|
|
|
UN GUASTO ALLA MACCHINA
Mi sono simpatiche le giornate di sole, specialmente le prime della
primavera, quando il corpo ancora diffidente non sembra credere a quel
tepore strano, dopo il lungo freddo, e provo sempre un lieve senso di
malinconia, come di un ricordo di un tempo ormai trascorso, ormai
perduto.
Avevo il pomeriggio libero, in quella bella giornata di tiepido sole:
tre clienti avevano disdetto gli appuntamenti all’ultimo minuto e
ritornavo lentamente al solito posteggio, incerto sul da farsi, con
l’umore piuttosto annoiato, appena mitigato dal bel tempo. Arrivando
alla macchina, mi colpì il rumore noioso e disturbante di un
motorino d’avviamento: all’interno di una utilitaria una ragazza
cercava di avviare il motore, «tirando» letteralmente il
collo ad una batteria ormai agonizzante.
Chissà perché, sorrisi: in genere, in questi casi,
considero con astio il conducente, mettendomi nei panni di quel
povero motore maltrattato, ma in quel momento mi sentivo solidale
con la ragazza al volante e cercavo di infonderle coraggio e speranza
di riuscire.
Devo però dire che il mio sorriso non sortì effetti
particolarmente risolutivi: infatti la batteria dette un ultimo impulso
e tacque del tutto.
Aprii la mia portiera nello stesso istante nel quale la ragazza usciva:
la sua voce mi arrivò improvvisa, dolce e sicura. Perché,
perché mi diede un soprassalto il cuore? Perché
già prevedevo...
“Che disdetta! In genere riesco a farla partire...”
“Già, si fermano sempre quando più si ha fretta ...”
“Mi darebbe un passaggio fino alla piazza Garibaldi?”
Qui il soprassalto fu più grosso. Devo dire che sono un
uomo tranquillo, con una vita piuttosto lineare e che spesso, con la
fantasia, ricerco quelle emozioni che non riesco a provare nella
realtà. Il fatto che una ragazza mi avesse chiesto
un passaggio non significava nulla, nulla di particolare, ma la
mia fantasia era già al lavoro e intorbidava le cose e le
trasformava e già ecco che ...
Insomma, con una voce nella quale sentivo un tremore, dissi di
sì... ma certo …
Dove manca il coraggio maschile, subentra la decisione femminile: non
ricordo chi l’abbia detto, forse io stesso chissà quando.
Fatto sta che pochi minuti dopo, grazie alla grinta di Sandra, eravamo
già in pieno traffico, ci conoscevamo per nome.
“Ah, ti chiami Marco anche tu?” (già, perché chi è
l’altro?) e filavamo di buon accordo: io zitto e lei in pieno
cicaleccio.
Mi stavo ascoltando tutta la storia del guasto alla macchina, dei
guasti precedenti, di quanto sono cari i meccanici, più dei
dentisti e quanto sono maleducati poi, devi sapere che...
Già, secondo Sandra i meccanici quando hanno a che fare con una
donna sono inurbani, presuntuosi e sgarbati. E io? Cercavo di dare ogni
tanto una risposta sensata o almeno un’interiezione, accorgendomi
però che il vero senso del reale mi sfuggiva ... Sandra parlava,
parlava e non accennava a tacere.
Forse a causa della disponibilità che mostrava verso di me, che
le ero ancora sconosciuto, fatto sta che mi trovai a cercare di
spostare lentissimamente il discorso facendolo convergere su un tema a
me caro. Dalla maleducazione dei meccanici, alla scarsità di
educazione civica, al fatto che le scuole non danno nulla in tema di
comportamento, il discorso venne a concentrarsi sul lassismo che regna
fra genitori e figli … e qui devo dire che parlavo volentieri: genitori
deboli o pusillanimi, che temono di intervenire ed anche di reprimere
quando necessarlo o anche di punire e spesso è
necessario.
“Il padre che risparmia la verga a suo figlio, odia suo figlio”. Era
questo un proverbio che mio padre spesso ripeteva.
“Punire? Tu dici che bisogna punire i figli? Ma caro Marco,
avresti il coraggio di punire tuo figlio, sapendo che puoi provocare in
lui dei traumi che lo ritarderanno nel suo sviluppo?”
Era così, dunque. Ero stato sfortunato: da un lato
perché Sandra era molto decisa nell’affrontare un problema e
logorroica davvero, ma nello stesso tempo fortunato,
perché avevo modo di parlare della disciplina corporale
ed un dibattito su questo tema mi attira sempre.
Eravamo intanto arrivati al suo ufficio e Sandra non accennava a
scendere. Non volevo ricordarle l’ora (mi aveva detto di essere in
ritardo), mi infervoravo nella discussione e speravo di poter godere
ancora della sua compagnia.
Quando però compresi che il discorso “punizioni” si era
arenato e che Sandra stava per alzarsi ed andarsene, gettai il
mio amo.
“Tu dici che non avresti il coraggio di punire una mancanza, Sandra; ma
dici così, forse perché non avresti il coraggio di
accettare una punizione tu stessa. Ad esempio, ora sei in ritardo di
quindici minuti e ti sei attardata a chiacchierare con una persona che
hai appena conosciuto: ebbene, per come la penso io, tu
meriteresti davvero una severa punizione e senza tanti discorsi.”
“Una punizione? Che cosa vuoi dire?”
“Voglio dire che se fossi il tuo capo, ti coricherei sulle mie
ginocchia, e ti farei capire che cosa vuol dire arrivare in ritardo. Ti
darei almeno una trentina di sculacciate e, credimi, delle migliori”.
Vidi i suoi occhi cambiare di intensità: in un attimo ira,
paura, disprezzo, scontrosità, acredine, una vera ridda di
sentimenti si mescolò, per poi lentamente amalgamarsi in uno
sguardo dolce e pacato, serio e rassegnato.
“Se proprio credi che io sia tanto paurosa per poche sculacciate,
ebbene, vieni a prendermi questa sera alle sette e mezza: e cerca di
non essere tu in ritardo”. Detto ciò, la sua figuretta
sparì veloce in un ascensore.
Come descrivere ciò che seguì e mantenere il dovuto
riserbo che un gentleman deve osservare sempre, nei confronti del
gentil sesso?
Cercherò di tratteggiare ciò che avvenne ed
inizierò a ritroso, dal pianto dirotto di Sandra, mezza nuda,
scarmigliata, con il trucco che disegnava sottili righe scure sulle
guance: il sedere è rosso, violentemente rosso. Le ho appena
somministrato settanta sculacciate. Sono stato persino un po’ troppo
violento e me ne pento un po’, ma non lo do a vedere. Sandra è
stata coraggiosa, è venuta spontaneamente a coricarsi sulle mie
ginocchia e non ha detto nulla quando, con mosse impacciate, le ho
sollevato la gonna ed abbassato le vezzose mutandine.
Eravamo andati nel mio ufficio ed erano da poco passate le 20. La
signora Righi, la donna delle pulizie, se ne era già andata e
l’ufficio era tutto per noi..
Ciò che mi appariva sotto gli occhi è stato un paffuto
culetto sodo e tondo. Sembrava fatto appositamente per essere
sculacciato.
Non ho concesso molto tempo all’attesa e, quasi subito, la stanza si
è riempita di suoni e gemiti.
Dopo trenta colpi ho deciso di lasciarle qualche attimo di pausa e,
rimessa in piedi, le ho intimato di togliersi del tutto la gonna e
sfilarsi le mutandine. Aveva gli occhi già lacrimosi, ma i
gesti erano fieri, come di chi non si piega facilmente. Le mutandine le
ha lasciate cadere dall’alto su di me in un gesto di palese sfida.
“Vedo che sei una ribelle per natura, ma così non va bene, ora
resterai senza maglietta e reggiseno e metterai tutto in ordine su
quella sedia. Inoltre invece di cinquanta sculacciate come avevo
previsto ne beccherai settanta. Naturalmente sempre che tu non faccia
altre sciocchezze”.
Sembrava poco intimorita dalle mie minacce. Si tolse tutto guardandomi
fisso negli occhi e nuda si rimise, senza che nulla le dicessi, ancora
sulle mie ginocchia.
Ecco perché la mia mano non è stata molto soft.! Si
meritava tutto il castigo che le ho impartito con un mio piacere
crescente.
E’ delizioso sentire i fremiti del corpo che viene sculacciato: i
muscoli del dorso si induriscono per poi rilassarsi di colpo, sembra
che un’onda percorra ritmicamente le gambe, si gonfi sulla
sommità delle natiche, per perdersi in mille spruzzi sulla
schiena. E’una vera danza e devo dire che quella sera Sandra ebbe una
severa prova di quel che vuol dire incontrare un uomo giovane, timido e
impacciato, con un umore appena annoiato.
|
|
|