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TIPE DA PALESTRA

La mia caratteristica più marcata è che sono un tipo molto insignificante. Mi chiamo Giovanni, ho 41 anni e fisicamente sono piuttosto magrolino e privo di muscoli. Non ho mai praticato alcun sport e solo all’alba dei miei 41 anni mi sono deciso di iniziare a fare un po’ di ginnastica.
In quest’epoca di revival del culturismo e dei fisici molto palestrati, ho incominciato a sentirmi un po’a disagio con i miei sessantadue chili scarsi, e ho deciso di frequentare qualche palestra.
Il caso o il diavolo (se c’è), mi ha portato in un posto tranquillo ed elegante dove, più che ometti in cerca di muscoli come me, i principali clienti sono... dell’altro sesso, amazzoniche ragazze possenti che potrebbero sbriciolarmi con una sola mano, atlete del body-building, karateche fanatiche e animate da spirito guerriero, vestali del femminismo più aggressivo e competitivo che ci sia.
Insomma, come puoi immaginare, mi trovai ben presto piuttosto alla berlina, preso di mira e umiliato da continue risatine di scherno e occhiate di traverso molto significative. Vedendo il mio comportamento muto e sottomesso (e intuendo, credo, anche la mia vena masochista), ben presto lo scherzo iniziò a travalicare e a divenire una pesante realtà: due o tre di quelle statuarie creature iniziarono una derisione sempre più pesante ed aperta, finché Clelia (la più dura e crudele del trio) non arrivò all’inevitabile e temuta sfida. Mi fronteggiò davanti agli spogliatoi e, nonostante l’imbarazzo del momento, non riuscii ad evitare un qual certo, morboso, eccitamento.
Era uno spettacolo di ragazzona alta più di me, soda, muscolosa, bruna e fiera, e mi sentivo dominato e schiacciato dalla sua personalità arrogante come e più ancora che dal suo indiscutibile      fisico.
Clelia se ne accorse e divenne ancora più dura e crudele; in breve, mi sfidò ad un piccolo incontro di lotta libera, che aveva come posta la sottomissione, per quella sera, del perdente al vincitore.
Tra le risatine delle amiche, sottolineò la parola «sottomissione».
- «Per tutta la serata, chi perde sarà lo schiavo dell’altro e ne subirà tutti i capricci. La palestra è chiusa da ora, e nessuno potrà interferire, che ne dici?».
Mi guardai intorno perplesso, ma era proprio così: tutti gli altri se ne erano andati, tranne io e quel gruppetto poco rassicurante di amazzoni ghignanti.
Mi ricordai solo allora che Clelia era un'amica del proprietario della palestra.
Mi fece tintinnare le chiavi sotto al naso e mi derise ancora:
- «Se non accetti la sfida, dovrai comunque venire a prendere le chiavi per uscire... vermiciattolo!».
Era troppo anche per me: feci una mossa stizzosa per afferrare le chiavi, ma lei le fece cadere volutamente a terra tra di noi.
Mi chinai per prenderle e subito lei scattò: mi colpì con un calcio violento e con una spinta brutale finì di rovesciarmi a terra. Tutte risero. Cercai di rialzarmi, ma Clelia mi afferrò in una presa implacabile al collo e mi ributtò in ginocchio. Mi sentivo soffocare e mi dibattevo sempre più debolmente. Il suo ginocchio premuto sulla mia spina dorsale: mi pareva dovesse spezzarmela in due da un momento all’altro.
- «Basta...» ansai «mi arrendo...».
- «Così presto?» - mi derise -  «Sei proprio un vermiciattolo debole e sottomesso, come tutti gli uomini».
Così dicendo, mi rovesciò a terra sulla schiena e si sedette a cavalcioni su di me.
Cercai di scostarla, ma le sue gambe di ferro mi si strinsero intorno al collo, paralizzandomi: il suo viso incombeva sopra di me come una sadica, perversa, maschera di trionfante furore.
Vidi che muoveva le mascelle due o tre volte per raccogliere in bocca abbastanza saliva e cercai di girare la testa, ma subito la sua mano dura come una roccia mi si strinse intorno alla bocca, costringendomi ad aprirla.
Naturalmente, fu proprio lì che mi sputò addosso; sentii in bocca la sua saliva e istintivamente feci per rigettarla, ma di nuovo le sue mani mi premettero le labbra, costringendomi ad inghiottirla.
- «Forza, bevi i miei sputi!» - rise -  «Non meriti niente di più, verme, che diventare la mia sputacchiera».
Mi sentii di colpo follemente eccitato. Quell’estrema umiliazione mi aveva immerso in un clima di erotismo crudele che, prima, la violenza fisica mi aveva impedito di provare. Il cazzo mi divenne duro e, naturalmente, quelle disgraziate se ne accorsero subito.
Un coro di urla e di beffe mi sommerse, misto a risate sboccate e triviali.
- «Guarda, gli tira!».
- «L’unica cosa virile che ha ancora!».
- «Bere gli sputi di Clelia gli piace proprio, allora!».
- «Ah, ah, ah, ah!». «Ah, ah, ah, ah,!».
Divenni rosso, ma non potei fare altro. Clelia mi sputò ancora in bocca, poi si girò a mezzo col busto restando sempre seduta su di me, e mi impugnò l’arnese con una mano.
Mi contorsi, ma era più forte e pesante di me. Mi snudò il cazzo e lo agitò in pugno come se fosse un suo trofeo di guerra. L’erezione aumentò, divenne il massimo, il pugno era stretto sull’asta e la frizionava senza sosta: nonostante il dolore di quella masturbazione violenta, mi accorsi che ero prossimo a sborrare.
Una delle amiche lo notò e lo disse, senza pudore: «Attenta che il porco ti viene in mano!».
Subito la masturbazione fu interrotta.
Venni rialzato come un pupazzo di stracci e scaraventato contro una parete.
Clelia mi alzò a forza il braccio destro, infilandolo in un bracciale di cuoio fissato ad un’estremità del braccio orizzontale d’una croce di ferro che avevano, nel frattempo, portato lì le sue amiche. Poi mi fissò nello stesso modo l’altro braccio, facendomi restare immobile nella posizione della croce.
Con la corda issarono la struttura con me appeso, terrorizzandomi al massimo: cosa volevano farmi, ora?
Clelia sollevò un piede nudo e me lo premette sul cazzo. Il dolore mi fece gemere, ma quando iniziò a frizionarmi con il piede la parte più debole di noi uomini, non potei trattenermi dall'ansimare, supplicandola di farmi venire. Non avevo penato abbastanza?
Mi rise in faccia e, tenendosi in equilibrio alle corde che teneva sollevata la sbarra cui ero appeso, sollevò ancora più alto il piede, colpendomi in faccia.
- «Abbastanza?» rise «questo non è che l’inizio, verme!»
Mi sfregò con violenza la pianta del piede sul viso, arrossandomela senza pietà. Poi si attaccò con entrambe le mani alla corda centrale e si sollevò verso l’alto. Quando fu all’altezza delle mie spalle, mi appoggiò i piedi sulle spalle e si spinse in su.
Gemetti per lo sforzo di reggerla, finché non si fu appollaiata sulla sbarra orizzontale della mia croce. Con le unghie dei piedi mi grattò le spalle, poi piegò una gamba e tornò a strofinarmi il piede in faccia.
La divertiva più di tutto umiliarmi e tormentarmi.  Mi costrinse a leccarle il piede dal calcagno alle dita.
- «Dai fatti pulire i piedi con la lingua!» le gridavano ridendo a crepapelle le amiche, intorno a noi.
- «Infilale la lingua tra le dita, porco! Leccale i piedi! Bestia, schiavo! Schifoso!».
Leccai per qualche minuto come un pazzo la pianta del piede e le succhiai una ad una le dita. Il cazzo mi pulsava dolorosamente, tanto ero eccitato.
Tenendosi con una mano alla corda e molleggiandosi con il culo alla sbarra, Clelia iniziò sopra le mie spalle tutta una serie di esercizi  fisici. Si spinse avanti e indietro con il busto, dondolandosi su di me al ritmo delle entusiaste acclamazioni delle sue amiche. I suoi piedi saettavano ai lati del mio capo, colpendomi ritmicamente sul petto ogni volta che Clelia piegava le gambe per prendere lo slancio. Dopo qualche minuto, l’asta dove era seduta mi parve pesare una tonnellata.
È vero che era la corda a sostenere il suo peso, ma i suoi settanta chili di muscoli saltellanti gravavano anche sulle mie spalle, dove l’asta poggiava sempre più faticosamente.
Quando saltò agilmente a terra, pensai per un attimo che fosse finita, ma sbagliavo ancora. Mi tolse dalla croce solo per legarmi le braccia ad una struttura di legno a «T» inchiavardata alla parete. Quindi iniziò a torcermi i capezzoli tra pollice e indice finché non mi ebbe costretto a supplicarla,  piangendo,  di aver pietà di me.
Le mie suppliche dovettero essere a dir poco esilaranti, viste le risate sguaiate che Proc. Gen.
- «Pietà? Non hai ancora imparato la lezione, allora... noi non vogliamo uomini del cazzo come te, nella nostra palestra. Ti riempirò di umiliazioni e sofferenze finché non avrai promesso di andartene  e di non tornare  più!».
- «Ahh, ahiii, ahahaaah-hh! Non ce la faccio più, basta... me ne andrò, farò tutto quel che vorrete!».
Il sogghigno si fece ancora più largo e crudele. Mi torse i capezzoli tra le dita facendomi vedere le stelle.
- «Finalmente l’hai capita... ora ti punirò per la tua stupida insistenza, poi potrai andartene».
Mi legò con un cappio i coglioni e il cazzo insieme  e si mise a strattonarmi con colpi forti e controllati, strizzandomi il sesso ad ogni strappo ed  aumentando progressivamente il ritmo, fino a provocarmi un ennesimo scoppio di lacrime e di urla, il cui eco ancora una volta fu la risata collettiva di quelle iene.
-«Dai, strappaglielo tutto!».
- «Forza, via i coglioni!»
- «Guarda che smorfie ridicole!».
- «ah, ah, ah!».
Quando non ebbi più il briciolo d’una erezione, smise di tormentarmi, ma solo per iniziare un ennesimo supplizio: cominciò a colpire le natiche con una paletta di cuoio larga come un cinturone e disseminata di piccole borchie aguzze, che mi procurava, ad ogni schioccante botta,  un terribile senso di bruciore che il colpo successivo acuiva ulteriormente. E così via  finché non mi parve quasi di entrare in deliquio dal male e di non poter sopportare assolutamente un altro colpo, che invece arrivava puntualmente e quello dopo anche  e ancora  … e ancora….
Quando finalmente mi slegarono, non avevo più lacrime per piangere, né fiato da emettere: la pelle arrossata del culo era come un ferro rovente sul mio fondoschiena.
I calci che mi piovvero proprio lì non migliorarono il mio stato.
Mi trascinai carponi gemendo come un animale per tutta la palestra, seguito da sputi, risate e motteggi crudeli; poi, finalmente, qualcuno aprì la porta ed io fui fuori.
Naturalmente, quando mi fui ripreso psicologicamente e fisicamente vi ritornai, non per sfida,  ma per cercare morbosamente le umiliazioni crudeli di quella notte.
Ma Clelia aveva finito il suo corso di body-building e le altre ragazze fecero finta di non riconoscermi nemmeno. Allora mi sono messo io a tampinarle, ma invano.
L’ultima sera mi sono prostrato davanti alla doccia mentre una di loro stava uscendo: l’ho implorata di dire a Clelia che non desideravo altro che di  rivederla, non per desiderio di rivincita, ma per essere suo schiavo e di nuovo il suo zimbello.
Non mi ha neppure risposto...si è limitata a sorridere divertita e ad asciugarsi le piante dei piedi bagnate strofinandomele sui capelli e sulla faccia.
Per un attimo ho sperato in qualcosa di più, ma stavano arrivando altri frequentatori della palestra e la ragazza se ne è andata, senza rivolgermi la parola.
Sono corso a masturbarmi nella doccia libera ed è finita lì. Ma ho intenzione di tornare ancora e ancora, ogni sera, finché non si decideranno ad affrontarmi di nuovo e magari,  per l’occasione,  tornerà anche la mia spietata, indimenticabile,  prima aguzzina.



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