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GLI INCERTI DEL MESTIERE
Il mio nome è Sonia. Sono una bella ragazza di
ventitrè anni e mi sono sempre chiesta perché mai avrei
dovuto sudare le proverbiali sette camicie per guadagnarmi un
miserabile salario da commessa, quando il mondo è pieno di tante
cose splendide che non chiedono che di essere indossate e possedute da
me. Dopotutto per avere tutto ciò che desidero è
necessaria solo una cosa: molto denaro. E il mondo è pieno di
uomini che non aspettano altro che di trasferire i loro soldi nelle mie
tasche. Il mio corpo è giovane e ben fatto e io non ho sciocche
remore bigotte: se qualcuno è disposto a spendere per averlo
è solo questione di stabilire il giusto prezzo. Che è
molto, ma molto alto ovviamente.
Io non voglio trovarmi a trent'anni con il corpo sfatto
dalle marchette, ma nello stesso tempo voglio molti soldi. L’unica
soluzione, quindi è trovare amichetti buongustai molto danarosi
e, quando capita l’occasione propizia, alleggerirli un poco.
Già, perché come dice il saggio proverbio, il troppo
stroppia (nelle tasche altrui ovviamente).
Certamente anche la mia come tutte le professioni, ha i suoi
inconvenienti e le sue incertezze. Di una di queste situazioni
particolarmente imbarazzanti vi voglio raccontare oggi.
Il conte Lambert era il mio «pollo» in quella occasione.
Era un uomo alto e magro, pallido come Dracula (e aveva qualcosa del
vampiro da come mi baciava avidamente ogni lembo di pelle) e molto,
molto ricco. Io avevo deciso di pelarlo per bene: mi riproponevo,
infatti, di cambiar aria e avevo bisogno di molti soldi. Inoltre avevo
visto nel suo scrittoio un cofanetto di gioielli meravigliosi (dell'ex
moglie) ed ero sicura che mi sarebbero stati benissimo e
poi volevo dargli una buona lezione per punirlo del modo in cui
mi trattava.
Nella mia attività ho avuto modo di conoscere le tante
sfaccettature del carattere maschile: c’è chi mi adora, chi vede
solo un bel corpo da adoperare o da ammirare, chi in fondo mi invidia
per il modo sfrontato e senza regole in cui vivo, chi mi considera solo
una puttana, che poi è né più e né meno
quel che sono. Ma Mr. Lambert non si limitava a disprezzarmi dall' alto
della sua nobiltà e ricchezza, voleva anche, e soprattutto,
umiliarmi, salvo poi sbavare come il più plebeo dei maiali
davanti alla mia fichetta profumata. Per di più era
maledettamente tirchio.
Così quella sera volevo dargli la botta decisiva: l’avrei pelato
ben bene prima di sparire per sempre da quella zona. L’occasione era
propizia in quanto lui aveva voluto restare solo con me nell'immensa
sua villa ed aveva per questo lasciato in libertà la sua
numerosissima servitù.
Sarebbe bastato dunque combinare sesso e alcool per fiaccarlo ben
bene e mandarlo a nanna: così io avrei avuto mano libera.
Al suo risveglio dei suoi gioielli e della bella Soma, non gli sarebbe
rimasto che un increscioso ricordo.
Così, durante l’amplesso, mostrai un calore ed un
trasporto che generalmente non gli dimostravo, risvegliando più
volte il suo desiderio e portandolo per mano verso ripetuti orgasmi.
Certo, anche se gli sarebbe costata una fortuna, non avrebbe potuto
lamentarsi di quella notte.
Al sesso alternavo abbondanti e frequenti libagioni, ma, da parte
mia, avevo cura di versare il contenuto della mia coppa, sulla soffice
moquette sotto il letto, senza che lui se ne accorgesse.
Dopo questo trattamento il conte era ben spompato e sbronzo, pronto per
cadere nelle braccia di Morfeo. Quando il suo respiro si fece profondo,
mi sfilai dal suo abbraccio, mi recai in bagno per una tonificante
doccia e mi avviai al suo studio per mettere le mani sul
famoso cofanetto.
Maledizione a me e alla mia vanità!
Troppo sicura di me, invece di acchiappare il malloppo e filarmela,
cominciai ad agghindarmi con quelle meravigliose pietre, collane,
diademi, incantata da quei riflessi tentatori.
Fu una spiacevolissima sensazione (uno sguardo come la puntura di uno
spillo in mezzo alle scapole) che mi fece girare di scatto. Dietro a
me, in veste da camera e sguardo allucinato, stava il conte.
E non era solo: gli faceva compagnia, nel palmo della mano,
una piccola e maligna automatica nera, il cui occhio ora fissava
insistentemente il mio ombelico che, al contrario, non gradiva
affatto tutto quell’interesse.
Cercai di balbettare delle scuse, ma tutti quei gioielli che
occhieggiavano tra i miei capelli, ai lobi delle orecchie, al collo, ai
polsi ed alle dita, facevano risplendere la mia colpevolezza: e
piuttosto imbarazzante risultava anche da spiegare la serratura dello
scrittoio, palesemente forzata.
Il conte mi guardava con occhi inceneritori e mai la sua voce era stata
secca e cattiva come quando mi ordinò di togliermi tutti i
gioielli, meno gli orecchini:
“Sono per una signora - sibilò - e non per una vacca!”
Eseguii con le mani che mi tremavano e finii di nuovo completamente
nuda, orecchini a parte. Sempre senza perdermi di vista nemmeno
per un secondo, a tentoni, con la mano libera dall'impegno
di reggere la pistola, raggiunse il cordone della tenda e
con uno strattone deciso lo strappò.
Io non aspettavo che un solo momento di indecisione per tentare di
sopraffarlo: ero molto più giovane e agile di lui e, per di
più, lui era mezzo sbronzo. Ma facevo male i miei conti.
Infatti lui si dimostrò molto furbo: mi ordinò di sedermi
su una sedia, cosa che io feci immediatamente perché mi era
sembrato che l’occhio della sua automatica si fosse messo a
fissare il mio ombelico con crescente insistenza. Poi, lanciandomi la
corda, mi ordinò di legarmi le caviglie alle gambe della sedia.
Maledicendolo, eseguii.
Una volta immobilizzata, il conte potè lasciare la pistola
sul tavolo per terminare l’opera: con un’altra corda mi legò
strettamente i polsi dietro la schiena per poi assicurare più
strettamente le mie gambe.
Ero completamente immobilizzata e nelle sue mani. In un primo momento
avevo pensato che mi legasse per poi chiamare la polizia, ma
capii subito con sgomento che non lo avrebbe fatto.
Spiegare quella ladra così giovane e così nuda in casa,
proprio in una notte in cui lui stesso aveva congedato la
servitù!?! No, evidentemente, il conte aveva in mente
qualcosa d’altro.
E se mi avesse uccisa?
Mi venne la pelle d’oca al pensiero che avrebbe potuto tranquillamente
farlo. Nessuno avrebbe badato alla scomparsa di una puttanella ed
il parco attorno alla villa era così grande da offrire ampio
ricovero ad un corpo... il terrore d’improvviso mi sopraffece e presi a
dibattermi nei saldi legami offrendo uno spettacolo supplementare al
conte.
Lui mi si avvicinò.
Non aveva più la pistola in mano.
“Cara principessa - mi scherniva, ma il suo tono era tagliente come una
lama - questi vetri non le si addicono”. E con due strattoni decisi mi
strappò gli orecchini dai lobi, strappandomi anche un lamento di
dolore.
“Vedrò di adornare il suo corpo con dei gioielli adatti. Ci
conti, mia principessa, rimarrà senza fiato”.
Dopo una breve assenza, il conte fece ritorno con due trappole
metalliche per topi. Subito dopo capii fin troppo bene perché i
roditori non le trovassero per niente sportive: quando le due molle di
metallo andarono a premere crudelmente la base dei miei capezzoli.
Non avrei mai pensato che due aggeggi del genere potessero procurare un
dolore così acuto: esso scaturiva dal mio petto per dirigersi in
tutto il corpo. Dalla bocca dello stomaco, alla nuca, alle tempie
che mi pulsavano forte.
E, per evitare che mi potessi in qualche modo adattare a
quel dolore, il conte, quel fottutissimo bastardo, provvedeva a
riattizzarlo: Ora tirando verso di sé le maledette trappole, ora
tirandole verso l’alto per poi lasciarle ricadere sulla mia pancia. I
miei poveri seni assumevano le forme più ridicole e assurde;
quando poi Lambert decise di aggiungere la pressione dei suoi nobili
pollici a quella delle molle che premevano i miei capezzoli
martoriati,
mi sentii svenire ed un urlo straziante uscì
dalla mia bocca.
“Capisco, principessa, queste clips le sembrano un poco dozzinali. Ma
ora le farò provare qualcosa di più impegnativo.
Vedrà che bello... ah, ah!“
In un misto di morbosa eccitazione e di velenoso astio, il conte
mi presentò, dopo una breve assenza, il nuovo strumento di
tortura: si trattava di due assi di legno, collegate alle due
estremità da delle viti. Non avevo idea di quale fosse la loro
funzione in casa del conte, ma ben presto ebbi modo di sperimentare
l’uso che il conte voleva fare su di me. Le due assi imprigionarono la
morbida carne del mio seno a mo’ di tenero sandwich e subito le
viti vennero strette a serrare il mio petto in una presa che non
rallentava. All’inizio il dolore mi pareva sopportabile, se confrontato
con quello provato in precedenza con le trappole per topi: ma con il
passare dei minuti mi resi conto che, seppure meno intensa, anche
questa pena non era meno crudele.
Il peso dell’attrezzo e la continuità della stretta mi
costringevano ad un respiro affannoso e ad ogni minuto che passava la
costrizione a cui ero sottoposta mi sembrava sempre più
insopportabile.
Nuove acute scariche di dolore provai quando il conte cominciò a
torturarmi con le dita i capezzoli che spuntavano congestionati dalle
due assi e svenni con un gemito straziante quando lui, stando alle mie
spalle, prese a stringere con forza le due estremità delle assi
aggiungendo la sua pressione a quella esercitata dalle viti.
Un acre odore mi fece riemergere dal buio dell’incoscienza. Il conte
stava sventolandomi sotto il naso una boccetta di sali: non voleva
infatti che io mi perdessi il nuovo «diadema» della
sua collezione di strumenti di tortura.
Quando lo vidi, poco mancò che svenissi di nuovo. Il
suo aspetto era veramente terribile: si trattava di un’asse di legno
interamente cosparso di grossi e lunghi chiodi. Forse un fachiro lo
avrebbe apprezzato, ma io ero letteralmente pazza di terrore; quanto mi
aveva fatto il conte fino a quel momento era stato dolorosissimo, ma
quell’arnese mi avrebbe sfigurato!
Urlai di disperazione e di paura quando lui mi si avvicinò
brandendo quell’arnese alle due estremità e continuai ad urlare
quando, standomi alle spalle, cominciò a premerlo sui miei seni,
sul ventre e sulle cosce. Devo dire che, al lato pratico, questo nuovo
supplizio era molto meno doloroso dei precedenti: i chiodi pungevano,
è vero, ma il conte non premeva al punto di farli penetrare
realmente nella carne. Certo che quell'arnese aveva il potere di
sconvolgermi.
Ad un certo punto il conte fece in modo di bloccare l’asse all'altezza
del seno con una cinghia, realizzando così una sorta di
mostruoso reggiseno: avendo le mani libere, le occupò
immediatamente iniziando a battermi sulle cosce, sulla pancia e sulle
spalle con la cinghia dei pantaloni.
Ogni tanto qualche colpo cadeva sull’asse strappandomi urla di dolore e
paura: cercavo comunque di subire le cinghiate dimenandomi il meno
possibile, per evitare che le punte penetrassero più a
fondo nella pelle.
Ma il peggio, ahimè, doveva ancora venire: toltomi l’arnese con
i chiodi, il conte non diede un attimo di tregua al mio seno.
“Ma che sciocco; questo seno va valorizzato con tanti piccoli gioielli
e non con uno unico e ingombrante. Che ne dice, principessa, di
queste preziose mollette da bucato?”
Senza darmi il tempo di fiatare, il conte prese ad appuntarmi al petto,
una dopo l’altra, una decina di mollette, concentrandole soprattutto in
corrispondenza dei miei poveri capezzoli ormai bluastri per le troppe
«attenzioni» ricevute.
Le piccole, maledette mollette da bucato! Tanto apparentemente
casalinghe e innocue, quanto
tremendamente dolorose se applicate nel posto sbagliato e il seno, ve
l’assicuro, è proprio un posto sbagliato per una donna! Da
principio non provocano un dolore insopportabile (se si
eccettuano quelle applicate direttamente sulle punte dei
capezzoli), ma col tempo le piccole tenaglie affondano sempre
più nella carne tenera, sicché anche il respirare provoca
dolorose fitte. Ma questo è niente se confrontato con gli
effetti provocati da due mollette applicate sulle piccole labbra della
vagina.
Naturalmente parlo per esperienza, perché ovviamente il
conte non volle privarmi anche di questo supplizio aggiuntivo.
Dopo avermi conciata in questo modo ed essersi trastullato a lungo
godendosi beato le mie contorsioni ogni volta che si divertiva a
scuotere le mollette che attanagliavano la mia carne, il conte decise
di andare a riposarsi. Già, il porco se ne andava a dormire
lasciandomi in quello stato.
Lasciandomi sola, si assicurò il mio silenzio ficcandomi in
bocca le mie mutandine appallottolate (dopo averci sborrato dentro per
sovrapprezzo). Le ore passavano , scandite dai lenti battiti della
pendola, e io soffrivo le pene dell’inferno: le mollette affondavano
sempre più nella carne e specialmente quelle applicate al sesso
mi bruciavano terribilmente.
In principio avevo cercato di sciogliermi, dibattendomi goffamente, ma
alla fine vi avevo rinunciato anche vinta dalle indicibili pene che
ogni movimento mi arrecava per via delle mollette.
Quando il conte ritornò, nella stanza cominciavano a filtrare le
prime luci. Io ero in uno stato di incoscienza e quando lui mi tolse di
bocca il bavaglio fradicio della mia saliva e del suo sperma
rantolai delle parole di supplica.
Lui non ci fece caso o forse sì, perché
incominciò a togliermi le mollette. Ma la rimozione delle
stesse, operata per di più con voluta brutalità,
rinfocolava il mio dolore portandolo a punte ancora non raggiunte in
quella pur terribile notte. Lui rideva di me e della mia
disperazione, ma dovette reggere forte la sedia perché io non
rovinassi a terra con lei quando mi strappò le mollette dalle
labbra del sesso: il dolore era stato atroce.
Alla fine mi lasciò con due sole mollette appese, una per
capezzolo e, godendo della mia disperazione, mi annunciò
l’ennesimo supplizio: mi avrebbe frustata fino a che le mollette
sarebbero saltate via da sole.
Così fece e fu terribile. La cinghia faceva un male cane
dovunque mi raggiungesse, ma l’agonia diventava indicibile quando
essa si abbatteva sul seno e sulle mollette che vi erano appese. Queste
ultime, per di più, erano ormai attanagliate ai miei capezzoli
da molto tempo, così da avervi costituito ormai un profondo
appiglio, e risultavano particolarmente resistenti.
Furono così necessari molti colpi perché la prima
molletta lasciasse la presa: quando ciò avvenne il dolore fu
tale che nemmeno il conte riuscii ad impedire che il mio contorcimento
si concludesse in una rovinosa caduta mia e della sedia alla quale ero
sempre saldamente legata.
Ma il conte non per questo (né tantomeno per le mie ininterrotte
suppliche, che invece lo esaltavano) cessò la sua opera e
continuò a frustarmi sul petto, sul ventre e sulle cosce senza
nemmeno rialzarmi da terra.
Quando finalmente anche la seconda molletta saltò dal mio
capezzolo, il supplizio terminò o così almeno mi parve
dal momento che, un secondo dopo, svenni.
Al mio risveglio non ero più legata alla sedia, ma alle quattro
colonne dell’elegante letto a baldacchino del conte, sempre nuda e
oscenamente spalancata.
Il mio corpo, per il poco che riuscivo a vedere, era tutto striato da
segni rossi e blu e il seno presentava numerosi lividi e i capezzoli
erano gonfi come piccoli meloni. Avrei voluto piangere dalla rabbia e
dalla disperazione, ma ormai avevo finito le lacrime: quel bastardo di
conte mi aveva conciata per le feste e, temevo giustamente, ancora non
era finita.
Il bastardo parlava. Era vestito come sempre con rigore ed eleganza e
certo non somigliava più al caprone infoiato della notte prima.
Già, ma non parlava a me! Girai il capo di scatto per quanto la
scomoda posizione me lo consentisse. Orrore! Ad un lato del letto se ne
stava l'intera servitù del conte: una decina di persone, tutti
uomini, che osservavano, con ingordigia e perplessità, il mio
corpo nudo, spalancato e tutto piagato.
“Così io tratto i ladri» - pontificava il conte – “e
che questo vi serva di ammonimento. Bene, e ora questa puttana è
vostra; fatene ciò che volete per l’intera giornata. Ma badate,
voglio che non le risparmiate assolutamente niente, mi sono
spiegato!?! E del resto, se sarete teneri, non le farete un
favore, perché in quel caso la lascerò ai cani! Avanti,
è tutta vostra, fatela divertire!”
Quegli zotici mi si slanciarono addosso come un sol uomo. Nessuno di
loro aveva mai avuto per le mani una donna come me e, del resto, gli
ammonimenti del conte li avevano privati di qualsiasi freno
morale.
Nelle ore che seguirono fui rigirata, tastata, aperta, penetrata da
tutte le parti senza un attimo di tregua, sporcata dentro e fuori dal
loro piacere. Poi, dopo aver percorso mille inferni, finalmente i
diavoli si placarono: il conte si era divertito abbastanza e si era
stancato di avermi per casa.
Venni così rivestita come un fantoccio senza più anima e
riaccompagnata al mio alloggio: venni informata, ma naturalmente non ce
n’era bisogno, che non mi conveniva andare a raccontare in giro la mia
avventura.
Del resto il conte mi fece pervenire il giorno stesso una cospicua
somma che mi consentì di lasciare di lì a poco quella
zona.
In seguito ho ripreso la mia attività, ma mai
dimenticherò la terribile «giustizia» del conte
Lambert.
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