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LA COLLEGA
Monica mi fece entrare a casa sua poco tempo dopo averla conosciuta
ed allora credevo che stesse per iniziare una storia
meravigliosa. In un certo senso era vero, ma non certo come avevo
immaginato io.
Era entrata a far parte del nostro studio pubblicitario da tre mesi e
subito mi aveva fatto perdere la testa: alta, bionda, soda, con due
gambe da amazzone e due seni da dea, vestita sempre in attillati
completini che lasciavano ben poco alla fantasia, truccata in modo
superbo e, anche, provvista di intelligenza e molto carattere.
Fin dall’inizio l’avevo presa di mira e devo dire che, dopo un breve
momento iniziale di schermaglie, mi era parso di esser ricambiato. Fino
al giorno in cui Monica con il suo splendido sorriso da tigre, mi
invitò per l’aperitivo ad andare a casa sua.
Rimasi relativamente sorpreso nel vederla aprire la porta vestita
da amazzone atletica e perversa, in pelle nera, con stivali
luccicanti alla coscia e tanto di frustino crespato in mano.
Ho detto che la mia sorpresa era relativa, perché avevamo
già avuto modo di accennare un paio di volte alle pratiche
sado-maso come pepe per condire i rapporti erotici, e non mi era parsa
aliena da tali giochetti, il che, a dire il vero, mi aveva eccitato e
stuzzicato ancor di più. Però non mi ero aspettato tanta
provocatoria ed immediata disponibilità fin dal mio ingresso in
casa sua.
Monica comprese al volo il mio dubbio e lo fraintese. Il sorriso
divenne sprezzante e duro come una lama di ghiaccio.
-”Credevo fossi disponibile a certi giochini, da come ti mostravi
interessato. Io ti ho fatto capire chiaramente i miei gusti, mi pare.
Se non sei disposto ad assecondarmi come piace a me, ti consiglio di
girare i tacchi subito e, in futuro, di non parlarmi più
che di impegni di lavoro” - mi disse subito, con voce gelida.
Le sue cosce erano forti, nude, eccitanti, tra il nero grasso del
cuoio. Figuriamoci se ero disposto a rinunciare a tutto quel ben di
dio! Le sorrisi propiziatorio e mi affrettai a tranquillizzarla: il
cazzo già mi tirava da far male negli slip stretti.
-”No, no, Monica! Che hai capito? Sono rimasto senza parole solo
perché sei splendida, la regina più eccitante della mia
vita. Fammi entrare ed accetterò da te tutto ciò
che vorrai impormi”.
Rabbonita, il sorriso tornò luminoso, ma anche inquietante,
simile più al ghigno di una sadica belva.
-”Davvero? Io so essere molto... piacevole, ma solo con chi accetta da
me ogni capriccio e ogni prova. Per me gli uomini sono birilli,
pupazzi, oggetti di piacere da strapazzare e mettere sotto i piedi.
Più li umilio e tormento, più mi sento eccitata e troia.
Come vedi, sono molto chiara. Sono sadica fin da bambina e mi piace
esserlo. Se ti va ancora il discorso, entra e chiudi la porta. Da
questo momento, ti considererò il mio schiavo e farò di
te tutto quel che mi aggrada”.
Il cazzo mi sembrava un palo enorme schiacciato dai calzoni.
Avevo già avuto alcune esperienze S/M, ma mai mi era capitata
una dominatrice tanto sicura di sé, convinta e sincera. Obbedii,
sentendomi suo già anima e corpo. La sua volontà era un
fiume ed io mi abbandonai felice al suo impetuoso scorrere e mi lasciai
trascinare via dalla spumeggiante corrente.
-”Da questo momento mi chiamerai Padrona” - mi disse con una
nuova, diversa freddezza - “ti voglio in ginocchio, nudo come un
verme e implorante. Così sono tutti gli uomini che ho avuto”.
-”Sì, Padrona” ansimai, spogliandomi goffamente, in preda
all’eccitazione e al timore insieme. Probabilmente ero
troppo impacciato e lento per i suoi gusti: afferrato un collare di
cuoio borchiato, me lo infilò al collo e, attaccatovi un
guinzaglio, iniziò a darmi strattoni violenti, colpendomi nello
stesso tempo sulle cosce e sul culo con un corto frustino di gomma a
forma di foglia, molto doloroso e schioccante sulla pelle nuda.
- “Ahi, ahh!” urlai, improvvisamente sconvolto da quell’attacco
freddamente feroce, - “Mi fa maaalee!”.
Tirando il guinzaglio, mi obbligò a stendermi sul divano, e mi
appioppò per tutta risposta una serie interminabile di colpi ben
cadenzati e in forza crescente. Con le lacrime agli occhi dal dolore,
cercavo di parare i colpi, ma invano: la frusta si abbatteva sul mio
braccio e quando lo abbassavo, mi rigava il petto. Se proteggevo il
petto, era il turno del ventre, o dei fianchi, o delle cosce.
-”Bastaaa!” - implorai - “ti prego, basta! Ahhh! che
male... ahi! Ahhh! No, lì no... uuaaahh!”.
La foglia di gomma mi arrossò per benino ancora per un
paio di minuti la pelle già in fiamme, finché Monica non
fu stanca di pestarmi. Solo allora smise di colpirmi e,
ansando appena, mi fissò con gli occhi luccicanti di
sadico piacere.
-“Spero che la lezione ti sia bastata” - mi disse in tono discorsivo
- “mi hai fatto perdere tempo e pazienza. Ti sei rivolto a me
senza chiamarmi “Padrona. Sei un servo goffo e inetto. Siccome mi
piace frustare i miei schiavi, ti consiglio di migliorare in fretta”.
- “Sì, Padrona. Le chiedo umilmente perdono, Padrona” dissi in
fretta. Il corpo mi bruciava ancora e, qua e
là, era rosso come un pomodoro maturo.
- “Così va meglio. Ora prostrati davanti alla tua Padrona e
leccale i piedi. È così che uno schiavo
chiede perdono, se è sincero”.
Mi misi carponi e adorai da vicino i suoi stivali superbi. Odoravano di
pelle e di cuoio, più leggermente del suo profumo
eccitante e penetrante. Avvicinai il viso allo stivale destro. Era
lucido e da vicino potevo osservare tutte le increspature e le
piegoline sottili della pelle lustra. Sporsi la lingua e la passai
esitante sul dorso dello stivale. Man mano che leccavo, la pelle
diventava lucida sempre di più, finché non potei
specchiarvi la mia faccia, adorante e stravolto dal piacere
tormentoso dell’umiliazione.
- “ Bene, ora leccami l’altro stivale. Voglio che tu ti ci possa
specchiare davvero, verme” - mi derise Monica.
Alta sopra di me, come una bionda gigantessa, sembrava dominarmi
da mille chilometri d’altezza.
Leccai la punta e il dorso dello stivale a puntino, assaporando il
gusto del cuoio ed i minuscoli granelli invisibili di polvere
depositativi sopra.
- “Basta, ora. Alza la faccia” - mi ordinò dopo un
interminabile periodo di tempo.
Obbedii e la vidi muovere le mascelle. Compresi al volo quel che stava
per fare, e stranamente il gesto volgare e umiliante mi eccitò
in un modo assurdo.
Raccolse in bocca un bel po’ di saliva e mi sputò in faccia.
Sentii la saliva colarmi lungo il setto nasale fino agli angoli della
bocca. Con la lingua, ne raccolsi le gocce estreme e la ringraziai del
suo dono sublime. Umiliarmi in quel modo mi mandava in estasi: se mi
avesse toccato il cazzo anche solo con la punta dello stivale, avrei
sborrato come un porco.
“Ero certa che l’avresti gradita. Nulla di più può
sperare uno schiavo dalla sua Padrona che riceverne gli sputi e tutte
le emissioni del suo corpo divino. Ti insegnerò anche a bere la
mia piscia, la sciacquatura dei miei piedi, tutto. Ma ogni cosa a suo
tempo. Vedo che ti tira il cazzo. Avresti voglia di godere un pochino,
ora, schiavo?”
Era troppo dolce e disponibile. Intuii la trappola e
diplomaticamente risposi: - “Se la mia Padrona lo desidera, io sono
solo un oggetto nelle sue mani”.
Mi rise beffarda: - “Poco ma sicuro! Allora ti terrò un po’
sulla corda ancora, che ne dici? Mi eccita vedere sbavare gli schiavi
per ottenere i miei favori, strisciare ai miei piedi con i loro stupidi
cazzi duri e dondolanti tra le cosce rigate dalla mia frusta. Con quel
cazzo da stallone, potresti fare solo il cavallo. Ti piace l’idea di
essere cavalcato dalla tua Padrona, adesso?”
-”Sì, Padrona. Sarà sublime reggere il peso del tuo
divino corpo”.
-”E allora mettiti a quattro zampe e nitrisci. O, meglio, raglia, come
il ciuco che sei. Giù, cavallino!”- mi impose.
Mi misi ancora carponi davanti a lei e la vidi prendere ,da un
cassetto, un morso ed una maschera di gomma con tanto di paraocchi e
briglie. Era proprio attrezzata a puntino, Monica.
Mi afferrò brutalmente per il collare e mi infilò la
maschera in testa. Era formata da corregge di cuoio, che costituivano
una specie di casco grottesco. Due quadrati di pelle nera potevano
essere girati sopra agli occhi, impedendo completamente la vista. Un
morso di metallo mi obbligava a tenere la bocca socchiusa e mi premeva
sui denti. Le briglie attaccate al morso, se tirate con forza, mi
schiacciavano la sbarra metallica in bocca, facendomi sbavare e
spalancare le labbra in una muta smorfia di comico i dolore.
Impugnando saldamente le briglie, Monica mi saltò sopra a
cavalcioni con voluta irruenza, facendomi gemere sotto il suo peso. La
schiena mi pareva spezzata in due, anche perché,
contemporaneamente, sollevava i piedi da terra per premermi
addosso con tutto il peso e saltellava su e giù con le
natiche sulla mia povera schiena. Ogni volta che il suo culo sodo
si abbassava su di me, le mani e le ginocchia mi dolevano e la spina
dorsale mi sembrava scricchiolare come un ramo che si spezza.
Ma il peggio doveva ancora arrivare: dopo qualche minuto di sadico
gioco, smise di saltellarmi sopra e mi strinse con forza le gambe
intorno alle reni, spronandomi contemporaneamente a trottare avanti e
indietro per il corridoio di casa sua senza un attimo di tregua.
Il suo frustino di gomma dura mi colpiva le natiche ogni cinque secondi
esatti, con esasperante regolarità, per spingermi a trascinarmi
avanti e indietro sempre più in fretta. Intanto con la mano
libera mi strattonava di continuo la bocca nel morso, obbligandomi a
stare con la testa eretta, in modo da tenere inarcata la schiena
più comodamente per lei. Compresi che cavalcare un uomo la
eccitava pazzamente e, purtroppo, me lo avrebbe imposto a
lungo e molto spesso. Credo che fui costretto a percorrere il
corridoio in quel penoso modo almeno un centinaio di volte, prima che
mi consentisse un poco di riposo alle ginocchia doloranti e alla
schiena a pezzi.
Ma i giochi sadici di Monica non erano certo terminati lì.
Mentre, ansante, stavo riprendendo fiato sdraiato a terra come un
tappeto vecchio, Monica si ritirò un attimo in camera sua per
emergerne poco dopo in una tenuta leggermente diversa: la “mise” di
pelle nera aveva lasciato il posto ad un eccitantissimo corpetto rosso,
che esponeva i seni nudi in tutto il loro turgore roseo e gli stivaloni
neri erano stati sostituiti da un paio di favolosi sandali aperti con
il tacco vertiginoso, che mettevano splendidamente in mostra le
caviglie sottili ed eleganti ed i superbi piedi, curati e
arroganti. La fissai senza quasi credere ai miei occhi: poteva esistere
davvero una personificazione tanto perfetta di tutti i miei più
perversi desideri?
Strisciai come un verme ai suoi piedi e vi passai sopra, adorante, le
labbra tremanti. La pelle dei suoi piedi profumava di sandalo, di
spezie esotiche. . Lei allargò le dita e subito, obbedendo
al suo muto ordine, vi insinuai la lingua dentro, leccando caninamente
i residui di sudore che restano tra dito e dito.
La mia devozione le piacque. Sorridendo, compiaciuta, mi costrinse a
ripetere l’umiliante operazione per ogni dito. E poi, sollevando la
punta del piede, mi costrinse ad insinuare la lingua anche nello spazio
odoroso creatosi tra piede e sandalo e a leccare sia le dita che la
suola sottostante.
Dopo quasi mezz’ora di umilianti leccaggi, si mise seduta cavalcioni
sulla mia pancia e con la paletta di gomma si divertì a
stuzzicarmi e a battermi sul petto alternativamente,
finché non fu stanca di bearsi nuovamente dei miei gemiti di
dolore. Allora mi mise carponi e, accovacciatasi accanto a me,
iniziò a solleticarmi il solco tra le natiche con il lungo e
sottile manico della paletta.
-“Ti piacerebbe prenderlo in culo?” sentii la sua voce sussurrarmi
suadente all’orecchio.
-“Mi diverte molto l’idea di rovesciare i ruoli e costringere i
miei schiavi a trasformarsi in docili puttane. Se mi ami davvero,
voglio sentirti supplicare di incularti, truccarti, vestirti da donna e
mandarti a battere per strada per me. Avanti, fallo per la tua
Padrona... Hai giurato di voler fare tutto quel che volevo, di te”.
“Io... ti prego di incularmi, sarò la tua troia, se lo
vorrai...e farò tutto ciò che mi ordinerai”.
Con un sorriso sardonico, Monica mi infilò di colpo il manico
nel culo, avvitandomelo dentro e facendomi quasi impazzire dal dolore.
Dopo qualche minuto, però, il dolore divenne una sorta di
perverso piacere. Perché quel movimento, su e giù nel mio
ano, era alla lunga eccitante e, inoltre, Monica aveva preso con la
mano libera a palpeggiarmi i coglioni e a smanettarmi l’uccello,
finché non fui tanto eccitato da agitarmi tutto proprio come una
puttana in calore, mugolando di sfondarmi il culo, di prendermi tutto,
di infilarmi la paletta dalla parte opposta, dov’era dura e grossa
più d’un cazzo vero.
Allora anche Monica iniziò ad eccitarsi e a perdere il controllo
e, strusciandosi su di me, mi leccò le chiappe,
ordinandomi con voce rauca di aprirle ancora di più ,
strizzandomi i coglioni tanto forte da farmi urlare e darmi
l’impressione di strapparmeli sul serio.
Quando godetti copiosamente come mai nella mia vita, anche Monica
venne, montandomi ancora sopra a cavalcioni e strusciandosi
freneticamente la fica fradicia di umori sopra il mio fondo-schiena.
Dopo quella prima volta, Monica mi invitò altre volte a casa
sua, ripetendo sempre il suo rituale perverso di dominazione sadica e
variandolo ogni volta con l’inventiva perversa che tanto mi ha stregato
e fatto diventare suo schiavo per sempre.
Ora mi trucca sapientemente, mi passa il rossetto più vistoso
che ha sulle labbra, mi infila in testa una parrucca boccolosa, mi
costringe i piedi doloranti in scarpette con il tacco a spillo e le
gambe pelose in calze di seta, obbligandomi, in tale veste
grottesca, a servirla come sempre, frustandomi sul culo con le
sue crudeli palette e gli scudisci.
Ma io la amo sempre più e anche se un giorno vorrà
realizzare fino in fondo le sue fantasie morbose, so già che non
saprò dirle di no.
Inciampando in modo estremamente ridicolo sui miei
trampoli, ancheggiando spudoratamente come mi ha insegnato a fare,
percorrerò fino in fondo la strada senza fine della mia estrema,
totale degradazione.
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