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AURORE CONTESSA DI BAYONNE
Prima parte
Aurore si era fatta slacciare il corpetto e ora, sulla ampia gonna,
indossava solo una camicetta di cotone molto aperta sul davanti che le
lasciava libertà di movimento. Il corto scudiscio si
abbatté sul candore delle natiche di Pauline, la sua ancella
favorita, con uno schiocco secco seguito da un gemito della ragazza.
“Cerca di capirmi, Pauline”, disse Aurore preparandosi a dare un'altra
scudisciata, “io non ce l'ho con te per il fatto che vai a letto con il
conte, mio marito, ma ti punisco perché mi fa piacere farlo,
capisci?”
E giù una sferzata. Erano le tre del pomeriggio di un giorno di
giugno, nel castello di Bayonne e la contessina si stava dando al suo
divertimento favorito, quello di usare lo scudiscio sul culetto
provocante di Pauline, lo stesso culetto che faceva sbavare il vecchio
conte con un'antica passione per gli amori ancillari. Aveva sposato
Aurore quando lei aveva ancora sedici anni, un grande amore per la
vita, e lui sessanta, tanti ricordi alle spalle, il castello, il titolo
e forse non più denaro a sufficienza per mantenere il tenore di
vita degli anni passati. Dal giorno delle nozze ne erano trascorsi otto
e il conte, già stanco della splendida moglie, si dava da fare
con le giovanissime che prestavano i loro servigi nel castello che
aveva preso il nome di Bayonne.
“Non lo farò più!”, gemette Pauline e questa frase fece
inviperire la contessina che colpì tre volte consecutive la
natica destra, già arrossata dalla punizione precedente.
La povera Pauline era distesa, a pancia sotto, sull’ampio letto di
Aurore. Le braccia legate alle colonne del letto e anche le gambe, bene
divaricate, erano assicurate ciascuna ad una colonna del letto.Era
completamente nuda salvo un corta camiciola che le copriva solo le
spalle. Per il resto tutta la superficie del suo corpo era alla
mercé del morso dello scudiscio della su Padrona.
“Ti ho detto che non me ne importa niente, non vuoi capirlo? Ma dimmi,
se non potessi prenderti a nerbate, cosa farei tutto il giorno? E la
notte? Mi diverte sentirti urlare e piangere. E’ una cosa che mi
dà una grande carica. Se non fosse che devo lasciarti il tempo
per guarire dai miei colpi, lo farei ancora di più.”
“ Ma perché è così crudele?
“ Perché mi va e basta. Anzi uno di questi giorni mi farò
assegnare dal Conte mio marito un’altra ancella personale. Ho
già visto nelle cucine una ragazzotta che, una volta lavata bene
e vestita come si deve, potrebbe fare al caso mio. E’ una bella ragazza
formosa, con due belle tette che tiene celate sempre, ma che io le
farò tenere sempre nude quando è con me. E gliele
colpirò con un frustino per ogni piccola mancanza. Sarà
bellissimo avervi tutte e due qui. Tu legata come ora e con il tuo
culetto a disposizione della mia frusta e lei legata, con la schiena
appoggiata ad una colonna del letto, le sue tette da frustare come
voglio e quanto voglio”
“Oddio, non sia così, non mi frusti più, ci sono tante
altre cose da fare per divertirsi..”
“Ma cosa dovrei fare in questo castello, sempre chiusa….”
“Potrebbe... uscire... senza dirlo al conte”, mormorò l'ancella,
tirando su col naso, il viso solcato da lacrime. La contessina
abbassò il braccio che stava per colpire ancora l'ancella.
“Fuori dal castello? E per far cosa?”
“ Beh, per esempio potrebbe vestirsi da uomo, ma non da nobile, girare
per il borgo, andare a cavallo lungo i boschi o a bere del buon vino in
una taverna! Capirebbe che la vita non è solo fustigare
un'ancella, signora contessa!”
Aurore tirò giù le gonne della ragazza, coprendole il
sederino infiammato e gettò sul letto lo scudiscio.
“Dovrei fare più pratica con le armi”, disse, quasi parlando con
se stessa. “Con la spada, me la cavo già abbastanza bene, ma non
so nemmeno sparare un colpo di pistola e, se venissi aggredita da
qualcuno, mi sarebbe impossibile difendermi alla pari, se uscissi non
in abiti da nobile e quindi con la lama al fianco, ma da servo”.
“Vesta allora l'abito di un cavaliere, potrà avere la spada, ma
tutti sapranno che non ha uno scudo in tasca e non cercheranno di
toglierle la borsa!”
“Oh sì, sì …Pauline, mi devi aiutare. La tua non è
una brutta idea. Non pensare però che non ti frusterò
ancora e tanto. Per adesso cercami gli abiti adatti e dì al
maestro d'armi che venga da me, oggi stesso, anzi, subito! E poi cerca
di capire come posso eludere la sorveglianza ed avere un salvacondotto
per uscire ed entrare di notte senza render conto a nessuno.”
“Sì, signora contessa”. Con un grazioso piegare le ginocchia,
l'ancella se ne andò di corsa verso la grande scalinata che
portava agli appartamenti dei piani inferiori mentre Aurore,
fantasticando su questa nuova idea, si affacciava ad una finestra della
sua stanza, a guardare fin dove la vista le permetteva. Oltre le
colline, iniziava il bosco, più fitto a nord, che si sfoltiva
scendendo verso sud. E lì, a breve distanza della congiunzione
di due rilievi, c'era il borgo, un ammucchiarsi di casette in cerchio,
luogo di perdizione, secondo il vecchio conte che però, da
giovane, non disdegnava recarvisi per perdersi fra le gonne della
figlia del taverniere o di altre ragazze di facili costumi. Dal giorno
del matrimonio, la contessina era uscita dal castello solo tre o
quattro volte, sempre per recarsi, col conte suo marito, nel castello
più vicino, quello dall'aspetto tetro come i suoi castellani,
diventati nobili per aver saputo usare spade e veleni agli ordini del
re di Francia che così li aveva compensati, con castello e feudo.
Fra i signori di Bayonne ed i vicini non correva buon sangue e,
l'ultima volta che si erano visti, Aurore e suo marito si erano sentiti
dire che, se avessero osato entrare nel feudo dei Racine con un solo
piede, sarebbero stati appesi per le caviglie e avrebbero subito
l'umiliazione e il dolore della frusta fino a restare completamente
nudi e anche dopo!
Mentre era assorta in questi ricordi Aurore sentì bussare
leggermente alla porta.
Era il maestro d'armi che le aveva insegnato, sempre di nascosto dal
conte, i rudimenti della scherma e lei si era dimostrata un'ottima
allieva. Aveva energie da sprecare e doveva pur scaricarle in qualcosa,
non solo sul sederino della sua giovane e graziosa ancella!
“Contessa, mi è stato detto che vostra grazia mi ha cercato”.
“Sì, voglio diventare la miglior lama di tutta la regione e
imparare a tirare anche di stiletto e, misericordia, usare anche le
armi da fuoco”. Lui la guardò, con un sorriso appena accennato
sulle labbra segnate da una cicatrice che, dall'occhio sinistro, gli
scendeva fino al mento, ricordo di un duello da lui vinto, ma che gli
aveva lasciato quel marchio indelebile più nella mente che sul
volto. “Temo che almeno la prima parte sia impossibile, perché
io sono la miglior lama della regione e il mio insegnamento non
può portare un allievo, sia pure il migliore, a superarmi. Per
il resto, posso provare e, sicuramente, otterrò da vostra grazia
risultati brillanti.”
L'addestramento andò avanti per tutto il pomeriggio e, verso
sera, stanca, ma felice, Aurore si fece riempire un enorme catino di
rame con acqua calda e, aiutata da Pauline, si spogliò e vi si
immerse. L'ancella la strofinò bene per lavarla,
l'asciugò, soffermandosi forse un po’ troppo a lungo sulle
cosce, sui glutei e sui seni, poi la fece distendere per cospargerla di
olii profumati che venivano dal lontano oriente. La massaggiava con
molta dolcezza, mentre i suoi lunghi capelli corvini sfioravano,
uscendo dalla cuffia, la schiena della padrona, solleticandola
piacevolmente.
“Mi hai trovato gli abiti adatti?”, chiese Aurore, mettendosi supina
per permetterle di ungerla bene anche davanti.
“Sì, contessa. Sono quanto di meglio un cavaliere senza denari
potrebbe indossare. E la spada è una lama di Toledo che credo
abbia nel ferro il ricordo di molti duelli”.
“Spero solo che non debba farne altri”, mormorò Aurore con un
piccolo brivido, provocato forse più dalle dita dell’ancella che
dal pensiero di trovarsi a spada tratta contro qualche abile spadaccino.
“Ed hai trovato un sistema per entrare ed uscire senza problemi? Sai
che questo è molto importante, altrimenti faccio una brutta
fine. Il conte non me lo perdonerebbe”.
“Non si preoccupi, contessa, sono riuscita ad assicurarmi la
complicità del Capo Drappello. È meglio che non le dica
come, perché altrimenti mi frusterebbe subito, però il
risultato c’è. Non avrà problemi. Questo è un
salvacondotto speciale. Al posto di guardia non le chiederanno nulla,
né chi è né dove va”.
“Grazie Pauline. Per il momento sorvolo sul come l'hai ottenuto, ma ne
riparleremo in futuro”.
Mentre Pauline le portava in camera l'abbigliamento mascolino Aurore,
avvolta nei merletti di una veste da camera, andò a bussare alla
stanza di suo marito. Dichiarò di avere una forte emicrania e di
voler andare a dormire prima ancora di accendere le candele. Lui, al
solito, si mostrò preoccupato quanto poteva esserlo per il segno
di una mosca sulla tovaglia bianca. Sicuramente non l'avrebbe cercata,
questa notte, come del resto non gli accadeva da anni, quindi Aurore
cominciò ad indossare ciò che l'ancella le consegnava.
“Come, i pantaloni senza mutande?”, si meravigliò la contessina.
“Sono piuttosto aderenti, pochi uomini usano qualcosa sotto, e non
certo un povero cavaliere!”
A coprire il busto dal seno piccolo puntato di rosa, una semplice
camicia di cotone e un giustacuore di pelle che doveva aver visto tempi
migliori. Stivali, sui calzoni una cintura a reggere pantaloni e spada,
uno stiletto e una pistola, il sacchetto con la polvere e il piombo, un
altro, con poche monete di scarso peso. Una parrucca trasandata che
Aurore tentò invano di infilare sulla sua lunga chioma bionda,
poi decise che avrebbe tenuto i suoi capelli, legandoli sulla nuca,
sotto il logoro cappello a tre punte. Andò davanti allo specchio
e si guardò: com'era ridicola, così vestita! Certo, il
volto assolutamente imberbe l'avrebbe fatta passare più per un
ragazzo che per un uomo, ma dato il buio della sera, e cercando di
rendere roca la sua voce, poteva anche passare per un giovane cavaliere
in cerca di fortuna.
“Fammi sellare Nuvola”, ordinò all'ancella che si
allontanò silenziosamente. Certo, i pantaloni le davano non poco
fastidio, strofinando ad ogni passo contro l'inguine delicato, ma che
poteva fare, se gli uomini, con tanto di pendagli fra le gambe, usavano
così? La patta si apriva facilmente, ma se lei si fosse trovata
nella necessità di lasciare un po' d'acqua, avrebbe dovuto
calare tutto, non poteva certo farla alla maschio! Si mise a ridere e,
notando la piuma rotta a metà, sul cappello, fece alla propria
immagine un profondo inchino, scappellandosi come un gentiluomo davanti
ad una signora.
Il cavallo, un grigio bevente in bianco, era pronto. Troppo bello e ben
nutrito, per ciò che lei voleva apparire, ma preferiva poter
contare sul galoppo veloce dell'animale, in caso di bisogno.
“Andiamo, ”, disse carezzando il collo del superbo animale, “faremo due
passi lontano da qui!”.
Con il cuore trepidante, il volto ben nascosto e con il favore delle
tenebre appena scese Aurore si avvicinò al posto di guardia
consegnando il salvacondotto. Il ponte levatoio calò rapido e
Nuvola con in sella la contessa, si avviò per strade ben note.
Aurore, prima di uscire, si era messa una piccola borsa di tela sotto i
calzoni, sul davanti, con un po' di scudi, per un duplice motivo:
voleva poter affrontare spese impreviste, ma più di ogni altra
cosa, ben sapendo che le donne della taverna avevano l'abitudine di
palpare lì gli uomini, sperava di ingannarle con quella presenza
abbastanza rigida, ma ora le dava fastidio, se la sarebbe tolta
volentieri da lì, ma quello era forse il solo posto sicuro.
Il cavallo si inerpicò per il tratto in salita, poi scese verso
il borgo. Qualche torcia mandava la sua luce fumosa davanti ad una casa
o davanti alla taverna. Diresse il cavallo verso questa, lo legò
fuori, accanto ad un vecchio ronzino che non aveva, apparentemente,
nemmeno la forza di sollevare il capo ed entrò. La puzza di
sudore e di sesso le fece arricciare il naso, mista a quella di vino e
di cibi. Si fece forza, raggiunse un tavolo vuoto, in un angolo e si
mise a sedere sollevando i piedi per appoggiare gli stivali su una
panca di legno. Una bella ragazza, col seno quasi completamente fuori
dalla scollatura profonda, retto da un bustino che lo sosteneva senza
coprirlo, le si avvicinò subito, indirizzandole un sorriso ampio
quanto la scollatura.
“Cosa posso servirti, mio bel cavaliere?”, le chiese. “Dell'ottimo
rosso per accompagnare un piatto di fagioli o preferisci un pezzo
d'arrosto di montone?”
“Vino soltanto, per ora”, rispose Aurore cercando di rabbuiare la voce
e renderla maschia.
“E poi? Un sacco di paglia sul quale fare l'amore?”
“Ci penseremo dopo!”, rispose Aurore con faccia dura e una gran voglia
di ridere dentro. Come ci sarebbe rimasta male, a tastarla non sopra,
ma sotto i calzoni!
Poco dopo, una caraffa veniva messa davanti a lei, sul tavolo, assieme
ad un bicchiere che forse, molti anni prima, era stato pulito.
Qualcuno spostò una panca, accanto a lei e ci si mise a sedere.
Era un uomo dalla barba non rasa, un orecchino a destra, un fazzoletto
annodato intorno alla testa, che doveva essere stato rosso, la camicia
unta al punto di non farne riconoscere il colore, puzza di caprone o di
maschio che stordiva, stivali dalle punte sorridenti, aperte che
mostravano le dita dei piedi, mani enormi, callose, nerastre
probabilmente di sporco e non di color di pelle, unghie dai segni color
carbone.
“Bevo un po’ del tuo vino”, disse prendendo la caraffa e versandosene
in gola una dose abbondante. Ruttò, si asciugò la bocca
col dorso della mano, poi guardò meglio Aurore che si sentiva
maledettamente impacciata.
“Ehi, cavaliere, non sei un po’ troppo giovane, per frequentare certi
ambienti? E sai usare la spada che porti al fianco?”
“L'ho bagnata più di una volta, e non nel vino”, rispose con
tono asciutto Aurore. Se fosse stata in piedi, le ginocchia non
l'avrebbero tenuta su, si sarebbero piegate sotto il suo lieve peso.
“Bene, così mi piaci! Ma bevi o, perdio, non sei un
uomo!”. E le passò la caraffa. Una parte del liquido colò
lungo il suo mento e il collo, per finire sulla camicia bianca,
macchiandola come di sangue.
“Toglitela”, l’esortò lo sconosciuto, “falla mettere in acqua da
qualcuna delle ragazze di qua. Mentre ne scopi una, l'altra te la lava.
Così fanno con me, quando capito da queste parti!”
“Il che avviene di rado, mi pare”, rispose lei con un sorriso di
scherno.
“Oh, no, questa volta è senza dubbio più di un paio di
mesi, ma di solito non lascio trascorrere due, tre settimane senza
venire a gustare il loro vino”.
La ragazza che l’aveva servita le si accostò nuovamente,
lasciandosi tastare dall'uomo dal fazzoletto in testa.
“Cavaliere, se mi dai la camicia, te la faccio lavare e potrai metterla
indosso, magari un po' bagnata, dopo aver lasciato la compagnia”.
“No, la tengo così, mi piace sentire l’odore del vino sulla mia
pelle!”
“Fagioli, allora, o arrosto?”
“A me, fagioli e arrosto e, al cavaliere, arrosto solamente. I fagioli
sono da gente del popolo, non da gentiluomini!” e diede una manata al
sedere della ragazza, che glielo aveva messo provocantemente davanti al
viso
Aurore cominciava a sentirsi a disagio, con quell’uomo che le puzzava
accanto. Ma ora doveva attendere il suo arrosto, mangiarlo, pagare e,
finalmente, avrebbe potuto liberarsi di quella compagnia che certo non
era di suo gusto. L’affrontare il cibo, lì, le parve la cosa
più difficile del mondo. Il pezzo d’arrosto che le fu messo
davanti, in una specie di scodella di metallo, era senza dubbio
appetitoso, ma come portarlo alla bocca, se lì non c’erano
posate di sorta? Il suo compagno di tavola lo portò alla bocca
con una mano e, usando un coltellaccio, si tagliò il boccone, e
così via. Aurore non poteva fare diversamente, ma lo stiletto
era molto acuminato, non affilato. Nel suo sforzo, rischiò di
portarsi via una fetta di naso e, alla fine, capì che solo a
morsi sarebbe riuscita a staccare un boccone. Così fece, sotto
lo sguardo arrogante e ironico dell’'uomo col fazzoletto in testa.
“Non serve, lo stiletto”, le disse, “prendi il mio coltello, altrimenti
morirai di fame. I tuoi denti sono troppo delicati per strappare cibo
sufficiente!” Le passò il coltellaccio e, questa volta, Aurore
mangiò a sazietà. Restituì il coltello che l’altro
passò sulla camicia, poi l’infilò in una fascia che
fungeva da cintura.
“Ragazzo, o cavaliere, paghi tu il conto, vero? Hai una borsa, non
farmi tirar fuori la mia. Ehi, Francine! Il cavaliere paga anche per
me, chiaro?”
“Anche il resto?”, chiese la ragazza dalla generosa scollatura.
“Certo, anche il resto, se no che cavaliere sarebbe, eh?”
“Io pago il vino. L’arrosto lo paghi tu, perché tu l’hai
ordinato “, rispose Aurore con molta calma. E lo stiletto mostrò
ancora la sua punta, esattamente sotto il mento del gradasso,
pungendogli la gola.
“Ehi, un momento, scherzavo!”, biascicò l’uomo. Francine si mise
a ridere, gustandosi la scenetta. Una borsa colma apparve nella mano
dell’uomo che pagò, aggiungendo anche il denaro per il vino,
dato che c’era.
“Bene, buona notte”, disse Aurore alzandosi, ma sguainando la spada e
mettendola bene in vista. L’altro non si mosse dal tavolo.
Stava per montare a cavallo quando Francine la raggiunse.
“Ehi, cavaliere!”, la chiamò a bassa voce, “non passare dal
bosco, ovunque tu vada, hai ridicolizzato il capo dei banditi, te la
farà pagare cara!”
“II... cosa?”
“Quello è il capo dei banditi, sono scannatori, gente che
ammazza per due scudi! Vattene, fuggi e non tornare qui, ma non passare
per il bosco!” Allungò una mano a toccarla dove avrebbe toccato
un maschio ed emise una specie di mugolio di approvazione.
“Mi dispiace non trascorrere il resto della notte con te, devi essere
molto in gamba!”
“Anche tu lo sei”, rispose Aurore e a sua volta fece il maschio,
infilando una mano in quello scollo e serrando le dita sulla mammella
della ragazza.
“E hai belle tette”, aggiunse, “un giorno verrò a
gustarle, mi piace ancora succhiare il latte dalla fonte!”. Pensava di
aver detto qualcosa di spiritoso, ma capì subito che l’altra non
aveva afferrato il senso della frase.
Balzata a cavallo, lo diresse verso il castello. La bestia mantenne il
passo, al buio non si metteva a galoppare se non spinta a farlo dalla
sua padrona. E Aurore non aveva intenzione di rompersi l’osso del
collo, finendo contro chissà cosa!
Non avrebbe dovuto passare per il bosco, ma il bandito, se era ancora
in quella lurida taverna, non poteva stare in agguato ad aspettarla,
quindi dimenticò presto l’avvertimento. Sì, la serata era
stata sufficientemente viva, emozionante. Pauline aveva ragione, la
vita era fuori dal castello, non fra quelle mura! Avrebbe voluto saper
fischiettare, come aveva sentito fare tanto spesso agli uomini, al
castello. Anche per farsi coraggio, perché cominciava ad aver
paura. Si diceva che, fra poco, superata quella punta, lì
avanti, avrebbe intravisto, contro il cielo senza luna, ma stellato, la
sagoma amica e possente delle torri, dei bastioni. Si tolse la spada
dal fianco e l’appese alla sella. Voleva sentirsi più libera nei
movimenti. Stava passando in mezzo ad un gruppetto di alberi che ora
avevano, per lei, un aspetto sinistro che non le era parso tale,
scendendo verso il borgo. E ad un tratto qualcosa l’avvolse,
bloccandola, attorcigliandosi a lei, disarcionandola. Il cavallo,
spaventato, partì al galoppo, lasciandola a terra, avvolta in
quella ragnatela di corde. E sentì esplodere una risata.
“Bene, abbiamo preso un piccioncino!”, tuonò una voce. Venne
tirata fuori dalla rete e tremava, batteva i denti addirittura,
pensò di essersi lasciata anche sfuggire qualche goccia di
pipì, ma non ne era sicura.
“'Un cavaliere da quattro soldi!”, esclamò ancora la stessa voce
di prima.
“Però ha una borsa, vediamo... Oh, per la miseria, è
più ricco un mendicante del borgo! Ehi, dico, cavaliere, non ti
vergogni di aver così poco denaro? Quasi quasi mi fai pena, ti
presto io un po’ di scudi, eh, che ne dici?” Ora poteva guardare in
faccia l’uomo che parlava, ma non sarebbe mai riuscita a distinguerne i
lineamenti, con quell’oscurità resa ancora più fitta
sotto l'albero, dove si trovavano in quel momento. Ma anche lui puzzava
come quello della taverna. E, con terrore, pensò che il capo dei
banditi sarebbe arrivato di lì a poco, anche se fosse giunto a
piedi, e si sarebbe vendicato subito dell’affronto !
“Che ne facciamo?”, chiese un’altra voce.
“Aspettiamo il capo, o lo sgozziamo e lo lasciamo qui?”
“No, perché sgozzarlo? Può esserci utile, no? È
carne tenera, scommetto, ed è un po’ di tempo che non mi faccio
un ragazzo! Legatelo contro l’albero, faccia contro il legno, culo in
fuori!”. Le fecero abbracciare il tronco e le legarono i polsi,
strettamente, in modo da impedirle qualsiasi movimento. Una mano le
tolse lo stiletto, altre voci parlavano, ridevano. E lo stiletto le
tagliò la cintura. Per fortuna, c’era il tronco che le teneva su
i calzoni, almeno davanti!
Qualcuno emise il suono della civetta.
“Il capo arriva”, disse una voce.
“Gli dev’essere andata buca, non torna mai prima dell’alba, quando va a
trovare Francine!”
“Sarà incazzato nero, allora! E scommetto che se lo vorrà
fare prima lui, questo ragazzo-cavaliere!” “Resterà sempre
un po’ di culo per te, no?”, rispose un altro, ridendo.
“Sì, ma usato, mentre scommetto che questo l’ha ancora nuovo!
Vero, ragazzo, che il tuo è nuovo di zecca? Bah, non risponde,
sta tremando come una foglia!”
“Che non mi riconosca - pensò Aurore. Ma sapeva che il bandito
avrebbe capito subito che il prigioniero era lo stesso che gli aveva
puntato lo stiletto alla gola.
“Ehi, guarda cosa ti abbiamo trovato!”, rise quello dalla voce grossa
come un tuono.
“Ma guarda, è proprio lui, che volevo! Allargategli un po’ le
gambe e tirategli giù le brache, subito!”, urlò il capo.
Mani presero le sue caviglie, dagli stivali, e le separarono un po’,
mentre qualcuno cercava di abbassarle i calzoni, ma, non riuscendoci,
grazie all’albero, un coltello aprì ‘un' ampia finestra, dietro,
fino a metà delle cosce.
“Prima ti darò un po’ di quel vino che ho pagato”, grugnì
l’uomo dal fazzoletto. Pauline sentì il getto caldo che le
raggiungeva le natiche, colava in mezzo, scendeva fra le gambe
impregnando i calzoni strappati. E, per qualche istante, la paura di
Pauline lasciò il posto a qualcosa di diverso, sensazioni che
non capiva, le erano completamente nuove. Poi, due mani forti e callose
le divaricarono le natiche, un dito le provò,
nell’oscurità, il buchetto che si serrò maggiormente ma,
poco dopo, se lo sentì dilatare da qualcosa che poteva essere un
ariete. Urlò, mentre veniva sodomizzata con violenza, ma
cercò di trattenere le altre urla che le salivano alla gola, per
paura di tradirsi. Quel tormento (ma era poi tale, dopo il primo
momento?) durò per un’eternità poi, mentre l’uomo si
scaricava in lei, Aurore fu percorsa da un lungo brivido che le
passò per tutto il corpo.
Poi il maschio uscì da quel ricettacolo conquistato con la
violenza e ruggì qualcosa. La frase venne registrata dopo un
attimo, nella mente sconvolta di Aurore:
“Ora ti strappo i coglioni, cavaliere, così imparerai a fare il
gradasso con me!” E una mano le si infilò fra le cosce, alla
ricerca di testicoli che non poteva trovare, e si fermò
lì, con le dita a gancio rivolte verso l’alto. Poi le spinse in
su nella sua femminilità e l’uomo esplose in una risata.
“Ehi, amici, questo non ha i coglioni, è una donna!”
“Una donna?”, chiesero diverse voci.
“Fai vedere!”, disse un altro. E altre mani la frugarono, la
pizzicarono, penetrarono nella sua vulva.
“Scommetto che era anche vergine!”, rise uno, dopo averle spinto
quattro dita unite in profondità, provocandole un dolore atroce
e togliendo finalmente la mano da lì.
“Calma, ragazzi!”, rise il capobanda, “una signora dev'essere trattata
bene! Chi vuole cominciare a porgerle i suoi omaggi? Sapete tutti come,
vero?”
“Ci penso io!”, la voce da tuono rombò ancora e l’uomo le si
mise dietro le spalle, tirandosi giù i calzoni. Ma tutti si
fermarono. Si udiva un galoppo di cavalli che proveniva dal castello.
Dovevano essere in molti, probabilmente gli armati di Bayonne!
“Oh, cavolo”, ringhiò l’uomo che stava per violentarla,
tirandosi indietro, “o filiamo o le nostre teste non varranno molto,
domani mattina!”
“Io non me la perdo”, disse un altro, “ho tutto il tempo, sono pieno
fino agli occhi, godrò subito!”
E Aurore si sentì frugare prima da una mano, poi da
qualcosa di diverso e teso, ma in quello stesso momento apparvero, come
fantasmi amici, gli armati del castello. E anche colui che li aveva
pieni non riuscì a scaricarli, dandosi subito alla fuga fra gli
alberi.
“Sono qui!”, gridò Aurore e il galoppo si fermò. Solo un
gruppetto si addentrò, le spade in mano, fra gli alberi del
bosco, alla caccia dei banditi. Non era un uomo, la persona che
balzò per prima accanto a Aurore, era la sua ancella, anche lei
in abiti maschili.
“Contessa! è salva, per fortuna!'” esclamò e le
baciò una mano ancora legata mentre Ludovico, il Capo Drappello,
con un coltello, tagliava le corde. Né Ludovico né
l’altro uomo che si era portato dietro commentò il fatto di
trovare la contessina in quel posto ed in quelle condizioni. Fu messa
in sella a Nuvola, che aveva dato l’allarme tornando al castello senza
di lei, e cavalcò lentamente, con l’ancella che le stava dietro
di una testa di cavallo, per rispetto. Così arrivarono al
castello.
“No contessa, la prego!”, gemette Pauline, il mattino successivo,
quando Aurore le fece scoprire il sedere per darle la solita dose di
vergate.
“Perché no? Ieri mi è successo di peggio, perché
ho dato retta ai tuoi consigli. Purtroppo, non sono in grado di farti
gustare le delizie offertemi dai banditi, Pauline, ma almeno lasciami
divertire a modo mio!” E, parlando, colpì quelle natiche che non
avevano il tempo di riprendere il loro candore naturale dato che le
punizioni quotidiane lasciavano segni rossastri su quelli del giorno
precedente. La ragazza gemette, ma si chinò maggiormente,
per offrirsi meglio allo sfogo della sua padroncina. Aurore
apprezzò quel gesto e, accostandosi all’'ancella, le aprì
le natiche con le mani, abbandonando momentaneamente la frusta. Con
l’indice, le raggiunse il buchetto centrale e lo infilò come un
anello. Pauline sobbalzò a quell’inattesa intrusione.
“Che effetto ti fa?”, chiese Aurore.
“Sgradevole, signora!”, gemette l’altra.
“E se, al posto del mio dito, ci fosse qualcosa di grosso come un
paletto?”
“Oh, no, ne morirei, signora contessa!”
“Non si muore per così poco, io sono ancora ben viva”, rispose
la contessina, togliendo il dito. Un attimo dopo l’ancella si lamentava
debolmente alle scudisciate sempre più forti che la sua
padroncina le affibbiava.
Sfogandosi in quel modo, Aurore provava uno strano piacere, ma avrebbe
preferito sentirla urlare di dolore. Qualche volta succedeva, ma
Pauline aveva paura di farsi udire dal conte che, probabilmente,
l’avrebbe a sua volta punita per averlo disturbato con le sue grida.
Quando fu stanca, la castellana passò una mano aperta,
delicatamente, su una di quelle natiche e la sentì bruciare. Se
non voleva ridurla troppo male, avrebbe dovuto cambiare divertimento,
magari picchiarla sulle tettine candide per alternare un po’ e
permettere alla pelle del sedere di riprendere il biancore latteo di
prima.
“Copriti”', le disse e Pauline si raddrizzò e si voltò
guardandola con occhi umidi di lacrime nei quali brillava una luce
insolita.
“Le hanno fatto molto male, vero?”, chiese Pauline alludendo alla sera
precedente.
“Non è stata solo una questione di dolore”, rispose la
contessina. “Mi sono sentita umiliare, e questo non lo mando
giù”.
Ma ripensava a quando si era sentita bagnare dal bandito, prima che lo
stesso le penetrasse dietro sodomizzandola. Lei, la castellana, la
padrona di tutto il feudo, borgo compreso, legata ad un albero col
culetto messo a nudo da uomini, diversi uomini... Un violento brivido
l’attraversò e fu così palese che anche Pauline lo
notò.
“Non si sente bene, signora?”, le chiese, premurosa.
“Devo aver preso un po’ di umidità, ieri, e un'infreddatura”,
mentì la contessina. E qualcosa, in lei, le diceva che, in
fondo, non era poi stato così spiacevole e forse avrebbe voluto
riprovare qualcosa di simile. Ma respinse quest’idea che sembrava
assurda e si occupò di una lunga lista che suo marito le aveva
fatto avere: erano i nomi di possibili invitati ad una festa che
intendevano dare al castello. I messi dovevano essere spediti, con gli
inviti, nel giro di cinque giorni, se volevano che i destinatari li
ricevessero per tempo. Ma lei non conosceva uno solo di quegli uomini
(gentiluomini, prego!) né una delle dame, perché, quindi,
fingere di chiedere il suo consenso? Oh, il conte era così
viscido, falso anche con lei!
“Posso fare altro, per lei?”, chiese Pauline, in piedi davanti a lei,
l’espressione umile del volto che era tradita dal lampo dei suoi occhi.
“Sì. Mostrami le tette. Completamente”. La ragazza non
esitò e, pochi istanti dopo, era a petto nudo. Sì, era
proprio il tipo di seno da colpire con una bacchetta, piccolo come
quello della padrona, arrogante come quello della padrona. E si reggeva
perfettamente bene, naturalmente, non aveva, certo bisogno di un
sostegno!
Le si accostò, lo toccò con le dita di ambo le mani, a
provarne la consistenza. E i piccoli capezzoli rosei si indurirono un
poco.
“Domani non dovrai venire da me col sederino nudo, ma con questi
deliziosi seni scoperti. Ricordatelo, Pauline”
“Mi farà molto male, contessina, sono delicati”..
“Lo so bene e dal tuo dolore trarrò piacere, e anche tu dovresti
provarne, visto che sei qui proprio per soddisfare le mie esigenze e,
sii sincera, in fondo ti chiedo ben poco, vero? Non mi piace vederti
lavorare, ti voglio più come amica, confidente, anche
consigliera, quando non mi mandi in un covo di banditi. Ma mi piace
vedere l’espressione del tuo volto quando provi dolore, sentire i tuoi
gemiti che riesci troppo spesso a trattenere e vedo i segni del mio
frustino sulla tua pelle. Ora, picchiandoti sui seni, potrò
meglio guardarti in faccia, gioirò di più della tua
sofferenza. Ma sarà solo per pochi minuti, lo sai bene, quindi
non prendertela tanto, mia cara, pochi minuti per rendermi felice!”
“Sì, signora contessa, sarò qui, domani mattina, a seno
nudo”.
“Ma evita di passare, prima, dalla stanza del conte, lui te li
stropiccerebbe tutti, capisci?”
“Capisco bene, signora. Posso chiederle se, questa sera, avrà
bisogno di altri abiti maschili? Quelli che ha già usato sono
irrimediabilmente distrutti, fuorché gli stivali. Sono
ancora intatti”.
“Sì, penso di sì. Comunque volevo ringraziarti per quello
che hai fatto per me. Sei stata veramente brava ad intuire che ero in
pericolo e ad arrivare in tempo”.
“Sono stata io a consigliarle di uscire dal castello, non pensavo che
avrebbe passato guai seri, ma ho cercato di rimediare come potevo”.
“Hai fatto benissimo. Solo spero che il Capo Drappello sia persona
fidata e nulla trapeli qui al castello”.
“Oh, stia pur sicura. Ludovico è fidato e nessuno e men che meno
il conte saprà mai che lei è uscita, “perdipiù di
notte, dal castello.
“Bene, vedo che l’iniziativa non ti manca, Pauline”.
“Eh,, riguardo al conte, puoi dirmi cosa riesca a fare, con te, che non
è mai riuscito con me? O almeno, è da molto che non
riesce?”
“Signora contessa, non dovrei svelarle i misteri di letto di suo marito
il signor conte! Ma dato che non sono propriamente di letto...”
“Non sono di letto?”
“Direi di no. Vede, anche lui ama la frusta, ma nel senso opposto al
suo, contessa. Ama essere frustato”.
Aurore aprì la bocca per parlare, ma non trovò le parole
da dire. Come, il terrore del feudo, colui che faceva impallidire la
gleba solo al sentirlo nominare, si faceva frustare da una delle sue
ancelle? Una risatina sommessa gorgogliò prima di prendere toni
acuti e trillare dalla bocca della contessina. “Oh, no!”,
continuò a ridere, “allora tu accetti le punizioni che ti
infliggo e vai da lui a vendicarti, è così?”.
“Più o meno, signora. Ma non provo piacere nel fargli del male,
cerco solo di sfogare il mio risentimento, visto che mi viene chiesto
di farlo”…
“E domani, quando ti farò tanto male a queste deliziose tettine,
cosa gli farai?”.
“Gli camminerò a piedi nudi sui coglioni, signora”.
“'Cosa?”
“Sui testicoli, mi scusi. Se invece mi farà tanto, tanto male da
farmi urlare veramente, non lo farò a piedi nudi, ma con
le scarpe. Così il signor conte godrà di dolori atroci
che non passeranno l’attimo successivo, ma resteranno per un po’,
a ricordo di questa umile ancella”..
“Oh, se gliel’avessi fatto io, a suo tempo!” si rammaricò
Aurore, “forse ora né io né lui avremmo bisogno di
te, da questo punto di vista! Mi dispiace, Pauline, il destino vuole
che si crei questo triangolo: io infierisco su di te, tu su di lui. In
fondo, il triangolo è un disegno perfetto, tre è il
numero perfetto e vi è perfezione anche in questo, non credi?”
Certo, Aurore non aveva bisogno di chiedere ad un’ancella una
qualsivoglia opinione, ma da quando sapeva che era stata proprio lei a
farla salvare dai banditi, alla simpatia sempre provata per la ragazza
aveva aggiunto anche una punta di stima, cosa che una castellana non
avrebbe mai dovuto dimostrare! Ma la signora di Bayonne aveva,
fra le tante sue doti, specie fìsiche e di facile riscontro,
anche quella di essere spontanea nel suo comportamento e quindi anche
nei suoi rapporti con chi la serviva.
“Tutto ciò che la signora contessa fa o decide è
perfetto”, mormorò Pauline facendo una piccola riverenza.
“Senti, io ti considero qualcosa di più di un’ancella quindi,
fermo restando il fatto che dovrai sottometterti a punizioni corporali
da parte mia, lascia andare inchini e riverenze, titoli vari quando
parli con me e siamo sole, intesi? E questa sera, tu ed io usciremo
insieme, andremo a far baldoria al borgo, che ne dici?”
“Come due giovani cavalieri? O farò da scudiere?”
“Come due cavalieri. Peccato, però, che tu non sappia tirare di
spada!”
“Io, signora? Oh, forse, mi posso permettere di contraddirla? Vede, il
mio primo amante era un cavaliere ed ottimo spadaccino. Mi faceva
vestire da maschio, voleva che mi comportassi in tutto come un maschio
quando uscivamo insieme perché, diceva, una donna non può
frequentare certi postacci che lui, invece, visitava sovente.
Così, mi ha insegnato ad usare la spada. Quella che le ho
procurato, e che per fortuna lei aveva appeso alla sella, altrimenti
sarebbe finita in mano ai banditi, era sua e per me un ricordo.
È stato ucciso, signora, ma non in duello, nel letto di una
nobildonna, pugnalato alle spalle, forse nel momento dell'estasi. E io
sono diventata la sua ancella, non avendo più nessuno a
difendermi”.
“Questa sera, sarai tu a portare la spada del tuo uomo. Io vedrò
di farmene dare una buona dal maestro d’armi che dovrebbe, fra non
molto, impartirmi un’altra lezione alla quale dovresti partecipare
anche tu “.
Pauline sorrise, questa volta senza genuflettersi.
“Ne sarò felice, signora”.
Più tardi, il maestro d'armi si meravigliò vedendo
contessa e ancella insieme, ed entrambe con indosso dei pantaloni! E,
peggio ancora, a torso nudo!
“Ho deciso”, gli disse Aurore “che gli abiti femminili sono troppo
ingombranti, per chi voglia maneggiare una spada. Ed entrambe abbiamo
il seno piccolo che non ci impedisce il movimento del braccio destro,
quindi è inutile serrarlo con lacci che soffocano, rendono
più difficile il respiro. Pauline prenderà lezioni
insieme a me”.
Certo distratto dalla bellezza di quei seni che parevano guardarlo con
occhi rosei, il maestro d'armi, vecchio, abile spadaccino, vide volar
via la propria spada, agganciata da quella di Pauline durante un
attacco di punta.
“Ecco”, spiegò l’uomo cercando di nascondere la sua rabbia e il
suo stupore, “con questa parata di quarta si può disarmare
l’avversario, come vi ho dimostrato”.
Cavalcavano l’una a fianco all’altra, nella notte cupa che nemmeno le
stelle potevano rallegrare in quanto nuvole basse coprivano il cielo.
Nuvola e Ferro avanzavano con cautela e, arrivando nei pressi
dell’albero dal quale una rete era piovuta in capo alla contessina
spaventando il cavallo, Nuvola si fermò, sollevò il capo
e annusò l’aria.
Poi riprese il suo passo con più scioltezza: non aveva sentito
l’odore di quegli uomini sporchi e puzzolenti, poteva proseguire.
“Pensi che i banditi possano essere ancora da queste parti?”, chiese
Aurore all’ancella.
“Spero di no, altrimenti temo che non avremmo scampo”.
“E’ quel che penso anch'io”, mormorò Aurore e le parve di essere
ancora a sedere nudo, legata a quell’albero, mentre qualcosa si apriva
il varco fra le sue candide natiche e, nascosto dalle tenebre, il suo
corpo tremò come aveva già fatto nel castello, ricordando
l'oltraggio subito.
Ma non si trattava di tremito di paura, bensì di qualcosa che
accompagnava l’inumidirsi della sua vagina. Giunsero senza incidenti al
borgo e lasciarono i cavalli legati davanti alla taverna.
La ragazza che aveva servito la contessina, scambiandola per un
cavaliere, le sorrise e si accostò subito al tavolo di quei due
'giovanotti' con la spada al fianco.
“Vino, immagino, e arrosto?”, chiese. “E poi, forse vorreste riposarvi
entrambi con me?”
Parlando, fece in modo di tirar fuori una tetta e sfiorare, con quella,
il naso di Aurore.
“Vino, carne, fagioli per due!”, ordinò la contessa cercando di
usare lo stesso tono di voce scuro, maschio, della sera
precedente. ”'E il giaciglio?”
“Ci penseremo in seguito; ora va, abbiamo molta sete!”
Entrambe le giovani, contessa e ancella, avevano nei calzoni qualcosa
di duro che poteva esser scambiato, ad un tocco superficiale, per un
membro virile pronto ad essere intinto in un sesso femminile. E
avevano deciso di chiamarsi Rene e Theo, differenziando i loro nomi
Aurore però, si guardava spesso attorno, non sentendosi affatto
tranquilla, dopo la prima esperienza. Se uno dei banditi si fosse
trovato lì e l’avesse riconosciuta? Fu distratta da questi
pensieri dalle fumanti scodelle di cibo e dalla caraffa di vino.
Era andata lì con la sua ancella per passare una serata viva,
allegra, magari per ubriacarsi come spesso facevano gli uomini, e
cominciò con il bere una lunga sorsata di vino senza, questa
volta, farlo colare sulla camicia. Alla terza caraffa, però,
aveva dimenticato di dover sembrare un giovane cavaliere, ma Pauline,
accorgendosene, decise che era il momento di andar via e
sollecitò la sua padroncina a pagare il conto e lasciare la
taverna. Pioveva e i cavalli si erano avvicinati al muro per
proteggersi dall’acqua. Le giovani donne salirono in groppa agli
animali e li lasciarono liberi di riprendere la strada per il castello.
Non avevano bisogno di guidarli con le redini, Nuvola e Ferro volevano
tornare alle loro scuderie ben riparate e calde, odoranti di fieno e di
biada. Quando arrivarono sotto l’albero al quale Aurore era stata
legata, la contessina fermò il cavallo e chiese all’altra di
smontare.
Lei stessa si lasciò scivolare a terra.
“Appoggiati col petto al tronco”, ordinò all’ancella. Lei
eseguì.
“E ora, tira giù i calzoni”, continuò la contessa.
Per quanto a malincuore, perché non amava stare lì sotto
la pioggia, Pauline non le fece ripetere l’ordine. Il suo culetto
biancheggiava, nella notte cupa interrotta solo da qualche lampo che
dava un aspetto spettrale agli alberi, al sottobosco. Ora la padroncina
si sarebbe servita probabilmente della grossa cintura, per colpirla,
per seviziarla. Invece nulla di simile accadde.
“Devo stare molto, così?”, chiese Pauline.
“E una voce maschile rispose: “Ti dirò io quando cambiare
posizione, bellezza!
La ragazza si voltò di scatto e, nella luce di un fulmine, vide
che la contessa era tenuta da braccia muscolose e che una mano le
copriva la bocca. Pur coi calzoni calati, l’ancella si mosse
rapidamente, lasciando l’albero solo per passare dall’altra parte e
sguainare la spada.
La lama di Toledo brillò un attimo e l’uomo che aveva parlato
restò a guardarla come affascinato mentre Pauline, con la mano
libera, si tirava su i calzoni, infilandoli sotto la cintura.
“Lasciate andare il mio amico o vi scanno!”, disse facendo la voce
grossa.
“Il tuo amico? Ma non vedi che ha le tette di una donna?”,
ridacchiò l’uomo senza volto nell’oscurità della notte.
“Donna o uomo sono affari miei!” gridò Pauline, accostandosi ai
due che tenevano prigioniera la contessa alla quale avevano denudato il
seno.
“Via da lì!”, ordinò roteando la spada e Aurore, la cui
sbronza era passata di colpo, al sentirsi afferrare alle spalle, si
divincolò e riuscì a liberarsi, impugnando a sua volta lo
spiedo. Sembrava che fossero tre, gli uomini, i banditi che le avevano
assalite, ma la realtà era diversa e, mentre padrona e ancella
facevano fronte comune contro tre coltellacci, qualcuno passò
alle loro spalle.
Aurore ebbe l’impressione che il cranio le esplodesse e Pauline
ricevette una bastonata in testa, capace di stendere qualsiasi uomo.
Gli sballottamenti di un carro riportarono entrambe alla realtà
mentre le prime luci dell’alba lottavano contro le tenebre della notte.
Aurore si toccò la nuca e sentì una nuova protuberanza
che non avrebbe dovuto essere lì, se non fosse stata colpita
esattamente in quel punto da una solida bastonata.
Si mise a sedere e si rese subito conto di una cosa: sia lei che
Pauline erano completamente nude, si trovavano su sacchi vuoti distesi
sul fondo del carro e, accanto a loro, tre uomini e una donna le
guardavano, sorridendo soddisfatti.
“Credo che ci pagheranno almeno per i cavalli”, disse il più
giovane degli uomini, “loro, forse, non le rivorranno, quando saremo
disposti a restituirle alle loro case”.
“In quel caso, potremo sempre venderle al castello più vicino.
Saranno felici di avere due bocconcini così da gustare e da
usare a loro piacimento, poiché nessuno potrà andarle a
cercare in casa di signori certo incapaci di simili nefandezze!”, rise
la donna.
“Se ci portano nel feudo vicino, verrò presa a frustate che non
avranno bisogno di spogliarmi, perché sono già nuda -
pensò Aurore ricordando la minaccia fatta dai Racine. Ed era
proprio lì che le stavano conducendo!
La contessa vide chiaramente i contorni, ben conosciuti, delle torri e
dei bastioni che apparivano davanti a loro.
“Sono la contessa di Bayonne “, disse Aurore, “e mio marito sarà
sicuramente disposto a pagare perché io e la mia ancella
torniamo indisturbate al mio castello”.
“Forse. Ma sicuramente i Racine pagheranno di più, per avere il
piacere di giocare con voi, contessina di Bayonne! E del resto
siamo ormai più vicini a loro e non abbiamo intenzione di
tornare indietro!” Il caso, questa volta, la portava sotto la frusta
dei loro vicini, e sarebbe stata impietosa! “Vi farò avere quel
che chiederete!”, li tentò Aurore.
I tre uomini scossero contemporaneamente il capo. No, niente da fare,
la contessa di Bayonne sarebbe finita nella mani dei Racine! Aurore si
chiese se, oltre alla frusta, avrebbero usato anche altri mezzi, per
torturarle. E dopo, che ne avrebbero fatto, di loro due?
(continua)
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