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MEMORIE DI UNA DONNA VISSUTA

Spero non vi scandalizziate se vi dico senza tanti misteri che sono una professionista. Ho 45 anni e grazie a palestra e tutte le cure possibili (non chirurgiche, almeno per il momento) nessuno mi dà gli anni che veramente ho.
Ho vissuto con il mio primo ed unico! marito a Londra dove, per ingannare il tanto tempo libero che avevo dovuto al lavoro impegnativo di mio marito ed i suoi frequenti viaggi ad Hong Kong, avevo accettato la proposta di …lavoro offertami da una amica.
Lei riceveva molti clienti in casa e le serviva una amica fidata che la aiutasse. Stante la sua avvenenza ne aveva troppi e non riusciva a soddisfare le tante richieste, richieste che erano quasi sempre molto “particolari”. Infatti lei era specializzata in clienti sadomaso.
Feci così la conoscenza non solo con un certo tipo di …lavoro, ma anche con una serie di pratiche di cui prima non avevo quasi mai sentito parlare e di cui non sapevo proprio nulla.
A parte i soldi, entrambe mi piacquero. Anzi i soldi erano il meno perchè il nostro tenore di vita era alto e potevamo definirci ricchi.
Trovai divertente fare la puttana per il gusto di farlo e devo dire che dopo un primo momento di perplessità le pratiche sadomaso furono una piacevolissima scoperta.
Ora, dopo il divorzio dovuto al fatto che lui aveva trovato un’altra, vivo a Barcellona, ma passo anche lunghi periodi di vacanza (posso permettermelo) nella mia casa vicino Roma.
Ho un buon assegno mensile e poi il mio lavoro a Barcellona “esentasse”.
Mi trovo molto bene in Spagna e questo lavoro lo posso fare con molta più tranquillità e dignità in Spagna che non in Italia. Lì ad esempio esiste anche la possibilità che una sia “ passiva” senza che questo significhi sputtanarsi e non essere più credibile come Mistress.
A Roma ho conosciuto alcuni esponenti del mondo SM italiano fra cui Livio che è un fervente cultore della sculacciata. E’ stato lui a chiedermi di raccontare qualcosa di me facendo appello alla mia lunga esperienza.
Non voglio annoiare nessuno e cercherò di riassumere “per capitoli” alcuni aspetti inserendovi fatti e personaggi di questi anni di “lavoro”
Buona parte dei miei clienti hanno gusti particolari. Molti di essi sono appassionati della sculacciata ed è su di loro che ora mi concentro, sperando che non se l’abbiano a male se rivelo pubblicamene qualcuno dei loro peccatucci segreti. Nomi e riferimento sono ovviamente cambiati.
La prima cosa da dire è che gli amanti del culetto rosso si distinguono in almeno quattro categorie: i sado, i maso, i sado/maso e i voyeurs. Alcuni di loro si soddisfano esclusivamente attraverso la sculacciata, altri invece (e sono la maggioranza) alternano il loro gioco preferito con altri più o meno tradizionali: dalla scopata classica all’inculata, dall’imboccata al clistere e così via. Tra i sado allo stato puro, uno dei soggetti più interessanti (e anche più simpatici) è senz'altro «il professore».  Cinquantenne o poco più, sposato con figli già grandi, insegna in una scuola.
Le sue fantasie sono di genere esclusivamente scolastico: il suo sogno irrealizzato sarebbe di insegnare in una scuola femminile di altri tempi, quando erano ancora in uso le punizioni corporali nei confronti delle allieve indisciplinate.
È un moralista conservatore e detesta i modi troppo spregiudicati delle ragazzine d’oggi: le minigonne svolazzanti ed i jeans attillatissimi delle sue allieve gli fanno prudere le palme e, poiché non può sfogarsi sulle dirette interessate, quasi sempre viene a consolarsi da me.
Io so già come riceverlo: niente trucco né rossetto, capelli sciolti sulle spalle ed il classico abbigliamento da collegiale (me l’ha fornito lui, naturalmente), con la camicetta bianca abbottonata davanti, la gonna blu plissée, facile da sollevare, sottoveste e mutandine di pizzo, calzettoni bianchi alle ginocchia e scarpe senza tacco.
Lo ricevo con un timido saluto ed un grazioso inchino. Lui ricambia il mio saluto chiamandomi «signorina» e dandomi, ogni volta, il nome di battesimo di una delle sue allieve: Alma, Dolores, Marita e via di seguito. Di solito, logicamente, si tratta dell’allieva che al mattino l’hanno fatto particolarmente disperare, provocandogli quel certo prurito di cui dicevo.
Il professore mi fa sedere davanti a sé, ordinandomi di tenere la schiena diritta e la punta delle dita a contatto delle ginocchia. In questa posizione mi interroga con aria severa sui verbi e siccome io faccio scena muta, mi annuncia che dovrà punirmi severamente.
A questo punto incomincia la solita manfrina:
-“ Oh no, signore! La prego... la supplico... mi dia ancora una possibilità! Le prometto che la prossima volta farò la brava e imparerò la lezione a memoria! Non mi picchi, signore, la prego...
non mi sculacci!”
-“ Signorina! Che cosa significano queste stupide litanie? Non si vergogna, alla sua età, a comportarsi come una bimbetta piagnucolosa? Svelta, mi segua nello stanzino delle punizioni, se non vuole che la castighi qui, subito, in presenza delle sue compagne!”
Lo «stanzino delle punizioni» è semplicemente una cameretta attigua dove io tengo gli strumenti di tortura riservati ad altri clienti dai gusti un po’ più forti e complicati: fruste, scudisci, bacchette, verghe, corde, bavagli, pinzette, cavalletti, eccetera.
Il professore, di solito, non degna di uno sguardo la mia ricca attrezzatura, che per lui rappresenta soltanto la cornice scenica entro la quale esercita le sue più tranquille e moderate funzioni disciplinari.
Qualche volta, tuttavia, è arrivato a minacciarmi di una buona frustata sul popò per una «prossima volta» che naturalmente non è mai arrivata. Del resto, io non permetto quasi a nessuno dei miei clienti di usare su di me la frusta o la bacchetta, a rischio di segnarmi le preziose rotondità e di rovinarmi l’estetica con i clienti successivi. Una sculacciata, invece, non ha mai danneggiato un sedere, che io sappia: al massimo può lasciare un bel rossore diffuso e prolungato, che dona molto alle mie grazie posteriori.
Con il professore, del resto, non si corre neanche questo rischio, dato che per lui, più dell’efficacia fisica del castigo, conta l’aspetto psicologico: la messa in scena, i preparativi, i discorsetti pedagogici, le piccole umiliazioni.
A volte, confesso che riesce a snervarmi con la sua pignoleria e la sua lentezza esasperante, prima di arrivare al sodo. Mi tira su la gonna e me la appunta con una spilla da balia sulla schiena; poi fa la stessa cosa con la sottoveste (guai se dimentico di indossarla!) e mi fa fare qualche piroetta su me stessa per ammirare da ogni lato lo spettacolo delle mie mutandine trasparenti, tenute ben tirate sui fianchi.
Lui intanto si sbottona i pantaloni (raramente li toglie del tutto) e tira fuori l’uccello, già bello grosso e turgido.
A questo punto tutto sembrerebbe pronto per iniziare la sculacciata: invece il professore mi mette a sedere sulle sue ginocchia a cavalluccio e mi parla all’orecchio, sottovoce.
Mi dice che sono stata cattiva e disobbediente, che ho meritato una bella lezioncina e che adesso ci penserà lui a darmela sul culino (dice sempre «culino», anziché «culetto», come fanno tutti).
Intanto le sue mani non restano inattive, ma aprono ad uno ad uno i bottoncini della mia camicetta, estraendo le mie tettine che subito si mette a carezzare, pizzicare e succhiottare di gusto.
Il suo affare, intanto, diventa sempre più grosso e duro e preme con insistenza contro il fondo delle mie mutandine. All’improvviso, il professore mi gira a pancia in giù, tenendomi saldamente ancorata sulle sue ginocchia e incomincia a sculacciarmi sulle mutandine.
Non è una punizione molto severa, la sua, ed io rimango buona buona in posizione, evitando di dimenare troppo il sedere per non eccitarlo prematuramente. Finalmente, bontà sua, si decide a togliermi le mutandine: lo fa con molta lentezza, indugiando ad ogni centimetro di pelle scoperta e illustrandomi ad alta voce le grazie che va mettendo in mostra (come se io non le conoscessi già!).
Quando finalmente le mutandine sono arrivate dove devono arrivare, cioè a mezza coscia, io inarco maliziosamente il culetto (pardon: culino!) sul suo grembo e scodinzolo di qua e di là con atteggiamento provocatorio.
È il segnale che prelude alla tempesta: questa volta il professore ci dà dentro con energia, facendo squillare apertamente le sue. palme sulle mie chiappette indifese e provocando da parte mia reazioni sempre più vivaci e incontrollate.
-“Tieni, sgualdrina, tieni!” - grida il professore con voce rauca e il pensiero rivolto non già alla mia professione, ma all’allieva che io sto impersonando sulle sue ginocchia: -“Prendi questa... e quest’altra... e questa ancora... Così imparerai a studiare... invece di andare in giro a sculettare... con quella tua indecente minigonna...!”
Insomma, per lui è un vero e proprio transfert psicanalitico (si dice così, credo): per me invece si tratta, molto più prosaicamente, di far cessare al più presto quella specie di diluvio infuocato che si sta abbattendo sul mio malcapitato fondoschiena e,  a questo scopo,  l’unico rimedio che conosco è di farlo pervenire in fretta all’orgasmo.
Do quindi sfogo a tutte le mie arti di... danzatrice, sgambettando, dimenando i fianchi e le cosce e, soprattutto, facendo saltellare su e giù il culo in un modo decisamente suggestivo e stimolante.
Lui, il professore, resiste quanto più gli è possibile,  ma alla fine quasi sempre cede, ululando come una bestia ferita e inondandomi il pancino con ripetuti schizzi.
A volte, eccezionalmente, riesce a resistere un po’ più a lungo (immagino che in questi casi si faccia una sega preparatoria prima di venire a trovarmi) e per averne ragione non mi resta altro da fare che scivolare giù dalle sue ginocchia e prendergli il cazzo in bocca. Anche in questi casi, comunque, pur lasciandosi spompinare fino a sborrarmi in faccia, non smette un solo istante di sculacciarmi le natiche, tutto chino e proteso in avanti per raggiungere il bersaglio. Ma non è ancora finita: nonostante l’orgasmo raggiunto, il professore vuole ancora insistere nella sua messa in scena,
obbligandomi a mettermi in penitenza con la faccia al muro, le mani incrociate dietro la nuca e le mutandine attorno alle le caviglie: lui intanto va in bagno a fare le sue cose, si riveste e lascia sul tavolino il mio onorario professionale, indirizzandomi di tanto in tanto un’occhiata severa e qualche frase di ammonimento.
Una volta che ho osato abbandonare la posizione per massaggiarmi il culino infiammato, non ha esitato a rimettermi sulle sue ginocchia e a darmene un’ altra robusta dose: e meno male che anche il palmo della mano ha una resistenza limitata, altrimenti povere le mie natiche!
Se invece ho fatto la brava bambina e il professore è contento di me, prima di andarsene,  si china dietro le mie terga e depone due teneri baci (uno per ciascuna guancia) sulle mie rotondità  arrossate. Dopo di che, in silenzio, si allontana come si conviene ad un austero ed irreprensibile professore di liceo.

Venendo al versante opposto, quello dei «maso», il mio cliente preferito (non dovrei dirlo, ma è così) è senz’altro José.
Non ancora trentenne, carino, ben dotato e soprattutto molto intelligente (si è appena laureato in ingegneria col massimo dei voti), José ha una tremenda nostalgia delle calde ed ospitali ginocchia sulle quali sua zia lo metteva spesso, da ragazzino, per punirlo delle sue marachelle.
Per arrivare a scoprirlo, a dire il vero, sono state necessarie parecchie sedute (mi accorgo, mio malgrado, che sto parlando proprio come una psicanalista): la prima volta, infatti, si è presentato da me con un’aria timida e impacciata e l’unica cosa che sono riuscita a fargli dire è che si sentiva intimamente masochista ed  aveva bisogno di essere dominato da una donna.
Io non sono un’indovina - non ancora almeno – ed  ho provato a trattarlo come la maggior parte dei miei clienti maso: stivali, tacchi a spillo, abiti di cuoio, turpiloquio spinto e qualche frustata sul culo. A parte queste ultime, accolte con qualche brivido e sussulto, José si dimostrò però  pressoché insensibile al mio trattamento, facendomi anzi capire di non gradirlo: al punto che, per soddisfarlo, ho dovuto farmi scopare da lui nel modo più classico e tradizionale.
Ero convinta che non si sarebbe più fatto vedere  ed  invece, dopo una settimana, eccolo di nuovo con la stessa aria da bambinone timido e gli stessi desideri inespressi.
Nuovo tentativo e nuovo insuccesso...
A questo punto, un po’ scocciata ed  anche punta sul vivo nella mia dignità professionale, gli ho preso il mento tra le dita e gli ho chiesto, costringendolo a guardarmi negli occhi:
- “Dì un po’, ragazzino: mi stai prendendo in giro, forse? Si può sapere che cosa vuoi esattamente?”
Confuso e vergognoso, José non mi ha risposto: si è semplicemente buttato, nudo come un verme, attraverso le mie ginocchia rivestite di pelle ed è rimasto lì in silenzio, buono buono, con il sedere scosso  da un tremito impercettibile.
- “Ho capito - dissi accarezzandogli le natiche lisce e paffute, come quelle di un bimbo, e facendogli    immediatamente venire la pelle d’oca – “Vuoi   che   ti   sculacci, vero?”
Un mugolio indistinto ed  una vibrazione più accentuata del culo furono la sua unica risposta.
Lo sculacciai subito con energia, senza tanti preamboli, lasciandogli l’impronta rossa della mano sulle natiche bianchissime. Subito sentii il suo cazzo drizzarsi e farsi d’acciaio. Insistetti con colpi violenti e ripetuti e lui eiaculò quasi subito, senza urli nè gemiti: in silenzio, come un bimbo che si vergogna da morire per quello che sta facendo.
- “Era questo dunque che volevi?” - gli dissi poco dopo, mentre si rivestiva con gesti un po’ impacciati, ostinandosi a non guardarmi negli occhi. José annuì  in silenzio, ma non disse altro: si limitò a pagare il dovuto  e se ne andò.
La verità venne alla luce un poco alla volta, nelle sedute successive, ma ci volle molta pazienza e moltissimo tatto da parte mia per fargliela tirare fuori.
José era solito passare tutte le estati presso una zia perché i genitori avevano un lavoro stagionale e non potevano badare a lui.
La zia, molto avvenente, era anche molto severa e spesso capitava che lo punisse sculacciandolo. Ciò avveniva anche quando ormai aveva quasi 18 anni e fu proprio nell’ultima estate che fu ospite fisso dalla zia che avvenne il fattaccio. Aveva causato un principio d’incendio nel fienile e la zia era furibonda. Se lo mise sulle ginocchia e dopo avergli calato le brache e anche gli slip lo sculacciò con quanta più severità e forza potesse. Nel fare ciò non si accorse che nel frattempo il pene del ragazzo si era inturgidito a tal punto che di lì a poco un caldo fiotto di sperma inondò le gambe seminude della accaldata zia.
Da allora non lo mise più sulle sue ginocchia, nè lo sculacciò e,  per José incominciò un lungo tunnel fatto di astinenze e frustrazioni, ma soprattutto di masturbazioni.
Le ragazze della sua età non lo interessavano: le trovava stupide e insignificanti e sovente si indirizzava verso donne più mature, che in qualche modo potessero dargli una parvenza del suo paradiso perduto.  Raramente, tuttavia, trovava il coraggio di confidarsi con loro fino in fondo, temendo forse di  essere preso in giro e svergognato per la sua inconfessabile debolezza. Anche con le prostitute le cose non andarono molto meglio, almeno finché non incontrò lai
sottoscritta.
Lui stesso mi chiama  semplicemente «zia» o «zietta».
José mi chiede spesso di rinnovare con lui qualcuno degli episodi disciplinari della sua adolescenza di cui conserva più vivo il ricordo.
L’aspetto forse più tipico e caratteristico in José è però la sua morbosa e quasi feticistica predilezione per un’unica posizione di castigo: quella attraverso le ginocchia. Ho provato qualche volta a fargliene assumere altre, non meno «classiche» e umilianti (sulla sedia, sulla sponda del letto, a quattro zampe, ecc.), ma non c'è stato nulla da fare: il suo culetto rimane passivo e pressoché insensibile ed  il suo pisellino floscio non si decide a drizzarsi finché non mi decido, volente o nolente, a fargli assumere la posizione sacramentale sulle mie cosce, preferibilmente nude.
A questo  punto, immancabilmente, incomincia il suo crescendo... rossiniano, destinato quasi sempre a culminare nell’acuto finale dell’orgasmo.
Per la verità, soprattutto in questi ultimi tempi, è capitato qualche volta che José, fattosi più esperto e allenato, riesca a sopravvivere alla sculacciata sulle mie ginocchia senza esiti bagnati. In questi casi, quando il palmo della mano mi brucia troppo per proseguire
lo faccio stare in piedi davanti a me che resto seduta sul letto. Con la destra lo sculaccio sulla parte sinistra del suo culetto e con l’altra mano gli accarezzo delicatamente il pene intimandogli di ”non venire” perché altrimenti mi sporca tutto il seno.
“Guai a te se vieni” – continuo a minacciarlo intensificando la mia masturbazione fino a ricevere tutto il suo sperma (che di solito è tantissimo) sul seno.

Il terzo personaggio della mia rassegna si chiama Carlo ed è un sado/maso ambivalente: gli piace sia sculacciare che essere sculacciato, senza preferenze specifiche per l’uno o per l’altro ruolo.
Da bambino, a differenza di José, non è mai stato sculacciato per motivi disciplinari. In compenso, però, ha frequentato per anni una coppia di ragazzini che le prendevano spesso e volentieri dai rispettivi genitori. Carlo ha assistito occasionalmente a qualcuna  di queste punizioni, riportandone un ricordo indelebile, soprattutto quando a riceverle era la ragazza.
Tutto questo, probabilmente, non sarebbe stato sufficiente a far nascere in Carlo quella certa inclinazione, se le punizioni disciplinari dei suoi amichetti non avessero poi avuto un seguito.
Capitava infatti sovente che i due proponessero a Carlo di giocare con loro al «gioco delle punizioni».
Le prime volte, forse per vendicarsi delle umiliazioni subite davanti a lui, gli imponevano immancabilmente il ruolo del bambino discolo che viene castigato, a turno, dalla mamma e dal papà.  Carlo accettava di buon grado, anche se il rituale impostogli contemplava la discesa dei pantaloni e la messa allo scoperto delle mutandine.
Ricorda benissimo che le sculacciate del maschietto, sebbene più forti e robuste, lo lasciavano quasi sempre indifferente, mentre quelle più tenere e delicate della ragazza gli facevano provare una strana e piacevolissima sensazione di calore per tutto il basso ventre.
Più tardi, anche Carlo ottenne il privilegio di sculacciare di tanto in tanto i suoi amichetti, sempre con la protezione delle mutandine, ben inteso.
Anche in questo nuovo ruolo scoprì ben presto la differenza fra i due sessi, limitandosi a rapide e sommarie spolverate sul didietro del maschietto e, per contro, indugiando in lunghi e silenziosi preliminari su quello della femminuccia, che poi riscaldava con mano energica e carezzevole allo stesso tempo, tirando forte sull’elastico superiore delle mutandine per mettere a nudo quanto più culetto possibile.
Il ricordo di queste esperienze infantili è rimasto ben presente nella mente e nei sensi di Carlo.
Ancora oggi, che ha compiuto quarant’anni ed è un affermato professionista, si lascia catturare spesso e volentieri dall’antica ed eterna seduzione dei mappamondi in fiamme.
Viene a trovarmi, in media, quattro o cinque volte all’anno, preceduto da una telefonata di preavviso:
“Erika, tesoro: preparati il culetto che tra poco arrivo!”; o altrimenti:
“Buongiorno signorina Istitutrice: c’è qui un ragazzino discolo in cerca di qualcuno che gli scaldi a dovere il culetto!”.
In questo modo io so in anticipo come devo regolarmi al suo arrivo, anche se poi, il più delle volte, nel corso di una seduta i ruoli si invertono spesso e volentieri, secondo i gusti, gli umori e le fantasie del mio eclettico cliente.
Oltre ai ruoli, variano continuamente anche le posizioni (almeno una ventina tutte diverse tra loro), gli strumenti, gli accessori e in genere le tecniche di sculacciata. L’unico elemento che rimane costante sono le mutandine: mai tolte del tutto,  ma saldamente incastrate nel solco divisorio, come un «tanga», in ricordo delle remote,  ma non dimenticate, esperienze infantili.
In proposito, l’opinione di Carlo è molto precisa: le sculacciate vanno date e ricevute con le chiappe in libertà, ma con l’uccello (o la passera) chiusi in gabbia, ad evitare che... volino via.
Credo che, oltre all’aspetto evocativo di cui ho detto, trovi eccitante lo sfregamento del tessuto contro i genitali, mentre la mano sculacciatrice gli surriscalda le rotondità  esposte. Anch’io, del resto, sto incominciando ad apprezzare il suo punto di vista e il più delle volte mi ritrovo, alla fine, con le mutandine bagnate fradice, segno evidente che anche una che fa certe cose per lavoro può non essere insensibile a certi argomenti particolarmente stimolanti.
Con Carlo, tuttavia, la sculacciata rimane raramente fine a se stessa. Quando le nostre natiche si sono sufficientemente arroventate e i nostri sessi ben lubrificati, ci togliamo (finalmente!) le mutandine e passiamo ad altre forme di contatto più ravvicinato ed approfondito. Di solito mi fa inginocchiare sul letto, alla pecorina, e mi penetra da tergo, scegliendo alternativamente l’una o l’altra via fino a scaldarsi i coglioni contro le mie chiappe. A volte, invece, è lui a mettersi col culo per aria e sono io a sodomizzarlo con un bel cazzo artificiale  appeso intorno ai fianchi: anche qui, come vedete, Carlo non viene meno alla sua tipica e proverbiale ambivalenza sessuale.

I «voyeurs» o amanti del genere contemplativo, non sono molto numerosi tra i miei clienti, anche perché le loro fantasie, richiedendo quasi sempre l’apporto contemporaneo di almeno due professioniste, finiscono col risultare alquanto dispendiose.
Ho avuto, in passato, un cliente piuttosto anziano e danaroso che mi chiedeva qualche volta di invitare un’amica e che si accontentava di assistere, sprofondato in poltrona con le mani immerse nelle mutande, mentre noi due ci sculacciavamo a vicenda fra un giochino lesbico e l’altro.
Più di recente mi è capitato un altro caso piuttosto insolito, nel quale il cliente di turno ha trovato il modo di soddisfare la sua passione voyeuristica senza spendere un patrimonio.
Il cliente in questione, impiegato di banca sui trentacinque anni, viene a trovarmi di tanto in tanto accompagnato dalla moglie: una graziosa biondina di circa venticinque anni,  dall’aria molto dolce e timida.
Io li ricevo come una perfetta padrona di casa, facendoli accomodare in salotto e offrendo loro il tè  (sono entrambi astemi).  
A questo punto il marito incomincia a lamentarsi ad alta voce della condotta di sua moglie, attribuendole tutta una serie di mancanze vere o presunte. Lei, la sposina, lo ascolta in silenzio, con gli occhi bassi e le guance accese, annuendo di tanto in tanto con la testa in modo impercettibile, senza mai replicare o intromettersi . Alla fine della tirata, io mi alzo e sentenzio che, secondo me, alla signora occorrerebbe una buona sculacciata. Il marito ne conviene,  ma al tempo stesso si schermisce, dicendo che lui non è pratico di certe cose, che vuole troppo bene alla sua mogliettina per farle la «bua» sul popò  e altre coglionate del genere.
Morale della favola: io mi offro amichevolmente di prendere il suo posto nella delicata incombenza e lui, bontà sua, accetta, non senza palesare qualche ulteriore titubanza che, ovviamente, fa anch’essa parte del gioco.
A questo punto, io invito perentoriamente la sposina a seguirmi nella stanza accanto (il famoso «stanzino delle punizioni») e nel contempo prego il marito di attendere fuori dalla porta.
È stato lui, fin dal primo giorno, a manifestarmi questo desiderio:
“Non voglio che mia moglie avverta la mia presenza durante il castigo - mi ha detto - e inoltre anch’io preferisco osservare di nascosto, senza essere osservato a mia volta”.
La porta rimane socchiusa e,  mentre il marito si sistema al suo posto di osservazione, presumo con la braghetta sbottonata,  io mi metto sulle ginocchia la sposina, le tiro giù le mutandine e incomincio a imporporarle il grazioso sederino, alternando opportunamente la mano nuda, la racchetta di cuoio, il battipanni di plastica e,  eccezionalmente,  anche un piccolo frustino a più code, molto leggero e adatto a un culetto morbido e delicato come quello della mia insolita cliente.
La cosa più curiosa di tutta la faccenda è rappresentata di solito dalle reazioni della giovane signora: dapprima composta e tranquilla, come una scolaretta disciplinata che accetta a denti stretti e pugni chiusi la meritata correzione, man mano che il castigo procede e le natiche si accendono di un bel rosso vivo perde a poco a poco la sua compostezza ed  il suo timido self-control. Le sue reazioni, tuttavia, non sono quelle tipiche della ragazzina punita che invoca perdono e cerca in ogni modo, con le parole e coi gesti, di sottrarre il sedere alla pioggia battente ed  infuocata.
Al contrario, il suo stupendo culo di donna si tende e si inarca verso la mia mano, quasi ad implorarne le carezze brucianti, mentre i fianchi, le cosce, le gambe e tutto il suo corpo si tendono e si flettono alternativamente sul mio grembo, in una danza sempre più veloce e concitata che prelude inequivocabilmente all’orgasmo.
Soltanto dopo che ha goduto, inondandomi le cosce con le sue abbondanti secrezioni, torna ad essere quella di prima: una bambina timida e sottomessa, che singhiozza silenziosamente, con il viso nascosto tra le mani, mentre la mia mano, fattasi lieve e delicata, le accarezza dolcemente lei rotondità  infuocate ed  il solco abbondantemente irrorato.
A questo punto, di solito, la porta si spalanca e lui, il marito,  avanza a grandi passi con il cazzo in mano che pare in procinto di esplodere. Punta diritto verso la prima apertura disponibile - bocca, fica o culo che sia - e vi scarica dentro la sua colata lavica. Dopo di che, fattosi tenero e premuroso, prende tra le braccia la sua dolce mogliettina e la consola a lungo, asciugandole le lacrime e massaggiandole delicatamente il culetto  arrossato.
Io, allora, esco in silenzio dalla stanza e li lascio liberi di ricomporsi in affettuosa  intimità coniugale.

La sposina sottomessa non è, del resto, la mia unica cliente di sesso femminile, ma quasi. A parte qualche esperienza sporadica su cui non vale la pena soffermarsi, è necessario invece, che si  parli, sia pure sinteticamente, della «contessa».
Si tratta di  una signora sulla quarantina, mollo bella  ed anche (ciò che più importa) molto ricca.
Quando suo marito ed  i suoi  innumerevoli  amanti incominciano ad  annoiarla, mi dà una telefonata  e mi invita a casa sua: uno stupendo palazzo antico nel centro della città, pieno di mobili e oggetti preziosi di ogni genere.
A volte mi trattengo da lei soltanto per poche ore, giusto il tempo che passa tra un cocktail pomeridiano ed  un ricevimento serale. Altre volte, invece, mi invita a passare la notte con lei, ripagandomi abbondantemente per il disturbo, s’intende.
La contessa è prevalentemente attiva: in altre parole le piace sculacciarmi. Uno dei suoi giochi preferiti consiste nel farmi indossare una divisa da cameriera, con cuffietta, grembiulini, miniabito, calze fumé con giarrettiere nere o bianche e mutandine tipo tanga dello stesso colore. Con il piumino in una mano e lo strofinaccio nell’altra, io devo spolverare e lustrare accuratamente ogni angolo della dimora, soffermandomi particolarmente sugli angoli più... bassi, che richiedono da parte mia una profonda riverenza in avanti, con correlativa emersione, dalla parte opposta cioè delle mie poco ! protette ed appetitose rotondità.
Di tanto in tanto  la signora, stanca di contemplarmi di sotto in su, viene a controllare più da vicino il mio lavoro: se trova un solo granello di polvere (e ce n’è sempre almeno uno!), mi fa inginocchiare su una sedia o sul divano, col sedere ben sporgente in fuori, e mi sculaccia sulle chiappe abbondantemente debordanti dalle troppo ridotte mutandine.
Il gioco si ripete per tre o quattro volte, dopo di che la signora, visibilmente su di giri, mi annuncia che è arrivato  il momento di passare ai «grandi rimedi», come li chiama lei. Mi fa spogliare quasi completamente, tranne le scarpe, le calze e il reggicalze e anche lei si mette nuda, mostrandomi il suo bellissimo corpo. Mi ordina di accarezzarla dappertutto, di succhiarle i capezzoli, di leccarle la fica  o l’ano, ed io eseguo inginocchiata davanti a lei, docile e sottomessa come si conviene. Dopo che anche i suoi piedini nudi hanno ricevuto dalla mia bocca il dovuto omaggio la signora mi fa rialzare e mi ordina di andarle a prendere il frustino.
Qui devo aprire una parentesi per chiarire che la «contessa» è l’unica fra i miei clienti a cui consento di usare il frustino su di me: un po’ perché lei è  una donna (il che non significa, tuttavia, che sia più debole o meno energica dei signori maschietti) e soprattutto perché è l’unica disposta a pagarmi profumatamente anche le eventuali giornate di riposo forzato, trascorse a pancia in giù sul letto a... leccarmi le ferite con impacchi freschi.                        
Questo, tuttavia, accade  abbastanza di rado, perlopiù quando la signora è  già incazzata per i fatti suoi perché ha litigato di brutto col marito o, più probabilmente, perché il suo agente di borsa le ha appena comunicato una perdita secca dei titoli sul mercato.  
In questi casi, Madame usa lo staffile o la bacchetta caudata con braccio implacabile e le mie povere natiche (non le permetto di frustarmi altrimenti che sul culo) ne portano a lungo i segni in bella  evidenza.
Di solito, invece, le sue punizioni col frustino sono poco più severe e dolorose di una normale  sculacciata  a  palmo nudo. Usa quasi sempre un «martinet» che io stessa le ho procurato, con le   corregge smussate che bruciano senza tagliare la pelle, lasciando delle sottili striature rossastre che si cancellano da sole nel giro di poche ore. Qualche volta  mi prende sulle sue ginocchia,   chiamandomi  «la sua bambina cattiva».
Più spesso, però, mi fa mettere in ginocchio o addirittura in piedi a gambe larghe, col busto piegato, le mani alle caviglie e il culo spalancato, dopo di che mi frusta con colpetti non troppo energici  (ma neppure troppo teneri) dentro il solco e sulle labbra della fica, mettendomi il fuoco addosso. Quando si è eccitata abbastanza mi porta sul letto e si fa di nuovo slinguare per tutto il corpo, concedendo a sua volta qualche gradito omaggio alle mie surriscaldate intimità anteriori e posteriori.
Altre volte, i giochini sadici della «contessa» assumono anche sfumature diverse, a me non sempre gradite.
Per esempio quando si mette in testa di farmi un clistere, cosa che ho sempre detestato fin da bambina, ma che alla fine accetto di farmi fare, non senza qualche compromesso: non più di una peretta da mezzo litro, con il beccuccio ben lubrificato ed  un paio di asciugamani pronti per ogni necessità.
Un’altra delle sue piccole manie è quella di farmi sdraiare nuda nella vasca da bagno e di pisciarmi addosso, urlandomi ogni sorta di oscenità. Anche qui, dopo lunga trattativa, siamo arrivate a un compromesso: la sua pioggia dorata può cadere dappertutto, tranne che sulla mia faccia e nella mia bocca; dopo di che le do il permesso di accovacciarsi su di me, mostrandomi il culo e la fica bene aperti, e di zampillarmi a suo piacimento sulle tette, sul pancino, sui riccioli del pube, sulle cosce, e infine, dopo opportuna giravolta da parte mia, dentro il solco tra le natiche, che io stesso provvedo a tenere allargate quanto più possibile con le mie mani.
Mi accorgo, caro Livio, che sto divagando un tantino dal tuo tema preferito: penso tuttavia che sarai anche tu d’accordo con me sul fatto che le manifestazioni di sessualità che ti ho appena descritte sono spesso intimamente connesse con la sculacciata, per cui possono trovare ugualmente collocazione nei tuoi interessi.
Per concludere questa ormai lunga lettera, desidero ancora precisare che la signora contessa, oltre ad onorare spesso e volentieri il mio sederino delle sue non sempre affettuose attenzioni, si degna anche saltuariamente di offrirmi il suo, perché le renda lo stesso servizio.
In questi casi peraltro abbastanza rari (non più di tre volte in due anni, dacché la conosco) la signora non mi invita però a casa sua, ma viene da me in incognito, come un cliente qualsiasi. Mi espone rapidamente le sue esigenze, dopo di che io cerco di accontentarla nel migliore dei modi, usando tutta la mia vasta competenza professionale e la mia non meno vasta attrezzatura.
L’ultima volta che è venuta -circa sei mesi fa - si è fatta legare mani e piedi sul cavalletto, con l’elegante abito da passeggio arrotolato sulla schiena e le mutandine opportunamente calate.
Ha voluto che la sculacciassi come una collegiale d’altri tempi, usando la mano, il «paddle» e il frustino piccolo, insultandola  ad alta voce come una sgualdrinella in calore. Deve aver goduto ripetutamente, almeno a giudicare dall’alone scuro lasciato sull’imbottitura del cavalletto, all’altezza dell’inguine.
Il che, comunque, non le ha impedito di avere altri due o tre orgasmi tra le mie braccia, mentre io la vezzeggiavo come una bambina piccola, tenendo due dita unite immerse nei meandri scivolosi della sua vagina e un terzo (il mignolino) con due falangi saldamente introdotte nello sfintere anale.
Con questo, caro Livio credo proprio di aver finito, almeno per oggi.
Spero che vi siate divertiti ad ascoltare le mie memorie di puttana un po’ sui generis, come io del resto mi sono divertita a raccontarle.  
Vostra aff.ma Erika


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