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STRANE ATMOSFERE A VILLA PENITENZA
Da oltre un’ora il campanile del vicino villaggio aveva suonato i
rintocchi del mezzogiorno e la lunga, impegnativa sessione disciplinare
a Villa Penitenza si era appena conclusa. Gianna, Nora, Lyz e le altre
corrigende, seminude e discinte, con le natiche e le poppe segnate dai
reiterati emendamenti corporali, si erano dirette di corsa verso lo
spogliatoio, rosse in viso di vergogna e di eccitazione, frettolose di
riverstirsi prima che i Superiori potessero pentirsi dell’intervallo
accordato.
Il silenzio era sceso da un pezzo nel “salone di supplizi”, le cui
sinistre volte trabecolate avevano a lungo risuonato di grida, gemiti,
implorazioni, sibili di sferze, esortazioni, cigolio di carrucole per
tutta la durata dell’estenuante seduta inquisitoria, e la quiete era
tornata anche nella “camera disciplinare” in fondo al corridoio, dove
fino a poco prima le voci affannate e rotte dal pianto delle verberande
si erano sforzate di numerare con la necessaria diligenza i colpi di
bacchetta, di cane e di verga che venivano applicati sui loro colpevoli
posteriori in esecuzione delle punizioni stabilite.
Gli arnesi correzionali erano stati riposti negli armadi, le bacchette
nelle apposite lunghe faretre piene di salamoia; anche il Signor
Preside, Padron Oddo ed il Prof. Stove, raccolti i registri, i verbali
e gli altri documenti, stavano scendendo ai piani inferiori per
raggiugere gli ospiti, le cui voci giungevano smorzate e lontane dal
giardino dove, prendendo l’aperitivo, commentavano con divertita
eccitazione gli episodi salienti di quella memorabile seduta.
Al piano nobile, nella silenziosa penombra del lungo corridoio erano
rimasti solo in due: Lui e Lei, il Tutore e la sua Assistente, il
Maestro e la sua Allieva Prediletta. Si udivano solo i loro respiri e,
a tratti, i loro passi felpati.
Lui percepiva la vicinanza della preda, ma non l’asssaliva ancora; lei
percepiva la presenza del suo seviziatore, e si struggeva nel
desiderio/timore di venire aggredita.
Lui d’improvviso la spinge contro il muro, la preme con tutto il peso
del suo corpo, le afferra le mani, le torce le braccia dietro la
schiena e le immobilizza i polsi con delle manette, non per impedirle
di difendersi (chè lei non ci pensa proprio!) ma di abbracciarlo.
Ora lei è schiacciata nell’angolo, alla sua totale mercè,
stretta, soffocata, tra il muro, la porta ed il corpo di lui; sente che
la sua mano le ha sollevato la gonna, le ghermisce la coscia, sale
verso le parti più intime del suo corpo….
“BENE! - dice lui – la Signora non ha le mutande: cominciamo
bene!”
Le sue dita frenetiche e roventi ora le frugano l’inguine, le
attanagliano il pube…
“BENE! – ripete lui – sempre meglio! Sento che la svergognata dedica
un’attenzione morbosa alle proprie muliebra, mantenedole implumi e
levigate come quelle di un’odalisca!”
Lui ora ha incuneato un ginocchio tra le coscie di lei per impedirle di
chiuderle e con le dita si trastulla con la sua vulva: insinua
l’anulare e l’indice tra le labbra, rese turgide dell’aspettazione, e
le pliche inguinali, e penetra con il medio nell’orifizio vaginale,
strofinando, ciò facendo, il clitoride trasformato dalla
concupiscenza in un cercine gonfio e duro.
“LIBIDINE! – sentenzia lui – libidine in atto…..di secondo grado”
precisa con professionale minuzia.
“TRE DOZZINE: una con il cane e due con la bacchetta di rossospino”
è il suo verdetto.
Lei si sente sciogliere il grembo, tenta di molcerlo, di impietosirlo:
“Oh, no! Ti prego…amore mio, facciamo due, non più di due…”
“Allora CINQUE – stabilisce lui gelido – Le tre stabilite più
una per la disubbidienza e una per le smancerie, queste con la verga di
salice, a pudenda esposte! Precedimi nel mio studio” aggiunge.
Le libera le braccia. Lei, ubriaca di concupiscenza, come un’automa
apre la porta ed entra barcollando nel covo del suo Maestro. In quella
sente la sua voce dietro le spalle “Dimenticavo, Signora: prima di
tutto procederemo ad un’accurata urticazione dei genitali per vedere
almeno di moderare questa sua incoercibile lussuria”.
“Volevo ben dire…” pensa lei mentre si toglie la gonna ed attende,
inguainata nella nera guepiere, gli ordini successivi.
Intanto si ammira nello specchio e contempla le sue natiche opulente ed
eburnee, in procinto di trasformarsi in due globi fiammeggianti, rigati
da tracce rilevate e scarlatte.
In quel mentre vede comparire nello specchio, dietro di lei, il
Maestro: è completamente nudo; ha in una mano il cane,
nell’altra un mazzo di ortiche; la guarda con un sorriso strano ed
enigmatico.
Ora lei si accorge che nella stanza, oltre al cavalletto preparato per
lei, è pronta anche una panchetta verberatoria, quella con la
nicchia posteriore dove vengono immobilizzati gli attributi virili
degli schiavi, durante la verberazione.
Il Maestro ha deposto le ortiche ed il cane sulla panchetta ed ha preso
una lettera che giaceva sul piano della scrivania. Lentamente, con il
tagliacarte, apre la busta.
Il cuore di lei è in tumulto: se lo sente battere come un
tamburo, ma non le impedisce di udire il Maestro che dice: “Ora vedremo
in che modo la Signora ha saputo continuare questa storia… Fin qui una
storia abbastanza appagante, non crede? Speriamo che la conclusione sia
degna delle aspettative! Vediamo un po’ che premi ha saputo meritare,
se solo le ortiche, il cane, la bacchetta, la verga ed il cavalletto o
ANCHE, chissà, uno schiavo nudo alla sua mercè sulla
panca verberatoria?….”
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