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LAVORO STRAORDINARIO

Il tempo sembrava non passare mai, in quell’ufficio sonnolento per il caldo di un giorno estivo in cui il condizionatore aveva deciso di guastarsi.
Tutti cercavano di tener testa all’afa, al sudore che rendeva umidi i vestiti e li rendeva appiccicosi sulla pelle.
Lucia sbadigliò distratta, tra una fattura spostata da una pila di fogli ed un’altra e notò, assonnata, la carezza velata che un collega riservò ad una delle sue compagne di lavoro: bene, questo rinforzava i suoi sospetti e  poteva rinverdire i pettegolezzi sul loro conto!
Vide anche un’altra mano, femminile, slacciare un altro bottone della camicetta cercando refrigerio e poi richiuderlo convinta che si vedesse troppo e in modo troppo sfacciato...
“Tanto lo sappiamo che non hai il reggiseno e porti delle mutande così piccole da essere quasi inutili...” pensò Lucia divertita.
Entrò la direttrice e distribuì nuovi incartamenti a varie persone: per ultima Lucia, riservandole uno sguardo appena.
Diede un’occhiata al contenuto del faldone: ancora fatture, note spesa, bolle di trasporto. Lesse un foglio, ne lesse un altro. Studiò attentamente un terzo scritto con calligrafia femminile...
“Quasi mezzogiorno....” pensò Lucia.
“Forse faccio in tempo a correre a casa... una doccia, un panino...”
Così fece, infatti e la doccia che fece la rinvigorì non poco: si sentì meglio sotto il getto di acqua fresca ed indugiò con l’asciugamano a massaggiarsi tutto il corpo. In camera sua, si specchiò nuda di fronte allo specchio muovendosi sinuosa, accarezzandosi il seno piccolo con i suoi bei capezzoli puntiti, il culo tondo e sodo. Era di altezza media, castana con due occhi azzurri che risaltavano sul suo volto di ragazza acqua e sapone.
Si portò le dita delle mani tra le cosce e coi polpastrelli si accarezzò  la pelle del pube: sentì i peletti della sua fica che stavano ricrescendo e decise che era meglio curare il suo giardino segreto.
Si depilò attentamente lasciando solo una sottile striscia di pelo in  crescita e continuò ad indugiare titillandosi il clitoride, gemendo piano mentre gli umori cominciavano a bagnarle la fica.
Seduta sul bidet, Lucia godeva ad occhi chiusi mentre si masturbava  lentamente e furono solo i rintocchi di un campanile a ricordarle che non aveva tutto il tempo dell’universo: con uno sforzo smise di titillarsi e allo specchio, immobile per un attimo eterno e poi, ancora lentamente, si portò alla bocca le dita bagnate  succhiandole tutte.
Era calda, gonfia e bagnata e lo si vedeva. Strinse le gambe per godere, per avere un’altra stilla di quel piacere che si era obbligata a rimandare.
Doveva tornare in ufficio e ricordandosi di quel che doveva fare, scelse un  paio di slippini bianchi e li indossò: erano di una misura più piccoli della  sua e le fasciavano strette le parti intime al punto che la stoffa penetrava  tra le labbra vaginali. Terminò di rivestirsi e diede un’ultima occhiata   allo specchio: le mutande si vedevano appena mentre invece si capiva che non  aveva reggiseno.
Ora però doveva affrettarsi...
Un boccone volante al bar, una camminata svelta che le procurò delle altre fitte di piacere e poi le scale (“Ah! Quelle mutande!”) e di nuovo al  lavoro.
Carte, carte, carte.... il caldo, l’afa, gli sguardi reciproci...”No! Non ho  il reggiseno..” .... “Ma come ti apprezzo....!”  messaggi silenziosi e le gambe che lei si strusciava discretamente.... mentre le ore si trascinavano via sonnolente... fino a quando arrivò l’orario di chiusura dell’ufficio.
I colleghi si stavano già preparando per andarsene quando la direttrice  comparve sulla porta del suo ufficio: “Lei dovrebbe essere così gentile da fermarsi per degli straordinari, Lucia.  C’è del lavoro urgente che purtroppo è rimasto in sospeso... d’accordo?”
Era una domanda retorica, ovviamente e qualcuno le rivolse un sorrisetto di scherno pensando al tempo che Lucia avrebbe dovuto spendere ancora al lavoro.
“Ci vediamo  domani!” le disse un’amica e Lucia le rispose gentile. Aspettò  che tutti fossero usciti poi si avvicinò  alle porte, fabbricate in robusti pannelli di legno e si chiuse dentro a chiave.
“Finalmente!” pensò la ragazza e lasciò scivolare il vestitino leggero che  indossava. Rimase così, con i soli sandali e gli slippini bianchi di una misura più piccola, il tessuto di cotone fradicio dei suoi umori che le  fasciava la fica entrandole tra le gambe.
La direttrice la guardò, seria ma con gli occhi che mostravano il loro  luccichio di eccitazione.
Era una donna alta, sui trenta anni, dai capelli biondo grano e il fisico slanciato e stava di fronte a Lucia completamente nuda: le mani sui fianchi, il ventre piatto, le gambe tornite e sode esaltate dalle scarpe col tacco alto.... Lucia fissò la sua attenzione sul pelo che nascondeva la fica alla  sua vista: il pelo padronale, come aveva imparato a chiamarlo.
“Sono a tua disposizione, Padrona!”  esclamò devota e baciò i piedi della  sua Dominatrice in uno slancio di passione e sottomissione.
La Padrona rise, rilasciando la testa all’indietro e mosse un piede nudo  sulla faccia di Lucia, infilandole in bocca le dita già bagnate dalla saliva  della schiava: faceva già caldo, in quell’ufficio e la temperatura saliva  ancor più ora che i loro giochi erano iniziati.
Lucia vellicava alacremente i piedi umidi e deliziosi della sua Padrona  lappandole la pelle vellutata, bagnandola e succhiandola quasi con  ingordigia.
La Padrona le passò le mani tra i capelli e si tirò la testa  della schiava tra le gambe, schiacciandosi la sua bocca proprio sulla fica.
Lucia leccò e succhiò ancora mentre l’afrore della fica le riempiva le  narici inebriandola. Con gli occhi annacquati dal suo piacere mancato, vedeva la Padrona godere e la sentiva gemere mentre gli umori colavano nella sua bocca fino a quando l’orgasmo della sua Dominatrice le si riversò dentro  e lei potè così deliziarsene.
La Padrona si calmò lentamente, strusciando la fica sulla faccia della schiava, tenendole la testa con entrambe le mani e muovendo piano il bacino contro il suo volto.
“Ah! Lucia.... sei meravigliosa...!” si complimentò quando il suo respiro si  fu chetato. Posò mollemente l’indice sotto il mento della schiava e la portò  ad alzarsi. Le abbassò lentamente le mutandine bianche e fradice e la  titillò tra le gambe: Lucia era tutta bagnata, calda ed invitante. Sarebbe stato facile entrare, forse con tutta la mano, se la Padrona lo avesse  voluto, ma invece la sua Oscura Signora le cinse i fianchi con un braccio ed  iniziò a sculacciarla, piano e con metodo.
“Ne avevo proprio bisogno, sai?” le disse riferendosi all’orgasmo appena  avuto: “...Tutto questo caldo...”
La pelle schioccava sotto i colpi secchi e metodici e Lucia sussultava quando il palmo della mano le si abbatteva su una natica o su entrambe... E allora le veniva naturale abbandonarsi ancor più nel forte abbraccio della sua Padrona donandole qualche lamento, qualche piccolo gemito in cambio  delle sensazioni che lei stessa viveva in quel momento.
Il culo le sembrava in fiamme ed i colpi si facevano più  forti, anche se più distanziati. Aveva il culo rosso, ormai, per le dure sculacciate ricevute. Lucia gemeva sommessamente e capiva sempre più perchè  la  Dominatrice aveva placato la sua voglia con la bocca della schiava: così  poteva farla soffrire con più calma, con metodo...
“Aspetta!” le ordinò la Padrona lasciandole andare  un ultimo schiaffo.
La allontanò da sè e mise al centro dell’ufficio una delle sedie che vi si  trovavano: le fu facile poi strattonare la schiava per un braccio e coricarsela, una volta seduta, sulle ginocchia.
Lucia vi stette afflosciata, la testa a ciondoloni, le braccia a contatto del pavimento. Sentì che le gambe le venivano cinte da quelle della sua Padrona mentre mani esperte le carezzavano il culo che prima avevano schiaffeggiato.
Cercò di rilassarsi, di ricomporsi intuendo quello che sarebbe sopraggiunto,  quello che sopraggiunse investendola come una tempesta.
La Padrona riprese a sculacciarla, con forza, velocemente... selvaggiamente: ogni schiaffo era un’espressione di proprietà  che non ammetteva repliche.
“Tu sei mia! Solo mia!” sembrava volerle dire.
“Posso farti quello che voglio!” sembrava continuare.
E in breve le poche difese di Lucia si infransero: la schiava iniziò a  singhiozzare sempre più forte mentre le sberle le infuocavano il culo  e la  pelle diventava viola sotto di esse. Se avesse potuto vedersi, avrebbe  visto, oltre che sentito, i suoi globi gemelli cedere  elastici sotto i  colpi, deformarsi e cercare inutilmente di riprendere la loro forma....
Inutilmente, perchè ad un colpo ne succedeva un altro ed un altro e un altro  ancora...
La schiava scoppiò in un pianto dirotto.
La sua Padrona, dopo un ultimo terribile colpo, la lasciò andare e la povera ragazza scivolò sul pavimento, sconvolta.
Si sentiva vuota, indifesa nella sua nudità, incapace di stare seduta perchè  il culo le era tutto un tormento.
Fu allora che la Padrona si impossessò di entrambi i suoi capezzoli,  bottoncini appetitosi delle sue piccole tette.
“Guardami!” le ordinò ed i loro sguardi si incrociarono: gli occhi neri e decisi della Padrona e quelli azzurro mare e pieni di lacrime di Lucia, la schiava.
Come era successo altre volte, la ragazza si perse in quello sguardo e tornò docile preda dell’altra donna. Si lasciò girare ed avvolgere in un abbraccio  protettivo. Le mani esperte della Padrona le massaggiarono dolci il seno ed  il ventre, giungendo fino al suo fiore nascosto. Le allargarono abili le gambe impossessandosi delle labbra morbide e calde, tirandole e strizzandole.
Lo facevano piano per dare piacere e forte per allontanarlo, per evitare che  un orgasmo indesiderato sciogliesse prematuramente quell’arco  teso che era la schiava.
Lucia godeva di nuovo, tra le braccia di quella donna che la possedeva fin  nel suo intimo. Ne percepiva l’odore... ed il sapore sotto forma di piccole  gocce di sudore che le bagnavano le labbra. Si trovava in una sorta di penombra, tra le braccia della Padrona ed i capelli di Lei che cadevano tutto  intorno. Con coraggio provò a succhiare una delle mammelle e sentì la  risatina contenta della sua Padrona.
“Al tempo, mia cara...”
Le mani lasciarono la fica e risalirono alle tette.
“Masturbati!” le ordinò la Padrona mentre le sue dita iniziavano a strizzare, malvagie, i capezzoli della schiava.
Lucia si affrettò ad obbedire, sentendo il dolore diffondersi attraverso le  tette come se fosse stato una radice viva. Si sgrillettava rapida, per  mitigare la sua sofferenza e allo stesso tempo la Padrona accentuava la  stretta sui capezzoli torcendoli vigorosamente.
Per Lucia la situazione era spasmodica: sentiva l’orgasmo vicino eppure frenato dal dolore alle tette che la Padrona le procurava, quasi con  cattiveria, mentre le teneva prigioniere di forti strizzate.
Ancora, ancora, ancora... il dito che sfregava il clitoride sortì  il suo effetto e Lucia venne tra le braccia della Padrona che la sovrastava.
Non fu un orgasmo liberatorio, non placò il desiderio  della schiava perchè anche i ripetuti strizzamenti dei capezzoli avevano sortito il loro effetto, ma le mani della Padrona tornarono dolci esploratrici mentre la schiava riprendeva fiato.
Poi di nuovo divennero audaci, come predatrici selvagge e mentre le due donne rotolavano sul pavimento, Lucia sentì la sua Padrona dire: “Ti voglio, Lucia....” ed allora lei rispose con l’unica frase che sapeva di  poter usare:
“Sì, Padrona...” ed i loro corpi si strinsero assieme ancora.
Jackie




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