Trailer SM Video
  Novità nel Sito
  Newsmeetings
  Reality
  Fantasy
     Femdom
     Submissive
     Bizzar
  Feet
  Spanking
  Visibility
  Letteratura
  Racconti d'Autore
  Drawings
  On Newspapers
  Fetish Links
  ClubStories
  Dvd sadomaso
 Mappa del sito
  Video Sadomaso
  SM Video

Vocabolario
Cerca


Vai


NewsMeeting
Feb-2012
L M M G V S D
    1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29        
»Home »Fantasy  »Femdom 
LA SCUOLA DI GRETA

Cari amici e colleghi... schiavi, sono ancora io, Giorgio, e sono tornato per raccontarvi la mia definitiva votazione alla schiavitù come ricerca erotica e realizzazione psicologica.
Vi avevo già detto come avessi scoperto il piacere morboso del masochismo grazie alla vendicativa sorella di una ragazza che avevo sedotto, ma come la mia totale degradazione è stata opera di un’altra donna: Greta.
Questa è la storia che mi accingo a narrarvi adesso.
Greta era una non più giovanissima donna di origine tedesca, trapiantata in Italia da una decina d’anni e segretaria personale di uno dei più ricchi grossisti lombardi di carne suina.
Quando la conobbi, aveva trent’otto anni ed era nel fiore dell’età e della vitalità. Classica tedesca,  alta più di me, biondissima, con occhi chiari e freddi, un viso largo e piuttosto duro, anche se piacevole, e lunghe gambe muscolose da vikinga.
Greta non si era mai sposata, per potersi  liberamente godere  le sue esperienze sessuali, che presto capii quanto fossero insolite e perverse.
In effetti,  Greta era un’abile donna d’affari di giorno e, di notte,  una vampira mangiauomini.
I week-end erano dedicati interamente al sesso ed  alle pratiche S/M. Aveva una scuderia personale di parecchi schiavi che amava alternare di continuo, data la sua propensione a stancarsi presto di giocare con una sola persona. Presto ci capimmo e ben presto entrai a far parte del suo harem.
Circa ogni due o tre mesi, metteva un’inserzione per trovare nuovi schiavi, ne sceglieva uno o due e licenziava senza remissione un paio dei più vecchi.
Io durai un anno.
Quando mi buttò via come una vecchia scarpa, soffrii come un cane e mi sentii vuoto ed  inutile per vari mesi, prima di riprendermi un poco.  
Per Greta gli uomini davvero contano meno di un cane, di un oggetto domestico:  è però molto onesta e lo dice chiaramente fin dall’inizio.
Ricordo il giorno  in cui  accettai di diventare suo.
-”Non chiedermi mai amore o comprensione. Io ti userò a mio piacimento e,  quando non mi interesserai più,  ti cancellerò dalla mia vita, con un semplice schiocco di dita. Non voglio condizioni e pretendo un’assoluta dedizione. Ti addestrerò come un cane e ti chiamerò  ogni volta che lo vorrò, ma tu non mi dovrai nè  potrai cercare mai. Ho altri schiavi e,  a volte, vi userò a due o tre per volta. Non accetto gelosia, né dubbi, né esitazioni. Se non ti va, quella è la porta”
Le sue parole, scandite con indifferente freddezza, sono rimaste scolpite nella mia mente. Rimasi.
L’addestramento di Greta è molto duro ed esigente. Tiene con sè lo schiavo novizio per una settimana intera  e non gli dà tregua.  Io non ero sposato e non avevo problemi a dedicarmi a lei, ma so che un paio d’altri schiavi dovevano fare i salti mortali per correre da lei nei momenti più strani,  senz’alcun preavviso.
Una telefonata secca, un ordine perentorio.
Uno non ce l’ha fatta a mascherare la sua relazione con la moglie e s’è dovuto separare… una settimana dopo Greta l’ha scacciato senza pietà.
Questo vuol dire essere sadici. Per davvero.
Ricordo il mio noviziato. Dovetti spogliarmi nudo come un verme e attendere Greta in una stanzetta spoglia della sua casa, in paziente attesa, ginocchia sul freddo pavimento di marmo.
Era un sabato mattina, e sapevo che Greta mi avrebbe strapazzato a suo piacimento fino al lunedì mattina: due interi giorni alla mercé  di una sadica perversa.
Ricordo (e lo confesso senza vergogna) che mentre l’attendevo entrare ero più spaventato che eccitato e che solo un’altra mezz’ora di attesa, forse, sarebbe stata troppo per i miei nervi scoperti.
Greta entrò all’improvviso nella stanza, con la fluida sicurezza d’una dominatrice nata. Aveva una sigaretta accesa all’angolo della bocca, sandali aperti col tacco vertiginoso ed  un.abito nero ad un pezzo con uno spacco laterale mozzafiato. Nella sua semplicità aggressiva, era splendida.
I capelli chiarissimi  erano legati a crocchia sulla nuca e dalle orecchie pendevano due orecchini ad anello molto grandi. Niente trucco, solo un velo di rossetto scurissimo, quasi nero, sulle labbra vagamente sorridenti.  Greta portava in mano un collare di cuoio borchiato, da mastino, un guinzaglio a catena, un paio di manette di metallo da polizia, dei morsetti a vite, una catena corta con anelli regolabili. Buttò tutto per terra accanto a me con indifferenza e mi impose per prima cosa di prostrami ai suoi piedi e di baciarli.
Con questo rito  accettavo per sempre i1 suo dominio su di me.
Con i denti, dovetti prendere da terra ad uno ad uno gli oggetti che aveva portato con sè e  porgerglieli  man mano che li nominava.
Prima le manette. Le prese e me le fissò ai polsi, dietro la schiena.  
Poi il collare. Glielo tesi tenendolo in bocca e lei me lo cinse al collo.
-”Sei il mio cane, da adesso”- mi disse sogghignando -  “non  puoi parlare né camminare eretto, fino a mio nuovo ordine. Puoi solo guaire, abbaiare e trottare in ginocchio. Ora passami il guinzaglio”. Lo fissò al collare e provò a farmi girare per la stanza, guidandomi con esso. La divertiva molto umiliarmi in quel modo. Mi riportò vicino agli oggetti rimasti e indicò i morsetti. Ad uno ad uno, glieli porsi tra i denti e lei li pinzò ai miei capezzoli. Non erano molto dolorosi, ma se la vite veniva girata le morse si stringevano con forza crescente intorno alla carne indifesa ed  il dolore cresceva, fino a diventare un’ininterrotta, lancinante sofferenza.
Greta mi mostrò quanto potessero farmi soffrire, girando la vite al massimo. Urlai e le lacrime mi bruciarono gli occhi. Mi pareva che i capezzoli mi venissero dilaniati da pinze roventi. Allentò i morsetti e mi ricordò che uno schiavo inetto un giorno restò con i morsetti belli stretti per tutto il pomeriggio. Che mi servisse di lezione!  
L’ultima catena mi fu infilata sul cazzo e fatta passare tra le natiche e fissata quindi ad un anello posteriore del collare. In tal modo, se mi fossi eccitato, il cazzo avrebbe, sollevandosi, fatto tendere la catena, che mi avrebbe segato le natiche:
“Uno schiavo gode solo quando lo desidera la sua Padrona”- spiegò Greta pazientemente -  “la catena ad anello te lo ricorderà ogni secondo della tua vita”.
Così bardato, mi trascinò in giro per la casa. Se trascinavo le ginocchia troppo lentamente, mi  strattonava per il guinzaglio. Il collare mi soffocava e la catena collegata alla base del mio cazzo si tendeva a sua volta,  dandomi ogni volta dolorosi scrolloni allo scroto.
Mi portò in una sala chiusa a chiave in fondo alla casa: era la sala delle punizioni.
Aveva i muri insonorizzati ed era attrezzata da stanza delle torture. In fondo, c’era una gabbia di ferro, che conteneva un uomo in posizione carponi.
Vidi che era abitata: un uomo sulla quarantina, calvo e molto robusto, vi giaceva lamentandosi piano. Aveva anche lui i polsi ammanettati dietro la schiena e il collo fissato a due sbarre della gabbia tramite anelli di ferro attaccati al suo collare. Vidi morsetti ai capezzoli ed  allo scroto. Il cazzo era infilato in una serie di anelli di ferro che gli impedivano di indurirsi oltre una certa misura. Aveva gli occhi coperti da due strisce larghe di nastro adesivo nero e quando ci sentì arrivare, con voce roca,  ci supplicò di liberarlo, perché non ce la faceva più a resistere così.
-”È lì dentro in ginocchio da ieri mattina”- mi spiegò Greta, imperturbabile -  “prima l’ho costretto a leccare da terra del sale. Stasera, forse, gli darò da bere la mia orina. Domani lo libererò. È uno schiavo ben addestrato, ma ogni tanto merita una dura lezione”.
-”Cos’ ha fatto, Padrona?” - le chiesi, sgomento.
-”Ha rifiutato di mangiare le mie feci ieri mattina”- rispose, senza scomporsi.
Indicò un vassoio in un angolo. Vidi che conteneva una abbondante razione di feci, ormai indurite. E scure.
-”Le ho conservate per lui. Domani leccherà perfino il fondo del vassoio, vedrai”.
Mi mostrò la parete da cui sporgevano anelli di ferro da varie altezze. Lì attaccava gli schiavi che avevano meritato la frusta. Avevo la pelle d’oca. I gemiti rauchi dello schiavo nella gabbia erano continui, ossessivi. La supplicava come se fosse stata una dea pagana.
Compresi, con un sussulto, che era proprio così.
Greta si soffermò a bearsi dei suoi lamenti. Infilò una mano tra le sbarre e gli torse uno dei morsetti al capezzolo destro. -”Uuaaaaahhhhh”urlò l’uomo, sbarrando ridicolmente la bocca. Greta sorrise.
-”La mangi, adesso, la mia merda?”chiese.
-”Vi prego, vi prego, la mangio, sì, la mangio tutta... datemi un sorso d’acqua...” balbettò l’uomo.
Greta gli diede un’altra torchiata, all’altro capezzolo.
-”Uuaaa-aahhhhhhhh” - fece l’uomo scrollando la testa prigioniera nel collare.
Greta gli rise in faccia e se ne andò.
-”Pietà, vi prego... ho sete... pietà... datemi la vostra merda... datemi da mangiare la vostra merda..”uscimmo.
Il monotono, debole, salmodiare dello schiavo sofferente si spense alle nostre spalle. Greta mi  fece fermare e mi sollevò il mento, fissandomi negli occhi.
-”Ci siamo capiti, schiavo? Ora andremo a giocare un po’ insieme e  se non mi soddisferai completamente, domani nella gabbia ci sarai tu”
-”Farò tutto ciò che vorrete” balbettai. Ne ero più che convinto.
Greta mi portò, sempre in ginocchio e al guinzaglio, in camera da letto.
Aveva uno di quei sontuosi letti di raso, rotondo, grande quasi come tutta la stanza.  Si adagiò, tra i cuscini, con un sospiro soddisfatto, e mi ordinò di farla godere, perché la visita alla camera di tortura l’aveva eccitata molto.
Potevo usare, naturalmente, solo la bocca.
Le sfilai con i denti i sandali e mi dedicai a comando a leccarle i piedi. Imparai presto che era un preliminare erotico per lei fondamentale.
Nel corso di quell’anno, dovetti leccarle i piedi innumerevoli volte. Era molto esigente,  per quanto riguardava quell’operazione, e si irritava molto se lo schiavo in azione non dimostrava sufficiente entusiasmo e devozione. Prima gradiva che le piante le fossero lisciate con colpi di lingua lenti e ritmici, dal calcagno alle dita, a lungo. A volte ordinava che la lingua fosse mossa molto rapidamente e che il piede venisse solleticato di punta, con colpetti frullanti e a spirale. Quando la pianta era interamente bagnata di saliva, la asciugava con indifferente disprezzo strusciandola sul viso dello schiavo, quindi passava alla seconda parte dell’operazione: divaricava le dita con un’eccitante mossa a ventaglio, e lo schiavo doveva prima slinguare per bene gli spazi interdigitali, inghiottendo naturalmente ogni residuo di sporcizia o polvere che vi si fosse depositato, e poi lappare e succhiare con amore le dita, una ad una, e poi tutte insieme, infilandosi il piede in bocca fino all’attaccatura delle dita. Terminato il servizio di leccatura dei piedi, lo schiavo doveva quindi occuparsi del suo delizioso e matriarcale culo.
Il piacere di Greta era all’apice quando lo schiavo, divaricando le natiche seriche e rotonde, riusciva ad infilare la lingua fino in fondo all’ano e, facendola frullare velocemente,  vi soffiava dentro e quindi vi risucchiava l’aria, ritmicamente. A volte tale operazione provocava emissioni naturali di gas, ma guai se lo schiavo mostrava ripugnanza o si spostava. Anzi, doveva ancor più affondarvi lingua e viso e leccare con maggior foga.
Io sono sempre stato un abile linguista e,  fin da quell’esordio ormai lontano,  soddisfeci Greta completamente.
Fu la mia perizia di leccatore a mettermi in una posizione relativamente privilegiata,  a poter evitare  prove peggiori  e più difficili.
Come ho detto, per un anno fui lo schiavo fedele di questa donna crudele e perversa.
In cambio della mia dedizione, mi insegnò tutti i piaceri del masochismo.
Imparai a farmi cavalcare come un ciuco, ad agitare una coda posticcia infilata nel culo, a fare il cane da riporto, ad assaporare le emissioni corporali della mia Padrona e a provarci gusto, a sorseggiare i suoi sputi come ambrosia, a tollerare il dolore della frusta, degli spilli, del solletico prolungato ad arte, delle più raffinate torture erotiche.
Fin dall’inizio non mi illusi mai comunque di durare a lungo: Greta è una padrona molto capricciosa ed incostante.
Un giorno toccò anche a me di essere messo alla porta, ma egualmente le sono grato tuttora, per avermi spianato quella strada ardua,  ma molto eccitante,  che mi aveva aperto un anno prima Diana. Due mesi dopo, trovai un’altra Padrona, ma questa è pure un’altra storia.



ClubStories  Drawings  Dvd sadomaso  Fantasy  Feet  Fetish Links  Letteratura  Newsmeetings  Novità nel Sito  On Newspapers  Racconti d'Autore  Reality  SM Video  Spanking  Trailer SM Video  Video Sadomaso  Visibility