica e buone nozioni
mediche
Il suo linguaggio è spesso volutamente aulico e talvolta
particolarmente crudo. Non è però difficile intuire la
sottile vena di ironia ed autoironia che accompagna le sue dotte
dissertazioni frutto non di letture, ma di pratica.
Chi l’ha conosciuto di persona sa inoltre quanto la sua severità
sia sempre molto correlata all’esperienza e reale natura di chi gli sta
di fronte, evitando ogni forzatura in nome di supposti canoni e regole
sm.
La disciplina termica o termodisciplina si avvale, per i suoi
effetti punitivi, di cospicui sbalzi di temperatura, tali da produrre
sofferenza e/o acuto disagio. Benché talora ciò possa
essere conseguito mediante raffreddamento, la tecnica di gran lunga
più usata è quella del riscaldamento, per cui possiamo
dire che, in generale, la disciplina termica è quella che
utilizza fonti di calore. Ciò che la contraddistingue nettamente
da tutte le altre forme di emendamento corporale è che, mentre
quelle svolgono la loro azione mediante i recettori cutanei dolorifici
e/o tattili, la termodisciplina, unica tra tutte, sfrutta una classe
indipendente di terminazioni nervose che sono “i recettori termici”.
Ciò ha due conseguenze:
1) Gli effetti della disciplina termica sono
additivi rispetto a quelli di altre afflizioni corporali applicate
contemporaneamente sulla stessa zona disciplinabile: per es. mentre gli
effetti di una severa fustigazione e di un contemporaneo
attanagliamento non si sommano completamente poiché utilizzano
in parte gli stessi recettori, la somma dei due effetti dolorifici
è totale se le natiche vengono nello stesso tempo riscaldate ed
attanagliate.
2) Non è detto che una zona sensibile agli
stimoli tattili o dolorifici lo sia altrettanto agli stimoli termici, e
viceversa, in quanto la frequenza dei due tipi di recettori può
variare di molto. Benché manchino studi sistematici al riguardo,
si può senz’altro affermare per esempio che le chiappe sono
relativamente meno sensibili alle scottature che non alla fustigazione.
Lo stesso avviene per le piante dei piedi, mentre è vero il
contrario nel caso della zona anale, dove lo stimolo termico si fa
sentire particolarmente acuto. Va pure ricordato che un aumento di
temperatura, attivando la circolazione, rende anche gli altri recettori
cutanei più sensibili agli stimoli specifici. L’opposto accade
se la zona disciplinabile è stata invece raffreddata. Di
conseguenza un sedere che esce da un semicupio bollente sarà
particolarmente sensibile ad una successiva fustigazione, mentre quello
che esce da un semicupio gelido sarà molto meno sensibile, come
se avesse subito una parziale anestesia. Di ciò va sempre tenuto
conto.
Una premessa doverosa, prima di entrare nei dettagli della
termodisciplina, riguarda i rischi ed i pericoli gravissimi che questa
tecnica può comportare se applicata in maniera impropria. In
pratica si deve aver cura che il trattamento termico non produca mai
ustioni: queste infatti, oltre a compromettere l’integrità
fisica della corrigenda, ne rendono a lungo indisponibili le zone
disciplinabili e rappresentano comunque danni sproporzionati al dolore
effettivamente provocato. Ne consegue che molte torture a fuoco
copiosamente descritte in fumetti e racconti S/M privi di
verosimiglianza, non sono neppure concepibili nell’autentica disciplina
corporale. Alludo alle assurdità quali per esempio
l’applicazione sulle carni denudate di ferri arroventati o tizzoni
ardenti, a sigarette sui seni con relativo spegnimento o
l’attanagliamento con pinze incandescenti ed il versamento di liquidi
bollenti (per non parlare di metalli fusi!!!) negli orifizi. Tutte
esercitazioni oniriche e demenziali che nulla hanno a che vedere con la
disciplina corporale!!! La quale invece, per sfruttare al meglio il
potenziale dolorifico delle fonti di calore, deve ricorrere ad alcuni
espedienti che, pur recependone l’efficacia, eliminino però gli
effetti deleteri.
Tali espedienti in genere sono: 1) la graduabilità della
sorgente di calore; 2) la distanza tra questa e la zona disciplinabile;
3) la piccolezza (in linguaggio tecnico la ridotta capacità
termica) dello strumento ustionante.
A questi tre espedienti tecnici va aggiunta una raccomandazione
generale che è quella di non immobilizzare la corrigenda durante
le applicazioni termodisciplinari: essa cioè deve essere
obbligata moralmente a subirle, ma non coartata fisicamente.
Così, quando il dolore diviene insopportabile, essa, pur
commettendo una grave insubordinazione, potrà muoversi,
dimenarsi, sottrarsi, sia pure penosamente, alla tortura. Ciò da
un lato rappresenta una «valvola di sicurezza» contro danni
fisici eccessivi, dall’altro rende la seduta più vivace e
gustosa poiché offre il pretesto per castighi supplementari.
Tenuto conto di quanto sopra, possiamo suddividere le principali
tecniche termodisciplinari in tre categorie fondamentali, a loro volta
articolate in alcune varianti.
Avremo l’irradiamento quando la fonte di calore è più o
meno lontana dalla zona da disciplinare, il contatto quando il
materiale termico tocca o addirittura penetra nella anatomia
mortificata ed infine l’immersione se l’appendice corporea emendata
viene sommersa nel fluido termico.
L’irradiamento viene eseguito ponendo a discreta distanza sotto la
parte disciplinabile - che di solito sono le terga denudate - una fonte
di calore che può essere costituita dalla fiamma di una candela
o di un lumino (rosolatura) oppure da un braciere (brasatura) o infine
da una pentola scoperta piena di acqua bollente (sbollentatura).
Mentre nei primi due casi l’irradiamento termico è diretto o
«secco», nel caso della sbollentatura esso è mediato
dal vapore che sale ed inumidisce, tormentandole, le anatomie
sovrapposte (irradiamento «umido» o «cottura a
vapore»). Tutte e tre queste tecniche a loro volta, ma
soprattutto la prima e la seconda, possono essere eseguite mediante due
principali dispositivi, a seconda che le natiche siano appoggiate su un
sedile sotto il quale, ad altezza variabile, viene posto il braciere o
il lume, oppure quest’ultimo sia invece collocato in una
«lucerna» appesa tramite un sodomizzatore o a qualche altro
dispositivo dolorosamente fissato alle carni o alla peluria
soprastanti.
Le due tecniche vengono indicate come fornello e pendaglio,
rispettivamente.
Il fornello rosolatore in genere coincide con i più comuni
sedili termici. Questi possono variare per altezza del piano d’appoggio
(che a sua volta determina il ripiegamento delle ginocchia e la
tensione delle natiche), per la dimensione del buco centrale, che
può essere una stretta fessura che espone alla rosolatura solo
il solco e le pudende, oppure un foro più ampio che in certi
casi lascia protendere l’intero sedere ed infine per la presenza di
utili accessori, tra cui il piano regolabile che consente di variare
l’altezza del lume e la corona di aculei intorno all’apertura, che
serve a rendere più penoso ogni movimento che la corrigenda
avesse a compiere per trovare qualche sollievo
ai suoi tormenti.
Va infatti osservato a questo proposito che, soprattutto se si usa una
candela, il calore irradiato si concentra in un unico punto, posto
perpendicolarmente sopra la fiamma: è solo qui che con il
volgere dei secondi il bruciore diventa insopportabile e, a lungo
andare, potrebbe prodursi l’ustione. Basta che la corrigenda riesca a
spostare le natiche di qualche millimetro per ottenere un transitorio
sollievo ed evitare scottature gravi. È quindi opportuno che
tali piccoli movimenti, oltre tutto grotteschi ed umilianti, non siano
fisicamente impediti, ma solo resi più penosi con aculei ed
altri
espedienti e ridotti al minimo grazie alla minaccia di sanzioni
supplementari per ogni movimento indebito. Un’importante
diversificazione del sedile termico classico, a foro centrale, si ha
nel caso dei cosiddetti bracieri rustici o impalatori termici.
Se i Superiori optano per la tecnica del pendaglio (o lanterna) la
corrigenda viene posta su di un apposito trespolo o appesa in modo che
il sedere ed il suo orifizio si trovino sollevati e disponibili. Nello
sfintere viene introdotto un grosso sodomizzatore provvisto di un
gancio, cui viene appesa la «lucerna» costituita da una
catenella o da un’asta metallica che sostiene il lucignolo acceso o un
piccolo braciere con qualche pezzetto di carbone incandescente. La
corrigenda dovrà resistere al bruciore restando il più
ferma possibile, ma, tutto sommato, i suoi penosi dimenamenti non
saranno sgraditi ai Superiori, che ne trarranno pretesto per
aggravamenti di pena, particolarmente feroci nei casi estremi in cui la
corrigenda arrivasse al punto di far spegnere la fiamma o di far cadere
la
lucerna evacuando il sodomizzatore.
La sbollentatura viene eseguita con sedili aperti sotto i quali si pone
il recipiente di acqua bollente, tenuta calda da un fornello elettrico
o a gas. L’efficacia di questa tecnica inconsueta aumenta se nell’acqua
bollente vengono poste essenze volatili quali mentolo, olio di senape o
di pimento: le loro esalazioni producono sulle mucose intime
insopportabili bruciori ben più dolorosi del vago senso di
pizzicore che si proverebbe sulla pelle normale. È un castigo
questo, spesso abbinato al semicupio bollente, che ben si addice alle
corrigende colpevoli di avere le parti vergognose maleodoranti.
Nel caso delle punizioni termiche per contatto il rischio di ustioni
diviene maggiore se non si prendono alcune precauzioni che, in genere,
consistono o nelle dimensioni ridotte dello strumento o del materiale
ustionante (es.: aghi roventi e stillicidio di cera fusa) o nella
relativa moderazione calorica, compensata dalla prolungata
applicazione, del materiale usato (metodo dei condensatori o
accumulatori termici) o infine nella lentezza e gradualità del
processo di riscaldamento (metodo dei conduttori termici).
Gli aghi roventi producono ustioni molto dolorose e possono lasciare
minuscole cicatrici, ma data la limitatissima area interessata, possono
essere applicati ripetutamente sulle natiche, sul ventre, sul pube e
sui genitali (con prudenza, anche sulle poppe e sui capezzoli) senza
conseguenze serie.
Unico accorgimento addizionale può essere quello di spalmare la
parte disciplinata con un unguento contro le scottature. Si possono
applicare gli aghi roventi seguendo due tecniche principali: a) usando
gli specilli, robusti spilloni provvisti di un manico di legno, la cui
punta viene arroventata con un lume ad alcool e poi
«raffreddata» premendola obliquamente (senza piantarla in
profondità) sulla anatomia prescelta; ne risulterà una
vescichetta allungata e sottilissima che lascerà una
insignificante cicatrice filiforme per qualche settimana, b) piantando
a freddo per qualche millimetro nella carnosità da tormentare un
sottile spillo entomologico con testina metallica. Dopodiché la
capocchia viene riscaldata con un cerino per tutto il tempo che questo
impiega a spegnersi. L’ustione in questo caso sarà puntiforme,
ma un po’ più profonda e dà luogo ad una piccolissima
escrescenza cutanea. Con ripetute applicazioni sia dello specillo che
dello spillo si possono «tatuare» le zone disciplinabili
con figure o con lettere che ricordino, per es., la colpa commessa
(tipica la M sul pube depilato delle corrigende colte a masturbarsi.).
Sono comunque tatuaggi transitori che scompaiono al massimo in una
settimana . Al contrario degli aghi roventi, caldissimi, ma velocissimi
nel raffreddarsi, i condensatori o accumulatori termici sono costituiti
da una notevole massa di materiale, capace di accumulare molto calore e
di raffreddarsi con grande lentezza; in cambio la loro temperatura
è sempre modesta, intorno ai 50-60°. Possono dunque essere
maneggiati senza scottarsi, ma una volta posti in intimo contatto con
le anatomie disciplinabili questi strumenti erogano il loro calore
senza che vada troppo disperso, il che, a lungo andare, comporta una
lenta, ma dolorosissima «cottura» delle carnosità
circostanti.
Il prototipo dei condensatori termici è la borsa o bottiglia di
acqua calda: l’acqua infatti, avendo una elevata capacità
termica, è un’eccellente accumulatore di calorie. Nel caso
più semplice, la borsa viene posta sul sedile di uno sgabello
qualsiasi e la corrigenda vi viene fatta sedere sopra. Nella
consuetudine disciplinare scolastica viene stabilito un tempo di
espiazione o «penitenza» che varia a seconda della
temperatura dell’acqua e della gravità del fallo commesso.
La prassi più seguita vuole che all’inizio si conceda alla
corrigenda di rimanere vestita, salvo obbligarla in seguito a togliersi
prima la gonna (o i jeans) e poi anche le mutande via via che gemendo,
dimenandosi o sollevando il sedere, si rende colpevole di successive
infrazioni. Se poi, una volta con le chiappe nude, la corrigenda non
resiste fino allo scadere del tempo prestabilito e si alza prima, si
è soliti «conguagliare» la pena applicando su quelle
natiche impazienti un numero di colpi di canna o di verga pari ai
secondi mancati al termine del castigo.
Va aggiunto, tra parentesi, che questa fustigazione risulterà
particolarmente dolorosa poiché le natiche calde rispondono
meglio agli stimoli dolorifici di quando sono a temperatura normale.
Naturalmente la borsa di acqua calda può venire validamente
sostituita da altri materiali riscaldanti, quali le caratteristiche
ciambelle elettriche scaldaletto o perfino un banale calorifero
sistemato in un punto che permetta alla corrigenda di potervisi sedere
sopra. Ma vi sono anche degli accumulatori termici portatili, di
piccole dimensioni, che possono venire incastrati tra le chiappe o
anche tra le poppe qualora queste siano voluminose e legate assieme. In
queste nicchie carnose particolarmente riparate, che conservano il
calore senza disperderlo, i condensatori termici raggiungono la massima
efficacia.
Il più adatto per questo uso è un umile e prosaico uovo
sodo, con il guscio o senza. E’ incredibile come le dimensioni, la
forma e perfino la composizione chimica dell’uovo lo rendano più
idoneo ed «anatomico» di qualsiasi arnese artificiale per
tormentare l’interno delle natiche nella zona del pertugio anale: una
volta collocato in quel punto, con la punta più affusolata verso
lo sfintere, l’uovo rimane perfettamente incastrato a dispetto di
qualunque dimenamento del sedere e contrazione o rilassamento delle
natiche. Per toglierlo occorre un intervento manuale oppure un completo
accovacciamento con le cosce divaricate. Quindi una corrigenda appesa
per le braccia o comunque impedita a piegarsi troppo sulle ginocchia
potrà contorcersi e divincolarsi quanto vuole, ma non
riuscirà a liberarsi dell’uovo bollente. Il supplizio dell’uovo
bollente è la classica punizione riservata a quelle
natiche indocili e ribelli che si contraggono e si dimenano durante
l’applicazione delle sferze. L’esecuzione di questo castigo avviene
previo il rassodamento in acqua bollente per una diecina di minuti e
poi un breve raffreddamento, di 15-30 secondi in acqua corrente. L’uovo
così apparentemente raffreddato viene immediatamente collocato
in sede, con la punta più sottile appoggiata sull’orifizio. Di
primo acchito la corrigenda percepirà solo un quasi gradevole
senso di tepore, ma in capo a pochi secondi il calore accumulato
all’interno dell’uovo, grazie soprattutto alla componente lipidica del
tuorlo, sale in superficie ed il tormento ha inizio: il dolore - in
breve infernale! - raggiunge il suo apice dopo un paio di minuti e si
mantiene costante per altri 3-4 minuti prima di cominciare a
decrescere.
Nella sua versione più completa, il supplizio prevede che l’uovo
sia trattenuto fino al completo raffreddamento per venire poi deposto
con un rituale mortificante, in un portauovo collocato su di uno
sgabello, senza alcun intervento manuale: la corrigenda pertanto
dovrà accovacciarsi con ogni precauzione per non far cadere
né l’uovo né il portauovo. Se anche ci riesce non
è detto che eviti castighi supplementari poiché i
Superiori annuseranno l’uovo e, quasi certamente, percepiranno un
«odore nauseabondo di sedere poco pulito»!
Benché non siano razionali come l’uovo, anche altri generi
alimentari svolgono egregiamente la stessa funzione, per esempio le
proverbiali patate bollenti ed i wurstel, che, con la loro forma
allungata, possono «farcire» completamente il solco o
essere infilati negli orifizi, eventualmente spalmati di quella senape
piccante che rende questo piatto così saporito e non solo per il
palato!
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