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MEMORIE DI UNA DONNA VISSUTA
Spero non vi scandalizziate se vi dico senza tanti misteri che sono
una professionista. Ho 45 anni e grazie a palestra e tutte le cure
possibili (non chirurgiche, almeno per il momento) nessuno mi dà
gli anni che veramente ho.
Ho vissuto con il mio primo ed unico! marito a Londra dove, per
ingannare il tanto tempo libero che avevo dovuto al lavoro impegnativo
di mio marito ed i suoi frequenti viaggi ad Hong Kong, avevo accettato
la proposta di …lavoro offertami da una amica.
Lei riceveva molti clienti in casa e le serviva una amica fidata che la
aiutasse. Stante la sua avvenenza ne aveva troppi e non riusciva a
soddisfare le tante richieste, richieste che erano quasi sempre molto
“particolari”. Infatti lei era specializzata in clienti sadomaso.
Feci così la conoscenza non solo con un certo tipo di …lavoro,
ma anche con una serie di pratiche di cui prima non avevo quasi mai
sentito parlare e di cui non sapevo proprio nulla.
A parte i soldi, entrambe mi piacquero. Anzi i soldi erano il meno
perchè il nostro tenore di vita era alto e potevamo definirci
ricchi.
Trovai divertente fare la puttana per il gusto di farlo e devo dire che
dopo un primo momento di perplessità le pratiche sadomaso furono
una piacevolissima scoperta.
Ora, dopo il divorzio dovuto al fatto che lui aveva trovato un’altra,
vivo a Barcellona, ma passo anche lunghi periodi di vacanza (posso
permettermelo) nella mia casa vicino Roma.
Ho un buon assegno mensile e poi il mio lavoro a Barcellona “esentasse”.
Mi trovo molto bene in Spagna e questo lavoro lo posso fare con molta
più tranquillità e dignità in Spagna che non in
Italia. Lì ad esempio esiste anche la possibilità che una
sia “ passiva” senza che questo significhi sputtanarsi e non essere
più credibile come Mistress.
A Roma ho conosciuto alcuni esponenti del mondo SM italiano fra cui
Livio che è un fervente cultore della sculacciata. E’ stato lui
a chiedermi di raccontare qualcosa di me facendo appello alla mia lunga
esperienza.
Non voglio annoiare nessuno e cercherò di riassumere “per
capitoli” alcuni aspetti inserendovi fatti e personaggi di questi anni
di “lavoro”
Buona parte dei miei clienti hanno gusti particolari. Molti di essi
sono appassionati della sculacciata ed è su di loro che ora mi
concentro, sperando che non se l’abbiano a male se rivelo pubblicamene
qualcuno dei loro peccatucci segreti. Nomi e riferimento sono
ovviamente cambiati.
La prima cosa da dire è che gli amanti del culetto rosso si
distinguono in almeno quattro categorie: i sado, i maso, i sado/maso e
i voyeurs. Alcuni di loro si soddisfano esclusivamente attraverso la
sculacciata, altri invece (e sono la maggioranza) alternano il loro
gioco preferito con altri più o meno tradizionali: dalla scopata
classica all’inculata, dall’imboccata al clistere e così via.
Tra i sado allo stato puro, uno dei soggetti più interessanti (e
anche più simpatici) è senz'altro «il
professore». Cinquantenne o poco più, sposato con
figli già grandi, insegna in una scuola.
Le sue fantasie sono di genere esclusivamente scolastico: il suo sogno
irrealizzato sarebbe di insegnare in una scuola femminile di altri
tempi, quando erano ancora in uso le punizioni corporali nei confronti
delle allieve indisciplinate.
È un moralista conservatore e detesta i modi troppo
spregiudicati delle ragazzine d’oggi: le minigonne svolazzanti ed i
jeans attillatissimi delle sue allieve gli fanno prudere le palme e,
poiché non può sfogarsi sulle dirette interessate, quasi
sempre viene a consolarsi da me.
Io so già come riceverlo: niente trucco né rossetto,
capelli sciolti sulle spalle ed il classico abbigliamento da collegiale
(me l’ha fornito lui, naturalmente), con la camicetta bianca
abbottonata davanti, la gonna blu plissée, facile da sollevare,
sottoveste e mutandine di pizzo, calzettoni bianchi alle ginocchia e
scarpe senza tacco.
Lo ricevo con un timido saluto ed un grazioso inchino. Lui ricambia il
mio saluto chiamandomi «signorina» e dandomi, ogni volta,
il nome di battesimo di una delle sue allieve: Alma, Dolores, Marita e
via di seguito. Di solito, logicamente, si tratta dell’allieva che al
mattino l’hanno fatto particolarmente disperare, provocandogli quel
certo prurito di cui dicevo.
Il professore mi fa sedere davanti a sé, ordinandomi di tenere
la schiena diritta e la punta delle dita a contatto delle ginocchia. In
questa posizione mi interroga con aria severa sui verbi e siccome io
faccio scena muta, mi annuncia che dovrà punirmi severamente.
A questo punto incomincia la solita manfrina:
-“ Oh no, signore! La prego... la supplico... mi dia ancora una
possibilità! Le prometto che la prossima volta farò la
brava e imparerò la lezione a memoria! Non mi picchi, signore,
la prego...
non mi sculacci!”
-“ Signorina! Che cosa significano queste stupide litanie? Non si
vergogna, alla sua età, a comportarsi come una bimbetta
piagnucolosa? Svelta, mi segua nello stanzino delle punizioni, se non
vuole che la castighi qui, subito, in presenza delle sue compagne!”
Lo «stanzino delle punizioni» è semplicemente una
cameretta attigua dove io tengo gli strumenti di tortura riservati ad
altri clienti dai gusti un po’ più forti e complicati: fruste,
scudisci, bacchette, verghe, corde, bavagli, pinzette, cavalletti,
eccetera.
Il professore, di solito, non degna di uno sguardo la mia ricca
attrezzatura, che per lui rappresenta soltanto la cornice scenica entro
la quale esercita le sue più tranquille e moderate funzioni
disciplinari.
Qualche volta, tuttavia, è arrivato a minacciarmi di una buona
frustata sul popò per una «prossima volta» che
naturalmente non è mai arrivata. Del resto, io non permetto
quasi a nessuno dei miei clienti di usare su di me la frusta o la
bacchetta, a rischio di segnarmi le preziose rotondità e di
rovinarmi l’estetica con i clienti successivi. Una sculacciata, invece,
non ha mai danneggiato un sedere, che io sappia: al massimo può
lasciare un bel rossore diffuso e prolungato, che dona molto alle mie
grazie posteriori.
Con il professore, del resto, non si corre neanche questo rischio, dato
che per lui, più dell’efficacia fisica del castigo, conta
l’aspetto psicologico: la messa in scena, i preparativi, i discorsetti
pedagogici, le piccole umiliazioni.
A volte, confesso che riesce a snervarmi con la sua pignoleria e la sua
lentezza esasperante, prima di arrivare al sodo. Mi tira su la gonna e
me la appunta con una spilla da balia sulla schiena; poi fa la stessa
cosa con la sottoveste (guai se dimentico di indossarla!) e mi fa fare
qualche piroetta su me stessa per ammirare da ogni lato lo spettacolo
delle mie mutandine trasparenti, tenute ben tirate sui fianchi.
Lui intanto si sbottona i pantaloni (raramente li toglie del tutto) e
tira fuori l’uccello, già bello grosso e turgido.
A questo punto tutto sembrerebbe pronto per iniziare la sculacciata:
invece il professore mi mette a sedere sulle sue ginocchia a
cavalluccio e mi parla all’orecchio, sottovoce.
Mi dice che sono stata cattiva e disobbediente, che ho meritato una
bella lezioncina e che adesso ci penserà lui a darmela sul
culino (dice sempre «culino», anziché
«culetto», come fanno tutti).
Intanto le sue mani non restano inattive, ma aprono ad uno ad uno i
bottoncini della mia camicetta, estraendo le mie tettine che subito si
mette a carezzare, pizzicare e succhiottare di gusto.
Il suo affare, intanto, diventa sempre più grosso e duro e preme
con insistenza contro il fondo delle mie mutandine. All’improvviso, il
professore mi gira a pancia in giù, tenendomi saldamente
ancorata sulle sue ginocchia e incomincia a sculacciarmi sulle
mutandine.
Non è una punizione molto severa, la sua, ed io rimango buona
buona in posizione, evitando di dimenare troppo il sedere per non
eccitarlo prematuramente. Finalmente, bontà sua, si decide a
togliermi le mutandine: lo fa con molta lentezza, indugiando ad ogni
centimetro di pelle scoperta e illustrandomi ad alta voce le grazie che
va mettendo in mostra (come se io non le conoscessi già!).
Quando finalmente le mutandine sono arrivate dove devono arrivare,
cioè a mezza coscia, io inarco maliziosamente il culetto
(pardon: culino!) sul suo grembo e scodinzolo di qua e di là con
atteggiamento provocatorio.
È il segnale che prelude alla tempesta: questa volta il
professore ci dà dentro con energia, facendo squillare
apertamente le sue. palme sulle mie chiappette indifese e provocando da
parte mia reazioni sempre più vivaci e incontrollate.
-“Tieni, sgualdrina, tieni!” - grida il professore con voce rauca e il
pensiero rivolto non già alla mia professione, ma all’allieva
che io sto impersonando sulle sue ginocchia: -“Prendi questa... e
quest’altra... e questa ancora... Così imparerai a studiare...
invece di andare in giro a sculettare... con quella tua indecente
minigonna...!”
Insomma, per lui è un vero e proprio transfert psicanalitico (si
dice così, credo): per me invece si tratta, molto più
prosaicamente, di far cessare al più presto quella specie di
diluvio infuocato che si sta abbattendo sul mio malcapitato
fondoschiena e, a questo scopo, l’unico rimedio che conosco
è di farlo pervenire in fretta all’orgasmo.
Do quindi sfogo a tutte le mie arti di... danzatrice, sgambettando,
dimenando i fianchi e le cosce e, soprattutto, facendo saltellare su e
giù il culo in un modo decisamente suggestivo e stimolante.
Lui, il professore, resiste quanto più gli è
possibile, ma alla fine quasi sempre cede, ululando come una
bestia ferita e inondandomi il pancino con ripetuti schizzi.
A volte, eccezionalmente, riesce a resistere un po’ più a lungo
(immagino che in questi casi si faccia una sega preparatoria prima di
venire a trovarmi) e per averne ragione non mi resta altro da fare che
scivolare giù dalle sue ginocchia e prendergli il cazzo in
bocca. Anche in questi casi, comunque, pur lasciandosi spompinare fino
a sborrarmi in faccia, non smette un solo istante di sculacciarmi le
natiche, tutto chino e proteso in avanti per raggiungere il bersaglio.
Ma non è ancora finita: nonostante l’orgasmo raggiunto, il
professore vuole ancora insistere nella sua messa in scena,
obbligandomi a mettermi in penitenza con la faccia al muro, le mani
incrociate dietro la nuca e le mutandine attorno alle le caviglie: lui
intanto va in bagno a fare le sue cose, si riveste e lascia sul
tavolino il mio onorario professionale, indirizzandomi di tanto in
tanto un’occhiata severa e qualche frase di ammonimento.
Una volta che ho osato abbandonare la posizione per massaggiarmi il
culino infiammato, non ha esitato a rimettermi sulle sue ginocchia e a
darmene un’ altra robusta dose: e meno male che anche il palmo della
mano ha una resistenza limitata, altrimenti povere le mie natiche!
Se invece ho fatto la brava bambina e il professore è contento
di me, prima di andarsene, si china dietro le mie terga e depone
due teneri baci (uno per ciascuna guancia) sulle mie
rotondità arrossate. Dopo di che, in silenzio, si
allontana come si conviene ad un austero ed irreprensibile professore
di liceo.
Venendo al versante opposto, quello dei «maso», il mio
cliente preferito (non dovrei dirlo, ma è così) è
senz’altro José.
Non ancora trentenne, carino, ben dotato e soprattutto molto
intelligente (si è appena laureato in ingegneria col massimo dei
voti), José ha una tremenda nostalgia delle calde ed ospitali
ginocchia sulle quali sua zia lo metteva spesso, da ragazzino, per
punirlo delle sue marachelle.
Per arrivare a scoprirlo, a dire il vero, sono state necessarie
parecchie sedute (mi accorgo, mio malgrado, che sto parlando proprio
come una psicanalista): la prima volta, infatti, si è presentato
da me con un’aria timida e impacciata e l’unica cosa che sono riuscita
a fargli dire è che si sentiva intimamente masochista ed
aveva bisogno di essere dominato da una donna.
Io non sono un’indovina - non ancora almeno – ed ho provato a
trattarlo come la maggior parte dei miei clienti maso: stivali, tacchi
a spillo, abiti di cuoio, turpiloquio spinto e qualche frustata sul
culo. A parte queste ultime, accolte con qualche brivido e sussulto,
José si dimostrò però pressoché
insensibile al mio trattamento, facendomi anzi capire di non gradirlo:
al punto che, per soddisfarlo, ho dovuto farmi scopare da lui nel modo
più classico e tradizionale.
Ero convinta che non si sarebbe più fatto vedere ed
invece, dopo una settimana, eccolo di nuovo con la stessa aria da
bambinone timido e gli stessi desideri inespressi.
Nuovo tentativo e nuovo insuccesso...
A questo punto, un po’ scocciata ed anche punta sul vivo nella
mia dignità professionale, gli ho preso il mento tra le dita e
gli ho chiesto, costringendolo a guardarmi negli occhi:
- “Dì un po’, ragazzino: mi stai prendendo in giro, forse? Si
può sapere che cosa vuoi esattamente?”
Confuso e vergognoso, José non mi ha risposto: si è
semplicemente buttato, nudo come un verme, attraverso le mie ginocchia
rivestite di pelle ed è rimasto lì in silenzio, buono
buono, con il sedere scosso da un tremito impercettibile.
- “Ho capito - dissi accarezzandogli le natiche lisce e paffute, come
quelle di un bimbo, e facendogli immediatamente
venire la pelle d’oca – “Vuoi che
ti sculacci, vero?”
Un mugolio indistinto ed una vibrazione più accentuata del
culo furono la sua unica risposta.
Lo sculacciai subito con energia, senza tanti preamboli, lasciandogli
l’impronta rossa della mano sulle natiche bianchissime. Subito sentii
il suo cazzo drizzarsi e farsi d’acciaio. Insistetti con colpi violenti
e ripetuti e lui eiaculò quasi subito, senza urli nè
gemiti: in silenzio, come un bimbo che si vergogna da morire per quello
che sta facendo.
- “Era questo dunque che volevi?” - gli dissi poco dopo, mentre si
rivestiva con gesti un po’ impacciati, ostinandosi a non guardarmi
negli occhi. José annuì in silenzio, ma non disse
altro: si limitò a pagare il dovuto e se ne andò.
La verità venne alla luce un poco alla volta, nelle sedute
successive, ma ci volle molta pazienza e moltissimo tatto da parte mia
per fargliela tirare fuori.
José era solito passare tutte le estati presso una zia
perché i genitori avevano un lavoro stagionale e non potevano
badare a lui.
La zia, molto avvenente, era anche molto severa e spesso capitava che
lo punisse sculacciandolo. Ciò avveniva anche quando ormai aveva
quasi 18 anni e fu proprio nell’ultima estate che fu ospite fisso dalla
zia che avvenne il fattaccio. Aveva causato un principio d’incendio nel
fienile e la zia era furibonda. Se lo mise sulle ginocchia e dopo
avergli calato le brache e anche gli slip lo sculacciò con
quanta più severità e forza potesse. Nel fare ciò
non si accorse che nel frattempo il pene del ragazzo si era inturgidito
a tal punto che di lì a poco un caldo fiotto di sperma
inondò le gambe seminude della accaldata zia.
Da allora non lo mise più sulle sue ginocchia, nè lo
sculacciò e, per José incominciò un lungo
tunnel fatto di astinenze e frustrazioni, ma soprattutto di
masturbazioni.
Le ragazze della sua età non lo interessavano: le trovava
stupide e insignificanti e sovente si indirizzava verso donne
più mature, che in qualche modo potessero dargli una parvenza
del suo paradiso perduto. Raramente, tuttavia, trovava il
coraggio di confidarsi con loro fino in fondo, temendo forse di
essere preso in giro e svergognato per la sua inconfessabile debolezza.
Anche con le prostitute le cose non andarono molto meglio, almeno
finché non incontrò lai
sottoscritta.
Lui stesso mi chiama semplicemente «zia» o
«zietta».
José mi chiede spesso di rinnovare con lui qualcuno degli
episodi disciplinari della sua adolescenza di cui conserva più
vivo il ricordo.
L’aspetto forse più tipico e caratteristico in José
è però la sua morbosa e quasi feticistica predilezione
per un’unica posizione di castigo: quella attraverso le ginocchia. Ho
provato qualche volta a fargliene assumere altre, non meno
«classiche» e umilianti (sulla sedia, sulla sponda del
letto, a quattro zampe, ecc.), ma non c'è stato nulla da fare:
il suo culetto rimane passivo e pressoché insensibile ed
il suo pisellino floscio non si decide a drizzarsi finché non mi
decido, volente o nolente, a fargli assumere la posizione sacramentale
sulle mie cosce, preferibilmente nude.
A questo punto, immancabilmente, incomincia il suo crescendo...
rossiniano, destinato quasi sempre a culminare nell’acuto finale
dell’orgasmo.
Per la verità, soprattutto in questi ultimi tempi, è
capitato qualche volta che José, fattosi più esperto e
allenato, riesca a sopravvivere alla sculacciata sulle mie ginocchia
senza esiti bagnati. In questi casi, quando il palmo della mano mi
brucia troppo per proseguire
lo faccio stare in piedi davanti a me che resto seduta sul letto. Con
la destra lo sculaccio sulla parte sinistra del suo culetto e con
l’altra mano gli accarezzo delicatamente il pene intimandogli di ”non
venire” perché altrimenti mi sporca tutto il seno.
“Guai a te se vieni” – continuo a minacciarlo intensificando la mia
masturbazione fino a ricevere tutto il suo sperma (che di solito
è tantissimo) sul seno.
Il terzo personaggio della mia rassegna si chiama Carlo ed è un
sado/maso ambivalente: gli piace sia sculacciare che essere
sculacciato, senza preferenze specifiche per l’uno o per l’altro ruolo.
Da bambino, a differenza di José, non è mai stato
sculacciato per motivi disciplinari. In compenso, però, ha
frequentato per anni una coppia di ragazzini che le prendevano spesso e
volentieri dai rispettivi genitori. Carlo ha assistito occasionalmente
a qualcuna di queste punizioni, riportandone un ricordo
indelebile, soprattutto quando a riceverle era la ragazza.
Tutto questo, probabilmente, non sarebbe stato sufficiente a far
nascere in Carlo quella certa inclinazione, se le punizioni
disciplinari dei suoi amichetti non avessero poi avuto un seguito.
Capitava infatti sovente che i due proponessero a Carlo di giocare con
loro al «gioco delle punizioni».
Le prime volte, forse per vendicarsi delle umiliazioni subite davanti a
lui, gli imponevano immancabilmente il ruolo del bambino discolo che
viene castigato, a turno, dalla mamma e dal papà. Carlo
accettava di buon grado, anche se il rituale impostogli contemplava la
discesa dei pantaloni e la messa allo scoperto delle mutandine.
Ricorda benissimo che le sculacciate del maschietto, sebbene più
forti e robuste, lo lasciavano quasi sempre indifferente, mentre quelle
più tenere e delicate della ragazza gli facevano provare una
strana e piacevolissima sensazione di calore per tutto il basso ventre.
Più tardi, anche Carlo ottenne il privilegio di sculacciare di
tanto in tanto i suoi amichetti, sempre con la protezione delle
mutandine, ben inteso.
Anche in questo nuovo ruolo scoprì ben presto la differenza fra
i due sessi, limitandosi a rapide e sommarie spolverate sul didietro
del maschietto e, per contro, indugiando in lunghi e silenziosi
preliminari su quello della femminuccia, che poi riscaldava con mano
energica e carezzevole allo stesso tempo, tirando forte sull’elastico
superiore delle mutandine per mettere a nudo quanto più culetto
possibile.
Il ricordo di queste esperienze infantili è rimasto ben presente
nella mente e nei sensi di Carlo.
Ancora oggi, che ha compiuto quarant’anni ed è un affermato
professionista, si lascia catturare spesso e volentieri dall’antica ed
eterna seduzione dei mappamondi in fiamme.
Viene a trovarmi, in media, quattro o cinque volte all’anno, preceduto
da una telefonata di preavviso:
“Erika, tesoro: preparati il culetto che tra poco arrivo!”; o
altrimenti:
“Buongiorno signorina Istitutrice: c’è qui un ragazzino discolo
in cerca di qualcuno che gli scaldi a dovere il culetto!”.
In questo modo io so in anticipo come devo regolarmi al suo arrivo,
anche se poi, il più delle volte, nel corso di una seduta i
ruoli si invertono spesso e volentieri, secondo i gusti, gli umori e le
fantasie del mio eclettico cliente.
Oltre ai ruoli, variano continuamente anche le posizioni (almeno una
ventina tutte diverse tra loro), gli strumenti, gli accessori e in
genere le tecniche di sculacciata. L’unico elemento che rimane costante
sono le mutandine: mai tolte del tutto, ma saldamente incastrate
nel solco divisorio, come un «tanga», in ricordo delle
remote, ma non dimenticate, esperienze infantili.
In proposito, l’opinione di Carlo è molto precisa: le
sculacciate vanno date e ricevute con le chiappe in libertà, ma
con l’uccello (o la passera) chiusi in gabbia, ad evitare che... volino
via.
Credo che, oltre all’aspetto evocativo di cui ho detto, trovi eccitante
lo sfregamento del tessuto contro i genitali, mentre la mano
sculacciatrice gli surriscalda le rotondità esposte.
Anch’io, del resto, sto incominciando ad apprezzare il suo punto di
vista e il più delle volte mi ritrovo, alla fine, con le
mutandine bagnate fradice, segno evidente che anche una che fa certe
cose per lavoro può non essere insensibile a certi argomenti
particolarmente stimolanti.
Con Carlo, tuttavia, la sculacciata rimane raramente fine a se stessa.
Quando le nostre natiche si sono sufficientemente arroventate e i
nostri sessi ben lubrificati, ci togliamo (finalmente!) le mutandine e
passiamo ad altre forme di contatto più ravvicinato ed
approfondito. Di solito mi fa inginocchiare sul letto, alla pecorina, e
mi penetra da tergo, scegliendo alternativamente l’una o l’altra via
fino a scaldarsi i coglioni contro le mie chiappe. A volte, invece,
è lui a mettersi col culo per aria e sono io a sodomizzarlo con
un bel cazzo artificiale appeso intorno ai fianchi: anche qui,
come vedete, Carlo non viene meno alla sua tipica e proverbiale
ambivalenza sessuale.
I «voyeurs» o amanti del genere contemplativo, non sono
molto numerosi tra i miei clienti, anche perché le loro
fantasie, richiedendo quasi sempre l’apporto contemporaneo di almeno
due professioniste, finiscono col risultare alquanto dispendiose.
Ho avuto, in passato, un cliente piuttosto anziano e danaroso che mi
chiedeva qualche volta di invitare un’amica e che si accontentava di
assistere, sprofondato in poltrona con le mani immerse nelle mutande,
mentre noi due ci sculacciavamo a vicenda fra un giochino lesbico e
l’altro.
Più di recente mi è capitato un altro caso piuttosto
insolito, nel quale il cliente di turno ha trovato il modo di
soddisfare la sua passione voyeuristica senza spendere un patrimonio.
Il cliente in questione, impiegato di banca sui trentacinque anni,
viene a trovarmi di tanto in tanto accompagnato dalla moglie: una
graziosa biondina di circa venticinque anni, dall’aria molto
dolce e timida.
Io li ricevo come una perfetta padrona di casa, facendoli accomodare in
salotto e offrendo loro il tè (sono entrambi astemi).
A questo punto il marito incomincia a lamentarsi ad alta voce della
condotta di sua moglie, attribuendole tutta una serie di mancanze vere
o presunte. Lei, la sposina, lo ascolta in silenzio, con gli occhi
bassi e le guance accese, annuendo di tanto in tanto con la testa in
modo impercettibile, senza mai replicare o intromettersi . Alla fine
della tirata, io mi alzo e sentenzio che, secondo me, alla signora
occorrerebbe una buona sculacciata. Il marito ne conviene, ma al
tempo stesso si schermisce, dicendo che lui non è pratico di
certe cose, che vuole troppo bene alla sua mogliettina per farle la
«bua» sul popò e altre coglionate del genere.
Morale della favola: io mi offro amichevolmente di prendere il suo
posto nella delicata incombenza e lui, bontà sua, accetta, non
senza palesare qualche ulteriore titubanza che, ovviamente, fa
anch’essa parte del gioco.
A questo punto, io invito perentoriamente la sposina a seguirmi nella
stanza accanto (il famoso «stanzino delle punizioni») e nel
contempo prego il marito di attendere fuori dalla porta.
È stato lui, fin dal primo giorno, a manifestarmi questo
desiderio:
“Non voglio che mia moglie avverta la mia presenza durante il castigo -
mi ha detto - e inoltre anch’io preferisco osservare di nascosto, senza
essere osservato a mia volta”.
La porta rimane socchiusa e, mentre il marito si sistema al suo
posto di osservazione, presumo con la braghetta sbottonata, io mi
metto sulle ginocchia la sposina, le tiro giù le mutandine e
incomincio a imporporarle il grazioso sederino, alternando
opportunamente la mano nuda, la racchetta di cuoio, il battipanni di
plastica e, eccezionalmente, anche un piccolo frustino a
più code, molto leggero e adatto a un culetto morbido e delicato
come quello della mia insolita cliente.
La cosa più curiosa di tutta la faccenda è rappresentata
di solito dalle reazioni della giovane signora: dapprima composta e
tranquilla, come una scolaretta disciplinata che accetta a denti
stretti e pugni chiusi la meritata correzione, man mano che il castigo
procede e le natiche si accendono di un bel rosso vivo perde a poco a
poco la sua compostezza ed il suo timido self-control. Le sue
reazioni, tuttavia, non sono quelle tipiche della ragazzina punita che
invoca perdono e cerca in ogni modo, con le parole e coi gesti, di
sottrarre il sedere alla pioggia battente ed infuocata.
Al contrario, il suo stupendo culo di donna si tende e si inarca verso
la mia mano, quasi ad implorarne le carezze brucianti, mentre i
fianchi, le cosce, le gambe e tutto il suo corpo si tendono e si
flettono alternativamente sul mio grembo, in una danza sempre
più veloce e concitata che prelude inequivocabilmente
all’orgasmo.
Soltanto dopo che ha goduto, inondandomi le cosce con le sue abbondanti
secrezioni, torna ad essere quella di prima: una bambina timida e
sottomessa, che singhiozza silenziosamente, con il viso nascosto tra le
mani, mentre la mia mano, fattasi lieve e delicata, le accarezza
dolcemente lei rotondità infuocate ed il solco
abbondantemente irrorato.
A questo punto, di solito, la porta si spalanca e lui, il marito,
avanza a grandi passi con il cazzo in mano che pare in procinto di
esplodere. Punta diritto verso la prima apertura disponibile - bocca,
fica o culo che sia - e vi scarica dentro la sua colata lavica. Dopo di
che, fattosi tenero e premuroso, prende tra le braccia la sua dolce
mogliettina e la consola a lungo, asciugandole le lacrime e
massaggiandole delicatamente il culetto arrossato.
Io, allora, esco in silenzio dalla stanza e li lascio liberi di
ricomporsi in affettuosa intimità coniugale.
La sposina sottomessa non è, del resto, la mia unica cliente di
sesso femminile, ma quasi. A parte qualche esperienza sporadica su cui
non vale la pena soffermarsi, è necessario invece, che si
parli, sia pure sinteticamente, della «contessa».
Si tratta di una signora sulla quarantina, mollo bella ed
anche (ciò che più importa) molto ricca.
Quando suo marito ed i suoi innumerevoli amanti
incominciano ad annoiarla, mi dà una telefonata e mi
invita a casa sua: uno stupendo palazzo antico nel centro della
città, pieno di mobili e oggetti preziosi di ogni genere.
A volte mi trattengo da lei soltanto per poche ore, giusto il tempo che
passa tra un cocktail pomeridiano ed un ricevimento serale. Altre
volte, invece, mi invita a passare la notte con lei, ripagandomi
abbondantemente per il disturbo, s’intende.
La contessa è prevalentemente attiva: in altre parole le piace
sculacciarmi. Uno dei suoi giochi preferiti consiste nel farmi
indossare una divisa da cameriera, con cuffietta, grembiulini,
miniabito, calze fumé con giarrettiere nere o bianche e
mutandine tipo tanga dello stesso colore. Con il piumino in una mano e
lo strofinaccio nell’altra, io devo spolverare e lustrare accuratamente
ogni angolo della dimora, soffermandomi particolarmente sugli angoli
più... bassi, che richiedono da parte mia una profonda riverenza
in avanti, con correlativa emersione, dalla parte opposta cioè
delle mie poco ! protette ed appetitose rotondità.
Di tanto in tanto la signora, stanca di contemplarmi di sotto in
su, viene a controllare più da vicino il mio lavoro: se trova un
solo granello di polvere (e ce n’è sempre almeno uno!), mi fa
inginocchiare su una sedia o sul divano, col sedere ben sporgente in
fuori, e mi sculaccia sulle chiappe abbondantemente debordanti dalle
troppo ridotte mutandine.
Il gioco si ripete per tre o quattro volte, dopo di che la signora,
visibilmente su di giri, mi annuncia che è arrivato il
momento di passare ai «grandi rimedi», come li chiama lei.
Mi fa spogliare quasi completamente, tranne le scarpe, le calze e il
reggicalze e anche lei si mette nuda, mostrandomi il suo bellissimo
corpo. Mi ordina di accarezzarla dappertutto, di succhiarle i
capezzoli, di leccarle la fica o l’ano, ed io eseguo
inginocchiata davanti a lei, docile e sottomessa come si conviene. Dopo
che anche i suoi piedini nudi hanno ricevuto dalla mia bocca il dovuto
omaggio la signora mi fa rialzare e mi ordina di andarle a prendere il
frustino.
Qui devo aprire una parentesi per chiarire che la
«contessa» è l’unica fra i miei clienti a cui
consento di usare il frustino su di me: un po’ perché lei
è una donna (il che non significa, tuttavia, che sia
più debole o meno energica dei signori maschietti) e soprattutto
perché è l’unica disposta a pagarmi profumatamente anche
le eventuali giornate di riposo forzato, trascorse a pancia in
giù sul letto a... leccarmi le ferite con impacchi
freschi.
Questo, tuttavia, accade abbastanza di rado, perlopiù
quando la signora è già incazzata per i fatti suoi
perché ha litigato di brutto col marito o, più
probabilmente, perché il suo agente di borsa le ha appena
comunicato una perdita secca dei titoli sul mercato.
In questi casi, Madame usa lo staffile o la bacchetta caudata con
braccio implacabile e le mie povere natiche (non le permetto di
frustarmi altrimenti che sul culo) ne portano a lungo i segni in
bella evidenza.
Di solito, invece, le sue punizioni col frustino sono poco più
severe e dolorose di una normale sculacciata a palmo
nudo. Usa quasi sempre un «martinet» che io stessa le ho
procurato, con le corregge smussate che bruciano senza
tagliare la pelle, lasciando delle sottili striature rossastre che si
cancellano da sole nel giro di poche ore. Qualche volta mi prende
sulle sue ginocchia, chiamandomi «la sua
bambina cattiva».
Più spesso, però, mi fa mettere in ginocchio o
addirittura in piedi a gambe larghe, col busto piegato, le mani alle
caviglie e il culo spalancato, dopo di che mi frusta con colpetti non
troppo energici (ma neppure troppo teneri) dentro il solco e
sulle labbra della fica, mettendomi il fuoco addosso. Quando si
è eccitata abbastanza mi porta sul letto e si fa di nuovo
slinguare per tutto il corpo, concedendo a sua volta qualche gradito
omaggio alle mie surriscaldate intimità anteriori e posteriori.
Altre volte, i giochini sadici della «contessa» assumono
anche sfumature diverse, a me non sempre gradite.
Per esempio quando si mette in testa di farmi un clistere, cosa che ho
sempre detestato fin da bambina, ma che alla fine accetto di farmi
fare, non senza qualche compromesso: non più di una peretta da
mezzo litro, con il beccuccio ben lubrificato ed un paio di
asciugamani pronti per ogni necessità.
Un’altra delle sue piccole manie è quella di farmi sdraiare nuda
nella vasca da bagno e di pisciarmi addosso, urlandomi ogni sorta di
oscenità. Anche qui, dopo lunga trattativa, siamo arrivate a un
compromesso: la sua pioggia dorata può cadere dappertutto,
tranne che sulla mia faccia e nella mia bocca; dopo di che le do il
permesso di accovacciarsi su di me, mostrandomi il culo e la fica bene
aperti, e di zampillarmi a suo piacimento sulle tette, sul pancino, sui
riccioli del pube, sulle cosce, e infine, dopo opportuna giravolta da
parte mia, dentro il solco tra le natiche, che io stesso provvedo a
tenere allargate quanto più possibile con le mie mani.
Mi accorgo, caro Livio, che sto divagando un tantino dal tuo tema
preferito: penso tuttavia che sarai anche tu d’accordo con me sul fatto
che le manifestazioni di sessualità che ti ho appena descritte
sono spesso intimamente connesse con la sculacciata, per cui possono
trovare ugualmente collocazione nei tuoi interessi.
Per concludere questa ormai lunga lettera, desidero ancora precisare
che la signora contessa, oltre ad onorare spesso e volentieri il mio
sederino delle sue non sempre affettuose attenzioni, si degna anche
saltuariamente di offrirmi il suo, perché le renda lo stesso
servizio.
In questi casi peraltro abbastanza rari (non più di tre volte in
due anni, dacché la conosco) la signora non mi invita
però a casa sua, ma viene da me in incognito, come un cliente
qualsiasi. Mi espone rapidamente le sue esigenze, dopo di che io cerco
di accontentarla nel migliore dei modi, usando tutta la mia vasta
competenza professionale e la mia non meno vasta attrezzatura.
L’ultima volta che è venuta -circa sei mesi fa - si è
fatta legare mani e piedi sul cavalletto, con l’elegante abito da
passeggio arrotolato sulla schiena e le mutandine opportunamente
calate.
Ha voluto che la sculacciassi come una collegiale d’altri tempi, usando
la mano, il «paddle» e il frustino piccolo,
insultandola ad alta voce come una sgualdrinella in calore. Deve
aver goduto ripetutamente, almeno a giudicare dall’alone scuro lasciato
sull’imbottitura del cavalletto, all’altezza dell’inguine.
Il che, comunque, non le ha impedito di avere altri due o tre orgasmi
tra le mie braccia, mentre io la vezzeggiavo come una bambina piccola,
tenendo due dita unite immerse nei meandri scivolosi della sua vagina e
un terzo (il mignolino) con due falangi saldamente introdotte nello
sfintere anale.
Con questo, caro Livio credo proprio di aver finito, almeno per oggi.
Spero che vi siate divertiti ad ascoltare le mie memorie di puttana un
po’ sui generis, come io del resto mi sono divertita a raccontarle.
Vostra aff.ma Erika
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