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IN TRASFERTA
Il mio lavoro
spesso mi porta ad essere fuori casa anche per periodi di qualche
settimana. In
occasione di una di queste trasferte, mi trovai ad alloggiare in un
albergo
nella zona di Prato. In quel periodo prendevo servizio appena alle due
del
pomeriggio e così la mattina dormivo fino a tardi creando
qualche problema alla
donna delle pulizie che doveva rigovernare la stanza.
Una mattina sentii
bussare. Io ero quasi pronto e apro. Era una graziosissima cameriera
che mi
chiedeva se poteva rifare la stanza.
Io le dissi di sì
che stavo per scendere. Così lei entrò. Molto carina con
il suo grembiule
bianco con piccolissime righine verdi. Non è molto lungo come di
solito lo
portano queste inservienti. E’ sopra il ginocchio di quasi un palmo e
per giunta
i bottoni non sono allacciati tutti sicché lo spacco lascia
scoperta tutta la
gamba che come si muove fa vedere fino quasi all’inguine. Le gambe sono
abbronzate anche se siamo in aprile e non porta calze.
Ma quello che
attirò la mia attenzione più di tutto furono i piedi. Ai
piedi aveva un paio di
infradito molto vezzose, con le due fettucce argentate e piene di
brillantini
azzurri. Il piede era poi bellissimo, come piace a me. Armonioso, con
le dita
che fanno un perfetto semicerchio a partire dal pollice per arrivare al
mignolo. Le unghie di un azzurro intenso in perfetta armonia con il
colore dei
brillantini.
Il mio sguardo
rimase pietrificato, fisso su quelle meraviglie
La mia fantasia corse
veloce a scene di
fustigazione e di umiliazione che mi vedeva prostrato ai suoi
piedi. Sono un
tipo molto socievole e cercai di attaccar bottone. Dissi
qualche frase di
convenevoli. Lei mi guardò con molta curiosità e mi
chiese se qualcosa non
andasse nei suoi piedi. Le risposi che, anzi, erano bellissimi e lei,
senza
scomporsi, disse che le piacevano gli uomini in grado di
apprezzare i suoi
piedi.
Siccome non avevo
nulla da perdere osai il tutto per tutto e le chiesi ancora se sapeva
usare lo
spolverino in altro modo.
Lei rimase un po’
pensierosa, poi mi rispose che era ottimo per fare la tortura del
solletico ad
un uomo legato al letto, oppure anche come frustino.
Non mi parve vero
sentire queste risposte! Le chiesi se poteva farmi vedere in pratica
quello che
stava dicendo e lei accettò, ma disse di non potersi
trattenere troppo a
lungo. Chiusa la porta a chiave, si accomodò seduta sul
letto. Poi, sfilandosi
un infradito, mi disse:
“Vediamo se è vero
che i miei piedi sono bellissimi”.
Mi gettai ai suoi
piedi, li leccai dolcemente, sfilando con la bocca anche l'altra
calzatura,
mentre lei mi picchiettava la sommità del capo con lo
spolverino. Dopo una
decina di minuti di questo umile, doveroso atto, improvvisamente
mi ordinò:
“Calati i
pantaloni e stenditi a pancia in giù sul letto!”.
Obbedii subito.
Mi abbassò gli
slip facendoli scorrere sulle cosce e poi cominciò a
frustarmi pian piano il
sedere con il manico del suo arnese, per finire con un paio di
frustate
foltissime e molto dolorose.
”Ma con la cintura
dei tuoi pantaloni sarà meglio” esclamò armeggiando con i
miei pantaloni cui
sfilò la cintura.
Con forza la calò
dandomi una ventina di colpi che mi fecero bruciare terribilmente le
natiche
non abituate a quel tipo di trattamento. Era la prima volta che mi
capitava di
subire un simile castigo anche se tantissime volte l’avevo sognato.
Quindi mi fece
ricomporre e mi disse che questo era solo un assaggio di quel che
sarebbe
avvenuto l'indomani. Mentre usciva di camera, gettò uno
sguardo divertito in
direzione del bagno e mi disse con un sorriso di scherno:
“Qui ci
divertiremo un mondo, vedrai!”
Non prestai molta
attenzione alla frase e attesi con ansia l’indomani. La stanza era
ben più in
disordine di quando era arrivata per riordinarla, ma questo non aveva
nessuna
importanza.
Sempre vestita in
quel modo semplice ed eccitante, il giorno dopo, alle dieci,
comparve nella
mia stanza.
Con fare molto
civettuolo si tolse il grembiule restando in reggiseno e slippino. Poi
si tolse
anche quelli mostrandomi il suo corpo nudo molto ben fatto con due
tettine sode
dalle punte erette. Mi costrinse a denudarmi anch’io del tutto e poi,
messomi a
quattro zampe, si sedette a cavalcioni sulla mia schiena e si
fece condurre
in bagno. Lì mi disse:
«Temo che dovrai
darti molto da fare».
Mi legò mani e
piedi a faccia in su e mi mise una molletta al naso, costringendomi ad
aprire
bene la bocca per poter respirare.
«Ora, mio caro, la tua
signora e padrona ti
farà bere un’abbondante succo di frutta come colazione e tu
non perderai
neppure una goccia».
Mi derise con
quello stesso tono beffardo. Detto fatto: si sedette sulla mia
bocca
spalancata e mi riversò a piccoli fiotti una interminabile
pipì. All’inizio
stentai ad ingurgitare quel liquido di cui avevo tante volte sentito
parlare e
decantare le virtù, ma che mai avevo provato.
“Su, caro bevi e
non tenertela tanto in bocca Io ne ho tanta e altrimenti facciamo notte”
Mi prendeva in
giro ridendo:
“E ringraziami.
Guarda, ti piscio anche un po’ sul tuo uccello che vedo ben duro,
allora ti
piace, porco che non sei altro”
Finito ciò, mi
sciolse e mi fece lavare e quindi ritornammo in camera dove mi fece
mettere sul
letto e prese due grosse mollette da bucato e due spille molto lunghe.
“Ora soffrirai un po’,
ma il piacere sarà
ancora più grande” - mi avvertì e mi costrinse
in ginocchio davanti a lei.
Mi infilò le spille
con lento e sadico
compiacimento nei capezzoli (e questo davvero mi procurò un
dolore atroce e
quasi intollerabile), stringendoli quindi nella morsa delle
mollette e
torcendo a più non posso. Mi vennero le lacrime agli occhi
dal male, ma
sopportai tutto stoicamente.
“Ora mi farai
godere con la tua lingua, peccato che tu sia solo un misero schiavo,
altrimenti
potremmo scopare insieme, ma io non scopo mai con un essere inferiore.
Posso
solo usare la sua lingua per godere e guai a te se non lo fai bene e a
lungo”
mi disse con un sorriso di perverso trionfo
Mi dedicai alla
sua micina che sapeva ancora della pipì che mi aveva fatto
prima. La leccai a
lungo sentendola venire almeno un paio di volte.
Prima di andar
via, mi ordinò di leccarle di nuovo i piedi sotto le piante
e tra le dita per
un buon quarto d’ora. Quindi se ne andò, dopo avermi regalato
per ricordo un
paio di sue calze.
Ora non vedo l’ora
di un’altra trasferta a Prato per ritrovare quell’albergo e quella
stupenda
cameriera-Padrona
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