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TERZA GAMBA
Racconto di N.N,
Africa: sono le notti quelle che non si dimenticano di questo
continente affascinante. Le stelle sembrano più vicine e l'aria
porta mille profumi nel silenzio frantumato dai rumori della foresta.
Dopo soli tre mesi di permanenza, Letizia, infermiera volontaria, aveva
cominciato a considerare l'Africa come la sua vera patria ed aveva
deciso che non l'avrebbe più abbandonata. S'era ambientata sulle
rive del Niger, così diverse da quelle del natìo Ticino,
s'era affezionata alla gente dura e semplice che le abitava. Era
felice, ed a venticinque anni le sembrava di aver raggiunto il sogno
della sua vita. Aveva imparato sommariamente anche più di cinque
lingue e dialetti africani, e gli usi e costumi dei diversi popoli. I
faticosi studi l'avevano fatta ritrovare sola con se stessa ed aveva
quasi dimenticato l'amore per donarsi interamente al lavoro.
Letizia era assistente sanitaria, visitava i malati e gli invalidi del
villaggio portando loro un po’ di conforto. Così aveva
conosciuto l'uomo chiamato “Terza Gamba”.
Nessuno aveva mai spiegato ad una donna bianca il significato di quel
soprannome dato ad un uomo alto non più di un metro e cinquanta
e che tuttievitavano come se fosse posseduto dal demonio.
Solo un bambino le svelò candidamente l'oscena allusione.
L’uomo viveva in una piccola capanna ai margini del villaggio e campava
con gli scarsi alimenti che gli passava il suo clan familiare e di
altri doni dei quali l'infermiera non tardò a scoprire la
provenienza. Inoltre, per quanto analfabeta, aveva una profonda cultura
tradizionale e le sere di festa gli amici lo accompagnavano in piazza
dove cantava le gesta guerriere degli antichi capi e spiegava le storie
delle stelle guadagnando qualche moneta. La sua casupola era tappezzata
di immagini pornografiche, di quelle tratte dai giornali europei che i
commercianti ambulanti vendevano a pagine sciolte con prezzi variabili
secondo l'arditezza delle foto. La giovane le trovava imbarazzanti,
oltre che immorali, ed aveva provato fin dalle sue prime visite a
convincerlo a sostituirle con paesaggi ritagliati dai calendari o con
sacre immagini, senza successo. C'era dell'altro, ancora più
imbarazzante: ogni volta che si recava a visitarlo, l'uomo la fissava
incantato e l'ascoltava in religioso silenzio ed intanto le sue brache
larghe si gonfiavano, si gonfiavano, si gonfiavano e rimanevano tese
anche per ore finché l'infermiera, turbata, non resisteva a
quello spettacolo indecente e se ne andava. Aveva provato a prendere il
discorso alla larga, ma aveva a che fare con un poeta che padroneggiava
la lingua locale con rara maestria e sapeva sfruttare tutti i doppi
sensi che il linguaggio fiorito della boscaglia conteneva.
- È la purezza della tua bocca che eleva il mio spirito -
rispondeva ambiguo l’uomo alle accuse di avere cattivi pensieri.
Oppure: - La luce di verità dei tuoi occhi accende la mia
fiaccola. Una sera si consultò con la capo-infermiera a
proposito del suo assistito che si mostrava così refrattario ai
dettami della morale.
- Senta, volevo parlarle dell’uomo che chiamano Terza Gamba... -
- Quel tizzone d'inferno! -
- Euh! Perché è così dura con lui?-
- Stai attenta, figliola, quell'uomo è un libertino incallito,
un incorreggibile ed ha una nefasta influenza sulla sua gente. Quando
qui c’era padre Duval, un missionario, aveva anche provato a
blandirlo con piccoli doni, ma lui preferisce i regali che gli lasciano
le donne che lo vanno a trovare ogni notte...
- Ma forse un miracolo d'amore può toccare il suo spirito! -
esclamò la giovane infermiera come ispirata...
- E’ possibile ma ben più improbabile... Stai attenta! Conosci
il nostro regolamento interno. - concluse scettica l'anziana
infermiera.
I fatti dimostrarono che era stata buona profetessa.
Letizia tornò animata da un nuovo slancio per ascoltare qualche
sua storia ed un giorno le raccontò come era divenuto….”terza
gamba”.
- Di generazione in generazione si è tramandato il segreto del
Capo Tartaruga e così anch'io, giunto alla soglia della
pubertà, mentre mi iniziarono alla caccia, alla solitudine nella
boscaglia e a distinguere gli spiriti, fui anche avviato coi miei
coetanei alla Società della Tartaruga e presi a scendere al
fiume e a praticare gli esercizi per rendere i nostri falli
invulnerabili e insensibili come quello del grande Capo. Per ore e ore
strofinavamo i nostri sessi nella sabbia finché si arrossavano e
ci dolevano. Tornavamo instancabili il giorno dopo continuando
incuranti del dolore. Proprio le successive cicatrici dovevano formare
un magico guscio protettivo sul glande, e da qui il nome.
Nel giro di pochi anni gli altri ragazzi si stancarono di quella dura e
noiosa disciplina e, inorgogliti dai primi successi con le ragazze,
smisero di frequentare le rive del grande fiume che aveva donato la
forza al Capo Tartaruga. Il mio modello, invece, era il grande totem
della capanna tabù della Società, sormontata da un vero
guscio di tartaruga con le sue placche insensibili. Così
continuai a scendere da solo sulla spiaggia sabbiosa a proseguire
gli esercizi giorno dopo giorno mese dopo mese fino ad ottenere quello
che gli altri non hanno-.
L'infermiera era sconcertata. Nei libri del corso di preparazione
che aveva seguito, aveva letto qualche notizia sui culti fallici, ma
non avrebbe mai sospettato di imbattersi in una specie di sacerdote di
Priapo. L'immagine di una fila di adolescenti intenti a maneggiare i
loro giovani sessi la turbava e ancorpiù era ossessionata dalla
mostruosa virilità di quell'uomo nero al cui cospetto i pallidi
amplessi sepolti nella sua memoria scomparivano.
Gettò uno sguardo di traverso a quell'eterno gonfiore e
fuggì in preda ad una inconfessabile agitazione.
Attirata da un incontrollabile magnetismo, tornò alla capanna il
mattino presto, subito dopo l'alba. L'uomo giaceva profondamente
addormentato sulla sua stuoia. Era seminudo, uno straccio gli copriva a
malapena le reni e l'inguine. Il primo impulso fu di andarsene, ma poi
ne osservò il viso tranquillo e disteso, quasi angelico, e
provò tenerezza. Un angelo nero dormiente.
Una grande compassione strinse il cuore della giovane. Quel viso dai
tratti più delicati delle facce bruciate dal sole e dalle
cicatrici di caccia e di rissa degli altri uomini del villaggio, le
parve più giovane, quasi infantile. Chiudendo gli occhi lo
accarezzò lievemente sulla fronte e sulla guancia, emozionata.
La mano dell'uomo si strinse sulla sua e la trattenne.
- Sei venuta, donna bianca -disse dolcemente risvegliandosi. Girandosi
fece cadere l'esile coperta ed il suo sesso imponente svettò
verso di lei.
- Mon Dieu - mormorò la ragazza vedendolo per la prima volta
nella sua splendente nudità e rimase impietrita a fissare quel
fantastico palo di carne. Nero alla base, si schiariva nella parte
mediana per ridivenire scuro sulla sommità che si allargava come
un fungo dall'aspetto coriaceo.
L'ampia cupola sembrava tatuata a larghe squame.
- La tartaruga... - si lasciò sfuggire meravigliata.
- Toccalo - disse l'uomo, accompagnandole la mano.
La donna fece un cenno negativo col capo, ma si lasciò guidare
docilmente nell'esplorazione di quella meraviglia anatomica. Nonostante
l'aspetto deturpato, al tatto le apparve vellutato anche se dotato di
eccezionale rigidità. Non riuscì a contenerne la
circonferenza fra l'indice ed il pollice, mentre il palmo della mano
ricopriva appena lo smisurato glande. Come ipnotizzata non poteva
più staccare lo sguardo e la mano dal membro mostruoso.
Continuò a palparlo millimetro per millimetro e ad accarezzarlo
mentre il tempo scorreva. Era dunque quella la magica verga di Terza
Gamba, l'oggetto misterioso che irrompeva nei suoi sogni e ne turbava
le veglie nelle sue scure notti africane.
Portò meccanicamente l'altra mano sotto il suo camice bianco. Le
dita esitanti sfiorarono appena le lunghe cosce e salirono, attirate da
un irresistibile richiamo, al sesso fremente e madido di caldi umori
vischiosi.
Cominciò a carezzarsi lentamente con la tranquilla pazienza di
una donna esercitata dalle lunghe pratiche solitarie e dal ricorso alla
fantasia. Da giorni e giorni le sue fantasie tornavano ossessive alla
virilità esplosiva che ora stava contemplando rapita e
maneggiando attenta a coglierne ogni particolare: le nodosità
dello stelo, il reticolo di vene che pulsavano sotto la stretta delle
sue dita, il disegno irregolare che ne decorava la grossa punta.
Sentì la mano dell'uomo accanto alla sua fra le cosce dischiuse,
trasalì al contatto intimo, ma non oppose nessuna resistenza
quando le forti dita del negro afferrarono il suo vello, attirandola
verso di sé. Strisciò sulle ginocchia lentamente seguendo
il richiamo maschile, lasciando che la veste le nascondesse alla vista
il palo minacciosamente puntato al suo ventre gocciolante di acquolina
golosa. Strinse le ginocchia attorno alle reni dell'uomo mentre questi
indirizzava il suo mostro alla buia caverna certo troppo piccola per
accoglierlo, nonostante che le sue mani ne aprissero al massimo la
soglia. Quando le forzò il vestibolo, strinse le labbra per non
gridare e si lasciò scivolare, tremando, attorno al palo che la
squarciava. Si sentì bruciare le viscere ed il suo primo impulso
fu di sfilarsi e rinunciare a quell'amplesso tanto doloroso, ma ne fu
impedita dalla mano dell'uomo che, stirandole il ciuffo di lunghi peli
che le ornavano il pube, la costrinse a restare immobile. Poi, a poco a
poco, il fallo pulsò nel suo ventre in sintonia con gli ultimi
spasmi di dolore che stavano cambiando impercettibilmente di segno.
Come animata di vita propria, la grossa mazza cominciò ad
agitarsi, a muoversi, a danzare dentro di lei dondolando avanti e
indietro trascinandola con sé. Pensò che era così
che gli uomini della Tartaruga battevano i loro tamburi, come ora il
loro poeta faceva rullare il suo sesso squarciato. Cercò di
comprenderne il ritmo e di assecondarlo mentre le più forti
sensazioni nascevano nelle sue fibre stirate traversandole il corpo
come scariche elettriche. Si abbandonò per un tempo infinito al
dolce rullìo, mentre le sue mani dividevano le loro carezze fra
le sue labbra divaricate, il bottoncino fremente ed il duro cilindro di
carne costituito da quella parte dell'asta smisurata che non aveva
trovato spazio nel suo corpo.
Sì accorse ad un tratto con angoscia, come riscuotendosi da un
sogno, che al tenero piacere stava subentrando un senso di disagio, di
indolenzimento delle membra, di tensione accumulata e non scaricata. Si
carezzò e si scosse con impegno crescente, aprì gli occhi
sul misero ambiente, sulle foto oscene appese alle pareti, sui capelli
crespi del suo amante, sul cesto di cibi e frutta che le donne gli
avevano lasciato nella notte, sul suo abito bianco e sulla sua
castità dimenticata. Li richiuse e tentò di scacciare
quelle immagini dalla mente, intensificando gli sforzi per godere di
quella penetrazione invidiabile, di quella virilità
instancabile. Gridò e danzò come una baccante folle
attorno all'albero della libertà radicato nel suo sesso
insaziato, fino ad abbattersi fisicamente stremata sul petto dell'uomo,
bagnandogli il viso ed il collo taurino di lacrime di gioia. Poi lo
baciò ed uscì barcollando sotto il sole alto nel cielo
perlaceo.
Tornò nel pomeriggio e nei giorni seguenti. L'uomo la
accarezzava delicatamente. Lodava il candore e la perfezione del
suo corpo, diceva di amare quel suo vello fluente, tanto diverso dal
pelame duro e crespo delle donne africane. La giovane apprezzava
l'insospettata dolcezza del suo amante e ne adorava il membro
miracoloso sul quale si issava con eccitazione incontenibile ed
immutata fede. Si amavano e discorrevano per ore. L'uomo le disse della
meraviglia che aveva provato la prima volta nel trovare il suo sesso
nudo sotto il camice. Sapeva dagli anziani che le donne europee portano
sempre le mutandine. Lei spiegò divertita che non si trattava di
un accorgimento erotico, ma solo di un problema climatico.
Terza Gamba le confidò tutti gli altri segreti della sua
virilità eccezionale e dell’'autodisciplina delle sue lunghe
meditazioni.. Lei parlava dei costumi europei, delle curiose pratiche
di corteggiamento. Gli disse tutto di lei, mentre lui rifiutò di
rivelarle il suo primo nome, e continuò a chiamarla “donna
bianca” o semplicemente “donna”.
Solo dopo un avvenimento eccezionale ed alla vigilia del dramma, le
confidò il suo nome segreto di giovane guerriero. La giovane
donna continuava a provare un acuto piacere nel farsi scuotere il sesso
da quella grande asta e nel dibattersi impalata come una farfalla
prigioniera. Viveva la tempesta dell'amore, l'uragano dei sensi senza
mai riuscire a raggiungerne l'occhio quieto. Le mancava la
serenità necessaria a conquistare l'apice del piacere e la
distensione dei nervi impazziti. Solo nella solitudine della sua
stanza, rivivendo il riflesso degli spasmodici amplessi quotidiani,
riusciva a raggiungere tiepidi orgasmi che le lasciavano più
desiderio di prima di imparare a godersi fino infondo le doti
dell'amato. Come intuendo le sue segrete difficoltà, una volta
l'uomo le chiese se non preferisse la “posizione del missionario”.
Al suo divertito stupore finì per spiegare che tutti nel paese
chiamavano così l'amplesso praticato dagli europei, l'uomo steso
sulla donna. Erano stati i primi missionari europei ad insegnarla alla
gente e da alcune generazioni era entrata nell'uso come gradita
variante erotica. Provarono alcune volte e fu molto piacevole.
L'infermiera pensava divertita che, in fondo, quei vecchi preti pieni
di pregiudizi che l'avevano preceduta, avevano finito, tentando di
moralizzare la sessualità indigena, per dar loro nuovi modi di
divertimento. Cominciò a pensare che se fosse riuscita a
trascinare l'uomo alla voluttà le sarebbe poi stato più
facile giungervi a sua volta. Voleva rendere più umano quel
mostro fallico invulnerabile, fargli provare lo sperduto languore che
scivola dalla vetta del piacere verso una dolce valle di sogno. L'uomo
si scherniva affermando la superiorità della calma acqua del
fiume che riflette senza bruciare l'ardore del sole più acceso.
Un giorno, dopo averlo cavalcato a lungo, vincendo la stanchezza,
continuò a carezzarlo con entrambe le mani e col massimo impegno
baciandogli il viso e il petto e mormorando le più tenere parole
d'amore che aveva appreso dalle espressioni poetiche dell'uomo nero.
Infine accostò la lingua e le labbra al pene di quel guerriero
invincibile, cominciando a lambirlo e a baciarlo per poi accoglierlo,
non senza sforzo, nella bocca golosa. Lo succhiò ardentemente,
scuotendolo con le mani e vellicandolo con la lingua instancabile
finché l'uomo cominciò a gemere. Raddoppiò gli
sforzi, incurante dello stiramento doloroso delle labbra e dei muscoli
indolenziti del suo viso. Le lacrime le rigavano il volto e scivolavano
lungo lo scettro potente perdendosi nei peli setosi, gocciolando sui
poderosi testicoli che le riempivano le mani carezzevoli. Quando la
ragazza, stremata, stava per desistere da quell' impresa sovraumana,
una contrazione improvvisa le sorprese la bocca dolente e l'irrigidirsi
del corpo dell'uomo l'avvertì dell'imminente vittoria. L'amante
le poggiò la mano sulla nuca schiacciandola contro il fagotto
pulsante che le allargava la gola. Il sesso mostruoso, parve crescere
ancora e scalpitò come una bestia selvaggia ferita a morte. Le
mani della giovane si avvinghiarono allo stelo come per strozzarlo e
sentirono salire uno ad uno i getti potenti del denso liquore che
schizzava nella sua gola vorace, riempiendo lo stomaco come nettare
atteso e benedetto.
Lo assaporò fino all'ultima stilla prima di abbandonarsi
disfatta sul ventre ansante del maschio. Rimase immobile per lunghi
minuti ad ammirare il pene che finalmente si afflosciava lentamente pur
mantenendo proporzioni assurde. Quando levò gli occhi sull'uomo,
lo vide assorto. Il suo viso le parve triste, quasi scontento.
- Sei arrabbiato perché ti ho fatto godere? -
- Non è questo che mi rende triste, ma il presagio che vi
è legato. L'ultima donna che mi ha portato a questo punto
supremo è stata qui più di un anno fa; veniva da Ankina
ed era abbastanza anziana e molto esperta. Ai tempi della colonia era
stata in una casa dell'amore dei bianchi nella capitale. Aveva sentito
parlare della mia capacità e venne a conoscermi. Fece quello che
hai fatto tu e che le nostre donne non fanno, ma sparse il mio seme sui
suoi seni; è un sistema di divinazione delle genti che abitano
le lontane regioni dove nasce il grande fiume. Osservò i disegni
che si erano formati e mi consigliò di non schizzare mai
più la mia linfa vitale. -
-Perché mai?- l'interruppe preoccupata la giovane- Ti fa male?-
- No, ma avrebbe portato molto dolore alla donna che l'avrebbe fatto ed
essa mi sarebbe appartenuta per sempre. Io sento che tu non puoi essere
mia e non voglio che tu debba soffrire. -
- lo non credo a queste superstizioni - disse, con una punta di
titubanza, la donna, alzandosi per andare.
L’uomo la trattenne e, fissandola col suo sguardo nero e penetrante, la
chiamò la prima volta per nome:
- Letizia, io mi chiamo Kolo; tienilo per te, se tu lo pronunciassi
dinanzi alla gente del villaggio io dovrei prendere un nuovo nome, ma
tu saresti considerata mia moglie. -
- A domani, Kolo. -
L'indomani la capo-infermiera le ordinò con una scusa di
rimanere all'ospedale e così nei giorni successivi. Da una
spiata, aveva appreso la verità ed era in attesa di istruzioni,
poiché tutte avevano l'obbligo di non «mescolarsi»
agli indigeni.
Letizia l'affrontò, ma ne ricevette i rimproveri più
aspri ed umilianti. Sarebbe stata trasferita, probabilmente
rimpatriata, non avrebbe più rivisto il suo amante. Non poteva
accettare neanche l'ipotesi di essere confinata in un ospedale isolato,
circondata dall'ostilità e dai sarcasmi. E non voleva
abbandonare il suo nero sacerdote di Eros. Sconvolta, fuggì dal
capo del villaggio, un vecchio canuto. Anche Terza Gamba era stato dal
capo chiedendogli di intercedere perché la sua amante bianca non
fosse allontanata. Tutto il villaggio conosceva la vicenda ed attendeva
gli eventi. Saggiamente il capo non fece promesse:
- Tu, donna bianca, non sei della mia gente ed io non posso giudicare
fra te e la donna-capo. Se insisti, posso solo riferire alla donna
vecchia la voce del mio popolo. -
Andò dalla capo-infermiera e disse che il villaggio mormorava
che si voleva allontanare la giovane solo perché aveva fatto
l'amore con un uomo nero e se era così, in cosa erano diverse
loro dai vecchi colonialisti che punivano le relazioni interrazziali?
La donna si trovò a dover spiegare che dovevano obbedire tutte a
delle leggi particolari.
- Se essa viene allontanata è perché non doveva avere
rapporti intimi con nessun uomo, di qualunque colore, e deve essere
punita per la mancanza alla promessa; è come avesse commesso una
sorta di adulterio.
- Nel mio popolo l'adulterio è punito solo se la donna è
accusata davanti alla tribù, ma chi accusa la giovane?
- Io, come suo superiore, l'accuso di aver mancato alle sue promesse ed
al suo contratto di lavoro. -
II capo non aveva più argomenti e si rivolse alla giovane con
fare paterno:
- Piccola donna, credo che dovrai accettare la giustizia della tua
gente, perché la legge della mia è molto dura... -
Letizia aveva assistito in silenzio alla disputa fra le due
autorità intorno alla sua sorte. Avvampava di vergogna, ma
sentiva dentro di sé l'ostinata forza della disperazione ed
esclamò:
- Scelgo la tua legge, capo, qualunque essa sia! Voglio essere la donna
di Kolo!-
- Ti ha dunque detto il suo nome? Sai che cosa significa, vero?-
Poi, rivolto alla capo-infermiera, proseguì: - Non puoi far
punire questa ragazza dalla mia legge, verrebbe frustata... -
- Che sia frustata! È quello che si merita! - ribattè
l'anziana donna sconvolta dall'ira. Poi continuò in francese,
rivolta ad Letizia: -
- Tu ti sei messa al di fuori del nostro regolamento ed ora vuoi anche
rinnegare la civiltà per la tua libidine. Se vuoi andare, vai! E
Dio abbia pietà dite.-
Per tutta risposta, la giovane seguì il capo verso il villaggio.
Fu legata con le braccia ai rami di un vecchio albero destinato alle
esecuzioni. Tremava di vergogna e di paura nel trovarsi sotto gli occhi
di tutta quella gente accorsa per vedere come finiva la vicenda. Il
capo le propose di sottrarsi alla pena crudele ed infamante; se
l'avesse voluto, il giorno dopo l'avrebbe fatta accompagnare alla
città più vicina. Rifiutò stoicamente.
Frustare pubblicamente la fedifraga era un compito che spettava per
tradizione al marito tradito. Nella circostanza atipica che si
presentava, l'incarico fu proposto al sacrestano della missione
lì vicina, noto omosessuale che aveva con Letizia quasi un astio
personale per essere stato un tempo rifiutato da Terza Gamba, del quale
aspirava a godere i favori.
Il sacrestano fece un cenno con il capo ad un indigeno perché
preparasse la donna al supplizio e cioè la denudasse del tutto
come previsto dalle usanze. Con un coltello le fu fatto a brandelli il
vestito e poi strappato così come le mutandine e il reggiseno.
Ora era del tutto nuda sotto gli sguardi di tutti e soprattutto della
sua capo-infermiera che si stava pregustando lo spettacolo seduta
comodamente vicino al capo villaggio.
La prima staffilata la colse sulle spalle strappandole un grido di
dolore e di sorpresa. Lo strumento di punizione era costituito da un
lungo e pesante scudiscio di pelle.
La giovane, per quanto terrorizzata, s'era imposta di conservare il
massimo di dignità e di non urlare. La seconda frustata la
colpì ancora sulla schiena, ma già al terzo colpo lo
scudiscio dalla punta guizzante come una serpe le si avvolse attorno al
dorso mordendole i seni delicati e la giovane non potè
trattenere un penoso gemito.
Altri colpi andarono a segno in rapida successione sul suo petto
ansimante, torturandone la morbida pelle e persino i teneri capezzoli.
Soprattutto sulle natiche ampie e rotonde, il carnefice si
accanì con particolare insistenza solcandone l'estesa superficie
di lunghe tracce scarlatte. Le frustate impietose bruciavano come ferri
roventi la pelle della fanciulla che, ormai dimentica dei suoi
propositi, si dibatteva nei solidi legami gridando senza posa.
Le sue incontrollate contorsioni non facevano che aumentare il rigore
del castigo poiché le scudisciate cadevano su tutto il corpo
esposto disordinatamente, solcandole il ventre e le cosce. Più
di una frustata arrivò fino al suo inguine che i movimenti
convulsi offrivano alla lingua di cuoio strappandole urla di agonia.
Agli ultimi colpi, coi quali lo scudiscio le si avvolse sibilando
attorno alle cosce, dalla sua gola strozzata non uscivano più
che rantoli inarticolati.
Quando il capo, contati i rituali cinquanta colpi, ordinò che il
supplizio cessasse. La vittima fu sciolta e crollò a terra
semisvenuta. Alcune donne le si fecero intorno porgendole da bere ed
ungendone il corpo martoriato con balsami lenitivi. Lei chiese soltanto
di essere condotta da Kolo. Due donne l'accompagnarono, l'aiutarono ad
infilarsi sull'enorme fallo che l'attendeva eretto e la sostennero,
barcollante, per tutto il tempo in cui spasimò e gemette su
quell'idolo di carne al quale tutto aveva sacrificato e per la cui
devozione s'era votata al martirio. Fin dai primi istanti in cui
sentì il membro agognato rovistarle il ventre, cominciò a
godere come mai era accaduto.
Scacciata, umiliata e frustata, era libera, finalmente, di servire il
dio della eterna voluttà. Il corpo illividito e piagato le
doleva insopportabilmente ad ogni impercettibile movimento, eppure
vibrava e si scuoteva tutta, incurante del tormento, come se,
anziché esserne stroncata, traesse da esso nuovo alimento per il
fuoco della lussuria che l'ardeva senza consumarla come il biblico
roveto. Le fanciulle che la reggevano, nonostante conoscessero bene le
qualità eccezionali di Terza Gamba, erano allibite dallo slancio
amoroso di una donna tanto provata e dalla resistenza con la quale,
senza quasi soluzione di continuità se non un sospiro ed un
breve istante di immobilità, passava da un orgasmo all'altro
senza cedere alla stanchezza. Solo molto dopo che lo sguardo e la mente
le si erano intorbidite ed i rantoli di passione affievoliti, si
afflosciò sull'uomo come un sacco svuotato, giacendo inerte sul
suo petto; solanto il suo ventre continuò ad essere animato
dall'incessante vitalità della mazza prodigiosa che vi
tamburellava il ritmo primitivo di una marcia nuziale dell'Africa nera.
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