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CASTIGHI ALLA SERVITU’
Ho la mano che ancora mi fa male per gli sculaccioni che ho impartito
alla domestica Patrizia, una bella ragazza poco più che ventenne.
È una ragazza alta e slanciata, che pratica nel suo tempo
libero, molto sport (corsa e nuoto soprattutto) con grande giovamento
per la sua linea snella e armoniosa.
Corre nella campagna attorno alla nostra villa e ha la
possibilità di nuotare nella nostra piscina (siamo di idee molto
democratiche) situata nel nostro giardino e che d’inverno viene
riscaldata.
Patrizia deve essere punita spesso perché troppo vivace e
insubordinata. Ieri ha mancato gravemente verso un nostro ospite, che
avendole fatto un complimento, si è sentito dire “zitto vecchio
satiro”
Oggi, terminata la cena, le ho ordinato di seguirmi in camera sua.
Patrizia ha obbedito senza fiatare, con gli occhi bassi e le guance in
fiamme, avanzando a piccoli passi sotto gli sguardi consapevoli non
solo di mia moglie ma anche di tutta la servitù.
Giunti in camera da letto, per prima cosa le ho ordinato di sbottonarsi
la camicetta e di denudarsi i seni. Patrizia in effetti è molto
orgogliosa delle sue tettine sode e appuntite, che esibisce senza
pudore sulle spiagge durante i mesi estivi. Trova quindi molto
umiliante ricevere la sua punizione a seno scoperto, anche
perché normalmente, mentre io la sculaccio, i suoi capezzoli si
ingrossano e induriscono a vista d'occhio, per una forma di naturale
reazione fisica e nervosa.
Poi le ho fatto abbassare i pantaloni e me la sono messa sulle
ginocchia, seduto sulla sponda del letto con le gambe penzoloni, il
seno schiacciato sul copriletto e il pancino saldamente sistemato sul
mio grembo. Le ho sfilato io stesso le mutandine di nailon bianche,
sentendo fremere sotto le dita il suo culetto ancora fresco e morbido.
Le ho somministrato cinquanta sculaccioni con il palmo della mano e
altri cinquanta con la suola di cuoio della mia pantofola, distribuendo
equamente i colpi su ambedue le natiche rimbalzanti. Alla fine, le
quattro guance di questa impertinente domestica - quelle del viso e
quelle del culetto - avvampano di un identico color rosso
porpora, uniformemente distribuito sulle rispettive convessità.
Qualcuno, a questo punto, potrebbe forse obiettare che la mia punizione
è stata, tutto sommato, «all’acqua di rose», ben
lontana dalle rigide tradizioni educative del mio paese, fondate come
tutti sanno sull'uso della bacchetta (caning) e dello staffile
(flogging).
In effetti devo riconoscere che mia moglie ed io siamo piuttosto restii
a ricorrere a questi mezzi afflittivi, che troviamo eccessivamente
brutali e disumani, preferendo le comuni sculacciate con la mano e con
la pantofola, certamente meno dolorose, ma al tempo stesso molto
più umilianti ed efficaci dal punto di vista psicologico.
Oltre a Patrizia, di cui ho già parlato, abbiamo altri tre
domestici, tutti intorno ai 30anni: Jenny, Tom e Laurie.
Di solito io sculaccio le ragazze cioè Patrizia, Jenny e Laurie,
mentre mia moglie ha l’esclusiva (o quasi) sul posteriore dell’unico
uomo.
Non credo sia il caso di dilungarmi sui motivi di indole squisitamente
psicologica che hanno determinato questa distribuzione delle mansioni.
Le ragazze soffrono maledettamente di doversi denudare di fronte a
me ed essere poi messe nude sulle mie ginocchia per ricevere con
la mia mano nuda una sonora sculacciata. La stessa cosa vale per Tom
che abbiamo dovuto minacciare di licenziamento quando la prima volta
che dovevamo punirlo non voleva denudarsi. Ora lo fa subito, ma gli
pesa moltissimo mostrare la sua virilità a Elisabeth. Tenta di
tenersi una mano davanti soprattutto alla fine del castigo quando, non
si sa come mai, risulta in piena erezione.
Talvolta però Elisabeth deve aiutarmi come lo scorso mese quando
ho dovuto punire tutte e tre per essersi dimenticate di preparare le
camere per gli ospiti che si fermavano da noi dopo una importante cena
di lavoro che abbiamo dato nella nostra villa. Una figuraccia
mentre le tre ragazze ridevano come monelle.
Il giorno dopo, appena partiti gli ospiti, guardai ad una ad una le tre
colpevoli, schierate di fronte a me e dissi loro:
- “Ragazze: adesso dovrei mettervi una alla volta sulle mie ginocchia e
scaldarvi il culetto come faccio sempre. Temo peraltro che la punizione
andrebbe un po’ troppo per le lunghe e che il mio braccio finirebbe con
lo stroncarsi, a tutto beneficio dell'ultimo sederino punito. Ho deciso
pertanto che verrete punite contemporaneamente con questo e mostrai
loro il battipanni di vimini che mia moglie aveva opportunamente
sistemato sul tavolo del soggiorno.
Pianti e proteste non servirono a nulla. Invitai le signorine a
prendere posto sul divano, l’una accanto all’altra: non sedute,
naturalmente, ma inginocchiate, contro lo schienale, con al testa in
basso e i rispettivi culetti ben sporgenti in fuori. Ordinai loro di
tenersi per la mano, sia per sostegno e conforto morale reciproco, sia
per evitare la tentazione di proteggersi le natiche durante il castigo.
Osservai attentamente i tre sederini allineati, ancora coperti dai
vestiti, ma già frementi e palpitanti nell’attesa. Alla mia
sinistra il sedere rotondo e pienotto di Jenny, fasciato in
attillatissimi jeans color panna (la sua tenuta prediletta), in mezzo
il culetto acerbodi Laurie, che occhieggiava maliziosamente sotto una
corta e svolazzante gonnellina a pieghe; infine, alla mia destra, il
superbo e prominente posteriore di Patrizia, meravigliosamente
modellato da una gonna di lana molto aderente sui fianchi e, per
conseguenza, rivelatrice della forma arrotondata delle due natiche,
divise in mezzo da una lunga e profonda fessura.
D’abitudine sono le ragazze stesse a prepararsi al castigo, denudandosi
il sedere con le loro mani. Quel giorno, però, ritenni opportuno
farle preparare da mia moglie, coadiuvata da Tom cui non pareva vero di
essere chiamato a questo compito.
L'operazione si svolse in due tempi ben distinti: dapprima furono
sollevate le gonne di Laurie e di Patrizia (la prima con estrema
rapidità e semplicità, la seconda in modo alquanto
più lento ed elaborato) e abbassati i jeans di Jenny. A questo
punto mi concessi una breve pausa, osservando con calma il grazioso
spettacolo offerto dalle nostre tre domestiche in
«demi-déshabillée».
Procedendo da sinistra a destra, Jenny indossava un collant molto
velato e trasparente, sotto il quale si disegnava la forma triangolare
di un piccolo slip color carne; Laurie teneva il suo culetto di ragazza
pudica ostinatamente celato sotto una classica mutandina bianca di
cotone ben tirata sui fianchi, ed era per il resto a gambe nude,
salvo i calzettoni bianchi da collegiale a metà polpaccio;
Patrizia, infine, sfoggiava una «parure» intima decisamente
sexy, composta da calze fumées con riga posteriore, reggicalze
nero di pizzo con giarrettiera ben tirate e mutandine nere a triangolo
col bordino rosso lavorato all'uncinetto. - Giù le mutandine! -
ordinai infine.
L'operazione fu eseguita prontamente dai miei aiutanti (nel caso di
Jenny le mutandine vennero abbassate unitamente al collant) e i tre
culetti apparvero completamente nudi, già coperti di pelle d'oca
e scossi da fremiti incontrollati. Jenny aveva i muscoli delle natiche
tesi e contratti (come fa sempre del resto) e la sua fessura divisoria
era ridotta ad una striscia sottilissima nella quale sarebbe stato
difficile inserire la punta di una matita (o di un termometro, per
rimanere in tema). Patrizia tendeva invece piuttosto ad arrotondare e
dilatare le natiche, quasi compiacendosi della loro forma perfettamente
sferica e del loro volume più che ragguardevole
In mezzo a loro Laurie, la meno abituata ad esibire il culino nudo
perché assunta per ultima..Stringeva e allargava ritmicamente le
sue chiappette paffutelle, incapace di trattenerne i movimenti e forse
indecisa sul modo più sconveniente (o meno sconveniente) di
offrirsi al castigo.
Le tre mutandine abbassate a metà coscia contribuivano, come
sempre, ad accentuare le nudità della parte anatomica che
normalmente sono destinate a coprire: il che, detto per inciso,
rappresenta un ottimo coadiuvante psicologico della punizione. Nel caso
di Jenny, poi, anche il collant di naylon arrotolato sulle gambe
contribuiva senza dubbio all' umiliazione, provocando nella ragazza un
senso di disordine fisico e psicologico.
A questo punto mi avvicinai col battipanni in mano e invitai mia moglie
e Tom a prendere posizione dall'altra parte del divano, in modo da
immobilizzare sul nascere eventuali (sebbene improbabili) tentativi di
fuga e di premere con le mani sulle spalle delle ragazze costringendole
a chinare ulteriormente la testa e il busto e, per naturale legge di
compensazione, a sporgere ancora più in alto il rispettivo
fondoschiena.
Tutto era pronto per iniziare il castigo. Alzai il braccio armato e lo
lasciai ricadere con forza sul culetto nudo di Jenny; avanzai di un
passo e feci altrettanto su quello di Laurie; un altro passo, e
giù un terzo colpo, questa volta sull'insolente posteriore di
Patrizia.
Già dopo il primo passaggio le sei natiche portavano chiaramente
in evidenza i segni del battipanni, sotto forma di una larga chiazza
rosea che si estendeva da una parte all'altra dei sederi, scavalcando
diagonalmente i solchi divisori e mostrando in rilievo la forma del
reticolato di vimini. I culetti colpiti sobbalzarono e vibrarono
freneticamente. Ognuna delle ragazze avvertì l'impulso
irresistibile di raddrizzare la schiena sotto la forma dell'impatto, ma
non riuscì a farlo a causa del peso gravante sulle spalle,
sicché per una forma naturale e istintiva di reazione si
limitò ad agitare le gambe e far sbattere ripetutamente i piedi
l'uno contro l'altro.
Per il secondo passaggio seguii il cammino inverso, da destra verso
sinistra. Il sedere di Patrizia, ancora fremente e rimbalzante sotto
gli echi del primo colpo, ne ricevette subito un secondo ancora
più energico e vigoroso, che provocò nelle sue reni un
serie ininterrotta di sobbalzi e contorsioni. Scalciò
ripetutamente all'indietro, perdendo le sue scarpine di vernice col
tacco alto che ricaddero sul tappeto dopo un volo di alcuni metri,
sfiorando nella loro traiettoria un prezioso vaso giapponese e un paio
di altre fragili suppellettili. A questo punto, per evitare inutili
rischi, ritenni opportuno togliere le scarpe anche alle altre due
ragazze: cosa che feci io stesso, chinandomi dietro le loro terga e
avvertendo distintamente sul viso il calore che già emanava
dalle loro natiche, pur riscaldate da un solo colpo di battipanni.
Completai il secondo turno di castigo e subito iniziai il terzo,
ricominciando dal sedere di Jenny, per passare poi a quello di Laurie e
a quello di Patrizia, e quindi riprendere un'altra volta il giro in
senso contrario. Man mano che la punizione proseguiva e il rossore
delle natiche aumentava a vista d'occhio, diventava sempre più
interessante osservare da vicino le reazioni, diversissime fra loro,
delle tre ragazze. Quelle più regolari e continue erano
senz'altro le reazioni di Laurie: la quale, trovandosi in mezzo,
riceveva le sue sculacciate ad un ritmo costante (un colpo sì e
due no) che le consentiva nell’ordine: a) di stringere convulsamente le
natiche prima del colpo; b) di farle schizzare in fuori subito dopo; c)
di dimenare i fianchi per tre o quattro volte consecutive; d) di
sgambettare altrettante volte a piedi alternati. Il tutto accompagnato
da copiosi singhiozzi e strilli.
Le altre due, invece, si trovavano sottoposte ad un castigo un po'
anomalo, inflitto loro con ritmo discontinuo fatto di rapide
accelerazioni (due colpi consecutivi) e di lunghe pause estenuanti (ben
quattro colpi ripartiti equamente sui posteriori delle rispettive
compagne). Quando era il loro turno Jenny e Patrizia reagivano quindi
con una danza indiavolata di reni, natiche, cosce e piedi, accompagnata
da urla frenetiche e pianti convulsi. Poi, durante la pausa, i loro
corpi avevano tempo di acquietarsi a poco a poco, abbandonandosi
languidamente contro lo schienale del divano appena scossi da un lungo
tremito. In questa fase Jenny piangeva sommessamente e senza freni, con
le natiche completamente rilassate e prive di difesa, le gambe
semipiegate e le caviglie incrociate l'una sull'altra. Patrizia, al
contrario, era in preda ad un pianto isterico, sebbene silenzioso, e
reagiva mordendosi a sangue la mano destra, contraendo
furiosamente le sue belle natiche scarlatte e agitando ritmicamente i
suoi graziosi piedini avvolti in calze scure.
Il battipanni è molto doloroso e non si può insistervi
troppo a lungo come con la mano nuda o con la pantofola. Mi
accontentai perciò di una dozzina e mezzo per ciascun
sedere (cinquantaquattro in tutto) sufficiente a colorire i rispettivi
mappamondi di un esteso alone rosso cupo solcato qua e là di
righe violacee lasciate evidentemente dai bordi rinforzati dello
strumento di vimini.
Terminata la punizione, le ragazze furono mandate come sempre in
penitenza, ciascuna in un diverso angolo del soggiorno, con la faccia
al muro, le mani incrociate dietro la nuca e i sederini fiammanti in
bella mostra.
La penitenza dura dieci minuti esatti (non di più né di
meno) ed ha lo scopo di consentire alle ragazze di meditare dal vivo
sulle conseguenze dei loro errori. Devono stare assolutamente nella
posizione prescritta e quindi non possono procedere ai soliti
quanto indecorosi balletti a piedi giunti, con relativi palpeggi e
sfregamenti di glutei. Inutile dire che se una delle ragazze non
rispetta la consegna e abbandona; per qualsiasi motivo la posizione
durante il tempo prescritto (fosse pure per impellenti necessità
fisiologiche stimolate dalla correzione) riceve subito dopo una seconda
e più cocente razione di sculacciate, opportunamente sistemata
sulle mie ginocchia.
Scaduto il tempo, invece, le penitenti sono libere di rivestirsi (cosa
che fanno sempre con mille i precauzioni e buffe smorfie di dolore) e
quindi di ritirarsi in camera loro oppure in bagno per riparare come
meglio credono ai danni sofferti sulle rispettive epidermidi.
Con questo credo di avere fornito un quadro abbastanza esauriente dei
miei metodi educativi, dei quali sono - non mi stancherò mai di
ripeterlo - particolarmente soddisfatto.
Devotamente
John Gielgud
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