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CLAUDIA

Conobbi Claudia quest’estate, in un camping molto tranquillo vicino a Tropea.
Era una stupenda ragazza molto sexy, con un casco fluente di riccioli ondulati, due tette ed un culo da capogiro, due gambe lunghe e, oserei dire, perfette. Non dava molta confidenza e ben pochi ragazzi erano ammessi nel suo bungalow di legno ai limiti del campeggio. Direi, anzi, che la sua aria di superba freddezza e superiorità era una corazza perfetta contro la quale andavano a frantumarsi tutte le avances e gli ammiccamenti dei galletti del camping che ben presto ripiegarono in massa sulle ben più disponibili, anche se meno gustose, prede tedesche e inglesi. Io mi incaponii a frequentarla: proprio la sua inaccessibilità mi stimolava come una sfida e mi eccitava.
Un giorno vidi un ragazzo sgattaiolare fuori dal suo bungalow, come se si vergognasse. Era uno dei più timidi del posto, mite e del tutto inoffensivo. Mi sorpresi del fatto e lo abbordai, deciso a scoprire il mistero del suo successo.
- “Senti - gli dissi, portandomelo al bar e riempiendolo di whisky e ghiaccio - mi devi dire assolutamente come ci sei riuscito, con Claudia. Non per offenderti, ma ci sono pezzi di maschi notevoli che ci hanno provato, e non sono nemmeno riusciti ad avvicinarlesi...”.
Lui sorrise, rosso come un pomodoro dietro ai suoi spessi occhiali da miope.
-“«So cosa vuoi dire... io non sono certo un adone e sono, per giunta, poco aggressivo, direi quasi remissivo, per carattere... ma a Claudia, vedi, piacciono proprio quelli come me!”.
-“Cioè?” Non capivo bene cosa intendesse dire.
-“Cioè, a Claudia danno fastidio i duri, i maschi sicuri di sè, strafottenti e dominatori. Lei si diverte solo con i deboli, i sottomessi, quelli insomma come me... Perché è sessualmente una sadica e vuole uomini disposti ad essere strapazzati e messi sotto i piedi. Hai capito, adesso?”.
Avevo capito.
Poche ore dopo avevo abbordato Claudia sulla spiaggia, bene attento a non commettere errori: niente sogghigni facili e torace gonfio, ma un’aria mite, umile, dimessa. Lo sguardo a terra, la voce un sussurro balbettante:
“Ciao. Mi chiamo Carlo... sarei lusingato, ehm... se mi concedessi l’onore di offrirti da bere...”
I suoi occhi freddi mi squadrarono dall’alto in basso.
“Ho... ehm, ho parlato un po’ con Gino poco fa e da quel poco che mi ha accennato, beh, credo che potresti ritenere divertente la mia compagnia...”
-“Perché, cosa ti ha detto quell’insetto insulso?” - mi aggredì, con violenza beffarda.
Abbassai lo sguardo:
“Che ti piacciono... sì, insomma, che ti divertono i tipi miti, che sanno rispettare ancora le donne...”.
Mi rise in faccia:
“Ti ha detto anche che mi piace dominarli e prenderli a calci come mi aggrada?”
“Sì...” sussurrai.
Ero eccitatissimo, ma cercai di mostrarmi un mansueto cagnolino scodinzolante.
Claudia mi disse, decisa, dopo un interminabile silenzio:
“E va bene. Qua scarseggiano gli schiavetti aspiranti e Gino vale poco anche per quello. Vieni tra un quarto d’ora nel mio bungalow. Ti metterò alla prova”.
Quando entrai nel fresco prefabbricato di legno grezzo, restai di sasso. Sembrava un piccolo mondo a sé stante, ombroso e carico di voluttuosa perversità. La spiaggia rumorosa e piena di abbronzati turisti di fuori era un anacronIsmo, irreale come una cartolina. Le pareti erano nude: c’era solo un materasso in un angolo del bungalow ed alcune corde e fruste di cuoio nero attaccate a degli anelli nel legno. L’ambiente squallido faceva risaltare incredibilmente l’arrogante, sensuale figura di Claudia, in piedi a gambe larghe al centro della stanza semivuota.
Era nuda completamente a parte un paio di stivaloni di pelle nera e morbida che le fasciavano le gambe fino alle cosce tornite ed un paio di guanti neri che le coprivano mani e braccia, fin sopra il gomito.
La tenuta S/M la trasformava in una sadica regina da fumetto, ma non per questo meno eccitante e irreale. I seni erano perfetti, arrogantemente esposti, i capezzoli rosei e gonfi che tradivano anche la sua eccitazione. La sua figa era ricoperta da una folta pelliccia naturale, profumata e ferina. Impugnava un nero e minaccioso gatto a nove code, con il quale mi accarezzò lentamente il viso, provocandomi un voluttuoso brivido di terrore. Il suo sorriso era insieme sprezzante e divertito.
“Benvenuto, bamboccio, nel mio piccolo regno estivo. Sorpreso?”
“Un po’...” iniziai, ma subito le nove strisce di cuoio nero mi sferzarono un fianco, troncandomi le parole in bocca.
“Idiota! Quando ti parlo, mi devi chiamare «Padrona» capito, verme? Da questo momento tu sei il mio trastullo, il mio giocattolo vivente. Non hai più diritto né a dignità, né a diritti. Io sono la tua padrona. Dillo!”
“Sì... Padrona, io sono il suo schiavo.”
“Bene. Ora inginocchiati ai miei piedi. Tu vuoi i miei favori, ma dovrai meritarteli. Ti piacciono i miei stivali?”
“Sì, Padrona.”
 In ginocchio, li potevo osservare da vicino. Una lunga fila di bottoncini correvano dal ginocchio al dorso del piede. La pelle era nera, leggermente lucente, quasi oleosa. I tacchi erano due stiletti molto alti, sottili, appuntiti: trenta centimetri di arrogante sensualità. Baciai devotamente uno stivale, ma subito un calcio indifferente, e per questo ancora più umiliante, mi raggiunse in viso.
“Non fare mai nulla che non ti sia ordinato. Spogliati nudo e sdraiati sulla schiena sul materasso. Svelto!”.
Il sibilo delle corregge di cuoio ritmava il mio ridicolo, frettoloso spogliarello e, prima di essere pronto come voleva, fui colpito quattro o cinque volte, sulle natiche e sul petto. Sdraiato a pancia in su, potevo contemplare la sua sovrastante bellezza. Sollevò un piede e me lo posò sul petto. Il tacco crudele mi affondava dolorosamente nel pelo rado dello sterno.
“Accarezzami la gamba. Parti dal piede e risali fino alla coscia” mi ordinò.
Vedevo bene che stava eccitandosi; mi strofinava trionfante e lasciva il piede sul petto, segnandomelo tutto con tacche rossastre, là dove il tacco premeva sulla carne nuda.
Le sfiorai con delicate carezze voluttuose il collo del piede, la caviglia sottile, il polpaccio sodo: le mie dita scivolavano sulla pelle, lustra, giocavano con i bottoncini in sequenza. Raggiunsi l’attaccatura dello stivale, sfiorai la pelle vellutata della coscia.
“Ora basta! Devi desiderarmi fino alla pazzia, prima di potermi toccare con le tue manacce goffe. Sollevami un piede e lecca la tomaia e il tacco. Voglio vederti umiliato, ridotto a una bestia grufolante”.
“Sì, Padrona” dissi in fretta ed eseguii il suo ordine.
Lo stivale era molto pulito e non provai alcun ribrezzo a leccare adorante la sua suola ruvida ed a percorrere con la lingua, ripetutamente, la svettante superficie del tacco che tanto crudelmente mi aveva calpestato poco prima. Anzi, provavo una sorta di perverso compiacimento, nell’umiliarmi in quel modo davanti a quella sublime creatura:giunsi ad imboccare il tacco e a succhiarlo con devozione, come se si trattasse di un rigido, sottile, cazzo ed io lo spompinassi fino allo sfinimento.
La mia sottomissione le piacque molto. Mi costrinse a girarmi sulla pancia ed a strisciare sul materasso di nuovo fino ai suoi piedi. Ne posò uno proprio davanti al mio viso reclino e di nuovo m’impose l’ingrata leccatura.
Insinuai la lingua tra tacco e tomaia, lisciai con essa il tallone e tutto lo stivale, in particolare sulla punta leggermente consunta. Umiliarmi così mi eccitava stranamente e Claudia stava raggiungendo quasi il culmine del suo piacere. Le piaceva davvero veder strisciare gli uomini ai suoi piedi. Il mio cazzo, a contatto con il materasso, mentre strusciavo il ventre avanti e indietro seguendo il suo piede capriccioso, divenne di marmo, e di colpo eruttò un fiotto irrefrenabile di sborra.
Vedermi godere così mentre le leccavo gli stivali fu il colpo di grazia per Claudia: si infilò rapidamente il manico fallico del gatto a nove code in figa e lo fece frullare su e giù per un paio di minuti, finché a sua volta non venne anch’essa, con un lungo sibilo raschiante.
Quello fu l’inizio del suo sfrenato spasso: mi costrinse poi a leccare la frusta, ripulendola con la lingua di ogni residuo appiccicoso dei suoi umori. Quindi mi obbligò carponi e, sollevato un ginocchio, mi appoggiò trionfante un piede in piena schiena: il tacco si avvitò dolorosamente sulla mia carne contratta, dandomi l’impressione di spezzarmi in due la spina dorsale.
Aprii la bocca per urlare ed un secco colpo di frusta mi schioccò sul culo, soffocandomi con l’inatteso bruciore l’urlo in gola.
“Sta’ zitto!” - la sentii sibilare sopra di me. “Questa è la punizione per aver goduto prima di aver avuto da me il permesso necessario. Riceverai trenta colpi di correggia”.
I primi colpi furono sopportabili, anche se dolorosi, ma quando le code di cuoio del gatto schioccarono sui precedenti arrossamenti delle natiche, diventarono infuocate scie roventi sulla mia povera pelle e non potei trattenere alla fine gemiti e piccoli strilli innocui, ma molto poco dignitosi.
Quello fu l’unico momento in cui rimpiansi di essere finito nelle grinfie di Claudia, ma fu un pentimento tanto fugace e relativo che il giorno dopo ero ancora dinanzi al suo bungalow, supplichevole, a mendicare la sua sadica, perversa dominazione.
Non dimenticherò mai il suo perfido sorriso mentre mi seviziava, i suoi stivali neri, il suo sguardo verde e cupo, e il suo inseparabile, crudele, esperto gatto a nove code...
È proprio vero che, a volte, la via del paradiso passa per l'inferno... e viceversa!



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