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LA SCUOLA DI GRETA
Cari amici e colleghi... schiavi, sono ancora io, Giorgio, e sono
tornato per raccontarvi la mia definitiva votazione alla
schiavitù come ricerca erotica e realizzazione psicologica.
Vi avevo già detto come avessi scoperto il piacere morboso del
masochismo grazie alla vendicativa sorella di una ragazza che avevo
sedotto, ma come la mia totale degradazione è stata opera di
un’altra donna: Greta.
Questa è la storia che mi accingo a narrarvi adesso.
Greta era una non più giovanissima donna di origine tedesca,
trapiantata in Italia da una decina d’anni e segretaria personale di
uno dei più ricchi grossisti lombardi di carne suina.
Quando la conobbi, aveva trent’otto anni ed era nel fiore
dell’età e della vitalità. Classica tedesca, alta
più di me, biondissima, con occhi chiari e freddi, un viso largo
e piuttosto duro, anche se piacevole, e lunghe gambe muscolose da
vikinga.
Greta non si era mai sposata, per potersi liberamente
godere le sue esperienze sessuali, che presto capii quanto
fossero insolite e perverse.
In effetti, Greta era un’abile donna d’affari di giorno e, di
notte, una vampira mangiauomini.
I week-end erano dedicati interamente al sesso ed alle pratiche
S/M. Aveva una scuderia personale di parecchi schiavi che amava
alternare di continuo, data la sua propensione a stancarsi presto di
giocare con una sola persona. Presto ci capimmo e ben presto entrai a
far parte del suo harem.
Circa ogni due o tre mesi, metteva un’inserzione per trovare nuovi
schiavi, ne sceglieva uno o due e licenziava senza remissione un paio
dei più vecchi.
Io durai un anno.
Quando mi buttò via come una vecchia scarpa, soffrii come un
cane e mi sentii vuoto ed inutile per vari mesi, prima di
riprendermi un poco.
Per Greta gli uomini davvero contano meno di un cane, di un oggetto
domestico: è però molto onesta e lo dice
chiaramente fin dall’inizio.
Ricordo il giorno in cui accettai di diventare suo.
-”Non chiedermi mai amore o comprensione. Io ti userò a mio
piacimento e, quando non mi interesserai più, ti
cancellerò dalla mia vita, con un semplice schiocco di dita. Non
voglio condizioni e pretendo un’assoluta dedizione. Ti
addestrerò come un cane e ti chiamerò ogni volta
che lo vorrò, ma tu non mi dovrai nè potrai cercare
mai. Ho altri schiavi e, a volte, vi userò a due o tre per
volta. Non accetto gelosia, né dubbi, né esitazioni. Se
non ti va, quella è la porta”
Le sue parole, scandite con indifferente freddezza, sono rimaste
scolpite nella mia mente. Rimasi.
L’addestramento di Greta è molto duro ed esigente. Tiene con
sè lo schiavo novizio per una settimana intera e non gli
dà tregua. Io non ero sposato e non avevo problemi a
dedicarmi a lei, ma so che un paio d’altri schiavi dovevano fare i
salti mortali per correre da lei nei momenti più strani,
senz’alcun preavviso.
Una telefonata secca, un ordine perentorio.
Uno non ce l’ha fatta a mascherare la sua relazione con la moglie e
s’è dovuto separare… una settimana dopo Greta l’ha scacciato
senza pietà.
Questo vuol dire essere sadici. Per davvero.
Ricordo il mio noviziato. Dovetti spogliarmi nudo come un verme e
attendere Greta in una stanzetta spoglia della sua casa, in paziente
attesa, ginocchia sul freddo pavimento di marmo.
Era un sabato mattina, e sapevo che Greta mi avrebbe strapazzato a suo
piacimento fino al lunedì mattina: due interi giorni alla
mercé di una sadica perversa.
Ricordo (e lo confesso senza vergogna) che mentre l’attendevo entrare
ero più spaventato che eccitato e che solo un’altra mezz’ora di
attesa, forse, sarebbe stata troppo per i miei nervi scoperti.
Greta entrò all’improvviso nella stanza, con la fluida sicurezza
d’una dominatrice nata. Aveva una sigaretta accesa all’angolo della
bocca, sandali aperti col tacco vertiginoso ed un.abito nero ad
un pezzo con uno spacco laterale mozzafiato. Nella sua
semplicità aggressiva, era splendida.
I capelli chiarissimi erano legati a crocchia sulla nuca e dalle
orecchie pendevano due orecchini ad anello molto grandi. Niente trucco,
solo un velo di rossetto scurissimo, quasi nero, sulle labbra vagamente
sorridenti. Greta portava in mano un collare di cuoio borchiato,
da mastino, un guinzaglio a catena, un paio di manette di metallo da
polizia, dei morsetti a vite, una catena corta con anelli regolabili.
Buttò tutto per terra accanto a me con indifferenza e mi impose
per prima cosa di prostrami ai suoi piedi e di baciarli.
Con questo rito accettavo per sempre i1 suo dominio su di me.
Con i denti, dovetti prendere da terra ad uno ad uno gli oggetti che
aveva portato con sè e porgerglieli man mano che li
nominava.
Prima le manette. Le prese e me le fissò ai polsi, dietro la
schiena.
Poi il collare. Glielo tesi tenendolo in bocca e lei me lo cinse al
collo.
-”Sei il mio cane, da adesso”- mi disse sogghignando - “non
puoi parlare né camminare eretto, fino a mio nuovo ordine. Puoi
solo guaire, abbaiare e trottare in ginocchio. Ora passami il
guinzaglio”. Lo fissò al collare e provò a farmi girare
per la stanza, guidandomi con esso. La divertiva molto umiliarmi in
quel modo. Mi riportò vicino agli oggetti rimasti e
indicò i morsetti. Ad uno ad uno, glieli porsi tra i denti e lei
li pinzò ai miei capezzoli. Non erano molto dolorosi, ma se la
vite veniva girata le morse si stringevano con forza crescente intorno
alla carne indifesa ed il dolore cresceva, fino a diventare
un’ininterrotta, lancinante sofferenza.
Greta mi mostrò quanto potessero farmi soffrire, girando la vite
al massimo. Urlai e le lacrime mi bruciarono gli occhi. Mi pareva che i
capezzoli mi venissero dilaniati da pinze roventi. Allentò i
morsetti e mi ricordò che uno schiavo inetto un giorno
restò con i morsetti belli stretti per tutto il pomeriggio. Che
mi servisse di lezione!
L’ultima catena mi fu infilata sul cazzo e fatta passare tra le natiche
e fissata quindi ad un anello posteriore del collare. In tal modo, se
mi fossi eccitato, il cazzo avrebbe, sollevandosi, fatto tendere la
catena, che mi avrebbe segato le natiche:
“Uno schiavo gode solo quando lo desidera la sua Padrona”-
spiegò Greta pazientemente - “la catena ad anello te lo
ricorderà ogni secondo della tua vita”.
Così bardato, mi trascinò in giro per la casa. Se
trascinavo le ginocchia troppo lentamente, mi strattonava per il
guinzaglio. Il collare mi soffocava e la catena collegata alla base del
mio cazzo si tendeva a sua volta, dandomi ogni volta dolorosi
scrolloni allo scroto.
Mi portò in una sala chiusa a chiave in fondo alla casa: era la
sala delle punizioni.
Aveva i muri insonorizzati ed era attrezzata da stanza delle torture.
In fondo, c’era una gabbia di ferro, che conteneva un uomo in posizione
carponi.
Vidi che era abitata: un uomo sulla quarantina, calvo e molto robusto,
vi giaceva lamentandosi piano. Aveva anche lui i polsi ammanettati
dietro la schiena e il collo fissato a due sbarre della gabbia tramite
anelli di ferro attaccati al suo collare. Vidi morsetti ai capezzoli
ed allo scroto. Il cazzo era infilato in una serie di anelli di
ferro che gli impedivano di indurirsi oltre una certa misura. Aveva gli
occhi coperti da due strisce larghe di nastro adesivo nero e quando ci
sentì arrivare, con voce roca, ci supplicò di
liberarlo, perché non ce la faceva più a resistere
così.
-”È lì dentro in ginocchio da ieri mattina”- mi
spiegò Greta, imperturbabile - “prima l’ho costretto a
leccare da terra del sale. Stasera, forse, gli darò da bere la
mia orina. Domani lo libererò. È uno schiavo ben
addestrato, ma ogni tanto merita una dura lezione”.
-”Cos’ ha fatto, Padrona?” - le chiesi, sgomento.
-”Ha rifiutato di mangiare le mie feci ieri mattina”- rispose, senza
scomporsi.
Indicò un vassoio in un angolo. Vidi che conteneva una
abbondante razione di feci, ormai indurite. E scure.
-”Le ho conservate per lui. Domani leccherà perfino il fondo del
vassoio, vedrai”.
Mi mostrò la parete da cui sporgevano anelli di ferro da varie
altezze. Lì attaccava gli schiavi che avevano meritato la
frusta. Avevo la pelle d’oca. I gemiti rauchi dello schiavo nella
gabbia erano continui, ossessivi. La supplicava come se fosse stata una
dea pagana.
Compresi, con un sussulto, che era proprio così.
Greta si soffermò a bearsi dei suoi lamenti. Infilò una
mano tra le sbarre e gli torse uno dei morsetti al capezzolo destro.
-”Uuaaaaahhhhh”urlò l’uomo, sbarrando ridicolmente la bocca.
Greta sorrise.
-”La mangi, adesso, la mia merda?”chiese.
-”Vi prego, vi prego, la mangio, sì, la mangio tutta... datemi
un sorso d’acqua...” balbettò l’uomo.
Greta gli diede un’altra torchiata, all’altro capezzolo.
-”Uuaaa-aahhhhhhhh” - fece l’uomo scrollando la testa prigioniera nel
collare.
Greta gli rise in faccia e se ne andò.
-”Pietà, vi prego... ho sete... pietà... datemi la vostra
merda... datemi da mangiare la vostra merda..”uscimmo.
Il monotono, debole, salmodiare dello schiavo sofferente si spense alle
nostre spalle. Greta mi fece fermare e mi sollevò il
mento, fissandomi negli occhi.
-”Ci siamo capiti, schiavo? Ora andremo a giocare un po’ insieme
e se non mi soddisferai completamente, domani nella gabbia ci
sarai tu”
-”Farò tutto ciò che vorrete” balbettai. Ne ero
più che convinto.
Greta mi portò, sempre in ginocchio e al guinzaglio, in camera
da letto.
Aveva uno di quei sontuosi letti di raso, rotondo, grande quasi come
tutta la stanza. Si adagiò, tra i cuscini, con un sospiro
soddisfatto, e mi ordinò di farla godere, perché la
visita alla camera di tortura l’aveva eccitata molto.
Potevo usare, naturalmente, solo la bocca.
Le sfilai con i denti i sandali e mi dedicai a comando a leccarle i
piedi. Imparai presto che era un preliminare erotico per lei
fondamentale.
Nel corso di quell’anno, dovetti leccarle i piedi innumerevoli volte.
Era molto esigente, per quanto riguardava quell’operazione, e si
irritava molto se lo schiavo in azione non dimostrava sufficiente
entusiasmo e devozione. Prima gradiva che le piante le fossero lisciate
con colpi di lingua lenti e ritmici, dal calcagno alle dita, a lungo. A
volte ordinava che la lingua fosse mossa molto rapidamente e che il
piede venisse solleticato di punta, con colpetti frullanti e a spirale.
Quando la pianta era interamente bagnata di saliva, la asciugava con
indifferente disprezzo strusciandola sul viso dello schiavo, quindi
passava alla seconda parte dell’operazione: divaricava le dita con
un’eccitante mossa a ventaglio, e lo schiavo doveva prima slinguare per
bene gli spazi interdigitali, inghiottendo naturalmente ogni residuo di
sporcizia o polvere che vi si fosse depositato, e poi lappare e
succhiare con amore le dita, una ad una, e poi tutte insieme,
infilandosi il piede in bocca fino all’attaccatura delle dita.
Terminato il servizio di leccatura dei piedi, lo schiavo doveva quindi
occuparsi del suo delizioso e matriarcale culo.
Il piacere di Greta era all’apice quando lo schiavo, divaricando le
natiche seriche e rotonde, riusciva ad infilare la lingua fino in fondo
all’ano e, facendola frullare velocemente, vi soffiava dentro e
quindi vi risucchiava l’aria, ritmicamente. A volte tale operazione
provocava emissioni naturali di gas, ma guai se lo schiavo mostrava
ripugnanza o si spostava. Anzi, doveva ancor più affondarvi
lingua e viso e leccare con maggior foga.
Io sono sempre stato un abile linguista e, fin da quell’esordio
ormai lontano, soddisfeci Greta completamente.
Fu la mia perizia di leccatore a mettermi in una posizione
relativamente privilegiata, a poter evitare prove
peggiori e più difficili.
Come ho detto, per un anno fui lo schiavo fedele di questa donna
crudele e perversa.
In cambio della mia dedizione, mi insegnò tutti i piaceri del
masochismo.
Imparai a farmi cavalcare come un ciuco, ad agitare una coda posticcia
infilata nel culo, a fare il cane da riporto, ad assaporare le
emissioni corporali della mia Padrona e a provarci gusto, a sorseggiare
i suoi sputi come ambrosia, a tollerare il dolore della frusta, degli
spilli, del solletico prolungato ad arte, delle più raffinate
torture erotiche.
Fin dall’inizio non mi illusi mai comunque di durare a lungo: Greta
è una padrona molto capricciosa ed incostante.
Un giorno toccò anche a me di essere messo alla porta, ma
egualmente le sono grato tuttora, per avermi spianato quella strada
ardua, ma molto eccitante, che mi aveva aperto un anno
prima Diana. Due mesi dopo, trovai un’altra Padrona, ma questa è
pure un’altra storia.
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