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LUCIA e i PIEDI DEL SUO PADRONE
Sono Lucia, la schiava felice del padrone più favoloso del
mondo - per me, almeno! - e scrivo brevemente, a dispetto della mia
patologica riservatezza, per spezzare una lancia a favore del
masofeticismo femminile.
Per me il masochismo ed il feticismo del piede in particolare,
è più femminile che maschile, storie non ce ne sono!
L’uomo è padrone e tiranno. La donna schiava è lasciva
per natura. So che le femministe rabbrividiranno leggendo queste righe,
ma io sono donna e, in quanto tale, so di aver ragione. La
parità dei sessi è giustissima, per carità, nel
campo sociale e del lavoro, ma a letto... è una musica diversa.
Volete mettere il sublime piacere puramente femminile di donare
totalmente il tuo corpo a un dominatore maschio ed esigente?
Prosternarti riverente di fronte a quel bastone del dominio assoluto
che è un bel cazzo dritto e svettante, leccarlo con devota
umiltà, strusciartelo sul viso, farlo sborrare voluttuosamente
tra le labbra adoranti, ripulirlo sul seno e poi farlo tornare duro di
nuovo a forza di baci e carezze, pronto per affondarsi implacabile,
possente, superbo e arrogante nel tuo corpo, straziandoti e insieme
facendoti godere come la più vacca delle troie? E tale goduria
sensuale non merita forse umiltà, sottomissione, dolce e
appassionata schiavitù?
Il mio Padrone è giovane, bello, forte ed inesauribile.
Io lo adoro, letteralmente, lo spoglio con grazia, lo distendo sulla
più comoda e morbida poltrona, gli servo da bere e poi, a lungo,
con lenta dedizione, lo preparo, lo eccito, mi umilio ai suoi piedi, lo
imploro di farmi godere e perdere ogni decoro.
Questo rito di sottomissione è forse più eccitante,
più stimolante del rapporto vero e proprio: attraverso di esso,
mi annullo totalmente in lui, divento un oggetto di piacere e, nel suo
piacere, raggiungo l’apice del mio.
I piedi sono una componente essenziale in questo rito: i suoi piedi
sono grandi, forti, ma eleganti, affusolati, curati, per nulla
ributtanti appendici callose e ruvide come la maggior parte dei piedi
che conosco.
Ho tanto sperato che qualcuno descrivesse il piacere femminile di
leccare con lasciva devozione un paio di piedi maschi e dominatori,
macché: solo uomini inferiori prosternati ai piedi di dispotiche
amazzoni che di femminile mi sembra abbiano pochino, e
qualche gay feticista di consolazione!
Eppure l’omaggio umile reso quotidianamente al mio Padrone è
forse il piacere più sottile che provo: messo un soffice cuscino
sotto alle ginocchia per stare più a lungo prona dinanzi a lui,
inizio a sollevargli il piede destro tra le mani.
A volte il piede è pulito, a volte sudato e puzza un poco, ma
anche quell’odore di sudore animale è eccitante e non mi
disturba affatto: inizio a vellicare la pianta con la punta della
lingua, percorrendone tutti i solchi, fino all’attaccatura delle
dita. Il Padrone le divarica arrogante, schiocca le dita per
indicarmi il mio compito umiliante: insinuo la lingua tra dito e dito,
leccando con amore il sudore rappreso negli spazi interdigitali... la
mia fica è ora un bagno di voluttà, sto perdendo la
testa.
Struscio la faccia sul suo piede, lo infilo in bocca fino a riempirmi
la gola, lo succhio e ne asciugo la mia saliva sui miei capelli
sciolti, lo imploro di possedermi, di sfondarmi il culo, di dominarmi
con il suo cazzo divino.
La mia voce suona strana, rauca, i miei occhi luccicano come se avessi
la febbre: pochi uomini saprebbero resistere, ma il mio padrone
è troppo raffinato e crudele per darmi così presto
soddisfazione, anche se il suo cazzo pulsa letteralmente di desiderio,
gonfio di sperma e grosso due volte il normale.
Prima devo ripulirgli a colpi di lingua l’altro piede, lustrarlo per
bene con la mia saliva, asciugarlo sui miei capelli. Solo allora ho il
permesso di strisciare tra le sue cosce, leccando devota i coglioni
tesi, succhiando il suo pelo folto e riccio, lambendo infine con
manifesta ingordigia l’asta dura e dritta, assaporando la cappella
grossa e gonfia come un dessert troppo a lungo atteso.
Allora spesso godo irrefrenabilmente, senza nemmeno aver bisogno di
toccarmi o di impalarmi su quel cazzo splendido.
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