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LA ZIA

Secondo un famoso detto popolare, il primo amore non si scorda mai.
Per un masofeticista, come il sottoscritto, lo stesso vale per il primo
calpestamento.
Se, inoltre, aggiungiamo che la prima "calpestatrice" fu parte consapevole
e partecipe del nostro gioco preferito, questo non fa altro che cementare,
ulteriormente, il ricordo nella nostra mente.
La vicenda che vado a raccontare, si svolse tanti anni fa durante il periodo
che precede il Natale. Avevo appena compiuto i diciotto anni e già da diverso tempo albergava in
me il desiderio e l'attrazione verso i piedi femminili.
Non un normale "feticismo dei piedi", su cui molto avevo letto, ma una forma
molto più attiva e masochistica.
Vedevo i piedi delle donne come strumenti di dominio; alti sui loro tacchi a
spillo e sempre pronti a conculcare il capo di un uomo posto sotto di loro.
Purtroppo, la mia giovane età ed un'innata timidezza non mi permisero mai di
realizzare i miei sogni. Sogni costellati di spietate dominatrici che, di volta
in volta, avevano il volto della mia professoressa di matematica, della mia
compagna di banco o della figlia della portinaia e che, senza pietà, facevano
scomparire il mio corpo nella terra, calpestandolo sotto i loro piedi.
I sogni, però, spinti all'esasperazione, cominciavano a generare una frustrazione
sempre crescente. E, come un serpente che si morde la coda, più la frustrazione
cresceva più i sogni venivano alimentati. Quanti fumetti e libri, a sfondo sadomasochistico,
sono passati nelle mie mani! La mia collezione, nascosta in una cassapanca in soffitta,
contava più di trecento titoli.
Ma alla notte succede sempre l'alba. E così fu anche per me.
Come dicevo in precedenza, si era nel periodo che precede il Natale e Giulia, come aveva fatto anche qualche altro anno, venne a passare da noi le festività. Chi era Giulia che io chiamavo da quando ero piccolino “zia Giulia”?
Era la sorella del primo marito di mia madre e quando, dopo un anno di matrimonio, mia madre aveva chiesto la separazione, l’unica cosa che le era rimasta di quell’unione, era la grande amicizia che si era instaurata fra le due donne.
La zia Giulia era una donna bellissima che non dimostrava minimamente i suoi
quarantadue anni. Alta, ma non esile, possedeva una pelle bianchissima che
contrastava con il nero dei suoi occhi. I suoi capelli rossi, le conferivano quel
senso di ingenua perversione che aveva fatto impazzire molti uomini.
Rimasta vedova di un uomo ricchissimo, ne aveva ereditato lo sterminato patrimonio
che spendeva viaggiando in giro per il mondo. Era l'immagine della donna libera
ed emancipata, dotata di una cultura ed un'apertura mentale scevra di qualunque
pregiudizio. Non si sentiva legata a niente e a nessuno e solo in occasione del
Natale derogava a questo suo stato, riavvicinandosi a noi che eravamo l'unico
punto fermo di una vita sempre in movimento.
Arrivò la mattina del 18 dicembre (questa data la ricorderò per tutta la vita),
come sempre vestita all'ultima moda: completo firmato da chissà quale grande stilista;
calze nere di seta; scarpe nere con tacchi a spillo.
L'intera giornata fu spesa a parlare dei suoi viaggi e delle sue avventure galanti
e, senza che quasi ce ne accorgessimo, giunse la sera e ci accomodammo al tavolo per
cenare. Ed in questo frangente ebbi la "folgorazione".
A metà cena, con mia zia seduta di fronte, mi cadde la forchetta sotto il tavolo.
Prontamente mi chinai a raccoglierla e qui vidi! Vidi i piedi di mia zia che, forse
per stanchezza, facevano capolino fuori dalle scarpe.
Le splendide dita, affusolate e smaltate di rosso, si muovevano nella trasparenza
delle calze come piccoli serpentelli, giocherellando con le scarpe da cui si erano
liberate.
L'erezione che questa vista mi produsse non si può descrivere.
Non ricordo quanto tempo passai chinato sotto il tavolo, fatto sta che i miei
genitori mi chiamarono, un po’ preoccupati.
La loro voce fu come il suono del gong per un pugile.
Subito mi rialzai, imbarazzato per la mia erezione e rosso come un peperone,
tanto da destare preoccupazione nei presenti circa il mio stato di salute.
Rassicurai tutti sul fatto che stavo bene e la cena si concluse, poco dopo,
senza ulteriori sconvolgimenti; almeno esteriormente.
Nella mia testa, invece, migliaia di fantasie avevano preso corpo come un uragano
incontrollabile. Mai avevo pensato a mia zia come ad una delle mie immaginifiche tiranne.
Ora le aveva soppiantate tutte! Come mi sarei gettato ai suoi piedi, implorandola
di calpestarmi sotto i suoi tacchi!
Nel dopo cena, in salotto, chiacchierammo sui progetti che mia zia aveva in testa
per l'indomani. Nello stesso tempo, i miei genitori la informarono che si sarebbero
assentati un paio di giorni, perché dovevano concludere un contratto per l'acquisto
di una casa al mare che li voleva entrambe presenti.
Dal canto mio, non seguii una parola. I miei occhi erano incollati sui piedi di
mia zia, tant'Š che se ne accorse perché, per un paio di volte, si guardò i piedi,
forse pensando di avere una calza smagliata.
La mattina giunse con il suo pallido sole invernale.
Mi svegliai molto tardi e notai che i miei genitori erano gi… partiti.
Mia zia era già in piedi e vestita e, gentilmente, mi stava aspettando per fare
colazione. Dopo aver fatto colazione mi chiese se avevo impegni e, al mio no,
mi chiese se volevo accompagnarla a fare shopping. Ne fui felice.
Il resto della mattina e buona parte del pomeriggio fu un susseguirsi di visite
a negozi di vestiti e di scarpe.
In uno di questi colsi una grande occasione.
La zia stava provando diverse paia di scarpe, aiutata dal commesso, quando questo,
per una qualche ragione, si dovette allontanare per qualche minuto.
Subito mi offrii a mia zia per sostituire il commesso e lei, un po’ divertita,
acconsentì senza problemi.
Non posso descrivere la gioia che provavo nello stare in ginocchio davanti a lei,
con il suo piede nelle mie mani; le sensazioni al contatto della sericità delle sue calze.
Le provai numerose scarpe, spesso consigliandola circa quelle che le stavano meglio,
e più i suoi piedi giacevano nelle mie mani, più una vistosa erezione cominciava a
prendere corpo nei miei pantaloni.
La cosa non passò inosservata a mia zia che, senza preavviso, mi chiese se stavo
bene mentre con la punta del piede toccava il mio pube.
Il ritorno del commesso mi salvò da un'imbarazzante situazione e, di questo fatto,
non facemmo più menzione.
Tornammo a casa verso l'imbrunire, con montagne di pacchi nelle nostre mani.
La stanchezza era molta e, dopo cena, andai subito a letto; cosa che fece anche
mia zia.
Quando mi svegliai, la mattina dopo, andai a preparare la colazione e mi accorsi
che mia zia non c'era. Pensando che stesse ancora dormendo, mi recai verso la sua
stanza e bussai alla porta. Non ottenendo risposta, entrai lentamente e vidi
che mia zia non era neanche qui.
Perplesso, tornai sui miei passi, pensando che forse era uscita a fare un giro,
senza avvertirmi per non svegliarmi.
Ero immerso nei miei pensieri, quando un rumore, giungente dalla soffitta, mi fece
trasalire.
Rapidamente salii i gradini che portavano alla porta della soffitta. Notai che
questa era socchiusa e così, senza far rumore, gettai un'occhiata all'interno
della stanza. Purtroppo, la visuale a mia disposizione era limitata e non vidi
nulla. Continuavo, però, ad udire rumori provenire dall'interno e, incuriosito,
entrai senza esitazione.
Con mia grande sorpresa (ed imbarazzo) vidi mia zia, in piedi davanti alla cassapanca.
La aveva aperta, scoprendo così la mia collezione di fumetti sadomasochistici, che
era intenta a leggere con un'aria divertita.
Si accorse della mia presenza ed alzò lo sguardo su di me.
Rosso dalla vergogna, non riuscivo a guardarla in faccia. La cosa apparve come
un'esauriente ammissione di colpa. Forse, con un po’ di faccia tosta e maggiore
determinazione, avrei potuto dire che non sapevo della presenza di quei fumetti;
avrei potuto far pensare che appartenevano a mio padre.
Ma così non fu.
Rimanevo lì, con gli occhi bassi e senza proferire parola.
Mia zia, sorridendo, disse: "Piero, non mi dire che ti piacciono queste cose!".
Mi stava indicando la pagina di un fumetto dove una donna calpestava sotto i piedi
la faccia di un uomo.
Non potei rispondere che un timido "sì" e, subito, mi gettai ai suoi piedi, stringendole
le ginocchia ed implorandola di non dire nulla ai miei. Stavo piangendo.
Lei mi carezzò i capelli con dolcezza, rassicurandomi che non avrebbe mai rivelato
il mio segreto. Poi mi chiese di dirle di più circa questa mia passione, rivelandomi
che, nella sua vita, le era capitato più volte di incontrare uomini amanti della
sottomissione nei confronti della donna.
La cosa mi fece stare meglio e cominciai a raccontarle i miei sogni; i miei desideri
Più nascosti; l'emozione provata ad inginocchiarmi davanti a lei per provarle le scarpe;
la mia frustrazione nel non riuscire a mettere in pratica le mie fantasie.
Continuava ad accarezzarmi i capelli, provando a consolarmi.
Ad un certo punto, li strinse forte nella sua mano, costringendomi ad alzare lo
sguardo verso di lei.
Il suo amabile sorriso si era trasformato in un ghigno cattivo; i suoi occhi erano
terribilmente penetranti.
"Tu, piccolo verme! Hai toccato i miei piedi per la tua sporca perversione" disse,
allungandomi una sberla fortissima e tenendomi sempre per i capelli.
Ero scioccato. Mi massaggiai la guancia, dove mi aveva colpito, cercando di dire
qualcosa a mia discolpa.
Mi schiaffeggiò ancora. Una, due, dieci volte. La sua mano cadeva sul mio volto, di piatto
e di dorso, con tutta la forza che possedeva.
Non capivo più nulla; la faccia mi bruciava.
Dove era finita la mia dolce zia e chi era questa spietata tiranna?
Mi spinse sul pavimento dove, mezzo intontito, cominciai a singhiozzare dal dolore
e dalla vergogna. Cercai di rimettermi in piedi, ma me lo impedì, premendomi la scarpa
sulla nuca.
"Allora, ti piace essere maltrattato da una vera donna?" disse mia zia, continuando
a rigirarmi il piede sulla testa, come se stesse spegnendo una sigaretta.
Il suo tacco, premuto con forza tra i miei capelli, mi provocava un dolore lancinante.
Poi tolse il piede e, per qualche interminabile istante, ci fu solo silenzio.
In questo attimo cercavo di riordinare le idee, per quanto la sorpresa mi permettesse
di riflettere. Non giunsi a molto, se non al fatto che mia zia mi stava picchiando ed
umiliando e, cosa incredibile, mi piaceva; mi piaceva da impazzire.
La vistosa erezione che mi si produsse era più esplicativa di qualunque parola.
I miei pensieri furono interrotti dal proseguo dell'azione.
Mia zia, usando il piede, mi rigirò sulla schiena.
Mi fissava, con un sorriso diabolico sulla bocca.
Riuscii a proferire solo un "zia...ti prego...", che mia zia mi ricacciò in gola
premendomi la suola della scarpa sulla bocca e stofinandovela sopra.
Nel fare ciò disse: "Zitto! Per me non sei altro che un lurido scarafaggio e gli
scarafaggi non parlano".
Continuava a premermi la suola sulla bocca e, al suo imperioso "LECCALA", non potei
far altro che tirar fuori la lingua per compiere l'ingrato compito.
Lo sporco sulla suola cominciò a stemperarsi e a trasferirsi sulla mia lingua
protratta. In breve fu nera e lurida.
Per tutto il tempo, mia zia continuò a fissarmi compiaciuta; poi disse: "Lo sai
cosa faccio ad uno scarafaggio quando lo vedo? LO SCHIACCIO!!!".
Con queste parole, mi salì con entrambe i piedi calzati sul petto. Urlai dal dolore,
ma mia zia non si impietosì. Tutt'altro. Cominciò a premere con forza i tacchi nella
mia carne, quasi volesse farli penetrare nel mio corpo.
Soffrivo indicibilmente e lei cominciò a ridere. E più i miei lamenti si facevano
pressanti, più le sue risate diventavano acute.
La testa cominciò a girarmi in un turbinio di immagini ed emozioni e, senza accorgermene,
svenni.
Passò un secondo? Passò un'ora? Passò un'eternità?
Lentamente, ripresi conoscenza. Non ero ancora lucido e mi sentivo un'oppressione in testa.
Qualche secondo e realizzai che la causa non era interna ma esterna.
Mia zia, una mano appoggiata al muro vicino e l'altra sul fianco, mi stava gravando
sul volto con entrambe i piedi; tutto il suo peso sulla mia testa.
Per mia fortuna si era tolta le scarpe e, pertanto, non potevo subire grossi danni.
Ma la zia non era una donna leggera e, in breve, mi sembrò pesare una tonnellata.
Cominciai a mugolare sotto i suoi piedi, inguainati in seriche calze grigie.
Non vi prestò attenzione, si accese una sigaretta e iniziò ad intonare una cantilena
che, più o meno, faceva così: "Il povero Piero è stato cattivo...Per questo motivo
punito sarà...La sua brava zia, con fare giulivo...La faccia di Piero sotto i piedi terrà"
Il dolore che provavo era tremendo, l'umiliazione ancora di più; ma il mio pene era
eretto come non mai.
Il respiro mi si fece affannoso sotto i suoi piedi. Sentii cadere la sigaretta vicino alla
mia testa e la zia scese dal mio volto.
Guardò la mia faccia paonazza e sorrise. Poi, senza dire parola, mi tolse i pantaloni e
le mutande, mostrando la mia vergognosa eccitazione.
Non riuscii a ribellarmi. Ero spossato e soggiogato da questa perfida donna.
Rise, vedendo il mio pene eretto.
Poi, all'improvviso, pose il suo piede scalzo proprio sul mio pene.
Vi premette sopra, leggermente, e disse: "Oggi, mio caro, hai imparato una
grande lezione. Hai imparato quanto una donna possa essere crudele". Incrementò la pressione
del piede e continuò: "Hai imparato quanto possa essere doloroso,
essere calpestato sotto i suoi piedi". Ancora, aumentò la pressione. Ora
mi faceva male anche perché piegando le dita mi artigliava con le unghie la cappella turgida e pronta a far uscire tutta l’eccitazione che era in me.
Continuò dicendo: "Come vedi io ti posso pestare ed umiliare e tu non ti puoi sottrarre alla mia volontà".
L’altro piede si pose sul mio viso e questo era troppo….In quel momento ebbi un orgasmo devastante; mai provato.
Vedevo la stanza girare. Vedevo mia zia che mi fissava seria. Poi, il nulla.
Quando riapersi gli occhi, notai che mi trovavo nella mia stanza, sul mio letto.
Seduta accanto a me, mia zia spalmava dell'unguento sul mio petto; l… dove i suoi tacchi
avevano infierito maggiormente.
Si accorse che ero rinvenuto e, avvicinandosi al mio volto, mi baciò sulla fronte.
Poi disse: "Spero di non averti fatto troppo male. Sono stata molto dura, ma volevo
regalarti una grande emozione. Non voglio che tu abbia delle frustrazioni.
Però, non permettere mai che qualcuno oltrepassi i limiti della tua resistenza. Fai in modo che rimanga sempre un gioco".
Con queste parole, si avviò verso la porta per lasciarmi riposare.
Ricordo che la fermai, chiedendole: "Zia, ma a te è piaciuto calpestarmi?"
Mi sorrise e, quasi vergognandosene, disse: "Indovina?".
Uscì, lasciandomi solo con i miei pensieri.
L'indomani tornarono i miei genitori. Ovviamente, non facemmo parola dell'accaduto.
Per tutto il tempo che mia zia si fermò presso di noi, non ripetemmo mai più la cosa;
e così anche negli anni a venire.
Ma ero soddisfatto. Le mie paure e le mie frustrazioni erano scomparse.
Nelle notti seguenti all'accaduto, prima di addormentarmi, contemplavo i
segni dei tacchi che zia Giulia aveva lasciato sul mio petto e che, lentamente, andavano
scomparendo.
Il giorno della sua partenza, alla stazione, dopo i saluti di commiato si avvicinò
a me e disse, vicino al mio orecchio:"Ti voglio bene. Ricordati quello che ti ho
detto". Sottolineò questa frase, premendo leggermente il suo tacco sul mio piede.
Poi mi baciò in fronte, salì sul treno e partì.
Con lei portò via le mie titubanze, lasciandomi la concretezza del mio essere.
Da allora, decine di donne posero il mio corpo sotto i loro piedi.
Grazie zia.
































































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